Tom Wolfe, lo scrittore delle vanità

a cura di Redazione Oscar

Tom Wolfe (1931-2018)

Tom Wolfe

L'inventore della locuzione "radical chic" - che tanta fortuna ha avuto anche in Italia -, Tom Wolfe, ci ha lasciato all'età di 88 anni.
Rimangono i suoi romanzi - primo fa tutti Il falò delle vanità, forse il più grande romanzo del secondo Novecento - rimangono i suoi reportage, le sue parole graffianti, il suo stile inconfondibile e inimitabile. Estroso e acuto, era un maestro di satira sociale e pionere del New Journalism, un eterno dandy che, con il suo completo bianco, amava osservare le sue "vittime" prendendo appunti su un taccuino nero. Amava giocare liberamente con le idee. Leggiamone alcune.

Ha detto

Il giornalismo
«Il giornalismo non esiste più, è in agonia. Oggi si viaggia con la pseudoinformazione sparata come pallini da caccia dallo schioppo dei blog e dei social network, dove colpisce colpisce».

Internet
«Non avevo mai capito bene che cosa intendesse dire Marshall McLuhan quando scrisse che la televisione avrebbe riportato le nazioni al tribalismo e al primitivismo sociale, ma ora, con l’avvento di internet, lo si vede. È cambiata la percezione della realtà. Quando un giornale riportava una notizia, il lettore era scettico, come l’indiano che non si fidava dell’uomo bianco quando gli mostrava un pezzo di carta. Ora le tv, ma soprattutto i blog, i siti, sono come sciamani sulla piazza del villaggio che sussurrano qualcosa all’orecchio e per questo sembra vero».

Imbucato dai Bernstein e la definizione del "radical chic"
«Stavo nella redazione di “Harper’s”, uno dei periodici più alla moda e progressisti, nel 1969, a cercare lavoro. Gli uffici erano vuoti. Vidi su una scrivania il cartoncino di invito a un dinner party a casa di Leonard Bernstein, il grande direttore d'orchestra, al numero 895 di Park Avenue, uno dei palazzi più sontuosi di Manhattan. C’era il numero per lo RSVP, chiamai, dissi: sono Tom Wolfe e accetto. Nessuno controllò niente. Andai alla festa e scoprii che era in onore delle Black Panthers, i rivoluzionari neri più di sinistra e più violenti del momento. Ci feci un servizio molto sarcastico per “Harper's”, sfottendo questi super ricchi bianchi, che celebravano un movimento che prometteva di farli fuori tutti, e la buona società di New York non mi perdonò mai di avere demolito la loro ipocrisia. La signora Bernstein scrisse furiosa a “Harper's”, indignata perché mi ero portato un registratorino. Che villano».

Il grande falò
«L'idea per il grande falò delle vanità mi venne durante una visita a Firenze. Con il tour organizzato dell’American Express, che gli intellettuali schifano perché fingono di sapere già tutto mentre non sanno niente, arrivammo in piazza della Signoria e la guida ci raccontò che, su quella piazza, un monaco fanatico chiamato Savonarola aveva organizzato nel Quattrocento il più grande dei suoi bruciamenti delle vanità, come li chiamava lui, il falò degli orpelli e delle ricchezze dei fiorentini. Un titolo meraviglioso, al quale mancava il libro, che scrissi dopo».

Il new journalism
«Non mi hanno mai perdonato di avere dimostrato che il nuovo giornalismo, quello narrativo, può essere migliore della sterile letteratura intimista di un'America provinciale e suddita, soprattutto della cultura francese, che aveva abbandonato il realismo e il naturalismo dei grandi autori come Theo Dreiser, Hemingway, e soprattutto Steinbeck. Come i francesi avevano ripudiato Zola e Maupassant. Steinbeck era un giornalista divenuto romanziere. Riuscì a ottenere da un giornale di San Francisco un accredito stampa, un vecchio camioncino, un materasso e qualche dollaro per andare a vedere con i suoi occhi la tragedia della Depressione nelle praterie arse e polverose, dalle quali le famiglie fuggivano verso Ovest. Ne uscì il ritratto definitivo di quei tempi, in Furore».

L’11 settembre
«La mattina dell'11 settembre fu la signora che mi fa da governante a svegliarmi. Mi disse che due aerei avevano colpito le Torri Gemelle e vidi bene il fumo che si alzava da loro, come dalle ciminiere di una vecchissima fonderia. Non pensai niente, ebbi soltanto paura. Poi vidi il fungo di polvere levarsi sopra il profilo di Manhattan, quando collassarono, e rimasi impietrito come le gargoyle del palazzo. Fino a quando, nelle ore successive, vidi una fiumana di persone scendere giù da Madison Avenue e dalla Quinta, tutte silenziose, tutte ordinate, un'inondazione che defluiva, ma senza paura e non ebbi più paura neanch'io».

L'Iraq
«Una colossale idiozia. Ricordo che una sera parlai in un college, alla vigilia dell'invasione, e qualcuno mi chiese che ne pensassi. Penso che se le cose andranno bene, sembrerà a posteriori una buona idea, ma se andranno male sarà un disastro senza fondo. E a me, lo dissi, pareva già un'idea disastrosa».

Il successo secondo Tom Wolfe

Il successo dipende da tre cose: da chi parla, da cosa dice e da come lo dice. E di queste tre, il cosa dice è la meno importante.

Tom Wolfe

Il falò delle vanità

Tom Wolfe

Sherman McCoy è uno dei padroni di Wall Street e sente di avere il mondo in pugno: guadagna un milione di dollari all'anno, vive in un appartamento di quattordici stanze a Manhattan, al riparo dai pericoli e dalle violenze della metropoli multirazziale. Quando però una sera McCoy investe con l'auto un giovane nero nel Bronx, la polizia, i giornalisti, i politici e i difensori civici gli sono ...

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Scrivono di lui

Radical chic
«L’espressione “radical chic” in origine significava che se sei un musicista noto in tutto il mondo allora farai meglio a non occuparti dei processi delle minoranze nere e a non chiedere ai tuoi danarosi amici di contribuire alle loro spese giudiziarie durante un party nel tuo attico di Park Avenue. Altrimenti sei “radical chic” e un termine fa a pugni con l’altro. Era il 1970 e maligno come il Serpente dell’Eden, Tom Wolfe rilasciò il veleno semantico nei circuiti comunicativi globali».
Stefano Bartezzaghi

Un Savonarola in lino bianco
«Tom Wolfe, nel suo immancabile completo bianco anche d’inverno, un’eresia contro l’abbigliamento d’ordinanza che rifugge dal bianco dopo settembre, era un’ironia vivente, un gomitolo di astuta e deliziosa insolenza. Da esiliato del profondo Sud, aveva creato la propria fortuna e fama sfruttando le debolezze e le finzioni del mondo nel quale avrebbe poi vissuto benissimo per ottant’anni. New York adora essere presa in giro, perché nello sfottò trova la conferma della propria importanza e il piccolo, elegantissimo Savonarola in completi di lino bianco, la sapeva frustare come mai nessun altro».
Vittorio Zucconi

Il migliore dei migliori
«Riposi in pace l’impareggiabile Tom Wolfe. Come mi mancherà quella scrittura vorticosa sugli appunti scritti a mano, l’eleganza del tuo vestito bianco quando entravi in una stanza! Sei stato il migliore dei migliori».
Tina Brown

Un gomitolo di contraddizioni
«Conservatore negli anni Sessanta degli hippies, del Vietnam e delle Pantere nere. Impeccabile in abito bianco di lino, panciotto, scarpe bicolore e ghette da gentleman della Virginia nei luoghi più bizzarri dove lo portò il mestiere di cronista. Irridente verso Wall Street negli anni Ottanta degli yuppies. Sadico verso la presunta “società post-razziale” nell’era Obama».
Matteo Persivale

Il new journalism
«Uno stile di scrittura giornalistica, quello del new journalism, che lascerà il segno nella stampa degli ultimi anni del secolo scorso, mettendo al centro della scena, contro ogni buona regola insegnata e raccomandata dall’etica e dalla pratica, il giornalista assieme all’oggetto del suo racconto. È questo tipo di scrittura e di giornalismo che ci lascia in eredità Tom Wolfe. Una scrittura che ha usato l’abilità e il metodo di uno scrittore dotato di una straordinaria capacità di osservazione e di mimesi verbale con un orecchio finissimo per cogliere l’idioletto dell’interlocutore e del suo mondo, travestendosi da agnello per meglio penetrare l’ambiente della sua vittima».
Irene Bignardi 

Non aveva paura di nulla
«Non fu mai politicamente corretto: fino all’ultimo ha sempre scritto quello di cui tutti gli altri avevano paura. Lui invece non aveva paura di nulla: e per questa sua qualità oggi, nell’era dei social media che tutti temono ti esplodano in mano, ci mancherà ancora di più. Non c’erano intoccabili per lui. Ma allo stesso tempo era una persona per bene, mai velenoso: non tutti i grandi scrittori sono persone per bene. Lui lo era».
Gay Talese

Raccontare l’America
«Wolfe narratore lascia quattro romanzi che raccontano l’America con quello stile inimitabile fatto di periodi lunghissimi, onomatopee pazze, punti esclamativi a raffica, parole in corsivo o tutte maiuscole che paiono perforare fisicamente la pagina, scene raccontate con tale gusto da diventare punti di riferimento, l’orecchio per i dialoghi più preciso del registratore di un etnologo metropolitano (le varie sfumature di slang newyorchese dei personaggi del Falò delle vanità), l’occhio da cronista così acuto da riassumere la tragedia di un grande imprenditore al cospetto dei suoi creditori attraverso le chiazze di sudore che si formavano, inesorabili, sulla sua camicia (la scena delle “bisacce” che nessun lettore di Un uomo vero può aver dimenticato)».
Matteo Persivale

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