George Orwell e “Noi” di Zamjatin

a cura di Redazione Oscar

Mi interessano i libri di questo tipo. Prendo appunti. Prima o poi potrei scriverne uno anch’io

Scrive così George Orwell il 17 febbraio 1944 a Gleb Struve, un insigne slavista suo corrispondente. Sfogliando un compendio di letteratura sovietica, Orwell ha scoperto l’esistenza di Noi, romanzo degli anni Venti di Evgenij Zamjatin che nessun editore inglese ha pubblicato. Non riesce a farsene una ragione, insiste con i suoi contatti per reperire una copia dell’edizione americana, e alla fine riesce a mettere le mani almeno sulla traduzione francese, Nous-autres, del 1929. Il 4 gennaio del 1946 annuncia ai lettori di "Tribune" di essere finalmente riuscito a leggerlo. Pochi mesi dopo, in agosto, inizierà a scrivere 1984, un libro destinato a un successo planetario.

«È facile capire perché questo libro non venne pubblicato» afferma Orwell. A richiamare l’attenzione della censura basterebbe, a suo dire, questo dialogo tra D-503 e I-330:

«Ciò che state ordendo è una rivoluzione.»
«Sì, una rivoluzione! Cosa c’è di insensato?»
«È insensato perché una rivoluzione non può esserci. Perché la nostra, la nostra rivoluzione è stata l’ultima. E altre non ce ne possono essere! È risaputo.»
«Mio caro: tu sei un matematico. Anzi, di più: sei un filosofo della matematica. E dunque dimmi: qual è l’ultimo numero?»
«Come sarebbe? Non… non capisco: quale ultimo numero?»
«Be’, l’ultimo, l’estremo, il più grande.»
«Ma è una cosa insensata. Dal momento che il numero dei numeri è infinito, come vuoi che faccia a dirti qual è l’ultimo?»
«E io come vuoi che faccia a dirti qual è l’ultima rivoluzione? L’ultima rivoluzione non c’è; le rivoluzioni sono infinite.»

Noi

Noi

Noi

Evgenij Zamjatin

È la fine del terzo millennio, l'umanità vive in uno spazio ipermeccanicizzato e socialmente ipercontrollato, chiuso dalla Muraglia Verde. Gli individui non hanno più un nome, sono alfanumeri. Come D-503, ingegnere al lavoro sul progetto dell'Integrale, la nave spaziale destinata a esportare su altri pianeti il perfetto ordinamento politico dello Stato Unico, dove ogni attività è disciplin...

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Il confronto con "Il mondo nuovo" di Huxley

«La prima cosa che chiunque può notare, a proposito di Noi, è il fatto – mai messo in evidenza prima, credo – che Il mondo nuovo di Huxley in parte deriva da lì. Entrambi raccontano la ribellione dello spirito umano primitivo contro un mondo razionalizzato, meccanicizzato, anestetizzato, ed entrambe le vicende si svolgono in un futuro immaginato all’incirca tra 600 anni. L’atmosfera dei due libri è simile e vi è descritto, grosso modo, lo stesso tipo di società, anche se il romanzo di Huxley rivela una minore consapevolezza politica mentre è maggiormente influenzato dalle teorie biologiche e psicologiche dell’epoca.»

«Il libro di Zamjatin ha un punto di vista politico che nell’altro manca. In Huxley il problema della “natura umana”, in un certo senso, è risolto perché la vicenda si fonda sul presupposto che grazie a cure prenatali, assunzione di droghe e suggestioni ipnotiche l’organismo umano può essere modellato a piacere, e le tracce degli istinti primordiali, come il senso materno e il desiderio di libertà, sono messi a tacere senza difficoltà. Nello stesso tempo non c’è una ragione evidente per cui la società debba essere così stratificata: il suo obiettivo non è il successo economico, ma nemmeno il desiderio di dominio. Non c’è sete di potere, né sadismo, né durezza di qualche genere. Sebbene tutti siano superficialmente felici, la vita è diventata talmente priva di scopo che è difficile pensare che questa società possa avere un futuro.»

La recensione di Orwell

«Il libro di Zamjatin è molto significativo per la nostra attuale situazione. Nonostante l’educazione e la vigilanza dei Guardiani, molti degli istinti umani sono ancora presenti. Il protagonista è costantemente terrorizzato dagli impulsi atavici che lo afferrano. Si innamora (il che è un crimine, ovviamente); quando esplode la rivolta risulta evidente che i nemici del Benefattore sono abbastanza numerosi, e che, oltre a complottare per rovesciare lo stato, si concedono vizi come il fumo e il bere. Le autorità annunciano di aver scoperto la causa dei recenti disordini: alcuni esseri umani soffrono di una malattia chiamata “immaginazione”. Ci sono molte esecuzioni nel mondo utopico di Zamjatin. E le esecuzioni sono, di fatto, sacrifici umani, e la scena che le descrive assume deliberatamente i tratti di una sinistra civiltà schiavista del mondo antico. È l’intuitiva comprensione del lato irrazionale del totalitarismo – sacrifici umani, crudeltà fine a se stessa, il culto di un capo dotato di attributi divini – a rendere il libro di Zamjatin più interessante di quello di Huxley: Zamjatin studia la Macchina, il genio che l’uomo, sconsideratamente, ha lasciato uscire dalla bottiglia e che non riesce più a rimettere dentro.»

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