Finnegans Wake, la traduzione completa

a cura di Redazione Oscar

1939 - 2019

Il 4 maggio 1939 veniva pubblicato a Londra Finnegans Wake, l'ultimo romanzo di James Joyce, il "libro della notte", prosecuzione del viaggio nell'animo umano iniziato con quel "libro del giorno" che è l'Ulisse.
Finnegans Wake è una «suprema sintesi verbale del Creato» costruita attingendo a più di quaranta lingue.
La sua traduzione è dunque un'interrotta sfida e si completa il 30 aprile, perché in libreria arriva finalmente il 6° e ultimo volume: Finnegans Wake Libro III, capitoli 3 e 4 e Libro IV.

La casa editrice Mondadori avviò all'inizio degli Ottanta la prima traduzione italiana. A Luigi Schenoni, scomparso nel 2008, si deve la traduzione dei Libri I e II, suddivisa in quattro successivi volumi pubblicati rispettivamente nel:
1982 - Libro I, 1-4 che vinse il premio Monselice per la traduzione letteraria
2001 - Libro I, 5-8
2004 - Libro II, 1-2
2011 - Libro II, 3-4

Enrico Terrinoni e Fabio Pedone hanno raccolto il testimone di questo lavoro e si sono dedicati ai libri III e IV:
2017 - Libro III, 1-2
2019 - Libro III, 3-4; Libro IV

Quest'ultimo e conclusivo volume vede la luce proprio in occasione dell'ottantesimo anniversario: 1939-2019.

Finnegans Wake è il più intricato sogno che sia stato sognato fuori dalla letteratura.

Finnegans Wake: Libro terzo, capitoli 3-4. Libro quarto

James Joyce

"Libro della notte", prosecuzione del viaggio nell'animo umano iniziato con quel "libro del giorno" che è l'Ulisse, Finnegans Wake è una «suprema sintesi verbale del Creato» costruita attingendo a più di quaranta lingue. La sua traduzione è dunque una ininterrotta sfida, che questo sesto volume porta all'infinita fine, smentendone la presunta "intraducibilità". Negli ultimi capitoli il g...

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La sfida della traduzione: parlano i traduttori Terrinoni e Pedone

Quando abbiamo accettato la sfida di tradurre il Finnegans, e quindi nel momento esatto in cui ci siamo sobbarcati l’onere e l’onore di stra-dirlo, sapevamo bene che, esattamente come noi avremmo cambiato lui, lui avrebbe cambiato noi. Ci avrebbe di riflesso reso altri proprio come noi, con un salto in altro (Bergonzoni docet), stavamo rendendo lui qualcosa di ancora ignoto.

Leggere, e tradurre, il Finnegans Wake significa fare anche un salto nell’ignoto, per emergervi cambiati. In questi anni di dure fatiche e di risate, di tour in giro per l’Italia per presentare a più gente possibile quest’opera caleidoscopica, fondamentale quanto oscura e dimenticata, nei tanti articoli, nelle interviste e nei molti incontri con amici che ci hanno sostenuto tra gioie (joys?) e coraggio, abbiamo appreso ad apprendere un po’ di più. Ci siamo regalati uno sguardo nel buio, ma sempre con un occhio alla luce: abbiamo forse compreso, e cercato di far sospettare ad altri, che le parole non sono solo quello che vediamo, proprio perché non le vediamo affatto. Le percepiamo, e sentendole, cadiamo, falliamo. Ma come spiegava Beckett, sono tutti fallimenti in meglio, che conducono ad accedere a realtà inattese da cui ripartire con occhi, e orecchi (orocchi?), nuovi.

Ma come affrontare la lingua errante di un libro fatto tutto di errori, parole stravolte, lettere scambiate, inciampi di lingua? Intanto rinunciando all’idea che esista una e una sola lettura autorizzata, e non piuttosto una pluralità di percorsi che la lama dell’interpretazione eccentrica apre nell’intrico della selva oscura. E poi sostenendo i nostri passi in questi sentieri incrociati con l’aiuto di continue riletture, fra la proliferante bibliografia joyciana che di anno in anno si accresce, consci che è il libro stesso a insegnare le proprie vie man mano che vi si ritorna sopra. Fra le concrezioni mitiche, fra i luoghi comuni ancora incollati al corpaccione di questo gigante dormiente che lo rendono inavvicinabile, ne abbiamo combattuto uno in particolare: il pregiudizio (duro a morire anche presso i lettori più accorti) della sua “illeggibilità”.

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