I 90 anni di un Maestro di poesia: Giancarlo Majorino

a cura di Redazione Oscar

Majorino e la gioia di vivere

MAJORINO
Giancarlo Majorino © www.patrialetteratura.com

Sabato 7 aprile Giancarlo Majorino ha compiuto novant’anni. Amici e lettori hanno festeggiato il Poeta e il suo nuovo libro, La gioia di vivere, al chiostro Nina Vinchi del Piccolo Teatro.

La gioia di vivere sarà in vendita dal 17 aprile. Copie autografate del volume saranno disponibili a Milano alla libreria Mondadori Duomo e alla Rizzoli in Galleria, oltre che sullo store online www.mondadoristore.it.

Il volume della collana Lo Specchio ha in copertina la rielaborazione di un’opera di Gillo Dorfles, teorico d'arte, pittore e filosofo nato a Trieste nel 1910 e scomparso lo scorso 2 marzo a 107 anni.

Majorino

 

La gioia di vivere

Giancarlo Majorino

La forza reattiva, incessante, del pensiero poetico si manifesta, in questa strana e in qualche modo grandiosa Gioia di vivere, in un procedere per violenti scossoni e sterzate, che sono prova di una inquieta energia attiva. Un'energia debordante che in Giancarlo Majorino si rinnova a ogni uscita, in una sorta di perenne giovinezza che ci coinvolge sulla pagina, che ci chiama a una partecipazio...

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La festa per i 90 anni

Coordinati da Maurizio Cucchi, sono saliti sul palco a fare gli auguri a Majorino alcuni poeti: Fabrizio Bernini, Vivian Lamarque, Angelo Lumelli, Tiziano Rossi, Mario Santagostini. Gli attori Viviana Nicodemo e Paolo Bessegato hanno recitato sue poesie e Umberto Faini, con la chitarra, ha cantato canzoni milanesi.

 

Angelo Lumelli ha letto una “lettera a Majorino”

Per il novantesimo compleanno di Giancarlo Majorino

Giancarlo, dopo una novantina di volte, ti sarai convinto anche tu che la festa di compleanno c’entra con la poesia.
Non prevedo che il tema abbia una via d’uscita, se non di fortuna, quella che si trova con l’ingenuità e la malizia, alleate, fintanto che la vera soluzione avviene per dimenticanza. So che tu apprezzi queste soluzioni, inabissate nel puro accadere, che mettono fuori il capino e vengono sostituite dalla grande superficie, maestra ineffabile.
Il concetto che, perfettamente in tema, unisce compleanno e poesia, è il concetto di pro-forma.
Intendo per pro-forma ciò che si applica, ad esempio, alle fatture commerciali, allorché non esercitano ancora la loro funzione esecutiva e legale, bensì quella di preavviso, di appunto o pro-memoria.
Ecco cosa vorrei dirti: la poesia è come il compleanno della lingua, linguaggio festivo, che tratta la ricorrenza ed, eventualmente, la nostalgia come festa delle feste, quella estrema e fittizia.
Il problema ulteriore, che complica le cose, è che la tua (la nostra?) poesia non vuole essere festiva, pur sapendo che ha le caratteristiche della commemorazione, la festa del ritorno.
Se penso alle ragioni di questa tua contrarietà ai riti domenicali, la prima ragione che trovo riguarda la festa come abile clandestinità, unico modo per rinnovarla proditoriamente. La festa è la piccola, perpetua eversione che ci rende nascenti? È questa la poesia? È innalzare ogni istante al suo massimo, come se dovesse morire?
Giancarlo, questa è un’idea formidabile e, secondo me, è il tuo marchio di fabbrica! Sei tu, non un altro, quello che ha fatto il conto dei minuti passati da vivi.
Con un altro paragone potrei dirti che la tua poesia è come la tacca sulla rotaia del treno, mentre i versi ci passano sopra, originando, in quell’intoppo ritmico, se stessi.
Potrei addirittura sostenere che la tua poesia nasce dalla sua propria cancellazione, guadagnando ogni volta un colpo a vuoto, il puro gesto che rende fratelli.
Non stupisce, perciò, l’aureola che accompagna, ormai da tempo, la tua testa canuta di poeta, pellegrino nella città di Milano e, usando parole tue, “il fidanzato del mondo”, “il singolo di molti”, “il vampiro buono” e perfino, riferito all’autore della Divina Commedia, “il rappresentante dell’olio Dante.
Sono passati uno dopo l’altro novant’anni e, ad ogni anno che passa, tanto più sembra aumentare l’origine, come viene confermato da La gioia di vivere, il tuo ultimo libro, promettente vagito.
La questione dell’origine che si ripresenta, inesausta, è anche una questione politica, l’amore per tutto ciò che è nascente, per il passo teorico che vacilla di fronte alle creature.
Porti gli anni senza averli capitalizzati, evitando, per istinto dissipatore, ogni immobilizzazione, fiducioso nella sorgente perenne che si rinnova.
Ciò ti rende da sempre, contemporaneo, perfino di te stesso, autorevole e senza potere.
Non si tratta, in ogni caso, di un idillio.
Si tratta di un dissidio insistente, seppur mitigato nella sua placenta amorosa, compromesso dalle stesse contraddizioni, reso composto ed educato, governato con mani gentili... come un uomo tra due fuochi... costretto a verità di sottomesso… se fedele dev’essere il poeta…, parole tue, da La capitale del Nord.
Quest’uomo de La capitale del Nord scrive con la biro presa in prestito (la marca della ditta l’attraversa), sotto dettatura, non di Amore neo-stilnovista, suprema unità che semplifica, ma sotto dettatura degli esseri viventi, nella ridda umana delle voci (la vespa delle ferie la ragazza di tutti).
Quel dettatore, sia esso folla, ceto medio, un noi sterminato, reso insufficiente a se stesso, è la massima ragione di crisi prima ancora di essere speranza di salvezza, un dibattito accanito tra la lingua dell’oracolo e la lingua che tiene compagnia.
Una perenne duplicità contrassegna la tua poesia: la prepotenza dell’istante entro i vincoli della storia, la precipitazione lirica entro il tempo del poema, il primato del vivente entro la stessa limitazione dei simili.
Il tuo grande stile epico si commuove o innervosisce ad ascoltare le sillabe interne, ama il precipizio, la dissezione, le viscere magnifiche, i lapsus, lo straparlare.
I tuoi poemi sono costituiti da precipitazioni evitate, quelle che rabbrividiscono nel cuore profondo delle parole e portano ognuna di esse al sussulto della poesia, compresa l’imprecazione.

proseguono, implacabili, coatti,
rasaerba
mentecatti che siamo, circondati
da flussi di petrolio, urlandoci ti amo. (Provvisorio, 1981)

Quel ti amo è l’istante lirico nella frase lunga, la tacca sulla rotaia, è l’atto festivo di fuoriuscita, il piccolo terremoto dell’emozione.
È, soprattutto, il gradino che porta al verso.
Noi sappiamo che tu ami i gradini impercettibili, quelli che sembrano in piano. Sono i gradini più pericolosi e raffinati, quelli che fanno capitombolare il pensiero, come dev’essere il compito di ogni vero poeta. Per questo ti vogliamo bene, come a un galantuomo.

Per il tuo compleanno ti recito questa poesia tratta da La solitudine e gli altri (1990).

tu che guardi
la purezza delle cose
la loro sicurezza
tu che guardi
alterata dall’ignoto
che fa da tuorlo al corpo
pure porgendo il profilo inviti a qualcosa
d’intensamente stabile e fluttuante
quindi con la voce battezzante
nomini dividi esponi l’ombra
sorella misteriosa
persona corporale più ricca di ogni cosa.

Il tuo amico davanti alle sirene Angelo Lumelli.