Il vangelo del coyote

Il vangelo del coyote

Due ragazzine annoiate trovano in un film l’ispirazione per un passatempo crudele e perverso.

Un professore nasconde in cantina un orrendo segreto.

Due storie parallele che convergono fino a collidere in un climax di agghiacciante follia.

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Gianluca Morozzi

Gianluca Morozzi è nato a Bologna nel 1971. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2001 (Despero) e ha raggiunto il successo nel 2004 con Blackout. Ha al suo attivo 24 romanzi e circa 200 racconti. Nel campo del fumetto, ha vinto il premio Micheluzzi con Pandemonio (per i disegni di Squaz) e ha sceneggiato i tre volumi di FactorY, realizzati con Michele Petrucci, oltre a Hellzarockin' (disegnato da autori vari).

Giuseppe Camuncoli

Giuseppe Camuncoli esordisce come fumettista nel 1997 con l'autoproduzione Bonerest, che gli spalanca le porte del mercato americano. Da allora, pubblica principalmente per Marvel e DC Comics su testate quali «Hellblazer», «Batman» e «Amazing Spider-Man». In campo italiano, si segnalano l'adattamento a fumetti de La neve se ne frega, dal romanzo omonimo di Luciano Ligabue, e un volume de Gli Scorpioni del deserto, tratto dall'opera di Hugo Pratt, oltre a due storie fuori serie a colori di Dylan Dog e di Tex. Attualmente è il disegnatore regolare della serie Marvel "Darth Vader", ambientata nell'universo di Star Wars. Vive e lavora a Reggio Emilia.

Michele Petrucci

Michele Petrucci vive e lavora a Fano. Ha esordito nel 1999 e da allora ha pubblicato 8 libri a fumetti come autore unico. Gli ultimi sono I pesci non hanno sentimenti e Messner. La montagna, il vuoto, la fenice. Dal 2013 collabora con il «Corriere della Sera».


Intervista agli autori

Ciao Gianluca, e benvenuto su Oscarmondadori.it.

Parlaci un po’ del tuo rapporto con il fumetto. Come mai, dopo la pubblicazione di diverse opere in prosa, hai voluto cimentarti con la Nona Arte?

I fumetti sono parte della mia vita da sempre, da quando ho memoria. Temo che in qualche scatola sepolta in cantina ci sia ancora la mia brillante serie autoprodotta, da me scritta e disegnata, dedicata a un non originalissimo supereroe chiamato Ultraman in lotta perenne contro l’Uomo Atomico.

A metà dei cosiddetti Anni Zero, Gianluca Costantini, che all’epoca dirigeva la collana Illustorie di Fernandel, mi ha fatto conoscere Squaz e ci ha proposto di dar vita a qualcosa di indefinito, a nostro piacere. “Indefinito, a nostro piacere” sembrava proprio quel che sarebbe diventato Pandemonio, orgoglioso vincitore del premio Micheluzzi.

Poco tempo dopo, il Capo Supremo di Guanda mi ha fatto un discorso simile a quello di Costantini: “ti andrebbe di scrivere qualcosa per la nostra nuova collana di fumetti Guanda Graphic?”. Io ho detto di sì, con zero idee in testa e zero disegnatori in mano. Ma siccome il bassista del mio gruppo di allora conosceva bene Giuseppe Camuncoli, e siccome Camuncoli stava lavorando ad altri 750 progetti e non poteva garantirmi 120 tavole ma conosceva Michele Petrucci, ecco, grazie a questo percorso alla Saul Goodman è nato Il vangelo del coyote.

Rispetto alla prosa, che è un lavoro più solitario, quello dello sceneggiatore di fumetti implica una collaborazione con almeno un’altra persona, o nel tuo caso due. Come hai ‘aggiustato’ la tua scrittura sapendo che parte delle tavole andavano a Camuncoli, e altre a Petrucci? Tendi a iperdettagliare le pagine di sceneggiatura, o lasci più spazio all’interpretazione dell’artista?

In questo caso avevo molti dialoghi nelle parti di Camuncoli e molte didascalie di pensiero in quelle di Petrucci, la differenza era questa, in linea di massima. La mia prima versione della sceneggiatura era terribile, verbosissima: da romanziere abituato all’infinità della pagina bianca, ci ho messo un po’ ad adattarmi agli spazi del balloon o della didascalia. Era come un centrocampista che di colpi viene messo sulla fascia e si accorge che il campo a un certo punto finisce.

In genere non sono iperdettagliato, se non è necessario per la scena lascio senza problemi che i disegnatori decidano inquadrature e tutto il resto.

Che effetto ti fa rivedere Il vangelo del coyote dopo dieci anni, in questa nuova veste cromatica?

Commovente, quasi. Sembra davvero un altro libro, un’altra storia. E l’idea di distinguere le due parti in base alla colorazione (non posso dire di averla avuta io) è stata geniale, i due piani della storia ora sono davvero come… ma stavo correndo alla quinta domanda.

Una delle cose che colpisce è l’eterogeneità delle fonti culturali che vengono menzionate e/o citate nell’opera. Per fare qualche esempio, Honoré de Balzac, Thomas Bernhard, i Green Day, Burgess, Maxence Fermine, David Lynch, John Boorman, Woody Allen. Puoi dirci qualcosa su come hai selezionato questi autori?

Per me è piuttosto normale citare tutto quel che mi ha formato o anche solo che mi ha ispirato o sfiorato brevemente. Ai miei corsi di scrittura, per spiegare l’incipit “in medias res” uso indifferentemente Cent’anni di solitudine e il primo episodio di Breaking Bad, il finale della Torre Nera di Stephen King per me può coesistere con Sabbie piatte e solitarie (l’ultimo numero dell’Hulk di Peter David) e agganciarsi all’episodio di Doctor Who chiamato Heaven Sent. Perfino certe partite del Bologna possono convivere con libri che ho letto o film che ho visto. E mi viene naturale riversare tutto nei miei romanzi, o nelle sceneggiature.

Veniamo al mio riferimento culturale preferito. “Il vangelo del coyote” è il titolo del quinto numero dell’Animal Man di Grant Morrison, storia ha segnato un punto di svolta per la serie e per l’autore. Quali sono i collegamenti tra le due opere?

Io ricordo perfettamente i momenti in cui ho letto qualcosa che mi ha spalancato degli universi o che mi ha coinvolto totalmente. La saga di Fenice Nera, Born Again, From Hell, Love & Rockets: ricordo dov’ero e cosa stavo pensando in quei momenti. E ovviamente ricordo il mio primo contatto con Grant Morrison, sulle pagine di American Heroes, dove appariva la Doom Patrol ma, ancora prima, Animal Man.

Non ricordo se ho letto la storia di Crafty e del camionista gay e della povera Carrie a bocca spalancata o no, ma l’effetto è stato di sicuro quello: la bocca spalancata.

Ora, per spiegare esattamente come ho collegato il numero 5 di Animal Man alla graphic novel che stavo sceneggiando con la scadenza di Guanda sul collo dovrei fare spoiler sul finale della mia storia, per quando si possa parlare di spoiler su un libro uscito in origine nel 2007.

Però posso dire che ho pensato ai due piani della narrazione, la storia del Professore e quella delle piccole, adorabili Skoda e Liù, avendo in mente il mondo a cartoni animati dal quale viene Crafty, quello in cui i corpi si rinnovano dopo ogni ferita e una cannonata ti apre un buco in pancia ma non ti provoca dolore, e il buio inferno della seconda realtà, dove Crafty rinasce con nuova carne e nuovo sangue, dove se ti investe un camion il dolore è smisurato, e le costole scheggiate si ritirano da un polmone perforato mentre la gabbia toracica si riforma sotto un cielo pieno di avvoltoi.

A proposito: io sono un tale ultrà di Grant che per me Frank Miller è il secondo miglior autore di Batman della storia.

Indovina chi è il primo.

 

Libri della stessa collana

Il vangelo del coyote

Gianluca Morozzi, Giuseppe Camuncoli, Michele Petrucci

Il vangelo del coyote

Collana: Oscar Ink
ISBN: 9788804683865
128 pagine
Prezzo: € 17,00
Formato: 17,0 x 24,0 - Cartonato
In vendita da: 31 ottobre 2017

Disponibile su:

Collana: Oscar Ink
ISBN: 9788852083600
128 pagine
Prezzo: € 11,99
Formato: Ebook
In vendita da: 31 ottobre 2017

Disponibile su: