Una storia di migrazione: “Il nostro meglio”

a cura di Redazione Oscar

Migrazione di ieri e di oggi

Questo libro di Thi Bui mi ha letteralmente tolto il fiato. In un momento storico in cui la crisi dei rifugiati di pone con continua drammaticità, quello di queste pagine è un messaggio necessario. Una storia bellissima e potente.

Craig Thompson, autore di "Blankets"

Il Vietnam visto dal Vietnam

Quando noi occidentali pensiamo alle rappresentazioni della guerra del Vietnam, ci vengono in mente le grandi pellicole del cinema americano: The Green Berets (1968), Apocalypse Now (1979), Platoon (1986), Good Morning, Vietnam (1987), Full Metal Jacket (1987) e tanti altri. Narrazioni anti/epiche che hanno di volta in volta celebrato o criticato con fermezza l’interventismo statunitense, anche attraverso la rievocazione di processi imperialistici. Esaltazioni o condanne, questi prodotti condividono la scelta di focalizzare l’esperienza sul punto di vista americano. I soldati vietnamiti rimangono quasi sempre sullo sfondo, in pose più o meno caricaturali, pronti a uccidere o morire per portare avanti una vicenda incentrata sul marine o berretto verde di turno. La tanto auspicata «vietnamizzazione» della guerra del Vietnam non si è riflessa sugli strumenti di produzione simbolica.

La volontà – o forse è meglio dire necessità – di creare una contronarrazione del conflitto americano-vietnamita e delle sue conseguenze è uno dei motivi che hanno portato Thi Bui a realizzare Il nostro meglio. Come spiega l’autrice al The Comics Journal

«Il problema principale delle narrazioni americane sulla guerra [del Vietnam] è che hanno bisogno di mettere al centro esperienze americane in un conflitto che non era esclusivamente loro. Quindi anche quando gli americani si impegnano a esaminare in maniera critica il loro coinvolgimento in Vietnam, continuano a concentrarsi su se stessi – guarda come siamo stati cattivi, guarda che danni abbiamo fatto. Non capiscono che se continuano a coprire le voci di chi è stato messo in silenzio, continuano a fare danni e a impedire il processo di guarigione. […] Spero che le immagini che ho creato possano perdurare e influenzare in maniera positiva l’idea che le persone hanno del popolo vietnamita. E non perché li ho descritti come figure modello, ma perché li ho mostrati come persone a tutti gli effetti, che possono essere meravigliose, nella media, o persino degli stronzi, un po’ come tutti.»

Restituendo così un corpo e una voce a un piccolo gruppo di persone, la famiglia Bui, il graphic memoir le sottrae all’anonimato di quelle masse indistinte che subiscono le conseguenze di una guerra e si trovano costretti ad abbandonare il proprio paese. I Bui fanno parte delle cosiddette boat people, rifugiati che fuggirono dal Vietnam dopo la riunificazione del 1975 perché ostili o invisi al governo comunista. Col tempo si aggiunsero altri profughi dal Laos e dalla Cambogia. Si stima che 600.000 abbiano trovato rifugio negli Stati Uniti, anche a seguito della decisione dell’allora presidente Jimmy Carter di raddoppiare la quota dei rifugiati. Una questione che, oggi come allora, divide l’opinione pubblica.

Il nostro meglio

Thi Bui

Che cosa significa fuggire da una guerra per aver salva la vita e costruire un'esistenza fragile e sradicata in un mondo nuovo, lontano, ostile, incomprensibile? In questo graphic memoir severo e commovente, doloroso e ironico, vitalistico e melanconico, Thi Bui disseziona la propria storia di figlia e di madre a cavallo tra due culture: i genitori, fuggiti dal Vietnam verso gli Stati Uniti neg...

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La storia di una famiglia e di una nazione

Per quanto centrale, l’esperienza della migrazione forzata è solo un aspetto de Il nostro meglio. Thi Bui ripercorre la propria genealogia familiare per raccontare la storia di un paese che nel giro di un centinaio d’anni ha subito il colonialismo francese, la seconda guerra mondiale e l’occupazione giapponese, la guerra d’Indocina, la divisione in due entità geopolitiche, la guerra con gli Stati Uniti, e infine l’instaurazione di una repubblica socialista. Una serie di infinite battaglie che hanno lasciato traumi, visibili e invisibili, su più di una generazione. Nelle parole dell’autrice,

«Il Vietnam non è la mia casa, anche se lo sarebbe dovuto essere, e penso che il dolore sia qualcosa che ho elaborato durante la lavorazione del libro. Ciò che ho imparato dalla storia e dalle conversazioni coi miei genitori è che il momento di rottura non ha coinciso esattamente con la mia migrazione. È stato un processo lungo decenni, che ha alla fine reso incompatibili il Vietnam e i miei genitori».

L’esperienza dei propri cari è per Thi Bui percorso formativo e perno simbolico intorno al quale costruire una narrazione terapeutica. L’intreccio di storia e biografia si lega all’esperienza personale dell’autrice, che affronta la costruzione della propria identità come processo in costante divenire. Il testo riflette sulle modalità in cui l’appartenenza culturale non si basa unicamente sul retaggio o sui legami di sangue, o su un’ideale posizionamento all’interno di strutture tradizionali, ma è anche prodotto di rotture, discontinuità, mutamenti. Non è un caso che il graphic novel si apre con la nascita del primogenito dell’autrice, il 28 novembre 2005:
«La famiglia ora è ciò che ho generato… non più quella dove sono nata».

Come ha spiegato Thi Bui al sito ilLibraio.it,
«Diventare madre è stato un passo importante per imparare l’empatia dai miei genitori. Una volta fatto quel salto, sono riuscita a fare domande migliori come intervistatrice e capire chi fossero i miei genitori prima di diventarlo a loro volta».

Un racconto a fumetti

Il processo di crescita e di riformulazione identitaria si riflette anche nella composizione del graphic memoir. Il nostro meglio è il lavoro d’esordio di un’autrice quarantaduenne, che ha dedicato al progetto ben dodici anni di vita. Tuttavia, come racconta nell’introduzione, la genesi risale addirittura al 2002, «quando negli anni della specializzazione all’università ho deciso di discostarmi momentaneamente dagli studi artistici per perdermi nell’universo della storia orale». In tutti questi anni, Thi Bui ha messo a frutto la sua formazione –una laurea specialistica in scultura e una in educazione artistica –, la sua esperienza come insegnante presso l’Oakland International High School – istituto superiore dedicato alla formazione di giovani immigrati che ha contribuito a fondare –, e la sua sensibilità personale per dare forma a una testimonianza ambiziosa e complessa.

Nel mentre, si è misurata con il linguaggio della nona arte: «ho dovuto imparare a fare fumetti! Ho buttato i primi schizzi nel 2005 e misurarmi con questo mezzo mi è costato un notevole sforzo». Il primo passo è stato quello di cercare dei numi tutelari che potessero ispirarla. L’autrice menziona Paul Pope, Aristophane, Taiyo Matsumoto, l’italiano Gipi e soprattutto Craig Thompson, che ha conosciuto di persona nel 2010 durante una permanenza all’Atlantic Center for the Arts, e che considera il suo mentore fumettistico.

Per Thi Bui, il valore del medium non risiede solo nell’immediatezza e nelle possibilità comunicative. Bisogna anche tenere in considerazione la posizione marginale di questa forma d’arte all’interno del sistema culturale di riferimento:

«Direi che mi piace la bassa reputazione di cui godono i fumetti. Non è diverso dall’esperienza di essere sottovalutata perché sono donna, membro di una minoranza, bassa di statura, e di un aspetto più giovane della mia età. Stupire le persone è una dolce vendetta».

Come graphic memoir scritto in inglese per un pubblico occidentale e non, si inserisce così nel filone di opere come Maus (1986) di Art Spiegelman, Persepolis (2003) di Marjane Satrapi, Fun Home (2006) di Alison Bechdel, March (2013) di John Lewis, Andrew Aydin e Nate Powell.

Prendendo le mosse da contesti differenti, le narrazioni storico-autobiografiche come Il nostro meglio portano avanti un duplice progetto, culturale e politico. Da una parte, offrono una possibilità di legittimazione autoriale del fumetto attraverso un genere che mette in primo piano proprio la dimensione personale del/la cartoonist. Se mai lo è stato, il fumetto non è più un prodotto formulaico e industriale, realizzato in serie da autori anonimi e intercambiabili. Dall’altra parte, i graphic memoir aprono uno spazio editoriale per la rappresentazione di voci altre all’interno della cultura popolare.

Tempo prezioso

Per Thi Bui, il fumetto è uno strumento di resistenza politica. Lo capiamo anche da due storie brevi pubblicate online a inizio 2017, che costituiscono un ideale corollario della riflessione contenuta ne Il nostro meglio. La prima, Fear is a Great Motivator for Political Action, è stata pubblicata sul sito TheNib il 14 gennaio 2017 e commenta i risultati delle allora recenti elezioni presidenziali:

«Sono realmente terrorizzata. Ma per me, la paura è un ottimo motivatore».

L’esperienza biografica di Thi Bui e della sua famiglia si riflette nell’attivismo politico e nella volontà di migliorare le proprie condizioni di vita, anche a costo di compiere scelte dolorose. E questo non è dissimile da quanto avvenuto in Vietnam negli anni settanta. Nelle parole dell’autrice, «Non devo impiegare tutte le mie energie per difendere il mio diritto di esistere, e così posso lavorare verso una visione positiva del futuro», anche se «Dobbiamo essere pronti a subire abusi per le cause che intraprendiamo».

Precious Time, realizzato per il sito dell’organizzazione PEN (Poets, Essayists, Novelists), traccia invece una linea di continuità tra la propria esperienza migratoria, la reviviscenza di assetti politici ultranazionalistici – Stati Uniti tra tutti –, e l’attuale crisi dei rifugiati siriani. Rievocando la terribile immagine della morte di Aylan Kurdi sulle coste di Bodrum, Bui sostiene che
«Non c’è niente come perdere la tua nazione quando sei piccola per aiutarti a vedere il nazionalismo come cosa strana e innaturale».

L’immagine di Aylan diventa potente contrappunto a quella che apre e chiude il graphic memoir, la nascita del figlio dell’autrice. Due bambini, due figli dell’immigrazione, uno morto e uno vivo. Una storia di successo e una finita in tragedia. Circostanze differenti ma comparabili che ci ricordano l’universalità di storie come quella di Thi Bui e della sua famiglia, nonché la nostra necessità di appigliarsi a sentimenti altrettanto universali: solidarietà, comprensione, amore. E questo sia coi nostri genitori, sia con degli sconosciuti che arrivano da altrove. E cercare di fare, in qualsiasi condizione, del nostro meglio.

Fare del nostro meglio

Pur trattando di argomenti tragici, "Il nostro meglio" è intimamente un libro pieno di speranza, poiché quando si tratta di allevare i figli, alla fine tutti cerchiamo semplicemente di fare del nostro meglio.

Bill Gates, autore di "La strada che porta a domani"

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