Vargas Llosa: due Meridiani per leggere il mondo

a cura di Redazione Oscar

Vargas Llosa è uno di loro, uno dei grandi classici

Nessuno oggi ha scritto un tale numero di capolavori e di una tale varietà (commedia, epica, tragedia, farsa, avventura, storia d’amore, opera mondo, giallo). Per non parlare della tecnica, anzi delle tecniche. Vargas Llosa le conosce tutte e le adopera da gran virtuoso. È stato detto (Bruno Arpaia lo ricorda nell’introduzione ai Meridiani) che il suo senso del ritmo e la sua abilità di montaggio avrebbero fatto morire d’invidia Orson Welles. Le sue spericolatezze formali, poi, fanno sembrare «rozzo ed embrionale lo sperimentalismo di Faulkner». Vargas Llosa va letto come Flaubert, Stendhal, Tolstoj, Cervantes. È uno di loro, uno dei grandi classici (ne ha la potenza, l’inesauribilità).

Così Antonio D’Orrico su «Sette» del 26 ottobre 2017. Parole che accolgono in maniera trionfale l’uscita del secondo Meridiano (il primo è stato pubblicato nel febbraio dello stesso anno) dedicato allo scrittore peruviano, premio Nobel nel 2010. «Un atto di giustizia necessario» per un romanziere di indiscusso valore e intellettuale di largo impegno nella vita sociale e politica, come ebbe a dire nell’immediato Héctor Abad Faciolince.

I Meridiani di Vergas Llosa

Bruno Arpaia, nella sua introduzione alla scelta dei Romanzi, aggiunge che: «Motivando il premio con la sua capacità di esplorare la “cartografia del potere”, gli accademici svedesi avevano ragione da vendere: sia che lo racconti dal punto di vista delle relazioni interpersonali, sia che lo indaghi nel pieno del suo fulgore pubblico o incarnato in dittatori barbari e tirannici, il potere è al centro di ogni romanzo di Vargas Llosa e perfino di molti dei suoi saggi apparentemente “letterari”».

Ha sottolineato infatti Vargas Llosa:

La mia vocazione di scrittore è nata con l’idea che il lavoro letterario sia una responsabilità che non si esaurisce nell’ambito artistico, ma è legata a una preoccupazione morale e a un’azione civile.

Affermazione che si può unire allo slancio di altre sue parole intense e preziose:

L’importante è vivere come se si fosse immortali. Con entusiasmo, con la capacità di proiettarsi in avanti. Mi piacerebbe morire scrivendo, con la penna in mano. Bisogna vivere fino alla fine.

La scelta dei romanzi compiuta da Arpaia, attento e abile curatore in grado di penetrare tutte le maglie dell’opera di Vargas Llosa, testimonia la straordinaria varietà di tonalità e registri, generi e architetture messi in campo dall’autore, che dagli esordi con La città e i cani conducono alle straordinarie prove narrative della maturità, esemplificabili con La zia Julia e lo scribacchino. Un libro, quest’ultimo, di straordinaria invenzione, capace di fondere perfettamente una componente di natura strettamente biografica alla sperimentazione delle forme, con l’incursione nel genere del radiodramma.

Una curiosità: da questo straordinario libro è stato tratto il film Zia Giulia e la telenovela, diretto da John Amiel con Barbara Hershey e Keanu Reeves, capace di rappresentare quale è stato il ruolo dei «“radio days” sudamericani nel preparare l'avvento della telenovela» (Alessandra Levatesi, «La Stampa», 28 giugno 1993).

VARGAS LLOSA

La locandina italiana del film realizzato John Amiel, 1993.

E se La zia Julia e lo scribacchino è il romanzo su cui si sofferma con maggior ardore D’Orrico nel pezzo citato in apertura, ecco che ancora lui ci dice – a conferma della grandezza di questo autore entrato a far parte del catalogo dei Meridiani:

Dio non ha bisogno di scrivere romanzi (è una carenza umana). Se lo facesse, li scriverebbe alla Vargas Llosa.