“Supercrash”, Ayn Rand e il fumetto americano

a cura di Redazione Oscar

Scritto e disegnato da Darryl Cunningham, Supercrash è un saggio a fumetti che delinea le cause storiche, finanziarie e culturali della grande crisi economica iniziata nel 2008. Nelle tre sezioni che compongono il lavoro, Cunningham affronta il capitalismo contemporaneo come un sistema complesso, sovradeterminato da processi storici e meccanismi economici che hanno una radice profonda e sovente nascosta. Contingenze sociali e culturali si intrecciano così all’abuso sistematico di strumenti finanziari, tra cui i famigerati titoli derivati, producendo conseguenze devastanti nell’economia reale del nuovo e vecchio continente: pignoramenti di massa, disoccupazione, diminuzione degli ammortizzatori sociali. Sembra di leggere un romanzo distopico, ma qui è tutto reale, tutto documentato.

Uno degli aspetti più interessanti del libro riguarda l’influenza culturale – e in alcuni casi personale – di Ayn Rand sul sistema economico statunitense. Personaggio poco noto al grande pubblico, specialmente al di fuori del paese d’adozione, Rand (al secolo Alisa Zinov'yevna Rosenbaum) fu un’intellettuale, scrittrice e filosofa russa naturalizzata statunitense, nata a San Pietroburgo nel 1905 e scomparsa nel 1982. La prima parte del testo di Cunningham racconta con sintetica precisione le tappe che portarono Rand a sviluppare la filosofia che prende il nome di Oggettivismo Randiano, un pensiero che pone la realizzazione di sé, l’individualismo e la felicità personale come obiettivo di vita da perseguire all’interno di un capitalismo quanto più possibile laissez-faire. Nella prefazione, Cunningham scrive:

«La prima volta che mi sono imbattuto in Ayn Rand avevo meno di trent’anni. La sua filosofia morale all’incontrario, nota come “Oggettivismo”, secondo cui l’egoismo è una virtù e l’altruismo un fallimento, era talmente agli antipodi rispetto a tutto ciò in cui credevo che mi sentii incuriosito da questo personaggio con un misto di orrore e attrazione. Era incredibile, per me, che esistesse qualcuno così smaccatamente egocentrico.»

Rand delineò e divulgò i principi della filosofia Oggettivista in una serie di saggi, conferenze e soprattutto romanzi. In questi, la scrittrice traspose in forma narrativa l’avversione per il collettivismo e la sentita ammirazione nei confronti delle grandi personalità individuali, veri e propri übermensch capaci di smarcarsi dalle masse mediocri di individui. Il più celebre romanzo è La fonte meravigliosa (The Fountainhead, del 1943), in cui racconta la storia dell’architetto Howard Roark, «una sorta di superuomo che sfida le convenzioni del mondo e dà battaglia al piatto conformismo dei suoi pari». Altrettanto noto è La rivolta di Atlante (Atlas Shrugged, 1957), considerato da Rand il proprio magnum opus, una distopia che narra «la vicenda apocalittica di un’America rovinata dal collettivismo, in cui gli industriali sono pubblicamente derisi per la ricchezza che ottengono a scapito dei poveri, e in cui lo stato si appropria dei loro profitti per tutelare il popolo»


© atlassociety.org


Nonostante il successo di pubblico dei propri romanzi – Cunningham parla di 300.000 copie all’anno –, Rand non ha mai ottenuto un particolare riconoscimento come scrittrice o pensatrice. Il suo pensiero non è entrato nel canone letterario, nei testi scolastici e in generale nella “cultura ufficiale” dell’Occidente. L’influenza sulle politiche economiche dell’America contemporanea è meno visibile, assai poco sistematizzata, ma non per questo meno incisiva. Cunningham si sofferma a lungo su Alan Greenspan, membro del cerchio magico di Rand e in seguito presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006. Ma molti altri sono i politici e le personalità pubbliche che si rifanno più o meno al pensiero Oggettivista, come riporta il “Guardian”. Persino Donald Trump ha parlato in termini entusiastici de La fonte meravigliosa, esaltandone la rilevanza non solo per il business, ma anche per «la bellezza, la vita e le emozioni».

Supercrash. Speculare e distruggere

Darryl Cunningham

A dieci anni dal deflagrare della crisi finanziaria dei "mutui subprime", Supercrash ripercorre la parabola dell'ideologia neoliberista e il suo drammatico epilogo, sfociato nel fallimento di alcune fra le più antiche e solide istituzioni finanziarie americane: il conseguente effetto domino ha depresso l'economia reale per un lungo ciclo e tuttora proietta i propri esiti destabilizzanti sul si...

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Ayn Rand e il supereroe oggettivista: Steve Ditko

Parlando del rapporto tra Rand e la cultura americana contemporanea, c’è un aspetto significativo su cui Cunningham, per ovvie ragioni, sorvola: l’influenza della pensatrice sul medium attraverso cui Supercrash prende forma, ossia il fumetto. In particolare sui comics di supereroi, che per tutto il Novecento si sono configurati come genere principe del mainstream americano.

Il più noto randiano dell’establishment fumettistico fu senza dubbio Steve Ditko, il celebre e riservato co-creatore di Spider-Man e Doctor Strange. Come sostiene Claudia Franziska Brühwiler in un saggio sull’argomento (2014), Ditko conobbe l’opera e la filosofia della scrittrice nei primi anni ’60, durante il suo lavoro alla Marvel Comics con Stan Lee: «le idee di Rand influenzarono sia Spider-Man sia le opere successive di Ditko. Al di là dell’impatto immediato, le creazioni randiane di Ditko avrebbero poi ispirato altri fumettisti estendendo così la propria portata ideologica». Secondo l’autrice, l’influenza è visibile in storie come Spider-Man #66, in cui un giovane e arrogante Peter Parker si rifiuta di prendere parte a una manifestazione studentesca presso la Empire State University per continuare nei propri intenti personali e perché non ha «nulla di cui protestare».

Secondo il sito Dial B for Blog, Ditko lasciò la casa editrice nel 1966 anche a causa dell’incompatibilità tra il proprio interesse nell’Oggettivismo e le caratteristiche archetipiche degli eroi Marvel:

«un supereroe Oggettivista avrebbe dovuto essere rappresentato come infallibile o almeno quasi divino, mentre poteri magici e soprannaturali non potevano coesistere con la filosofia Oggettivista».

Ditko si lega così alla casa editrice Charlton Comics, per cui crea i due supereroi randiani per eccellenza, The Question e Mr. A. Entrambi giornalisti investigativi in un mondo decadente e corrotto, i due supereroi sono stati per Ditko un mezzo per diffondere le idee oggettiviste, attraverso storie via via più propagandistiche e didascaliche. Mr. A, in particolare, incarna gli ideali di «egoismo razionale, glorificazione della razionalità e disprezzo per il relativismo e l’altruismo» (Brühwiler, 2014) rintracciabili nei romanzi della scrittrice russo-americana. Il nome stesso del personaggio, che cita il principio di identità aristotelica – A è A –, riprende uno dei mantra oggettivisti sviscerati ne La rivolta di Atlantide.

© Dial B for blog

Ayn Rand e Alan Moore

The Question e Mr. A sono stati una notevole influenza anche per il Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons (1986-87), uno dei graphic novel più celebrati di sempre. Moore ha infatti più volte affermato che il personaggio di Rorschach è una versione ultra-reazionaria di The Question con alcuni tratti di Mr. A, che l’autore definisce come «questo meraviglioso personaggio randiano, spietato con ogni forma di malvagità, e incapace di vedere le sfumature morali» (Alan Moore Conversations, 2012). Nonostante le evidenti differenze politiche e filosofiche, è impossibile non vedere una sorta di combattuta ammirazione nei confronti dell’intransigenza etica del personaggio e, di rimando, del suo creatore.

Come spiega Moore nel documentario In Search of Steve Ditko, «il personaggio destrorso più sgradevole [di Watchmen] è Rorschach. Diventa quasi l’eroe del fumetto, ed è certamente il personaggio che sembra possedere la più forte integrità. Anche se le sue idee politiche sono completamente fuori di testa, ha la più forte integrità morale». E non dimentichiamo che Moore, con il suo effimero gruppo The Emperors of Ice Cream, ha dedicato una canzone proprio a Mr. A:

Ayn Rand e Frank Miller

La rettitudine instancabile contro un mondo corrotto e deviato è anche uno dei temi centrali dell’opera di Frank Miller, figura chiave nel processo di rinnovamento del fumetto americano, e anch’egli legato all’opera della scrittrice russo-americana. Rispetto all’apologeta Ditko e l’anarchico Moore, l’influenza randiana su Miller è tuttavia più ambigua e difficile da ricostruire. È evidente come Miller, autodefinitosi libertariano, assorba da Rand la fascinazione nei confronti dell’eccellenza. I suoi antieroi sono campioni di individualismo, che si stagliano sopra l’abisso della mediocrità per assurgere allo stato di superuomini. O superdonne, come dimostra il poco conosciuto ma interessante Martha Washington, maxi-serie fantascientifica realizzata in coppia con Dave Gibbons dal 1990 al 1997 (più un epilogo nel 2007), che rappresenta l’omaggio più esplicito del cartoonist statunitense al pensiero oggettivista. Il secondo ciclo di Martha Washington attinge infatti in maniera piuttosto esplicita da La rivolta di Atlantide, di cui ripropone le premesse fondamentali e parte dello svolgimento.



In un’intervista al “Comics Journal” dell’agosto 1985, Miller dettaglia la propria ammirazione nei confronti di Steve Ditko e del suo supereroe oggettivista:

«Mr. A è uno dei miei fumetti preferiti. La capacita di Ditko di costruire un semplice e diretto morality play è testamento della sua straordinaria padronanza del medium. […] Considerando la mentalità “non giudicare e non sarai giudicato” che domina la fiction e l’intrattenimento contemporaneo, non sorprende che il suo lavoro sia ritenuto demodé. E, nel caso di Ayn Rand, lui spiega il proprio pensiero a un livello tale di dettaglio che lo rende vulnerabile a una serie infinita di attacchi. Penso che Mr. A sia l’opera più avanzata ed evoluta di Ditko. Ma in un’epoca in cui il supereroe deve costantemente chiedere scusa per il suo operato, in cui la virtuosa “Ira di Dio” del supereroe è stata destituita dalle grida di un bambino ribelle, le opinioni personali sono destinate a essere impopolari.»

Riferimenti al pensiero e alle opere di Ayn Rand si ritrovano in numerose opere del fumettista, ma non sempre in tono apologetico. Prendiamo Il Cavaliere Oscuro colpisce ancora (2002), in cui il ditkiano The Question subisce un trattamento satirico che esagera le ossessioni oggettiviste e sfocia in parodia: «Io non sono randiano! Lei non è mai andata fino in fondo!»

Un altro esempio di ambigua appropriazione è rappresentato da Sin City (1991). La saga neo-noir è un sentito omaggio all’hardboiled di Raymond Chandler, Dashiell Hammett e soprattutto Mickey Spillane, che guarda caso ebbe con Ayn Rand un rapporto di amicizia e reciproca ammirazione. Anche solo chi ha visto il film ricorderà i Roark, la famiglia corrotta che tiene in pugno la città di Basin City, e che funge da antagonista per buona parte dei personaggi. Esatto, lo stesso cognome dell’architetto protagonista de La fonte meravigliosa. Si potrebbe speculare che Miller intenda mettere in scena la corruzione del sogno di grandezza legato all’eroe modernista di Rand. Ma è forse, e più semplicemente, il segno di una figliazione immaginifica e letteraria più che di un rapporto filosofico e politico. Già nel 1982, agli albori del successo con Daredevil, Miller spiegava al Comics Journal

«ho ritenuto valide diverse osservazioni di Rand, quando le ho lette anni fa. Per riuscire in una professione, bisogna diventare maniacali. Bisogna concentrarsi e credere in se stessi, rischiando di farlo anche quando si è nel torto».



Questa fiducia nelle proprie capacità la ritroviamo anche nella storia più celebre di Miller, quel Ritorno del Cavaliere Oscuro (1986) che ha cambiato per sempre i supereroi e il fumetto americano. Nella sua guerra contro uno stato inefficiente e corrotto, rappresentato da un buffonesco Ronald Reagan, il vecchio Batman riflette alcuni tratti dei superuomini randiani. Dichiarando guerra al crimine e a Superman, incarna la capacità del grande uomo – non a caso un capitano d’industria – di librarsi al di sopra delle masse e dei falsi idoli per sostenere con intransigenza la propria auto-affermazione.

Ma Batman non è un supereroe oggettivista, anche per via del carattere vagamente ossimorico di tale espressione. Egli mette infatti la propria superiorità fisica e morale al servizio della comunità, dell’intero spettro sociale, senza dimenticare i reietti e i disadattati. Non è un caso che nel capitolo finale del graphic novel di Miller, l’eroe costruisca il proprio esercito arruolando i membri delle gang di strada che aveva fino ad allora combattuto. La visione di Batman è sì utilitarista e libertariana, ma mai egoista. Bruce Wayne rifiuterebbe l’idea randiana per cui, riprendendo Supercrash, «una persona che sceglie di lavorare a tempo pieno a contatto con i disagiati è una persona che ha deciso di dedicarsi al culto della nullità, ai peccati dell’umanità, alle carenze, ai fallimenti, ai dolori, ai vizi e ai mali. Agli esseri inferiori moralmente, spiritualmente, intellettualmente e psicologicamente». Di questo possiamo essere certi.