Star Trek, la pista delle stelle

a cura di Redazione Oscar

In occasione dell’uscita di Star Trek – La pista delle stelle, che raccoglie tutte novelization della serie classica di «Star Trek» realizzate da James Blish e Judith Ann Lawrence, vi proponiamo l’introduzione del curatore Giuseppe Lippi.

Le imprese dell’Enterprise

Nella lunga storia delle novelization di Star Trek, che costituiscono da cinquant’anni un ramo a sé dell’industria, quelle dei coniugi Blish rappresentano un caso importante. Innanzi tutto perché sono state le prime, scritte e pubblicate fra il 1967 e il 1978 in dodici volumi, con un supplemento uscito postumo dopo la morte di James Blish (1921-1975); in secondo luogo perché lo scrittore americano (aiutato da un certo punto in avanti dalla moglie Judith Ann Lawrence) è stato uno dei più bravi e interessanti autori di fantascienza degli anni Cinquanta e Sessanta. Il successo dei loro adattamenti è stato sorprendente: nell’edizione americana alcuni volumetti hanno avuto fino a trenta ristampe. Ognuno conteneva un certo numero di racconti basati sui soggetti o le sceneggiature delle prime tre stagioni, e il dettaglio dell’edizione USA si trova qui.

Queste raccolte sono state tradotte da Mondadori una prima volta nel 1978-79, nella collana dedicata “Star Trek la pista delle stelle”.

In seguito sono state riprese da altri editori e oggi vengono riproposte in un volume unico che ripresenta tutti gli episodi della serie classica riordinati cronologicamente nelle tre stagioni, cosa che non era stata fatta per l’edizione 1978-79. Tutto questo per la gioia dei fan che non hanno avuto l’opportunità di leggerle o che vogliano dare loro un posto permanente in biblioteca. Blish, in ogni caso, lavorò sui trattamenti iniziali e non su sceneggiature complete, almeno all’inizio. Inoltre, nel 1967 e 1968 non viveva negli Stati Uniti, dove sarebbe tornato solo nel ’69, e quindi non poté vedere gli episodi effettivamente girati. Questo spiega alcune discrepanze tra i suoi racconti e le versioni che sono andate in onda effettivamente sui teleschermi. Spiega anche alcune differenze nella terminologia, sebbene in questa edizione si sia cercato di far prevalere l’uso corrente e televisivo. Nel nostro volume, in una nota finale, è indicato il nome di ogni singolo autore del soggetto o teleplay (sceneggiatura); la scrittura narrativa è invece sempre di James Blish fino al volume 5; successivamente di James Blish con la moglie fino al volume 11. Tre anni dopo la morte dello scrittore, avvenuta quando erano già apparsi i primi dodici volumetti, la moglie Judith Ann Lawrence avrebbe scritto un’ultima raccolta di “novelization”, facendosi aiutare dalla propria madre Muriel.

Star Trek – La pista delle stelle

James Blish

Il capitano Kirk, il comandante Spock, l'ufficiale medico McCoy, il capo ingegnere Scott... I personaggi della serie classica Star Trek hanno segnato l'immaginario di almeno tre generazioni. Questo volume raccoglie tutte le loro avventure. Per arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima...

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Star trek

Una collezione di testi dedicati alla Star Trek classica, dunque, dal punto di vista degli autori letterari oltre che degli sceneggiatori e della franchise. Perché non si dimentichi che l’origine del programma televisivo più amato dai fans di tutto il mondo, almeno nel campo della space opera, ha origini nella fantascienza dell’epoca e anzi nei caposaldi del genere, dei quali James Blish è autore tra i più rappresentativi. Si sa che Gene Roddenberry, il brillante produttore che concepì l’idea della “pista delle stelle” e le missioni dell’astronave Enterprise, voleva qualcosa di diverso e aggiornato rispetto alla fantascienza televisiva del passato e, forse, anche rispetto a quella cinematografica. Voleva fare dell’autentica space opera, il genere americano per antonomasia e l’unico che H.G. Wells non abbia precorso (salvo nei Primi uomini sulla Luna del 1901, che però è essenzialmente un planetary romance). Nella space opera si potrà anche scendere su un pianeta o su qualche satellite, ma quel che conta sono le avventure di un’astronave che “puzza di lubrificante per macchine” e rigurgita di spacemen incalliti. Questo tipo di science fiction ha fatto le fortune della narrativa popolare non meno dei capolavori di Asimov, Heinlein, Bradbury o dello stesso Blish, e nasce dai romanzi a puntate usciti sui pulp magazine negli anni Venti e Trenta. Autori come E.E. “Doc” Smith, Edmond Hamilton, Jack Williamson e A.E. van Vogt hanno scritto ottime avventure seriali nello spazio, di cui «Star Trek» sembra essere il prodotto più recente. Ma ormai, neanche questo è più del tutto vero perché dagli anni Ottanta in poi vi è stato un grande rifiorire della space opera letteraria, soprattutto grazie gli scrittori inglesi Iain Banks, Peter F.Hamilton e Alastair Reynolds, gli ultimi due tradotti con successo anche sul mensile “Urania”.

Sapendo tutto questo, Gene Roddenberry voleva una serie di avventure spaziali con i controfiocchi: quasi subodorando che – contemporaneamente ai suoi sforzi per produrre la space opera definitiva in TV – un altro grande cineasta americano, Stanley Kubrick, stesse per varare la versione su grande schermo dello stesso sogno. Giocando la carta dell’originalità assoluta, in 2001: odissea nello spazio (1968) Kubrick ha concepito un film in cui l’emozione del viaggio su una grande astronave si fonde con le preoccupazioni della miglior fantascienza speculativa; ma non è esagerato affermare che il regista visionario e il produttore con il senso del futuro abbiano proceduto di pari passo sotto diversi aspetti. Nel saggio conclusivo del nostro volume, Fabio Feminò si addentra nella genesi tecnica e storica dell’USS Enterprise con uno scrupolo che dimostra come «Star Trek» dovesse essere fin dall’inizio uno spettacolo autentico e la sua nave spaziale un modello di ingegneria e realismo, non solo di design.

Star trek

Roddenberry ha avuto certo i suoi problemi nel concepire l’aspetto visuale della serie, assistito da scenografi di valore come Matt Jefferies che ha concepito il look dell’Enterprise: ma era chiaro che i soggetti e le sceneggiature avrebbero dovuto essere di pari livello. Per questo il nostro produttore ha scritturato fin dall’inizio alcuni dei migliori professionisti della televisione e della science fiction, incaricandoli di caratterizzare i personaggi, studiare uno sfondo credibile per l’intera serie e immaginare le singole avventure dei nuovi esploratori cosmici. Così sono stati prodotti copioni dello stesso Gene Roddenberry, di George Clayton Johnson, Harlan Ellison, David Gerrold, Norman Spinrad, Jerome Bixby e Theodore Sturgeon: insomma, un piccolo Gotha della science fiction americana di allora.

Da parte sua, Blish ha avuto il compito inverso: rinarrare in prosa quello che gli sceneggiatori avevano immaginato come lo scheletro di un teleplay. Della serie in quanto tale, il nostro autore diceva che è “un’impresa (enterprise) molto ben congegnata”. Un bel complimento, da parte dello scrittore che aveva dato all’avventura spaziale i capolavori Le città volanti (Cities in Flight, 1953-1962), Il seme tra le stelle (The Seedling Stars, 1958) e Guerra al grande nulla (A Case of Conscience) pure del '58, il celebre romanzo in cui un gruppo di missionari cristiani vola su un pianeta, Lithia, che non ha mai conosciuto il peccato originale. Problema: i lithiani sono tutti innocenti o tutti demoni? Il romanzo offre una risposta indimenticabile e originale, degna della Guerra dei mondi di H.G. Wells ma rovesciata nel segno della pace. Le città volanti è un vero e proprio serial composto di tre romanzi e un racconto lungo basati sull’idea di alcune città terrestri che si staccano dal suolo e, protette da cupole, continuano la loro nuova vita nel cosmo. Sarebbe potuto diventare lo spunto per un’intera stagione di «Star Trek» o di «Spazio 1999». Come si vede, idee originali e mature che anticipano lo spirito dei migliori episodi della serie classica. Senza James Blish e i suoi romanzi, «Star Trek» non avrebbe aspirato alla stessa originalità; analogamente, senza i racconti che qui pubblichiamo la diffusione del messaggio di Roddenberry tra i fedeli della fantascienza sarebbe stata inferiore o avrebbe incontrato minor simpatia.

Come sappiamo, la serie televisiva che ha esordito nel 1966 ha raggiunto felicemente i suoi obbiettivi: essere convincente sul piano visuale, avere personaggi memorabili e basarsi su trame il più possibile originali in senso fantascientifico, non solo avventuroso. Paragonato all’universo di Star Wars, esploso undici anni più tardi, quello di «Star Trek» è più dimesso dal punto di vista degli effetti speciali (almeno all’inizio, per i limiti stessi del canale televisivo) ma sembra aspirare a una maggiore responsabilità nel connubio di science+fiction. A Gene Roddenberry e ai suoi collaboratori – gli straordinari interpreti William Shatner, Leonard Nimoy e il resto dell’equipaggio, ma anche scenografi, scrittori e costumisti – è riuscito di realizzare l’amalgama che avevano immaginato: una nuova space opera, adatta al gusto del pubblico televisivo e capace di un coinvolgimento superiore alle aspettative degli stessi finanziatori. Inoltre, «Star Trek» ha creato da subito un suo spazio morale; nel settore della galassia in cui si svolge la missione dell’Enterprise, esistono i malvagi ma esiste anche un profondo senso di cooperazione fra i popoli che diventerà un marchio di fabbrica della serie. La nave non è l’unità di una potenza egemone ma di una Federazione di pianeti, idea che proviene da Edmond Hamilton e dai suoi contemporanei; ed è la versione TV del melodramma cosmico, giocoso ma non solo, messo in scena dal Pianeta proibito di Fred McLeod Wilcox (1954), film ispirato a sua volta ad alcune situazioni della Tempesta di Shakespeare.

Certo il pubblico americano della TV anni Sessanta non è quello della fantascienza dello stesso periodo, né del cinema nouvelle vague, ma la semplicità e a volte il candore con cui la serie si offre le accattivano un pubblico nuovo. È la generazione dei diritti civili, della California contestataria, della pop art uscita dagli atelier anni Cinquanta e impazzata in tutto il mondo grazie ai fumetti e ai film camp. Se a questo pubblico popolare ma influente, si aggiunge la fascia ormai cospicua di coloro che vedono nel futuro e negli extraterrestri una speranza messianica, una fede positiva e non solo un’anticipazione utopica o tecnologica, si capirà il perché del vasto impatto culturale di una serie come questa.

Gli anni Sessanta in cui «Star Trek» viene creata vedono il crollo di tanti vecchi miti (anche americani) e il sorgere di nuovi, di parole d’ordine che solo un decennio prima ci saremmo sognati. La libertà, l’amore, la musica, gli hippie, i road movie, la controcultura: tutti germi di una visione speranzosa e vagamente irrazionale senza la quale non sembra si possa rinnovare il grande pubblico. Quando poi questa marea si abbasserà e arriverà il riflusso, «Star Trek» e altre serie popolari ne manterranno vivo il ricordo. È fantascienza, sì, ma è anche nutrimento per giovani generazioni. È una storia cosmica, ma noi siamo tutt’uno con il cosmo, secondo i catartici insegnamenti della psicologia e del Tai Chi. Oriente e Occidente si incontrano a metà strada nella galassia, forse a bordo dell’astronave Enterprise, e se i Klingon del crudele impero minacciano la pace, il suo ritrovamento e la speranza in un rinnovamento universale – perfino nell’immortalità – sembrano essere a portata di mano. Le astronavi di «Star Trek» viaggiano “a curvatura”, e non è la curva il simbolo di ciò che è ciclico, ritorna e non può lasciarci soli neanche in un’ipotetica estremità dello spazio?

Giuseppe Lippi

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