Solženicyn, il Gulag e la letteratura russa

a cura di Redazione Oscar

Aleksandr Solženicyn

Il 3 agosto 2018 ricorre il decennale della morte (2008) di Aleksandr Solženicyn; l’11 dicembre ricorrerà anche il centenario della sua nascita (1918).

Gulag

Aleksandr Solženicyn nel 1974

Fisico e matematico di formazione, figura carismatica, complessa e “profetica” di pensatore e scrittore, premio Nobel per la letteratura nel 1970, Solženicyn è celebre per aver rivelato al mondo con i suoi libri (soprattutto Una giornata di Ivan Denisovič, 1962, e Arcipelago Gulag, 1975) la realtà del mondo concentrazionario sovietico, nel quale visse a partire dal 1945, condannato dapprima a otto anni di lavori forzati e poi all’“esilio interno”, cioè al confino perpetuo, dal quale lo liberò nel 1974 l’espulsione dall’Urss. Dopo un ventennio trascorso in Occidente, Solženicyn poté fare ritorno in Russia nel 1994.

Il “fenomeno” Solženicyn

«Un secondo mondo di sommersi, parallelo a quello evocato da Primo Levi, prende la parola nel 1975 quando esce Arcipelago Gulag, fa vedere la realtà dei fatti con accenti impetuosi e inequivocabili, interrompe decenni di durezza di udito. Lo scrittore che per undici anni ha traversato i Gulag si erge come il più grande accusatore del comunismo realizzato, e pronuncia la sua immensa, scrupolosa requisitoria. Il linguaggio è rude, punteggiato di esclamativi. Parla come in una narrazione popolare. Viene alla luce l’Arcipelago Gulag, e nasce il fenomeno Solženicyn. Ne saranno scosse durevolmente le intelligenze d’Europa, e le teorie marxiste e socialiste

Barbara Spinelli, introduzione al «Meridiano» Arcipelago Gulag (2001)

Arcipelago Gulag

Solženicyn dedica il suo capolavoro, il suo “saggio di indagine letteraria”, «a quanti non sono vissuti abbastanza per raccontare tutto questo. E mi perdonino di non aver visto tutto, di non aver ricordato tutto, di non aver indovinato tutto». E precisa:

 «In questo libro non ci sono personaggi né fatti inventati. Persone e luoghi sono chiamati con il loro nome proprio. Se sono indicati con le iniziali, è per considerazioni personali. Se non sono nominati affatto, è soltanto perché la memoria umana non ne ha conservato i nomi – ma tutto fu esattamente così».

Nell’edizione russa più recente (del 2005, a cui corrisponde il testo dell’attuale edizione Oscar), Solženicyn ha finalmente potuto esplicitare tutti i nomi e cognomi dei 227 “testimoni dell’Arcipelago” che gli hanno permesso di ricostruire la geografia del sistema concentrazionario dei Gulag:
«questo è il monumento che insieme innalziamo alla memoria di tutti coloro che sono stati martoriati e uccisi».

Gulag
La prima edizione di Arcipelago Gulag pubblicata da Mondadori, 1975

La via dell’Arcipelago

«Come si arriva a questo misterioso arcipelago?
Quelli che vanno all’Arcipelago per amministrarlo ci arrivano grazie alla scuola del Ministero degli Interni.
Quelli che ci vanno per difenderlo vengono reclutati dai commissariati di leva.
E coloro che ci vanno a morire, come voi e me, lettore, hanno una sola via obbligata: l’arresto. [...]
L’arresto è un lampo accecante, una folgorazione che respinge istantaneamente il presente nel passato e fa dell’impossibile un presente a pieno diritto.
Per chi rimane, dopo l’arresto, è la lunga coda di una vita sconvolta e svuotata. E il tentativo di trasmettere pacchi. [...]
Alla domanda “perché avete tollerato?” è tempo di rispondere: noi non abbiamo tollerato! Leggete la nostra storia e vedrete che noi non abbiamo affatto tollerato.»

(dal cap. I di Arcipelago Gulag)

Il Gulag e la letteratura russa

«Per salire sul podio da cui viene letto il discorso per il Nobel, non ho dovuto superare solamente tre o quattro gradini improvvisati, ma centinaia e persino migliaia di gradini duri, scoscesi, ghiacciati, che conducevano fuori da quelle tenebre e da quel freddo cui fu mio destino sopravvivere, diversamente da altri – forse più forti e dotati di un talento più grande del mio – che lì invece perirono. Alcuni li ho incontrati io stesso, in quell’Arcipelago Gulag disperso e frammentato nella sua moltitudine di isole; sotto la macina dell’ombra e del sospetto, non ho parlato con tutti loro, di alcuni ho solo avuto notizia, di altri ancora ho indovinato. Quelli che, inghiottiti in quell’abisso, avevano un nome già conosciuto nel mondo letterario, se non altro ci sono noti; ma quanti non poterono essere riconosciuti, né vennero menzionati in pubblico anche una sola volta? Di fatto, nessuno è riuscito a ritornare. Un’intera letteratura nazionale è rimasta là, sprofondata dall’oblio, non solo senza una tomba ma priva degli indumenti, nuda, con un cartellino numerato appeso a un alluce. La letteratura russa non ha mai cessato di esistere, neanche per un istante, ma dall’esterno appariva una terra desolata! Là dove avrebbe potuto crescere una placida foresta, dopo tutti gli abbattimenti non rimanevano che due o tre alberi casualmente risparmiati.
E mentre oggi sono qui, accompagnato dalle ombre dei caduti, a capo chino, e cedo il passo a chi fu meritevole prima di me perché mi preceda in questo luogo, come posso indovinare, come posso esprimere ciò che LORO avrebbero voluto dire?
Questo dovere pesa da tempo su di noi, e lo abbiamo compreso. Nelle parole di Vladimir Solov’ev:

«Anche in catene, dobbiamo completare da soli / Quel cerchio che gli dèi hanno tracciato per noi».

(dal discorso del Nobel, 1970)

Hanno detto

«Arcipelago Gulag: epico scoperchiamento, biblica requisitoria, uno dei quattro o cinque monumenti letterari all’altezza del nostro secolo mostruoso, che tuttavia venne ben presto emarginato con il marchio (fatale in Occidente) di essere un indigeribile «mattone». A parte le librerie gauchistes che esponevano cartelli con la fiera scritta: «Qui non si vende Solženicyn», e gli intellettuali che non tardarono a liquidarlo in quanto mistico, profeta, oscurantista, fanatico, ecc., ci fu una vasta ribellione alle cose «penose» che egli veniva a raccontarci, «con tutti i guai che abbiamo già». Mancava il tempo, per leggere quelle migliaia di pagine. Mancava lo stomaco. Mancava anche l’interesse, perché il borghese anticomunista sapeva già tutto, l’aveva sempre detto al caffè, in treno, in ufficio.»

Fruttero & Lucentini, La galleria di Solženicyn, 1980



«Nel libro di Solženicyn viene ripristinata la dignità, la dignità di innumerevoli uomini che, in condizioni degradanti, furono chiamati "insetti immondi" (Lenin) e che guardiani e giudici istruttori cercarono di rendere tali, detenuti politici che alla fine furono abbandonati, spietatamente e senza difesa, in mano ai delinquenti comuni. [...]
Non mancano gli accenni alle conseguenze omicide di ogni giustificazione ideologica. Una citazione: «Così gli inquisitori si fecero forti del cristianesimo, i conquistatori dell’esaltazione della loro patria, i colonizzatori della civiltà, i nazisti della razza, i giacobini (quelli vecchi e quelli nuovi) dell’uguaglianza, della fraternità e della felicità delle generazioni future». Cose come queste – la mancanza del suddetto orgoglio nel condannare, l’accenno alle conseguenze omicide di altre ideologie – a Mosca naturalmente non vengono divulgate.
La cosa più sorprendente, per me, in questo libro è che, pur trattando una materia che non si potrebbe immaginare più orrenda, non è né privo di speranza né pessimistico

Heinrich Böll, La celestiale amarezza di Aleksandr Solženicyn, 1974

Il grande narratore del “secolo russo”: una mostra

Per Aleksandr Solženicyn il radicamento nella terra natia è fondamentale: è muovendo da qui e dalla dedizione alla cultura russa e al popolo che l’ha espressa che si è sviluppata la sua narrazione letteraria e storica. Per il centenario della nascita dell’autore di Una giornata di Ivan Denisovič e di L’Arcipelago Gulag, è stata realizzata a Mosca una mostra che sarà tradotta e allestita in Italia con il titolo Il grande narratore del “secolo russo”, a cura di Fondazione Mondadori, Ultreya e Università degli Studi di Milano. Ai dodici pannelli originali sono stati aggiunti tre pannelli finali dedicati alla fortuna dello scrittore in Italia. La mostra sarà visitabile negli spazi dell’Università degli Studi di Milano durante le giornate di Bookcity (15-18 novembre 2018).

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