Sanderson: Giuramento – Prologo

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Prologo

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.
Ecco il Prologo:

Giuramento - Prologo

Sei anni prima

Eshonai aveva sempre detto di essere certa che ci fosse qualcosa di straordinario oltre la collina successiva. Poi, un giorno, era salita in cima a un’al- tura e aveva trovato gli umani.
Si era sempre immaginata gli umani – descritti così nelle canzoni – come mostri scuri e informi. Invece erano creature fantastiche e bizzarre. Parlavano senza alcun ritmo distinguibile. Il loro abbigliamento era più sgargiante del carapace, ma non erano in grado di farsi crescere l’armatura. Erano così terrorizzati dalle tempeste che perfino quando viaggiavano si nascondevano all’interno di veicoli.
Cosa ancora più straordinaria, avevano una sola forma.
Sulle prime ipotizzò che gli umani dovessero aver dimenticato le loro forme, proprio come una volta era accaduto agli ascoltatori. Ciò creò immediatamente una certa affinità tra loro.
Ora, oltre un anno dopo, Eshonai canticchiava al Ritmo della Meraviglia mentre aiutava a scaricare i tamburi dal carretto. Avevano percorso una distanza enorme per vedere gli umani nella loro patria e ogni passo l’aveva lasciata sempre più sopraffatta. Quell’esperienza culminava lì, in quell’incredibile città di Kholinar e nel suo magnifico palazzo.
La cavernosa banchina di scarico sul lato occidentale del palazzo era così gran- de che duecento ascoltatori si erano ammassati lì dentro appena dopo il loro arrivo e quel posto non era ancora pieno. In realtà, molti degli ascoltatori non potevano partecipare al banchetto al piano di sopra – dove si assisteva alla stipula del trattato fra i loro due popoli –, ma gli Alethi avevano provveduto comunque alle loro necessità, con montagne di cibo e bevande per il gruppo quaggiù.
Eshonai scese dal carro e fece correre lo sguardo lungo la banchina, passando a Entusiasmo. Quando aveva confidato a Venli la sua determinazione a mappare il mondo, si era immaginata un luogo di scoperte naturali. Canaloni e colline, foreste e lait ricoperti di vegetazione. Eppure per tutto quel tempo là fuori c’era stato questo. E li attendeva solo poco più in là.
Assieme ad altri ascoltatori.
Nel corso del suo primo incontro con gli umani, Eshonai aveva visto i picco- li ascoltatori che li accompagnavano. Una sventurata tribù i cui membri erano intrappolati nella forma tediosa. Lei aveva ipotizzato che gli umani si stessero prendendo cura di quelle povere anime senza canto.
Oh, com’erano stati ingenui quei primi incontri!
Quegli ascoltatori prigionieri non erano solo una piccola tribù, bensì i rappresentanti di una popolazione enorme. E gli umani non si stavano prendendo cura di loro.
Gli umani li possedevano.
Un gruppo di quei parshi, com’erano chiamati, era assiepato attorno all’anello di lavoratori di Eshonai.
«Continuano a provare ad aiutarci» disse Gitgeth in Curiosità. Scosse il capo e la barba scintillò di gemme di rubino intonate ai colori più evidenti della sua pelle. «I piccoli senzaritmo vogliono starci vicino. Percepiscono che c’è qualcosa che non va con le loro menti, te lo dico io.»
Eshonai gli passò un tamburo dal fondo del carretto, poi lei stessa canticchiò in Curiosità. Balzò giù e si avvicinò al gruppo di parshi.
«Non abbiamo bisogno di voi» disse in Pace, allargando le mani. «Preferiremmo maneggiare noi stessi i nostri tamburi.»
Quei senzacanto la guardarono con occhi smorti.
«Andate» disse in Supplica, facendo un ampio gesto verso i festeggiamenti lì vicino, dove ascoltatori e servitori umani ridevano assieme, malgrado la barriera linguistica. Gli umani battevano le mani con gli ascoltatori, che cantavano le vecchie canzoni. «Divertitevi.»
Alcuni guardarono in direzione di quel canto e inclinarono la testa, ma non si mossero.
«Non funzionerà» disse Brianlia in Scetticismo, appoggiando le braccia su un tamburo lì vicino. «Non riescono nemmeno a immaginare cosa significa vivere. Sono una semplice proprietà, da vendere o comprare.»
Come considerare quell’idea? Schiavi? Klade, uno dei Cinque, era andato dagli schiavisti a Kholinar e aveva acquistato una persona per vedere se fosse davvero possibile. Non aveva nemmeno comprato un parshi: c’erano in vendita de- gli Alethi. Pareva che i parshi fossero costosi perché considerati schiavi di alta qualità. Agli ascoltatori era stato detto questo come se ciò avesse dovuto renderli orgogliosi.
Eshonai canticchiò in Curiosità e rivolse un cenno col capo di lato, guardando verso gli altri. Gitgeth sorrise e canticchiò in Pace, indicandole che poteva pure andare. Tutti erano abituati al fatto che Eshonai si assentasse nel bel mezzo di un lavoro. Non che fosse inaffidabile... Be’, forse lo era, ma almeno era coerente. A ogni modo, era voluto comunque arrivare presto ai festeggiamenti del re; era una tra i migliori ascoltatori del monotono linguaggio umano, che aveva appreso in maniera molto naturale. Era un talento che le aveva fruttato un posto in quella spedizione, ma era anche un problema. Parlare la lingua umana la rendeva importante, e alle persone che diventavano troppo importanti non si poteva concedere di partire per inseguire l’orizzonte.
Lasciò la banchina di scarico e salì gli scalini per entrare nel palazzo vero e proprio, cercando di assimilare le decorazioni, la maestria, la pura e travolgente meraviglia di quell’edificio. Bellissimo e terribile. Persone che venivano comprate e vendute provvedevano alla manutenzione di quel luogo, ma non era for- se questo a lasciar liberi gli umani di creare opere grandiose come gli intagli sui pilastri accanto a cui passava o i motivi a intarsio nel marmo dei pavimenti?
Superò soldati che indossavano il loro carapace artificiale. Eshonai non aveva la propria armatura al momento: indossava la forma operosa invece di quella bellicosa, dato che ne preferiva la flessibilità.
Gli umani non avevano scelta. Non avevano perso le loro forme come lei aveva presunto all’inizio: ne avevano solo una. Per sempre in forma libidinosa, operosa e bellicosa tutte assieme. E mostravano le emozioni sui loro volti molto più degli ascoltatori. Oh, il popolo di Eshonai sorrideva, rideva e piangeva. Ma non come quegli Alethi.
Il piano inferiore del palazzo era caratterizzato da ampi corridoi e gallerie, il- luminati da gemme intagliate con cura che facevano scintillare la luce. Sopra di lei erano appesi candelieri che spandevano la luce ovunque come frammenti di sole. Forse il semplice aspetto dei corpi umani – con le varie gradazioni di ab- bronzatura di quella pelle anodina – era un altro dei motivi per cui cercavano di decorare ogni cosa, dai loro abiti a quei pilastri.
“Riusciremmo noi a fare questo?” pensò canticchiando in Apprezzamento. “Se conoscessimo la forma giusta per creare arte?”
I piani superiori del palazzo erano più simili a cunicoli. Stretti corridoi di pietra, stanze come rifugi scavati nel fianco di una montagna. Si diresse verso la sala dei banchetti per controllare se ci fosse bisogno di lei, ma si fermò qua e là per sbirciare dentro alcune stanze. Le era stato detto che poteva andare e venire a piacimento, accedere a ogni posto del palazzo a eccezione delle aree con guardie alle porte.
Superò una stanza con dipinti alle pareti, poi una con un letto e dei mobili. Un’altra porta rivelò una latrina interna con acqua corrente, una meraviglia che lei ancora non comprendeva.
Sbirciò in una dozzina di stanze. Fintantoché fosse arrivata ai festeggiamenti del re in tempo per la musica, Klade e gli altri dei Cinque non si sarebbero lamentati. Erano abituati ai suoi comportamenti come chiunque altro. Eshonai se ne andava sempre in giro a impicciarsi di cose, sbirciare dietro le porte...
E trovare il re?
Eshonai rimase immobile, la porta socchiusa che le permetteva di vedere dentro una stanza sfarzosa con uno spesso tappeto rosso e librerie lungo le pareti. Così tante informazioni che se ne stavano lì, ignorate con noncuranza. Fatto ancora più sorprendente, re Gavilar in persona era in piedi e indicava qualcosa su un tavolo, circondato da altri cinque individui: due ufficiali, due donne in abito lungo e un vecchio con indosso una tonaca.
Perché Gavilar non era al banchetto? Perché non c’erano guardie alla porta? Eshonai intonò Ansia e indietreggiò, ma non prima che una delle donne desse un colpetto a Gavilar e gliela indicasse. Con la testa che martellava di Ansia, lei chiuse la porta.
Un istante dopo, un uomo alto in uniforme uscì dalla stanza. «Il re gradirebbe vederti, Parshendi.»
Lei simulò confusione. «Signore? Parole?»
«Non essere timida» disse il soldato. «Tu sei una degli interpreti. Entra. Non sei nei guai.»
Ancora scossa dall’Ansia, si fece condurre dentro la stanza.
«Grazie, Meridas» disse Gavilar. «Lasciateci soli per un momento, tutti quanti.»
I presenti uscirono, mentre Eshonai sulla porta intonava Consolazione e lo canticchiava forte, anche se gli umani non ne avrebbero capito il significato.
«Eshonai» disse il re. «Ho qualcosa da mostrarti.»
Conosceva il suo nome? Eshonai mosse qualche altro passo nella stanzetta calda, tenendo strette le braccia attorno a sé. Non capiva quell’uomo. Non si trattava solo del suo modo di parlare, così alieno e spento. Non si trattava solo del fatto che non riusciva a prevedere quali emozioni potessero agitarsi in lui, mentre forma bellicosa e libidinosa si davano battaglia al suo interno.

Quando i tamburi furono posizionati, Eshonai insistette per unirsi ai percussionisti. Uno sfogo per la sua agitazione. Batteva al ritmo che aveva nella testa, picchiando più forte che poteva, cercando di scacciare a ogni battuta le cose che il re aveva detto.
E le cose che lei aveva appena fatto.
I Cinque erano seduti al tavolo alto, davanti agli avanzi della loro ultima portata.
“Il re intende riportare indietro i nostri dèi” aveva riferito loro.
Chiudi gli occhi. Concentrati sui ritmi. “Può farcela. Sa così tanto...”
Battiti furiosi le pulsavano nell’anima. “Dobbiamo fare qualcosa.”
Lo schiavo di Klade era un assassino. Klade affermava che una voce – che parlava secondo i ritmi – l’aveva condotto da quell’uomo che, incalzato, aveva con- fessato i suoi talenti. A quanto pareva, Venli era stata con Klade, anche se Esho- nai non vedeva la sorella da parecchie ore.
Dopo un dibattito acceso, i Cinque avevano convenuto che era un segno di ciò che dovevano fare. Molto tempo prima, gli ascoltatori avevano trovato il co- raggio di adottare la forma tediosa per sfuggire ai loro dèi. Avevano cercato la libertà a ogni costo.
Oggi il prezzo per mantenere quella libertà sarebbe stato alto.
Eshonai suonava i tamburi. Percepiva i ritmi. Pianse sommessamente e non guardò quando lo strano assassino – che indossava bianchi abiti fluenti fornitigli da Klade – lasciò la stanza. Aveva votato con gli altri per quella linea d’azione.
“Senti la pace della musica.” Come diceva sempre sua madre. “Cerca i ritmi. Cerca le canzoni.” Oppose resistenza mentre gli altri la trascinavano via. Pianse per la musica lasciata alle spalle. Pianse per il suo popolo, che forse sarebbe stato distrutto per le azioni di quella notte. Pianse per il mondo, che forse non avrebbe mai saputo cosa avevano fatto gli ascoltatori per esso.
Pianse per il re, che aveva consegnato alla morte.
Attorno a lei i tamburi si interruppero e la musica morente riecheggiò per i corridoi.
Quell’uomo la lasciava perplessa più di qualunque umano. Perché aveva offerto loro un trattato tanto favorevole? All’inizio era sembrata una conciliazione fra tribù. Ma quello era stato prima che Eshonai arrivasse lì e vedesse la città e gli eserciti degli Alethi. In passato anche il suo popolo aveva posseduto città ed eserciti di tutto rispetto. Lo sapevano dalle canzoni. Era stato molto tempo addietro. Adesso erano un frammento di un popolo perduto. Traditori che ave- vano abbandonato i loro dèi per essere liberi. L’uomo che aveva di fronte avrebbe potuto schiacciare gli ascoltatori. Un tempo avevano presunto che i loro Strati – armi che finora avevano tenute nascoste agli umani – sarebbero stati sufficienti a proteggerli. Ma ora Eshonai aveva visto oltre una dozzina di Stratolame e Stratopiastre complete tra gli Alethi.
Perché lui le sorrideva così? Cosa nascondeva non cantando nei ritmi per calmarla?
«Siediti, Eshonai» disse il re. «Oh, non avere paura, piccola esploratrice. Volevo parlarti. La tua padronanza della nostra lingua è eccezionale!»
Eshonai si accomodò su una sedia mentre Gavilar si chinava per prendere qualcosa da un borsello. Brillava di Folgoluce rossa, un costrutto di gemme e metallo, realizzato in un modello stupendo.
«Sai cos’è questo?» chiese lui, spingendolo delicatamente nella sua direzione.
«No, vostra maestà.»
«È ciò che chiamiamo un fabrial, un congegno alimentato dalla Folgoluce. Questo crea calore. Solo un tantino, purtroppo, ma mia moglie è convinta che le sue studiose possano crearne uno in grado di riscaldare una stanza. Non sarebbe meraviglioso? Niente più focolari pieni di fumo.»
A Eshonai sembrava privo di vita, ma non lo disse. Canticchiò in Lode, af- finché lui si sentisse felice nel rivelarle ciò, e glielo restituì.
«Guarda più da vicino» disse re Gavilar. «Guardaci in profondità. Riesci a vedere cosa si muove all’interno? È uno spren. È così che funziona il congegno.» “Prigioniero come in una cuorgemma” pensò Eshonai intonando Meraviglia. “Hanno costruito congegni che imitano il modo in cui applichiamo le forme?”
Gli umani erano capaci di tanto, a dispetto delle loro limitazioni! «Gli abissali non sono i vostri dèi, vero?» disse il re.
«Cosa?» chiese lei intonando Scetticismo. «Perché questa domanda?» Che strana piega stava prendendo la conversazione.
«Oh, è semplicemente qualcosa su cui riflettevo.» Riprese il fabrial. «I miei ufficiali si ritengono così superiori poiché credono di avervi capiti. Pensano che siate dei selvaggi, ma si sbagliano di grosso. Non siete selvaggi. Siete un’enclave di memorie. Una finestra sul passato.»
Gavilar si sporse in avanti, con la luce del rubino che filtrava fra le sue dita.
«Ho bisogno che tu consegni un messaggio ai tuoi capi. I Cinque? Sei in stretti rapporti con loro e io sono controllato. Mi serve il loro aiuto per realizzare un progetto.»
Eshonai canticchiò in Ansia.
«Andiamo» disse lui. «Ho intenzione di aiutarvi, Eshonai. Sapevi che ho scoperto come riportare indietro i vostri dèi?»
“No.” Eshonai passò al Ritmo dei Terrori. “No...”
«I miei antenati» continuò Gavilar, sollevando il fabrial «per prima cosa appresero come trattenere uno spren dentro una cuorgemma. E con una gemma molto speciale, si può perfino trattenere un dio.»
«Vostra maestà» disse lei, osando prendergli la mano nelle sue. Lui non poteva sentire i ritmi. Non sapeva. «Per favore. Noi non adoriamo più quegli dèi. Li abbiamo lasciati, abbandonati.»
«Ah, ma questo è per il vostro bene, e per il nostro.» Si alzò in piedi. «Viviamo senza onore, poiché i vostri dèi un tempo portavano il nostro. Senza di essi, noi non abbiamo alcun potere. Questo mondo è in trappola, Eshonai! Bloccato in un inerte stato di transizione.» Guardò verso il soffitto. «Unirli. Ho bisogno di una minaccia. Solo il pericolo li unirà.»
«Cosa...» fece lei in Ansia. «Cosa state dicendo?»
«I nostri parshi schiavizzati un tempo erano come voi. Poi in qualche modo li abbiamo privati della loro capacità di effettuare la trasformazione. L’abbiamo fatto catturando uno spren. Uno spren antico e cruciale.» La guardò con una luce negli occhi verdi. «Ho visto come questo processo può essere invertito. Una nuova tempesta che farà uscire allo scoperto gli Araldi. Una nuova guerra.»
«Follia.» Eshonai si alzò in piedi. «I nostri dèi cercarono di distruggervi.»
«Le vecchie Parole devono essere pronunciate di nuovo.»
«Voi non potete...» Eshonai si interruppe, notando per la prima volta che una mappa ricopriva il tavolo lì vicino. Era ampia e mostrava una terra delimitata da oceani; la maestria con cui era realizzata faceva impallidire i suoi tentativi.
Si alzò e si diresse verso il tavolo a bocca aperta, con il Ritmo della Meraviglia che le risuonava nella mente. “Questo è stupendo!” Perfino gli imponenti candelabri e le pareti intagliate non erano nulla a paragone. Quella mappa era conoscenza e bellezza, fuse in una cosa sola.
«Pensavo che saresti stata lieta di sentire che siamo alleati per cercare di far tornare i vostri dèi» disse Gavilar. A Eshonai sembrava quasi di udire il Ritmo del Rimprovero nelle sue parole morte. «Affermate di temerli, ma perché temere ciò che vi ha reso vivi? Il mio popolo ha bisogno di essere unificato e io ho bisogno di un impero che non cada facile preda di lotte intestine quando io non ci sarò più.»
«Perciò cercate la guerra
«Cerco la fine per qualcosa che non abbiamo mai terminato. Un tempo i miei antenati erano Radiosi e i tuoi – i parshi – erano pieni di vita. A chi giova questo mondo scialbo in cui i miei simili si combattono in interminabili lotte fratricide, senza alcuna luce a guidarli, mentre i tuoi sono come cadaveri ambulanti?» Eshonai tornò a guardare la mappa. «Dove... dove sono le Pianure Infrante? Sono questa zona?»
«Quella che stai indicando è l’intera Natanatan, Eshonai! Queste sono le Pianure Infrante.» Segnò un punto non molto più grande dell’unghia del suo pol- lice, quando l’intera mappa era grande quanto il tavolo.
L’improvviso cambio di prospettiva la lasciò frastornata. Quello era il mondo? Eshonai aveva presunto che nel viaggio fino a Kholinar avessero attraversato tutta la terra percorribile. Perché non le avevano mostrato prima quella mappa? Si sentì cedere le gambe e intonò Lutto. Si lasciò cadere di nuovo sulla sedia, incapace di rimanere in piedi. “Così vasto.”
Gavilar tirò fuori qualcosa dalla tasca. Una sfera? Era scura, eppure in qualche modo brillava. Come se avesse... un’aura di oscurità, una luce irreale che non era luce. Una debole tonalità viola. Sembrava risucchiare la luce intorno a sé.
La posò sul tavolo davanti a lei. «Portala ai Cinque e riferisci quello che ti ho spiegato. Di’ loro di ricordare cos’era una volta il vostro popolo. Svegliate- vi, Eshonai.»
Le diede una pacca sulla spalla, poi lasciò la stanza. Lei fissò quella luce terribile e dalle canzoni la riconobbe per ciò che era. Le forme di potere erano sta- te associate a una luce scura, proveniente dal re degli dèi.
Prese la sfera dal tavolo e si mise a correre.

GIURAMENTO

Brandon Sanderson

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