Sanderson: Giuramento – Capitolo 9

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 9

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Ecco il Capitolo 9 della Prima Parte:



La somma delle mie esperienze mirava a questo momento. A questa decisione.



Da Giuramento, prefazione


Un vantaggio dell’essere diventata “luminosità Radiosa” era che tanto per cambiare ci si aspettava che prendesse parte a eventi importanti. Nessuno mise in discussione la sua presenza durante la corsa per i corridoi, illuminati da lanterne a olio portate dalle guardie. Nessuno pensò che lei fosse fuori posto; nessuno prese nemmeno in considerazione il decoro nel condurre una giovane donna sulla scena di un delitto brutale. Che gradito cambiamento! Da quello che aveva sentito dire dall’esploratrice a Dalinar, il cadavere era di un ufficiale occhichiari di nome Vedekar Perel. Apparteneva all’esercito di Sebarial, ma Shallan non lo conosceva. Il corpo era stato scoperto da una squadra di ricognizione in una parte remota del secondo livello della torre.
Mentre si avvicinavano, Dalinar e le sue guardie coprirono a passi rapidi il resto del tragitto, distanziando Shallan. Folgorati Alethi e le loro gambe lunghe! Lei cercò di risucchiare un po’ di Folgoluce, ma l’aveva usata tutta quanta su quella dannata mappa, che si era disintegrata in uno sbuffo di Luce quando erano usciti. Tutto ciò la lasciò esausta e irritata. Più avanti, Adolin si fermò e si guardò indietro. Spostò il peso da un piede all’altro, come se fosse impaziente, poi si precipitò da lei invece di correre avanti.
«Grazie» disse Shallan mentre Adolin si metteva al passo accanto a lei.
«Non è che possa morire più di quanto lo sia già, giusto?» osservò lui, poi ridacchiò con aria imbarazzata. In quella faccenda, qualcosa lo aveva turbato parecchio. Allungò la mano ferita, ancora steccata, verso quella di Shallan, poi sussultò.
Lei invece gli prese il braccio e Adolin sollevò la lanterna a olio mentre procedeva- no rapidi. Lì le stratificazioni formavano un motivo a spirale, contorcendosi lungo il pavimento, il soffitto e le pareti come le filettature di una vite. Era talmente impressionante che Shallan ne catturò una Memoria per disegnarlo più tardi. Lei e Adolin finalmente raggiunsero gli altri, superando un gruppo di guardie che delimitavano un perimetro. Anche se il Ponte Quattro aveva scoperto il corpo, avevano mandato a chiamare rinforzi che appartenevano ai Kholin per mettere in sicurezza la zona.
Sorvegliavano una camera di medie dimensioni ora illuminata da una moltitudine di lampade a olio. Shallan si soffermò sulla soglia proprio davanti a uno scalino che correva lungo un’ampia depressione squadrata, profonda quattro piedi, intagliata nel pavimento di pietra della stanza. Le stratificazioni alle pareti lì continuavano a incurvarsi, torcendosi in un miscuglio di tonalità arancione, rosso e marrone, per poi rigonfiarsi lungo i lati della camera in ampie fasce, prima di intrecciarsi di nuovo in strisce ristrette e continuare lungo il corridoio che costituiva l’uscita dall’altro lato.
Il morto giaceva sul fondo della cavità. Shallan si fece forza, ma trovò comunque quella vista nauseante. Era steso supino ed era stato pugnalato proprio nell’occhio. Il suo volto era tutto sporco di sangue, gli abiti stropicciati per quella che sembrava essere stata una colluttazione prolungata.
Dalinar e Navani si trovavano sullo scalino sopra la depressione. Il volto di Dalinar era duro come una roccia. Navani se ne stava con la manosalva sollevata alle labbra.
«L’abbiamo trovato proprio così, luminobile» disse Peet il pontiere. «Vi abbia- mo mandato a chiamare immediatamente. Che io sia folgorato se non sembra proprio quello che è successo all’altoprincipe Sadeas.»
«È perfino riverso nella stessa posizione» osservò Navani, afferrandosi le gonne e scendendo una rampa di gradini fino alla zona più bassa. Occupava quasi l’intera stanza. In effetti...
Shallan guardò verso i recessi superiori della camera, dove diverse sculture di pietra a forma di teste di cavallo si protendevano dalle pareti con la bocca aperta. “Cannelle” pensò. “Questa era una stanza da bagno.”
Navani si inginocchiò accanto al corpo, lontano dal sangue che scorreva verso lo scarico dal lato opposto della vasca. «Notevole... la posizione, la perforazione dell’occhio... È esattamente quello che è successo a Sadeas. Deve trattarsi dello stesso assassino.»
Nessuno cercò di proteggere Navani da quella vista, come se fosse del tutto adeguato che la madre del re toccasse un cadavere. Chi poteva saperlo? Forse ad Alethkar ci si aspettava che le nobildonne facessero quel genere di cose. A Shallan risultava ancora strano quanto fossero temerari gli Alethi nel trascinare in battaglia le loro donne perché fungessero da scrivane, messaggere ed esploratrici.
Guardò verso Adolin per capire come lui valutasse la situazione e lo trovò con lo sguardo fisso, sbigottito, la bocca aperta e gli occhi sgranati. «Adolin?» domandò Shallan. «Lo conoscevi?»
Lui non parve sentirla. «Questo è impossibile» borbottò. «Impossibile
«Adolin?»
«Io... No, io non lo conoscevo, Shallan. Ma avevo presunto che... voglio dire, immaginavo che la morte di Sadeas fosse un delitto isolato. Sai com’è... Probabilmente si era cacciato nei guai. Molte persone avrebbero potuto desiderare la sua morte, giusto?»
«A quanto pare si trattava di qualcosa di più» disse Shallan, incrociando le braccia mentre Dalinar scendeva i gradini per raggiungere Navani, seguito da Peet, Lopen e, sorprendentemente, Rlain del Ponte Quattro. Questi attirò l’attenzione degli altri soldati, diversi dei quali senza farsi notare presero posizione per proteggere Dalinar dal Parshendi. Lo consideravano un pericolo, a prescindere da quale uniforme indossasse.
«Colot?» disse Dalinar, guardando verso il capitano occhichiari che aveva con- dotto lì i soldati. «Tu sei un arciere, giusto? Quinto battaglione?»
«Sì, signore!»
«Come mai stai esplorando la torre con il Ponte Quattro?» domandò Dalinar.
«I Corrivento avevano bisogno di piedi in più, signore, e accesso a più esploratori e scrivane per le mappe. I miei arcieri sono agili. Ho immaginato fosse meglio che effettuare esercitazioni da parata al freddo, così ho offerto la mia compagnia come volontaria.»
Dalinar grugnì. «Quinto battaglione... chi era la vostra forza di sorveglianza?»
«L’Ottava compagnia» rispose Colot. «Il capitano Tallan. Un mio buon ami- co. Lui... non ce l’ha fatta, signore.»
«Mi dispiace, capitano» disse Dalinar. «Tu e i tuoi uomini potete ritirarvi per un momento e lasciarmi consultare con mio figlio? Mantenete quel perimetro finché non vi ordino altrimenti, ma informate re Elhokar e mandate un messaggero da Sebarial. Gli farò visita e gli parlerò di persona, ma è meglio che sia già avvisato.»
«Sì, signore» disse l’arciere smilzo, poi si mise a impartire ordini. I soldati se ne andarono, inclusi i pontieri. Mentre si muovevano, Shallan avvertì qualcosa pizzicarle la nuca. Rabbrividì e non poté fare a meno di lanciare un’occhiata alle spalle, detestando il modo in cui quell’edificio imperscrutabile la faceva sentire. Renarin era in piedi dietro di lei. Shallan sobbalzò, lasciandosi sfuggire uno strilletto patetico. Poi arrossì con violenza: si era proprio dimenticata che fosse assieme a loro. Alcuni vergognaspren apparvero attorno a lei, fluttuando come petali bianchi e rossi. Shallan li attirava di rado, cosa di cui era stupita. Aveva
pensato che si sarebbero trasferiti in pianta stabile nelle sue vicinanze.
«Spiacente» borbottò Renarin. «Non intendevo avvicinarmi a voi di soppiatto.» Adolin scese nella grande vasca, ancora con aria distratta. Era così turbato dal fatto che in mezzo a loro ci fosse un assassino? La gente cercava di ucciderlo praticamente ogni giorno. Shallan afferrò la gonna del suo havah e lo seguì, tenendosi lontana dal sangue.
«Questo è preoccupante» disse Dalinar. «Ci troviamo di fronte a una minac- cia terribile intenzionata a spazzar via la nostra specie da Roshar come foglie davanti al folgomuro. Non ho tempo per occuparmi di un assassino che si aggira per questi cunicoli.» Alzò lo sguardo su Adolin. «Molti degli uomini che avrei assegnato a un’indagine come questa sono morti. Nite, Malan... la Guardia del re non è messa tanto meglio e i pontieri – nonostante le loro ottime qualità – non hanno esperienza in questo genere di cose. Sarà necessario che affidi questo compito a te, figlio mio.»
«A me?» disse Adolin.
«Hai fatto un buon lavoro con l’indagine sull’incidente con la sella del re, anche se alla fine si è rivelata una caccia a vuoto. Aladar è l’Altoprincipe di Informazione. Va’ da lui, spiegagli cos’è successo e usa una delle sue squadre di vigilanza per indagare. Poi lavora con loro come mio tramite.»
«Voi volete» disse Adolin «che io indaghi su chi ha ucciso Sadeas.»
Dalinar annuì, accovacciandosi accanto al cadavere, anche se Shallan non aveva idea di cosa si aspettasse di vedere. Quell’uomo era bell’e morto. «Forse se metterò mio figlio a lavorare su questo, ciò convincerà la gente che prendo sul serio la ricerca dell’assassino. O forse no: potrebbero semplicemente pensare che ho incaricato qualcuno in grado di mantenere il segreto. Tempeste, mi manca Jasnah. Lei avrebbe saputo come gestire la situazione, fare in modo che il giudizio non si rivoltasse contro di noi in un processo.
«A ogni modo, figliolo, concentrati su questo. Accertati che gli altri altiprincipi come minimo sappiano che consideriamo questi omicidi una priorità e che siamo determinati a scoprire chi li ha commessi.»
Adolin deglutì. «Capisco.»
Shallan strinse gli occhi. Che gli era preso? Lanciò un’occhiata in direzione di Renarin, che era ancora lassù, sul passaggio che circondava la vasca vuota. Stava osservando il fratello con penetranti occhi color zaffiro. Era sempre stato un po’ strano, ma sembrava sapere qualcosa di cui Shallan non era al corrente.
Sulla sua gonna, Schema canticchiò piano.
Dalinar e Navani alla fine se ne andarono per parlare con Sebarial. Quando furono usciti, Shallan afferrò Adolin per il braccio. «Cosa c’è che non va?» sibilò. «Conoscevi l’uomo assassinato, vero? Sai chi l’ha ucciso?»
Lui la guardò fisso negli occhi. «Non ho idea di chi abbia fatto questo, Shallan, ma ho intenzione di scoprirlo.»
Lei sostenne lo sguardo dei suoi occhi azzurro chiaro, soppesandolo. Tempeste, cosa andava a pensare? Adolin era un uomo meraviglioso, ma era subdolo quanto un neonato.
Adolin si allontanò a grandi passi e Shallan si affrettò a tenergli dietro. Renarin rimase nella stanza, seguendoli con lo sguardo lungo il corridoio fino a quando Shallan non si fu allontanata abbastanza da non riuscire più a vederlo, sbirciando alle proprie spalle.