Sanderson: Giuramento – Capitolo 8

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 8

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Ecco il Capitolo 8 della Prima Parte:

 

Giuramento Capitolo 8


Nonostante quel momento, posso sinceramente dire che questo libro covava dentro di me fin dalla giovinezza.



Da Giuramento, prefazione


Shallan disegnava.
Graffiava il suo blocco da disegno con passate forti e irrequiete. Si rigirava il carboncino tra le dita dopo poche linee, cercando i punti più acuti per tracciare le righe di un nero intenso.
«Hmmm...» mormorò Schema vicino ai suoi polpacci, dove le decorava la gonna come un ricamo. «Shallan?»
Lei continuò a disegnare, riempiendo la pagina di grosse linee nere.
«Shallan?» chiese ancora Schema. «Capisco perché mi odi. Non intendevo aiutarti a uccidere tua madre, ma è ciò che ho fatto. È ciò che ho fatto...» Shallan strinse i denti e continuò a disegnare. Sedeva all’esterno di Urithiru, con la schiena appoggiata alla fredda roccia, le dita dei piedi gelate e freddospren che crescevano come piccoli spuntoni attorno a lei. I suoi capelli scarmigliati le schioccarono davanti alla faccia con una folata di vento e lei dovette bloccare il foglio sul blocco con i pollici, uno dei quali intrappolato nella manica sinistra.
«Shallan...» insistette Schema.
«È tutto a posto» disse la donna con voce sommessa mentre il vento si placava. «Lasciami... lasciami disegnare e basta.»
«Hmmm...» mormorò Schema. «Una menzogna potente...»
Un semplice paesaggio: avrebbe dovuto essere in grado di disegnare un semplice, rilassante paesaggio. Sedeva sul bordo di una delle dieci piattaforme delle Giuriporte, che sorgeva dieci piedi sopra l’altopiano principale. Poco tempo prima, lei aveva attivato quella Giuriporta per trasferire qualche altro centinaio delle migliaia di persone in attesa a Narak. Sarebbe stata l’ultima volta per un po’: ogni utilizzo del congegno richiedeva una quantità incredibile di Folgoluce. Perfino con le gemme portate dai nuovi arrivati, non ce n’era molta per far fronte a tutto.
Inoltre non c’era abbastanza lei per far fronte a tutto. Solo un Cavaliere Radioso completo e attivo poteva azionare le strutture di controllo al centro di ciascuna piattaforma e dare inizio allo scambio. Per adesso, ciò voleva dire soltanto Shallan.
E significava che ogni volta doveva evocare la sua Lama. Quella che aveva usato per uccidere la madre. Una verità che aveva pronunciato come un Ideale per il suo ordine di Radiosi.
Pertanto una verità che non poteva più relegare in fondo alla mente e dimenticare. “Disegna e basta.”
La città dominava la sua visuale. Si estendeva verso l’alto così tanto che Shallan faticava a racchiudere quella torre enorme all’interno della pagina. Jasnah aveva ricercato quel posto nella speranza di trovarvi registri e libri dell’antichità: finora non avevano scoperto nulla del genere. Invece, Shallan si sforzava di comprendere la torre.
Se l’avesse fissata in un bozzetto, sarebbe stata finalmente in grado di afferrarne le incredibili dimensioni? Non riusciva a trovare un’angolazione da cui osservare l’intera torre, perciò continuava a concentrarsi sui particolari. I balconi, le forme dei campi, le aperture cavernose, come fauci che divoravano, consumavano, sopraffacevano.
Finì per ottenere non un disegno della torre stessa, bensì un intreccio di linee su uno sfondo di carboncino più leggero. Fissava lo schizzo quando un ventospren passò e increspò le pagine. Shallan sospirò, lasciando cadere il carboncino nel borsello e tirando fuori uno straccio per pulirsi le dita della manofranca. Giù sull’altopiano, i soldati si stavano esercitando. Il pensiero che tutti quanti loro vivessero in quel posto turbava Shallan. Il che era stupido. Era solo un edificio.
Ma era un edificio che lei non riusciva a disegnare.
«Shallan...» disse Schema.
«Troveremo una soluzione» disse lei tenendo gli occhi fissi di fronte a sé. «Non è colpa tua se i miei genitori sono morti. Non sei stato tu la causa.»
«Puoi odiarmi» disse Schema. «Io capisco.»
Shallan chiuse gli occhi. Non voleva che Schema capisse. Voleva che la convincesse che si sbagliava. Lei aveva bisogno di sbagliarsi.
«Io non odio te, Schema» disse Shallan. «Odio la spada.»
«Ma...»
«La spada non sei tu. La spada è me, mio padre, la nostra vita e il modo in cui tutto è andato storto.»
«Io...» mormorò Schema piano. «Io non capisco.»
“Sarei stupefatta se ci riuscissi” pensò Shallan. “Perché io proprio non ci riesco.” Per fortuna le si presentò una distrazione nella forma di un’esploratrice che risaliva la rampa verso la piattaforma dov’era appollaiata. La donna occhiscuri indossava abiti bianchi e blu, con pantaloni sotto una gonna da messaggero, e aveva lunghi capelli scuri da Alethi.
«Ehm, luminosità Radiosa?» chiese l’esploratrice dopo essersi inchinata. «L’altoprincipe ha richiesto la vostra presenza.»
«Che seccatura» disse Shallan, anche se dentro di sé era sollevata di avere qualcosa da fare. Porse all’esploratrice il suo quaderno di bozzetti perché glielo reggesse mentre lei riponeva le altre cose nella cartella.
“Sfere spente” osservò.
Mentre tre degli altiprincipi si erano uniti a Dalinar nella sua spedizione al centro delle Pianure Infrante, la maggior parte era rimasta indietro. Quando era giunta quell’altempesta inattesa, Hatham aveva ricevuto notizia via distacanna dagli esploratori sparsi per le pianure.
Il suo campo militare era riuscito ad appendere buona parte delle sfere all’esterno a ricaricarsi prima dell’arrivo della tempesta, assicurandogli un’enorme quantità di Folgoluce rispetto agli altri. Stava diventando un uomo ricco dal momento che Dalinar effettuava scambi con sfere infuse per azionare la Giuriporta e far arrivare provviste.
Al confronto, fornirle sfere perché si esercitasse nel Tessiluce non era una spesa così abnorme, ma Shallan si sentì comunque in colpa nel vedere che ne ave- va prosciugate due consumando Folgoluce per resistere all’aria gelida. Avrebbe dovuto essere più oculata.
Rimise tutto quanto nella cartellina, poi allungò la mano per riprendere il quaderno e trovò l’esploratrice che sfogliava le pagine con occhi sgranati. «Luminosità...» disse. «Sono straordinari.»
Parecchi erano disegni con una visuale dalla base della torre, che trasmettevano un vago senso dell’imponenza di Urithiru ma più che altro davano una sensazione di vertigine. Insoddisfatta, Shallan si rese conto che aveva enfatizzato la natura surreale dei bozzetti con prospettive e punti di fuga impossibili.
«Sto cercando di disegnare la torre,» spiegò «ma non riesco a ottenerla dall’an- golazione giusta.» Forse quando il luminobile Occhi Pensierosi fosse torna- to, avrebbe potuto portarla in volo su un altro picco lungo la catena montuosa.
«Non ho mai visto nulla del genere» disse l’esploratrice continuando a sfogliare. «Come lo chiamate?»
«Surrealismo» rispose Shallan, riprendendo il grosso quaderno e ficcandoselo sottobraccio. «Era un vecchio movimento artistico. Suppongo di esserci tornata in automatico quando non sono riuscita a disegnare l’immagine come la volevo. Quasi nessuno ormai lo considera più tranne gli studenti.»
«Mi sento come se il mio cervello pensasse di essersi dimenticato di svegliarsi.» Shallan fece un gesto e l’esploratrice la precedette, scendendo per attraversare l’altopiano. Lì Shallan notò che non pochi soldati sul campo avevano interrotto le loro esercitazioni e la stavano osservando. Che seccatura. Non sarebbe mai tornata a essere semplicemente Shallan, la ragazza insignificante da una cittadina remota. Adesso era “luminosità Radiosa”, verosimilmente dell’Ordine degli Altrovocanti. Aveva persuaso Dalinar a fingere – almeno in pubblico – che lei fosse di un ordine incapace di creare illusioni. Aveva bisogno che quel segreto non si diffondesse, altrimenti la sua efficacia ne sarebbe risultata indebolita. I soldati la fissarono come se si aspettassero che le crescesse addosso una Stratopiastra, che lanciasse strali di fuoco dagli occhi e che volasse via per abbattere una montagna o due. “Probabilmente dovrei provare a comportarmi in modo più controllato” pensò Shallan tra sé. “Più... cavalleresco?”
Lanciò un’occhiata a un soldato che indossava il rosso e l’oro dell’esercito di Hatham. Quello abbassò immediatamente lo sguardo e strofinò la preghiera sigilloglifo legata attorno al braccio destro. Dalinar era deciso a ristabilire la reputazione dei Radiosi, ma tempeste, non si poteva cambiare la prospettiva di un’intera nazione nel giro di pochi mesi. Gli antichi Cavalieri Radiosi avevano tradito l’umanità: per quanto molti Alethi sembrassero disposti a dare agli ordini una seconda possibilità, altri non erano così indulgenti.
Tuttavia, Shallan cercò di tenere la testa alta, la schiena dritta e camminare come le avevano sempre insegnato i suoi tutori. Il potere era un’illusione della percezione, come le aveva spiegato Jasnah. Il primo passo per avere il controllo era vedere se stessi come capaci di avere il controllo.
L’esploratrice la condusse dentro la torre e su per una rampa di scale, verso il settore sicuro di Dalinar. «Luminosità?» chiese la donna mentre camminavano.
«Posso farvi una domanda?»
«Dato che quella era una domanda, pare proprio che tu possa.»
«Oh, ehm. A-ha.»
«È tutto a posto. Cosa volevi sapere?»
«Voi siete... una Radiosa.»
«Questa in realtà era un’affermazione e mi sta facendo dubitare di ciò che ho appena detto.»
«Sono spiacente. È solo che... sono curiosa, luminosità. Come funziona essere una Radiosa? Avete una Stratolama?»
Allora era lì che voleva andare a parare. «Ti assicuro» disse Shallan «che è del tutto possibile rimanere adeguatamente femminile e svolgere al contempo i miei doveri come cavaliere.»
«Oh» disse l’esploratrice. Stranamente, sembrava delusa da quella risposta.
«Ma certo, luminosità.»
Urithiru pareva essere stata intagliata direttamente dalla roccia di una montagna, come una scultura. In effetti, non c’erano giunture agli angoli delle stanze, né blocchi o mattoni distinti alle pareti. Buona parte della pietra metteva in mostra sottili linee di stratificazioni. Linee bellissime di tonalità variegate, come pezze di tessuti impilate nella bottega di un mercante.
I corridoi spesso rigiravano in strane curve e solo di rado procedevano dritti fino a un’intersezione. Dalinar ipotizzava che potesse essere un modo per ingannare gli invasori, come la fortificazione di un castello. Le curve continue e la mancanza di giunzioni facevano assomigliare i corridoi a cunicoli.
Shallan non aveva bisogno di una guida: le stratificazioni che solcavano le pareti avevano dei motivi peculiari. Altri sembravano avere problemi a distinguerli e parlavano di dipingere i pavimenti con linee guida. Non riuscivano a riconoscere quel motivo di ampie stratificazioni rosse che si alternavano ad altre gialle più piccole? Bastava andare nella direzione in cui le linee si inclinavano leggermente verso l’alto e sarebbero arrivati agli alloggi di Dalinar.
Presto giunsero e l’esploratrice si mise di piantone alla porta nel caso in cui fossero ancora necessari i suoi servigi. Shallan entrò in una stanza che solo un giorno prima era stata vuota, ma adesso era abbellita con dei mobili che creavano un ampio luogo d’incontro proprio fuori delle camere private di Dalinar e Navani. Adolin, Renarin e Navani sedevano davanti a Dalinar, che era in piedi con le mani sui fianchi a contemplare una mappa di Roshar appesa alla parete. Anche se quel posto era pieno zeppo di tappeti e mobili lussuosi, tutta quell’eleganza si addiceva a quella camera tetra come l’havah di una signora a un maiale.
«Non so come trattare con gli Azish, padre» stava dicendo Renarin quando lei entrò. «Il loro nuovo imperatore li rende imprevedibili.»
«Sono Azish» osservò Adolin, agitando la mano sana per salutare Shallan.
«Come possono non essere prevedibili? Il loro governo non prescrive perfino come sbucciare la frutta?»
«È uno stereotipo» disse Renarin. Indossava l’uniforme del Ponte Quattro, ma aveva una coperta sulle spalle e teneva in mano una tazza di tè fumante, anche se la stanza non era particolarmente fredda. «Sì, hanno una burocrazia estesa. Un cambio di governo causerà comunque qualche subbuglio. In effetti, però, potrebbe essere più semplice per questo nuovo imperatore azish cambiare politica, dal momento che la loro politica è abbastanza ben definita da poter cambiare.»
«Io non mi preoccuperei degli Azish» disse Navani, tamburellando la penna sul suo taccuino e poi scrivendoci qualcosa. «Sentiranno ragione: lo fanno sempre. E Tukar ed Emul? Non sarei sorpresa se quella loro guerra fosse sufficiente a distrarli perfino dal ritorno delle Desolazioni.»
Dalinar grugnì e si sfregò il mento con una mano. «A Tukar c’è quel condottiero. Come si chiama?»
«Tezim» disse Navani. «Afferma di essere un aspetto dell’Onnipotente.» Shallan tirò su col naso mentre scivolava sulla sedia accanto a Adolin, posando cartella e blocco da disegno sul pavimento. «Aspetto dell’Onnipotente? Almeno è umile.»
Dalinar si voltò verso di lei, poi serrò le mani dietro la schiena. Sembrava sempre così... grande. Più grande di qualunque stanza in cui si trovasse, la fronte eternamente corrucciata dai pensieri più profondi. Dalinar Kholin poteva far sembrare la scelta di cosa mangiare a colazione come la decisione più importante di tutta Roshar.
«Luminosità Shallan» attaccò. «Ditemi, come vi comportereste con i regni makabaki? Ora che la tempesta è arrivata come avevamo avvisato, abbiamo un’opportunità di trattare con loro da una posizione di forza. Azir è il più importante, ma ha appena affrontato una crisi di successione. Emul e Tukar naturalmente sono in guerra, come ha fatto notare Navani. Di sicuro ci potrebbero tornare utili le reti di informazione di Tashikk, ma sono così isolazionisti. Restano Yezier e Liafor. Forse il peso del loro coinvolgimento convincerebbe i loro vicini?»
Si voltò verso di lei trepidante.
«Sì, sì» rispose Shallan, pensierosa. «Ho udito parlare di parecchi di quei luoghi.» Le labbra di Dalinar si contrassero in una linea sottile e Schema canticchiò per la preoccupazione sulle sue gonne. Dalinar non sembrava il tipo di uomo con cui scherzare.
«Sono spiacente, luminobile» continuò Shallan, mettendosi comoda sulla sedia. «Ma sono confusa sul motivo per cui desiderate il mio contributo. So di quei regni, certo... ma la mia conoscenza è puramente accademica. Forse potrei elencarvi le loro principali esportazioni, ma per quanto riguarda la politica estera... be’, non avevo nemmeno parlato con qualcuno di Alethkar prima di lasciare la mia patria. E noi siamo vicini!»
«Capisco» disse Dalinar piano. «Il vostro spren può dare qualche consiglio?
Lo tirereste fuori per parlare con noi?»
«Schema? Non è particolarmente esperto della nostra specie, che è quasi il motivo per cui si trova qui.» Si spostò sulla sedia. «E a essere sincera, luminobile, credo che abbia paura di voi.»
«Be’, è evidente che non è uno sciocco» osservò Adolin. Dalinar scoccò un’occhiataccia a suo figlio.
«Non fate così, padre» disse Adolin. «Se c’è qualcuno che può andare in giro a intimidire le forze della natura, quello siete voi.»
Dalinar sospirò, poi si voltò e posò la mano sulla mappa. Curiosamente, fu Renarin ad alzarsi in piedi, mettendo da parte coperta e tazza, per poi andare a posare la mano sulla spalla del padre. Il giovane sembrava ancora più allampanato quando si trovava accanto a Dalinar, e anche se i suoi capelli non erano biondi quanto quelli di Adolin, erano comunque chiazzati di giallo. Creava un contrasto così strano con Dalinar, quasi come se fossero stati fatti di una pasta completamente diversa.
«È così grande, figliolo» disse Dalinar guardando la mappa. «Come posso unire tutta Roshar quando non ho nemmeno visitato molti di questi regni? La giovane Shallan ha detto cose sagge, anche se forse non se n’è resa conto. Noi non conosciamo questi popoli. Ora ci si aspetta che io sia responsabile per loro? Vorrei poter vedere tutto quanto...»
Shallan si mosse di nuovo, avendo l’impressione di essere stata dimenticata. Forse Dalinar l’aveva mandata a chiamare perché voleva cercare l’aiuto dei suoi Radiosi, ma le dinamiche dei Kholin erano state sempre strettamente familiari. In quello, lei era un’intrusa.
Dalinar si voltò e andò a versare una coppa di vino da una caraffa riscaldata vicino alla porta. Mentre passava accanto a Shallan, lei avvertì qualcosa di insolito. Un sobbalzo dentro di sé, come se parte di lei fosse tirata da Dalinar.
Lui le passò di nuovo accanto con la coppa in mano e Shallan si alzò dalla sedia, seguendolo verso la mappa alla parete. Inspirò mentre camminava, estraendo Folgoluce dalla cartella in un flusso scintillante. Ne fu pervasa e un bagliore cominciò a diffondersi dalla sua pelle. Posò la manofranca contro la mappa. La Folgoluce che fuoriusciva da lei illuminò la mappa in una vorticante tempesta di Luce.
Non capiva esattamente cosa stesse facendo, ma le succedeva di rado. L’arte non era questione di capire, ma di sapere.
La Folgoluce scorse via dalla mappa, passando tra lei e Dalinar rapidamente e inducendo Navani a precipitarsi giù dalla sedia e indietreggiare. La Luce turbinò nella stanza e divenne un’altra mappa, più grande, che fluttuava come se fosse appoggiata su un tavolo al centro della camera. Montagne crebbero come pieghe in un pezzo di stoffa tirata. Vaste pianure risplendettero verdi di rampicanti e campi erbosi. Pendici collinari brulle battute dal lato rivolto alla tempesta mostrarono splendide ombre di vita sui lati sottovento. Folgopadre... mentre guardava, la topografia del paesaggio diventava reale.
A Shallan si mozzò il fiato. Era stata lei a produrre ciò? Come? Le sue illusioni di solito richiedevano un disegno precedente da imitare.
La mappa si estese fino ai lati della stanza, scintillando ai bordi. Adolin si alzò dalla sedia e passò nel mezzo dell’illusione fino ad arrivare da qualche parte vicino a Kharbranth. Fili di Folgoluce si staccarono attorno a lui, ma quando si mosse, l’immagine vorticò e si riformò ordinatamente alle sue spalle.
«Come...» Dalinar si abbassò vicino alla parte dove si trovavano loro, che raffigurava le Isole Reshi. «Il dettaglio è impressionante. Riesco quasi a vedere le città. Cosa avete fatto?»
«Non so se ho fatto qualcosa» rispose Shallan, passando attraverso l’illusione e sentendo la Folgoluce turbinare attorno a lei. Malgrado il dettaglio, la prospettiva era comunque molto distante e le montagne non erano alte nemmeno quanto una delle sue unghie. «Non avrei potuto creare tutto questo, luminobile. Non ne ho la conoscenza.»
«Be’, io non l’ho fatto» disse Renarin. «La Folgoluce quasi certamente veni- va da voi, luminosità.»
«Sì, be’, in quel momento vostro padre mi stava strattonando.»
«Strattonando?» chiese Adolin.
«Il Folgopadre» disse Dalinar. «Questa è la sua influenza: questo è ciò che vede ogni volta che una tempesta soffia su Roshar. Non sono stato io, né voi, ma noi. In qualche modo.»
«Be’,» osservò Shallan «vi stavate lamentando di non poter avere un quadro completo...»
«Quanta Folgoluce ha richiesto tutto ciò?» domandò Navani, girando attorno ai bordi di quella nuova, luminosa mappa.
Shallan controllò la sua cartella. «Ehm... tutta quanta.»
«Ve ne procureremo altra» disse Navani con un sospiro.
«Sono spiacente per...»
«No» disse Dalinar. «Far esercitare i miei Radiosi con i loro poteri è tra le risorse più preziose che potrei acquistare in questo momento. Anche se Hatham ci fa pagare le sfere un occhio della testa.»
Dalinar camminò attraverso l’immagine, perturbandola in un turbinio che lo circondava. Si fermò vicino al centro, accanto alla posizione di Urithiru. Guardò da un lato all’altro della stanza in una panoramica lunga e lenta.
«Dieci città» mormorò. «Dieci regni. Dieci Giuriporte che li collegano da un’epoca remota. È così che li affrontiamo. È così che cominciamo. Non inizieremo salvando il mondo, ma con un semplice passo. Proteggeremo le città con le Giuriporte.
«I Nichiliferi sono ovunque, ma noi possiamo essere più mobili. Possiamo rafforzare le capitali, consegnare cibo o Animutanti rapidamente tra un regno e l’altro. Possiamo rendere quelle dieci città baluardi di luce e forza. Ma dobbiamo agire in fretta. Lui sta arrivando. L’uomo con nove ombre...»
«Ossia?» chiese Shallan, drizzando le orecchie.
«Il campione del nemico» rispose Dalinar, stringendo gli occhi. «Nelle visioni, Onore mi ha detto che la nostra migliore possibilità di sopravvivere comporta costringere Odio ad accettare una contesa tra campioni. Io ho visto il campione del nemico: una creatura con un’armatura nera e occhi rossi. Un parshi, forse. Aveva nove ombre.»
Lì vicino, Renarin si era voltato verso suo padre, gli occhi sgranati e la bocca spalancata. Nessun altro parve notarlo.
«Azimir, capitale di Azir,» disse Dalinar, spostandosi da Urithiru al centro di Azir verso ovest «ospita una Giuriporta. Dobbiamo azionarla e conquistare la fiducia degli Azish. Saranno importanti per la nostra causa.»
Proseguì ancora più a ovest. «C’è una Giuriporta nascosta a Shinovar. Un’altra nella capitale di Babatharnam e una quarta nella lontana Rall Elorim, la Città delle ombre.»
«Un’altra a Rira» disse Navani, unendosi a lui. «Jasnah pensava che fosse a Kurth. Una sesta andò perduta ad Aimia, la città che fu distrutta.»
Dalinar bofonchiò, poi si voltò verso la parte orientale della mappa. «Con Vedenar fanno sette» calcolò posizionandosi sulla patria di Shallan. «E con Thaylen sono otto. Poi ci sono le Pianure Infrante, che controlliamo.»
«E l’ultima è a Kholinar» aggiunse Adolin piano. «La nostra casa.»
Shallan si avvicinò e lo toccò sul braccio. Le comunicazioni via distacanna con la città avevano smesso di funzionare. Nessuno sapeva quale fosse la situazione a Kholinar; il loro indizio migliore era arrivato tramite il messaggio di Kaladin via distacanna.
«Inizieremo in piccolo,» disse Dalinar «con alcuni dei più importanti regni per controllare il mondo. Azir. Jah Keved. Thaylenah. Contatteremo altre nazioni, ma ci concentreremo su queste tre potenze. Azir per la sua organizzazione e la sua influenza politica. Thaylenah per la sua potenza navale e di trasporto. Jah Keved per la sua potenza militare. Luminosità Davar, qualunque informazione possiate offrire sulla vostra patria – e sulle sue condizioni a seguito della guerra civile – sarà apprezzata.»
«E Kholinar?» chiese Adolin.
La risposta di Dalinar fu interrotta quando qualcuno bussò alla porta. Lui invitò a entrare e fece capolino l’esploratrice di prima. «Luminobile» disse con aria preoccupata. «C’è qualcosa che dovete vedere.»
«Di che si tratta, Lyn?»
«Luminobile, signore. C’è... c’è stato un altro omicidio.»