Sanderson: Giuramento – Capitolo 7

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 7

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Ecco il Capitolo 7 della Prima Parte:

Giuramento Capitolo 7


Non sono morto. Ho sperimentato qualcosa di peggio



Da Giuramento, prefazione


«Kaladin!» esclamò Lirin prendendolo per la spalla. «Cosa stai facendo, figlio mio?»
Roshone, a terra col naso sanguinante, farfugliò: «Guardie, prendetelo! Mi avete sentito?».
Syl atterrò sulla spalla di Kaladin, le mani sui fianchi. Tamburellò il piede.
«Probabilmente se lo meritava.»
La guardia occhiscuri si precipitò ad aiutare Roshone ad alzarsi mentre il capitano spianava la spada verso Kaladin. Un terzo si unì a loro, accorrendo da un’altra stanza.
Kaladin fece un passo indietro, mettendosi in una posizione di difesa.
«Ebbene?» domandò Roshone, tenendosi il fazzoletto premuto sul naso. «Abbattetelo!» Rabbiaspren ribollirono su dal terreno in pozze.
«Per favore, no» urlò la madre di Kaladin, aggrappandosi a Lirin. «È solo sconvolto. È...»
Kaladin protese una mano verso di lei con il palmo in avanti, per zittirla. «È tutto a posto, madre. Era solo il pagamento di un piccolo debito in sospeso tra Roshone e me.»
Incontrò gli occhi delle guardie, una dopo l’altra, e quelle si agitarono in preda all’incertezza. Roshone era furente. Inaspettatamente, Kaladin sentiva di avere il controllo completo della situazione e... be’, provava anche un certo imbarazzo. All’improvviso fu sopraffatto da un nuovo punto di vista. Da quando aveva lasciato Hearthstone, aveva incontrato la vera malvagità, una malvagità a cui Roshone non si poteva paragonare nemmeno lontanamente. Non aveva forse giurato di proteggere perfino quelli che non gli piacevano? L’intero scopo di ciò che aveva appreso non era trattenerlo dal compiere azioni del genere? Lanciò un’occhiata a Syl e lei annuì. “Sii migliore.”
Per breve tempo, era stato bello essere semplicemente di nuovo Kal. Per fortuna, non era più quel giovane. Era una persona nuova... e per la prima volta da lungo, lunghissimo tempo, era felice di essere quella persona.
«Giù le armi, uomini» disse Kaladin ai soldati. «Prometto di non colpire più il vostro luminobile. Me ne scuso: sono stato momentaneamente distratto dai nostri trascorsi. Qualcosa che io e lui dovremmo dimenticare. Ditemi, cos’è successo ai parshi? Non hanno attaccato la cittadina?»
I soldati parvero incerti e lanciarono occhiate verso Roshone.
«Ho detto giù le armi» sbottò Kaladin. «Per la tempesta, soldato! Tieni quella spada come se volessi spaccare un ceppogrosso. E tu? Ruggine sull’elmo? So che Amaram ha reclutato molti degli uomini abili della regione, ma ho visto giovani messaggeri più pronti alla battaglia di te.»
I soldati si guardarono a vicenda. Poi, rosso in viso, quello occhichiari fece scivolare la spada nel fodero.
«Cosa stai facendo?» domandò Roshone. «Attaccalo!»
«Luminobile, signore» disse l’uomo con gli occhi bassi. «Posso non essere il miglior soldato che ci sia, ma... Be’, signore, fidatevi di me su questo. Faremmo meglio a fingere che quel pugno non ci sia mai stato.»
Gli altri soldati annuirono in segno di assenso.
Roshone squadrò Kaladin mentre si tamponava il naso, che non stava sanguinando così tanto. «Dunque ti hanno davvero fatto diventare qualcun altro nell’esercito, eh?»
«Non ne avete idea. Dobbiamo parlare. Esiste una stanza da queste parti che non sia piena zeppa di persone?»
«Kal» disse Lirin. «Stai dicendo sciocchezze. Non dare ordini al luminobile Roshone!»
Kaladin si fece strada oltre i soldati e Roshone, allontanandosi lungo il corridoio. «Ebbene?» sbraitò. «La stanza vuota?»
«Al piano di sopra, signore» disse uno dei soldati. «La biblioteca è vuota.»
«Eccellente.» Kaladin sorrise fra sé, notando il “signore”. «Raggiungetemi lassù, uomini.»
Si avviò verso le scale. Purtroppo un atteggiamento perentorio poteva convincerli solo fino a un certo punto. Nessuno lo seguì, nemmeno i suoi genitori.
«Vi ho dato un ordine» disse Kaladin. «Non mi piace ripetermi.»
«E cosa ti fa pensare» obiettò Roshone «di poter impartire ordini a qualcuno, ragazzo?»
Kaladin si voltò e mosse deciso il braccio davanti a sé, evocando Syl. Una Stratolama lucente e ricoperta di rugiada si materializzò dalla nebbia nella sua mano. Kaladin fece ruotare la Lama e la conficcò nel pavimento con un unico movimento fluido. Tenne stretta l’impugnatura, sentendo che i suoi occhi diventavano azzurri.
Tutto quanto era immobile. Gli abitanti rimasero paralizzati, a bocca aperta. Roshone strabuzzò gli occhi. Stranamente, il padre di Kaladin si limitò ad abbassare la testa e chiudere gli occhi.
«Ci sono altre domande?» chiese Kaladin.


«Quando sono tornato a controllarli se n’erano andati... ehm... luminobile» riferì Aric, la guardia bassa con l’elmo arrugginito. «Avevamo chiuso a chiave la porta, ma era stata strappata via da un lato.»
«Non hanno attaccato nessuno?» chiese Kaladin.
«No, luminobile.»
Kaladin si mise a passeggiare avanti e indietro per la biblioteca. Quella stanza era piccola, ma ben ordinata, con file di scaffali e un’ottima postazione di lettura. Ogni libro era precisamente a filo con gli altri: o le cameriere erano troppo meticolose, oppure quei libri non venivano spostati spesso. Syl si appollaiò su uno scaffale, la schiena contro un libro, dondolando le gambe oltre il bordo come una ragazzina.
Roshone sedeva da un lato della stanza, spingendo ogni tanto entrambe le mani lungo le guance arrossate verso la nuca in uno strano gesto nervoso. Il naso aveva smesso di sanguinare, anche se gli sarebbe rimasto un bel livido. Era solo una piccola parte della punizione che quell’uomo si sarebbe meritato, ma Kaladin scoprì di non provare alcun entusiasmo nel maltrattare Roshone. Doveva essere migliore di così.
«Che aspetto avevano i parshi?» chiese alle guardie. «Erano cambiati dopo la tempesta insolita?»
«Ma certo» disse Aric. «Li ho sbirciati quando li ho sentiti evadere, dopo che la tempesta era passata. Assomigliavano a Nichiliferi, ve lo dico io, con grossi pezzi ossei che gli spuntavano dalla pelle.»
«Erano più alti» aggiunse il capitano della guardia. «Più alti di me e probabilmente alti quanto voi, luminobile. Con gambe robuste come ceppogrossi e mani che avrebbero potuto strangolare uno spinabianca, ve lo dico io.»
«Allora perché non hanno attaccato?» chiese Kaladin. Avrebbero potuto prendere facilmente il maniero; invece erano corsi via nella notte. Lasciava presagire un obiettivo più allarmante. Forse Hearthstone era troppo piccola perché se ne curassero.
«Immagino che non abbiate notato in che direzione sono andati?» disse Kaladin, rivolgendosi alle guardie e poi a Roshone.
«Uhm, no, luminobile» rispose il capitano. «Sinceramente, la nostra unica preoccupazione era sopravvivere.»
«Lo riferirete al re?» chiese Aric. «Quella tempesta ha strappato via quattro dei nostri sili. Tra non molto moriremo di fame, con tutti questi sfollati e senza cibo. Quando le altempeste ricominceranno, non avremo la metà delle case che ci servono.»
«Lo riferirò a Elhokar.» Ma Folgopadre, il resto del regno doveva essere nel- le stesse condizioni.
Doveva concentrarsi sui Nichiliferi. Non poteva fare rapporto a Dalinar finché non avesse avuto la Folgoluce per volare da lui, perciò per adesso il compito più utile sarebbe stato scoprire dove si stava radunando il nemico, se ci fosse riuscito. Cosa stavano progettando i Nichiliferi? Kaladin non aveva sperimentato i loro strani poteri di persona, anche se aveva udito resoconti della Batta- glia di Narak. Parshendi con occhi luccicanti e in grado di comandare il fulmine, spietati e terribili.
«Mi serviranno delle mappe» disse. «Mappe di Alethkar, le più dettagliate che avete, e qualche modo per portarle sotto la pioggia senza rovinarle.» Fece una smorfia. «E un cavallo. Diversi cavalli, i migliori che avete.»
«Perciò ora mi stai derubando?» chiese Roshone piano, fissando il pavimento.
«Derubando?» disse Kaladin. «Piuttosto lo definiremo un noleggio.» Tirò fuori dalla tasca una manciata di sfere e le lasciò cadere sul tavolo. Lanciò un’occhiata verso i soldati. «Ebbene? Le mappe? Di sicuro Roshone ha delle mappe topografiche delle zone vicine.»
Roshone non era tanto importante da detenere la gestione di nessuna delle terre dell’altoprincipe, una distinzione di cui Kaladin non si era ancora reso conto durante la sua vita a Hearthstone. Quelle terre dovevano essere sotto la supervisione di occhichiari molto più importanti; Roshone non era che un primo punto di contatto con i villaggi circostanti.
«Dovremo aspettare il permesso della luminosità» disse il capitano della guardia. «Signore.»
Kaladin sollevò un sopracciglio. Avrebbero disobbedito a Roshone per lui, ma non alla signora del maniero? «Andate dai ferventi della casa e dite loro di preparare le cose che richiedo. Il permesso arriverà tra poco. E individuate una distacanna collegata con Tashikk, se qualcuno dei vostri ferventi ne ha una. Non appena avrò la Folgoluce per usarla, voglio mandare la notizia a Dalinar.»
Le guardie gli rivolsero il saluto e se ne andarono.
Kaladin incrociò le braccia. «Roshone, dovrò braccare quei parshi e vedere se riesco a capire cos’hanno in mente. Immagino che nessuna delle vostre guardie abbia esperienza nel seguire tracce. Star dietro a quelle creature sarà già abbastanza difficile senza la pioggia ad allagare tutto.»
«Perché sono così importanti?» domandò Roshone, ancora con lo sguardo fisso a terra.
«Di certo l’avete capito» disse Kaladin, annuendo a Syl mentre il suo nastro di luce gli svolazzava sopra la spalla. «Il clima in subbuglio e comuni servitori tra- sformati in esseri terrificanti? Quella tempesta con i fulmini rossi che soffia nella direzione sbagliata? La Desolazione è qui, Roshone. I Nichiliferi sono ritornati.» L’altro gemette, sporgendosi in avanti, con le braccia avvolte attorno al corpo come se fosse sul punto di vomitare.
«Syl?» sussurrò Kaladin. «Potrei avere di nuovo bisogno di te.»
«Sembra che tu ti voglia scusare» replicò lei, inclinando il capo.
«È così. Non mi piace l’idea di agitarti e farti sbattere contro le cose.»
Lei tirò su col naso. «Tanto per cominciare, io non sbatto contro le cose. Sono un’arma elegante e aggraziata, stupido. Secondo, perché la cosa ti infastidisce?»
«Non mi sembra giusto» replicò Kaladin, ancora sussurrando. «Tu sei una donna, non un’arma.»
«Aspetta... quindi si tratta del fatto che sono una ragazza?»
«No» disse immediatamente Kaladin, poi esitò. «Forse. È solo che sembra strano.»
Syl tirò su di nuovo col naso. «Non chiedi alle altre tue armi come si sentono quando le agiti in giro.»
«Le altre mie armi non sono persone.» Esitò. «Giusto?»
Lei lo guardò con la testa inclinata e le sopracciglia sollevate, come se avesse detto qualcosa di molto stupido.
Tutto ha uno spren. Gliel’aveva insegnato sua madre fin dalla tenera età. «Dunque... alcune delle mie lance sono state donne?» chiese.
«Femmine, almeno» disse Syl. «Circa la metà, per come tendono ad andare queste cose.» Svolazzò nell’aria davanti a lui. «È colpa vostra se ci personificate, perciò non c’è da lamentarsi. Naturalmente, alcuni dei vecchi spren hanno quattro generi invece di due.»
«Cosa? Perché?»
Lei gli diede un colpetto sul naso. «Perché gli umani non hanno immaginato gli altri due, sciocco.» Sfrecciò di fronte a lui e si tramutò in un banco di nebbia. Quando Kaladin sollevò la mano, apparve la Stratolama.
Si diresse verso il punto dove era seduto Roshone, poi si chinò e tenne la Stratolama davanti all’uomo, con la punta verso il pavimento.
Roshone alzò lo sguardo, affascinato dalla lama dell’arma, come Kaladin aveva previsto. Non si poteva stare vicino a una di quelle cose e non esserne attratti. Avevano una specie di magnetismo.
«Come l’hai ottenuta?» chiese Roshone.
«Ha importanza?»
Lui non rispose, ma entrambi sapevano la verità. Possedere una Stratolama era sufficiente: se riuscivi a rivendicarla e a impedire che ti fosse portata via, era tua. Avendone una nelle sue mani, i marchi sulla sua fronte diventavano insignificanti. Nessun uomo, nemmeno Roshone, avrebbe insinuato il contrario.
«Voi» disse Kaladin «siete un imbroglione, una spia e un assassino. Ma per quanto detesti questo, non abbiamo il tempo per cacciare la classe dirigente di Alethkar e istituire un governo migliore. Siamo sotto attacco da parte di un nemico che non comprendiamo e che non avremmo potuto prevedere. Perciò dovrete semplicemente alzarvi e guidare queste persone.»
Roshone fissò la lama, guardando il proprio riflesso.
«Noi non siamo inermi» disse Kaladin. «Possiamo controbattere e lo faremo, ma prima abbiamo bisogno di sopravvivere. La Tempesta Infinita tornerà. Regolarmente, anche se ancora non conosco il lasso di tempo. Mi occorre che vi prepariate.»
«Come?» mormorò Roshone.
«Costruendo case con pendii in entrambe le direzioni. Se non c’è tempo per questo, trovate una località riparata e rifugiatevi lì. Io non posso restare. La crisi non riguarda solo questa città e questa gente, anche se sono la mia città e la mia gente. Devo affidarmi a voi. Che l’Onnipotente ci preservi, siete tutto quel- lo che abbiamo.»
Roshone si afflosciò ancor di più sulla sua sedia. Grandioso. Kaladin si alzò e congedò Syl.
«Lo faremo» disse una voce alle sue spalle.
Kaladin rimase immobile. La voce di Laral gli fece scorrere un brivido lungo la spina dorsale. Si voltò lentamente e trovò una donna che non corrispondeva affatto all’immagine che aveva in testa. L’ultima volta che l’aveva vista, indossava un perfetto abito da occhichiari, era giovane e bellissima, tuttavia i suoi occhi verde pallido sembravano vuoti. Aveva perso il suo promesso, il figlio di Roshone, ed era stata invece costretta a fidanzarsi con il padre, un uomo che aveva più del doppio dei suoi anni.
La donna che aveva davanti non era più una ragazza. Il suo volto era rigido, scarno, e portava i capelli tirati indietro in una pratica coda nera punteggiata di biondo. Indossava gli stivali e un funzionale havah, umido per la pioggia. Lo squadrò dall’alto in basso, poi tirò su col naso. «A quanto pare sei cresciuto un bel po’, Kal. Mi è dispiaciuto sapere di tuo fratello. Ora andiamo. Ti serve una distacanna? Ne ho una per la regina reggente a Kholinar, ma di recente non è stata molto comunicativa. Per fortuna, ne abbiamo anche una per Tashikk, come hai richiesto. Se pensi che il re ti risponderà, possiamo passare per un intermediario.»
Si voltò e uscì dalla porta.
«Laral...» disse lui seguendola.
«Ho sentito che hai trafitto il mio pavimento» osservò lei. «Voglio che tu sappia che è buon legno massiccio. Insomma! I maschi e le loro armi...»
«Ho sognato di tornare» disse Kaladin, fermandosi nel corridoio fuori della biblioteca. «Ho immaginato di presentarmi qui come un eroe di guerra e di sfidare Roshone. Volevo salvarti, Laral.»
«Eh?» Lei si voltò a guardarlo. «E cosa ti ha fatto pensare che avessi bisogno di essere salvata?»
«Non puoi dirmi» affermò Kaladin piano facendo un cenno all’indietro verso la biblioteca «che sei stata felice con quello
«Diventare un occhichiari non dà a un uomo un minimo di decoro, a quanto pare» disse Laral. «La smetterai di insultare mio marito, Kaladin. Stratoguerriero o no, un’altra parola del genere e ti farò cacciare da casa mia.»
«Laral...»
«Io sono davvero felice qui. O almeno lo ero, finché i venti non hanno cominciato a soffiare nella direzione sbagliata.» Scosse il capo. «Hai preso da tuo padre. Pensi sempre di dover salvare tutti quanti, perfino quelli che preferirebbero che ti facessi gli affari tuoi.»
«Roshone ha perseguitato la mia famiglia. Ha mandato mio fratello a morire e ha tentato di tutto per distruggere mio padre!»
«E tuo padre ha parlato contro mio marito,» disse Laral «denigrandolo di fronte agli altri abitanti. Come ti sentiresti se fossi un nuovo luminobile esiliato molto lontano da casa e scoprissi che il cittadino più importante del luogo ti è apertamente ostile?»
Il suo punto di vista era distorto, naturalmente. Lirin aveva cercato sulle prime di farsi amico Roshone, giusto? Tuttavia Kaladin non aveva alcuna voglia di continuare la discussione. Cosa gliene importava? Aveva comunque intenzione di allontanare i suoi genitori da quella città.
«Andrò a preparare la distacanna» disse lei. «Potrebbe volerci un po’ di tempo per avere una risposta. Intanto i ferventi dovrebbero andare a prendere le tue mappe.»
«Ottimo» disse Kaladin, superandola nel corridoio. «Parlerò con i miei genitori.» Syl gli sfrecciò sulla spalla mentre cominciava a scendere le scale. «Perciò quella è la ragazza che avresti dovuto sposare.»
«No» sussurrò Kaladin. «Quella è una ragazza che non avrei mai potuto sposare, a prescindere da cosa fosse successo.»
«Mi piace.»«Immagino.» Kaladin raggiunse il fondo delle scale e tornò a guardare verso l’alto. Roshone si era unito a Laral in cima alle scale, portando le gemme che Kaladin aveva lasciato sul tavolo. Quante erano state?
Cinque o sei broam di rubino, pensò, e forse uno zaffiro o due. Fece i calcoli nella propria testa. Tempeste... Era una somma esorbitante: più soldi del calice pieno di sfere per cui Roshone e il padre di Kaladin avevano litigato all’epoca. Adesso per lui non erano che spiccioli.
Aveva sempre pensato che tutti gli occhichiari fossero ricchi, ma un luminobile minore in una cittadina insignificante... be’, Roshone era realmente povero, solo di un tipo diverso di povertà.
Kaladin perlustrò la casa, passando accanto a persone che un tempo aveva conosciuto, che ora mormoravano «Stratoguerriero» e si affrettavano a togliersi dalla sua strada. Pazienza. Aveva accettato il suo ruolo nel momento in cui aveva afferrato Syl in aria e aveva pronunciato le Parole.
Lirin era tornato nel salotto, a occuparsi di nuovo dei feriti. Kaladin si fermò sulla soglia, poi sospirò e si inginocchiò accanto a lui. Mentre l’uomo allungava la mano verso il suo vassoio degli strumenti, Kaladin lo raccolse e glielo tenne a portata. Come nel vecchio ruolo da assistente di suo padre. Il nuovo aiutante si stava occupando dei feriti in un’altra stanza.
Lirin guardò il figlio, poi si voltò di nuovo verso il paziente, un giovane con una benda insanguinata attorno al braccio. «Forbici» disse.
Kaladin gliele porse e Lirin prese lo strumento senza guardare, poi tagliò e tolse con attenzione la fasciatura. Un pezzo di legno frastagliato aveva trafitto il braccio del ragazzo. Quello piagnucolò quando il chirurgo gli tastò la carne lì attorno, ricoperta di sangue secco. Non aveva un bell’aspetto.
«Tagliar via l’asta» disse Kaladin «e la carne necrotica. Cauterizzare.»
«Un po’ estremo, non credi?» chiese Lirin.
«Forse potresti voler amputare comunque al gomito. Quella ferita si infetterà di sicuro: guarda quanto è sporco quel legno. Lascerà delle schegge.»
Il ragazzo piagnucolò di nuovo. Lirin gli diede una pacca. «Starai bene. Non vedo ancora nessun marciospren, perciò non amputeremo il braccio. Fammi parlare con i tuoi genitori. Per ora, mastica questo.» Diede al ragazzo della corteccia come rilassante.
Assieme, Lirin e Kaladin passarono oltre: il ragazzo non correva un pericolo immediato e Lirin voleva operare dopo che l’anestetico avesse avuto effetto.
«Ti sei indurito» disse a Kaladin mentre esaminava il piede del paziente successivo. «Ero preoccupato che non avresti mai sviluppato indifferenza.»
L’altro non rispose. In verità, la sua indifferenza non era tanto profonda quanto il padre avrebbe voluto.
«Ma sei diventato anche uno di loro» disse Lirin.
«Il colore dei miei occhi non cambia nulla.»
«Non stavo parlando del colore dei tuoi occhi, figlio mio. Per me non vale due pezzi se un uomo è occhichiari o no.» Agitò una mano e Kaladin gli passò uno straccio per pulire il dito del piede, poi iniziò a preparare una piccola stecca.
«Quello che sei diventato» continuò Lirin «è un assassino. Risolvi i tuoi problemi con i pugni e con la spada. Avevo sperato che avresti trovato un posto tra i chirurghi dell’esercito.»
«Non mi hanno lasciato molta scelta» disse Kaladin, passandogli la stecca, poi preparando delle bende per avvolgere il dito. «È una lunga storia. Un giorno te la racconterò.» “Le parti meno strazianti, almeno.”
«Immagino tu non abbia intenzione di restare.»
«No. Devo seguire quei parshi.»
«Ucciderai di nuovo, allora.»
«E tu pensi davvero che non dovremmo combattere i Nichiliferi, padre?»
Lirin esitò. «No» mormorò. «So che la guerra è inevitabile. Volevo solo che tu non vi prendessi parte. Ho visto cosa fa agli uomini. La guerra scortica le loro anime, e quelle sono ferite che io non posso guarire.» Fissò la stecca, poi si voltò verso il figlio. «Noi siamo chirurghi. Che siano altri a lacerare e spezzare; noi non dobbiamo far del male al prossimo.»
«No» disse Kaladin. «Tu sei un chirurgo, padre, ma io sono qualcosa di diverso. Un sorvegliante al limitare.» Parole dette a Dalinar Kholin in una visione. Kaladin si alzò in piedi. «Proteggerò coloro che ne hanno bisogno. E oggi questo significa dare la caccia ai Nichiliferi.»
Lirin distolse lo sguardo. «Molto bene. Sono... lieto che tu sia tornato, figlio mio. E che sia sano e salvo.»
Kaladin posò la mano sulla spalla del padre. «Vita prima della morte, padre.»
«Vai da tua madre prima di partire» disse Lirin. «Ha qualcosa da mostrarti.» Kaladin si accigliò, ma uscì dall’ambulatorio e si diresse alle cucine. L’intero posto era illuminato soltanto da candele, e non ce n’erano molte. Ovunque andasse, vedeva ombre e luce incerta.
Riempì la borraccia d’acqua fresca e trovò un piccolo ombrello. Ne avrebbe avuto bisogno per leggere la mappa con quella pioggia. Da lì, salì al piano di sopra per passare da Laral nella biblioteca. Roshone si era ritirato nella sua stanza, ma lei era seduta a uno scrittoio con una distacanna davanti a sé.
Un momento. La distacanna stava funzionando. Il suo rubino risplendeva.
«Folgoluce!» esclamò Kaladin indicando.
«Be’, ma certo» replicò lei guardandolo accigliata. «I fabrial ne hanno bisogno.»
«Come fai ad avere delle sfere infuse
«L’altempesta» disse Laral. «Quella di pochi giorni fa.»
Durante lo scontro con i Nichiliferi, il Folgopadre aveva evocato un’altempesta anomala per incontrare la Tempesta Infinita. Kaladin aveva volato davanti al suo folgomuro, combattendo l’Assassino in Bianco.
«Quella tempesta era imprevista» disse Kaladin. «Come facevi a sapere di lasciar fuori le tue sfere?»
«Kal,» rispose lei «non è così difficile appendere delle sfere fuori quando una tempesta comincia a soffiare.»
«Quante ne hai?»
«Alcune» disse Laral. «I ferventi ne hanno un po’: non sono stata l’unica ad avere l’idea. Ascolta, ho qualcuno a Tashikk disposto a trasmettere un messaggio a Navani Kholin, la madre del re. Non era quello che hai lasciato intendere di volere? Pensi davvero che ti risponderà?»
Per fortuna, la risposta giunse quando la distacanna cominciò a scrivere. «“Capitano?”» lesse Laral. «“Qui è Navani Kholin. Sei davvero tu?”»
Laral sbatté le palpebre, poi alzò lo sguardo verso di lui.
«Sono io» disse Kaladin. «L’ultima cosa che ho fatto prima di partire è stata parlare con Dalinar in cima alla torre.» Sperava che sarebbe stato sufficiente a dar prova della sua identità.
Laral sobbalzò, poi lo scrisse.
«“Kaladin, qui è Dalinar”» lesse Laral quando giunse la risposta. «“Qual è la tua situazione, soldato?”»
«Meglio del previsto, signore» disse Kaladin. Delineò in breve quello che aveva scoperto. Terminò osservando: «Temo che se ne siano andati perché Hearthstone non era abbastanza importante da preoccuparsi di distruggerla. Ho ordinato dei cavalli e alcune mappe. Suppongo di poter effettuare una piccola ricognizione per vedere cosa riesco a scoprire sul nemico».
«“Attento”» rispose Dalinar. «“Ti resta della Folgoluce?”»
«Potrei trovarne un po’. Dubito che sarà sufficiente per portarmi a casa, ma aiuterà.»
Passarono alcuni minuti prima della risposta di Dalinar e Laral colse l’opportunità per cambiare il foglio sulla tavola della distacanna.
«“Hai un buon istinto, capitano”» trasmise infine Dalinar. «“Mi sento cieco in questa torre. Avvicinati quanto basta per scoprire cosa sta facendo il nemico, ma non correre rischi inutili. Prendi la distacanna. Inviaci un glifo ogni sera per farci sapere che stai bene.”»
«Capito, signore. Vita prima della morte.»
«“Vita prima della morte.”»
Laral guardò verso di lui e Kaladin le confermò con un cenno del capo che la conversazione era terminata. Senza parlare, lei gli impacchettò la distacanna e Kaladin la prese con gratitudine, poi si precipitò fuori dalla stanza e giù per le scale. Le sue attività avevano attirato una folla piuttosto numerosa: le persone si erano radunate nel piccolo atrio davanti alle scale. Aveva intenzione di chiedere se qualcuno avesse delle sfere infuse, ma si interruppe alla vista di sua madre. Stava parlando con diverse ragazze giovani e aveva un marmocchio tra le braccia. Cosa stava facendo con...
Kaladin si fermò ai piedi delle scale. Il piccolo poteva avere un anno: si stava succhiando la mano, farfugliando con le dita in bocca.
«Kaladin, questo è tuo fratello» disse Hesina, voltandosi verso di lui. «Alcune delle ragazze stavano badando a lui mentre io aiutavo con i feriti.»
«Un fratello» mormorò Kaladin. Non gli era mai passato per la mente. Sua madre avrebbe compiuto quarantun anni a breve e...
Un fratello.
Kaladin allungò una mano. Sua madre gli lasciò prendere il piccolo, gli permise di tenerlo tra mani che sembravano troppo ruvide per toccare una pelle tanto morbida. Kaladin ebbe un tremolio, poi strinse forte il bimbo contro di sé. I ricordi di quel posto non lo avevano spezzato e vedere i suoi genitori non l’aveva sopraffatto, ma quello...
Non riuscì a trattenere le lacrime. Si sentiva sciocco. Non che ciò cambiasse nulla: ora i suoi fratelli erano gli uomini del Ponte Quattro, legati a lui quanto qualunque parente di sangue.
Eppure pianse.
«Come si chiama?»
«Oroden.»
«Figlio della pace» sussurrò Kaladin. «Un buon nome. Un ottimo nome.» Dietro di lui, un fervente si avvicinò con una custodia per pergamene. Tempeste, era Zeheb? Era ancora vivo, a quanto pareva, anche se era sempre sembrato più vecchio delle rocce stesse. Kaladin porse il piccolo Oroden di nuovo a sua madre, poi si asciugò gli occhi e prese la custodia.
La gente era assiepata ai margini della stanza. Kaladin era un vero spettacolo: il figlio del chirurgo diventato schiavo diventato Stratoguerriero. A Hearthstone non si sarebbe visto nulla di tanto eccitante per altri cento anni.
Quantomeno non se Kaladin avesse avuto voce in capitolo. Annuì a suo padre, che era appena uscito dal salotto, poi si voltò verso la folla. «Qualcuno qui ha delle sfere infuse? Le scambierò con voi, due pezzi per uno. Portatemele.»
Syl gli ronzò attorno mentre veniva effettuata la colletta e la madre di Kaladin fece gli scambi per lui. Alla fine ottenne solo l’equivalente di un borsello, ma sembrava una fortuna. Come minimo, non gli sarebbero più serviti quei cavalli. Chiuse i legacci del borsello, poi si guardò alle spalle quando suo padre gli si avvicinò. Lirin prese un piccolo pezzo di diamante luccicante dalla tasca e glielo porse.
Kaladin lo accettò, quindi lanciò un’occhiata a sua madre e al bimbo che aveva tra le braccia. Suo fratello.
«Voglio portarvi al sicuro» disse a Lirin. «Ora devo andare, ma tornerò presto. Per portarvi a...»
«No» disse Lirin.
«Padre, è la Desolazione» insistette Kaladin.
Lì vicino, le persone rimasero senza fiato, gli occhi tormentati. Tempeste: Kaladin avrebbe dovuto parlare in privato. Si sporse verso Lirin. «Conosco un posto sicuro. Per te, madre. Per il piccolo Oroden. Per favore, non essere testardo, almeno una volta nella vita.»
«Puoi portarli, se vogliono andare» acconsentì Lirin. «Ma io rimarrò qui. In particolare se... quello che hai appena detto è vero. Questa gente avrà bisogno di me.»
«Vedremo. Tornerò il prima possibile.» Kaladin assunse un’espressione decisa, poi si diresse verso la porta principale del maniero. La aprì, lasciando entrare i suoni della pioggia e gli odori di una terra affogata.
Si soffermò e si girò a guardare la stanza piena di abitanti sporchi, senza casa e spaventati. Avevano udito di sfuggita le sue parole, ma lo sapevano già. Lui li aveva sentiti sussurrare. Nichiliferi. La Desolazione.
Non poteva abbandonarli così.
«Avete sentito bene» disse Kaladin ad alta voce al centinaio di persone radunate nel vasto atrio del maniero, inclusi Roshone e Laral, che si trovavano sulle scale che portavano al primo piano. «I Nichiliferi sono tornati.»
Mormorii. Paura.
Kaladin risucchiò un po’ della Folgoluce dal suo borsello. Un fumo puro e luminescente cominciò a levarsi dalla sua pelle, chiaramente visibile nella stanza poco illuminata. Si Sferzò verso l’alto per sollevarsi in aria, poi aggiunse una Sferzata verso il basso, restando a fluttuare a circa due piedi dal pavimento, luccicando. Syl prese forma dalla nebbia come una Stratolancia nella sua mano.
«L’altoprincipe Dalinar Kholin» disse Kaladin, con la Folgoluce che sbuffava davanti alle sue labbra «ha rifondato i Cavalieri Radiosi. E stavolta non vi deluderemo.»
Le espressioni nella stanza andavano dall’adorante al terrorizzato. Kaladin trovò il volto di suo padre. Lirin era rimasto a bocca aperta. Hesina teneva stretto il suo neonato tra le braccia e sul viso aveva un’espressione di gioia assoluta, con uno stuporespren che le spuntava attorno alla testa come un anello blu.
“Io ti proteggerò, piccolino” pensò Kaladin rivolto al bimbo. “Proteggerò tutti quanti.”
Annuì ai suoi genitori, poi si voltò e si Sferzò verso l’esterno, sfrecciando via nella notte carica di pioggia. Si sarebbe fermato a Stringken, a circa mezza giornata di cammino – o un breve volo – verso sud e avrebbe visto se riusciva a scambiare delle sfere lì.
Poi avrebbe dato la caccia a qualche Nichilifero.