Sanderson: Giuramento – Capitolo 4

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 4

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Ecco il Capitolo 4 della Prima Parte:

Giuramento - capitolo 4


So che molte donne che leggeranno questo lo vedranno solo come una riprova che sono l’eretico senza dio che tutti affermano.



Da Giuramento, prefazione


Due giorni dopo il ritrovamento del corpo di Sadeas, la Tempesta Infinita giunse di nuovo.
Riusciva a percepire qualcosa, uno schiocco alle orecchie, freddo – ancora più del solito – che soffiava da ovest. E qualcos’altro. Un gelo interiore.
Dalinar attraversò le sue stanze a Urithiru, attirato da quella tempesta innaturale. Piedi nudi su roccia fredda. Passò accanto a Navani – seduta allo scrittoio a lavorare di nuovo alle sue memorie – e uscì sul balcone, sospeso proprio sopra i dirupi al di sotto di Urithiru.
«Sei tu, Folgopadre?» sussurrò Dalinar. «Questa sensazione di terrore?»
Questa cosa non è naturale, disse il Folgopadre. È sconosciuta.
«Non si è mai verificata prima, durante le Desolazioni precedenti?»
No. È nuova.
Al solito, la voce del Folgopadre era distante, come un tuono molto lontano. Il Folgopadre non rispondeva sempre a Dalinar e non rimaneva vicino a lui. C’era da aspettarselo: lui era l’anima della tempesta. Non poteva – e non doveva – essere trattenuto.
Eppure c’era una petulanza quasi infantile nel modo in cui a volte ignorava le domande di Dalinar. Pareva che ogni tanto lo facesse solo per non lasciargli pensare che sarebbe venuto ogniqualvolta l’avesse chiamato.
La Tempesta Infinita comparve in lontananza, le sue nubi nere illuminate dall’interno da crepitanti fulmini rossi. Era così bassa nel cielo che – per fortuna – il suo punto più alto non avrebbe raggiunto Urithiru. Si impennò come la cavalleria, travolgendo le calme nuvole normali sottostanti.
Dalinar si impose di osservare quell’ondata di oscurità scorrere attorno all’altopiano di Urithiru. Presto sembrò come se la loro torre solitaria fosse un faro sopra un letale mare scuro.
Era spaventosamente silenziosa. Quei fulmini rossi non rimbombavano di tuoni come di consueto. Dalinar udiva uno schiocco ogni tanto, netto e impressionante, come cento rami che si spezzassero all’unisono. Ma quei suoni non sembravano corrispondere ai lampi di luce rossa che saettavano dal profondo delle nuvole.
In effetti la tempesta era così silenziosa che Dalinar riuscì a udire un fruscio di stoffa che gli rivelò l’avvicinarsi di Navani alle sue spalle. Lei lo cinse con le braccia, premendosi contro la sua schiena e appoggiandogli la testa sulla spalla. Gli occhi di Dalinar guizzarono verso il basso e notò che Navani si era tolta il guanto dalla manosalva. Era appena visibile al buio: dita snelle e stupende, delicate, con le unghie dipinte di un rosso acceso. Dalinar lo vide alla luce della prima luna e grazie ai lampi intermittenti della tempesta sottostante.
«Altre notizie da ovest?» mormorò Dalinar. La Tempesta Infinita era più lenta di un’altempesta e aveva colpito Shinovar molte ore prima. Non ricaricava le sfere, nemmeno se le lasciavi fuori durante l’intera tempesta.
«Le distacanne sono in fermento. I monarchi tardano a rispondere, ma so- spetto che presto si renderanno conto che devono darci ascolto.»
«Credo che tu sottovaluti la testardaggine che una corona può inculcare nel- la mente di un uomo o di una donna, Navani.»
Dalinar si era trovato all’esterno durante un bel po’ di altempeste, in particolare nella sua giovinezza. Aveva osservato il caos del folgomuro spingere rocce e rifiuti davanti a sé, i fulmini che squarciavano il cielo, aveva udito i clamori del tuono. Le altempeste erano la manifestazione definitiva della potenza della natura: selvagge, indomite, inviate per ricordare all’uomo quanto fosse insignificante. Comunque, non sembravano mai cariche d’odio. Ma quella tempesta era diversa. Pareva vendicativa.
Fissando nell’oscurità sottostante, a Dalinar parve di riuscire a vedere cos’aveva provocato. Una serie di immagini, gettate contro di lui in preda alla rabbia. Le esperienze che la tempesta aveva accumulato nell’attraversare lentamente Roshar.
Case sventrate, le urla dei loro occupanti che si disperdevano nell’aria. Persone colte nei campi che fuggivano in preda al panico di fronte a quel temporale imprevisto.
Città devastate dai fulmini. Villaggi immersi nell’ombra. Campi spazzati e resi brulli.
E vasti mari di occhi rossi lucenti, che si svegliavano come sfere riempite improvvisamente di Folgoluce.
Dalinar emise un respiro lungo e lento e quelle immagini scomparvero. «Era reale?» sussurrò.
, disse il Folgopadre. Il nemico cavalca questa tempesta. È consapevole di te, Dalinar.
Non era una visione del passato. Non era un futuro possibile. Il suo regno, il suo popolo, il suo intero mondo erano sotto attacco. Prese un respiro profondo. Quantomeno, questa non era la tempesta singolare che avevano conosciuto quando la Tempesta Infinita si era scontrata con l’altempesta per la prima volta. Sembrava meno potente. Non avrebbe abbattuto città, ma vi avrebbe fatto piovere distruzione, e i venti avrebbero attaccato a raffiche, ostili e perfino intenzionali. Il nemico sembrava più interessato a prendere di mira le cittadine più piccole. I campi. Le persone colte di sorpresa.
Anche se non era distruttiva come Dalinar aveva temuto, avrebbe provocato comunque migliaia di morti. Avrebbe lasciato le città danneggiate, in particolare quelle prive di riparo verso ovest. Ma, cosa più importante, avrebbe rubato i lavoratori parshi, trasformandoli in Nichiliferi e sguinzagliandoli tra la gente. Tutto sommato, questa tempesta avrebbe estorto a Roshar un prezzo in sangue che non si era visto da... be’, dalle Desolazioni.
Sollevò la mano per afferrare quella di Navani e lei a sua volta si strinse a lui.
«Hai fatto quello che potevi, Dalinar» gli sussurrò dopo essere rimasta a guardare per un po’. «Non insistere a portare questo fallimento come un fardello.»
«Non lo farò.»
Lei lo lasciò andare e lo fece girare, costringendolo a voltare le spalle alla tempesta. Navani indossava una vestaglia, non adatta per andare in giro in pubblico ma non proprio indecorosa.
Tranne per quella mano, con cui gli accarezzò il mento. «Io» sussurrò «non ti credo, Dalinar Kholin. Riesco a leggere la verità nella tensione dei tuoi muscoli, nel piglio della tua mascella. So che tu, anche se ti trovassi schiacciato sotto un macigno, insisteresti per avere tutto sotto controllo e chiederesti di vedere i rapporti dei tuoi uomini.»
Il suo aroma era inebriante. E poi quegli ammalianti occhi di un violetto splendente...
«Hai bisogno di rilassarti, Dalinar» disse.
«Navani...» replicò lui.
Lei lo guardò con aria interrogativa, sempre bellissima. Molto più di quando erano stati giovani. Dalinar ci avrebbe giurato. Perché in che modo una persona avrebbe potuto essere più bella di com’era lei ora?
La prese per la nuca e la tirò a sé finché le loro bocche non si toccarono. La passione gli si risvegliò dentro. Navani premette il proprio corpo contro il suo, i seni che spingevano contro di lui attraverso la vestaglia sottile. Dalinar si beò delle sue labbra, della sua bocca, del suo aroma. Passionespren fluttuarono attorno a loro come fiocchi di neve cristallini.
Dalinar si fermò e fece un passo indietro.
«Dalinar» disse lei mentre si staccava. «Il tuo ostinato rifiuto a lasciarti sedurre mi sta facendo dubitare delle mie astuzie femminili.»
«Per me l’autocontrollo è importante, Navani» spiegò, la voce roca. Strinse la balaustra di pietra così forte che le sue nocche sbiancarono. «Sai com’ero, cosa sono diventato quando sono stato un uomo senza autocontrollo. Non cederò ora.» Lei sospirò e gli si accostò, togliendogli il braccio dalla pietra, poi scivolando sotto di esso. «Non ti farò pressioni, ma ho bisogno di saperlo. È così che continuerà? Sempre a stuzzicarsi, a non arrivare a una conclusione?»
«No» disse lui, lasciando spaziare lo sguardo sull’oscurità della tempesta. «Sarebbe un esercizio futile. Un generale sa di non impelagarsi in battaglie che non può vincere.»
«Allora cosa?»
«Troverò un modo per farlo giustamente. Con i giuramenti.»
I giuramenti erano vitali. La promessa, l’atto di essere vincolati assieme.
«Come?» domandò lei, poi gli pungolò il petto con un dito. «Sono religiosa quanto qualunque donna... più di molte altre, in effetti. Ma Kadash non è disposto ad aiutarci, e nemmeno Ladent e Rushu. Lei ha perfino squittito quando gliel’ho detto ed è corsa via... letteralmente
«Chanada» disse Dalinar, intendendo la fervente anziana dei campi militari. «Deve aver parlato con Kadash e avergli detto di andare da ognuno dei ferventi. Probabilmente l’ha fatto non appena è venuta a sapere che ci stavamo corteggiando.»
«Perciò nessun fervente ci sposerà» concluse Navani. «Ci considerano come fratelli. Ti stai sforzando di trovare una conciliazione impossibile; continua così e una signora si domanderà se te ne importa davvero.»
«Tu ci hai mai pensato?» chiese Dalinar. «Sinceramente.»
«Be’... no.»
«Tu sei la donna che amo» disse Dalinar, stringendola forte. «Che ho sempre amato.»
«Allora chi se ne importa?» ribatté lei. «Che i ferventi vadano alla Dannazione, con nastri attorno alle caviglie.»
«Blasfema.»
«Non sono io quella che va in giro a dire a tutti che Dio è morto.»
«Non a tutti» replicò Dalinar. Sospirò e la lasciò andare – con riluttanza –, poi tornò nelle sue stanze, dove un braciere irradiava un calore gradito e forniva anche l’unica illuminazione della camera. Avevano recuperato il suo congegno di riscaldamento fabrial dai campi militari, ma non avevano ancora la Folgoluce per attivarlo. Le studiose avevano scoperto lunghe catene e gabbie, che parevano avere lo scopo di calare le sfere nelle tempeste per rinnovarle... sempre che le altempeste fossero tornate. In altre parti del mondo era ripreso il Pianto, poi si era fermato in modo intermittente. Forse sarebbe ricominciato. Oppure si sarebbero ripresentate le tempeste vere e proprie. Nessuno lo sapeva e il Folgopadre si rifiutava di illuminarlo.
Navani entrò e chiuse i pesanti tendaggi davanti alla porta, legandoli stretti al loro posto. Quella camera era stracolma di mobili, sedie alle pareti e tappeti arrotolati impilati sopra. C’era perfino uno specchio a figura intera. Le immagini di ventospren attorcigliati lungo i suoi lati avevano l’aspetto chiaramente arrotondato di qualcosa che all’inizio era stato intagliato da cera di calandra, poi Animutato in legno duro.
Avevano depositato tutto quanto lì per lui, come se fossero preoccupati che il loro altoprincipe vivesse in alloggi di pietra spogli. «Facciamo portar via tutto questo da qualcuno domani» disse Dalinar. «C’è abbastanza spazio per mettere i mobili nella camera accanto, che possiamo trasformare in un soggiorno o in una sala comune.»
Navani annuì mentre si accomodava su uno dei divani – lui la vide riflessa nello specchio –, la mano ancora scoperta con noncuranza, l’abito che le cadeva da un lato, lasciando vedere collo, clavicola e parte di ciò che c’era sotto. Non cercava di essere seducente in quel momento: semplicemente era a suo agio a stare con lui. Nutriva una familiarità intima, oltre il punto in cui sentirsi in imbarazzo se lui la vedeva scoperta.
Era bene che uno di loro fosse disposto a prendere l’iniziativa nella relazione.
Nonostante tutta la sua impazienza nell’avanzare sul campo di battaglia, quello  era un ambito in cui Dalinar aveva sempre avuto bisogno di incoraggiamento. Proprio come era accaduto nel corso di tutti gli anni precedenti...
«L’ultima volta che sono stato sposato» disse Dalinar «ho commesso molti errori. Ho cominciato in modo sbagliato.»
«Io non direi. Hai sposato Shshshsh per la sua Stratopiastra, ma molti matrimoni si contraggono per motivi politici. Questo non significa che tu abbia sbagliato. Se ben ricordi, tutti ti abbiamo incoraggiato a farlo.»
Come sempre, quando udiva il nome della sua defunta moglie, quella parola per il suo orecchio veniva sostituita da un suono di aria frusciante: il nome non riusciva a trovare un appiglio nella sua mente, proprio come un uomo non poteva afferrare un refolo di vento.
«Non sto cercando di rimpiazzarla, Dalinar» disse Navani, assumendo all’improvviso un tono preoccupato. «So che provi ancora affetto per Shshshsh. È tutto a posto. Posso condividerti con il suo ricordo.»
Oh, quanto poco capivano tutti quanti! Si voltò verso Navani, serrò la mascella contro il dolore e lo disse.
«Io non me la ricordo, Navani.»
Lei lo guardò accigliata, come se pensasse di aver frainteso le sue parole.
«Non riesco affatto a ricordare mia moglie» proseguì lui. «Non conosco il suo volto. I suoi ritratti appaiono come macchie indistinte ai miei occhi. Il suo nome mi viene sottratto ogni volta che viene pronunciato, come se qualcuno lo soffiasse via. Non ricordo cosa io e lei ci dicemmo al nostro primo incontro; e nemmeno di averla vista al banchetto la notte del suo arrivo. È tutto confuso. Riesco a ricordare alcuni eventi che riguardano mia moglie, ma nessun dettaglio vero e proprio. Tutto è semplicemente... scomparso.»
Navani si portò le dita della manosalva alla bocca e, dal modo in cui la sua fronte si contrasse dalla preoccupazione, Dalinar capì che sul proprio volto doveva essere apparsa un’espressione tormentata.
Si accasciò in una poltrona di fronte a lei. «L’alcol?» chiese lei piano.
«Qualcosa di più.»
Navani espirò. «La Vecchia Magia. Hai detto di conoscere sia il tuo dono che la tua maledizione.»
Lui annuì.
«Oh, Dalinar.»
«Le persone mi lanciano un’occhiata quando viene menzionato il suo nome» continuò lui «e mi guardano con volti compassionevoli. Mi vedono mantenere un’espressione rigida e presumono che il mio sia un atteggiamento stoico. Ipotizzano un dolore nascosto, quando in verità io cerco solo di star loro dietro. È difficile seguire una conversazione quando la metà di ciò che viene detto continua a scivolarti via dal cervello.
«Navani, forse sono arrivato ad amarla. Non riesco a ricordarlo. Non mi torna alla mente un momento di intimità, un litigio, una singola parola che lei mi abbia mai detto. È scomparsa, lasciando delle macerie che compromettono la mia memoria. Non riesco a ricordare com’è morta. Questo mi ferisce in special modo perché ci sono parti di quel giorno che so che dovrei ricordare. Qualcosa su una città in rivolta contro mio fratello e mia moglie presa in ostaggio?» Quello... e una lunga marcia solitaria, accompagnato solo dall’odio e dall’Eccitazione. Ricordava con chiarezza quelle emozioni. Si era vendicato di coloro che gli avevano portato via sua moglie.
Navani si accomodò nel posto accanto a Dalinar, appoggiandogli la testa sulla spalla. «Vorrei essere in grado di creare un fabrial» sussurrò «per cancellare questo tipo di dolore.»
«Penso... penso che averla persa debba avermi fatto soffrire molto,» mormorò Dalinar «per via di ciò che mi ha spinto a compiere. Mi restano solo le cicatrici. A ogni modo, Navani, voglio che tutto sia giusto tra noi. Nessun errore. Fatto come si deve, con dei giuramenti pronunciati a te davanti a qualcuno.»
«Sono solo parole.»
«Le parole sono le cose più importanti della mia vita, in questo momento.» Navani socchiuse le labbra, pensierosa. «Elhokar?»
«Non vorrei metterlo in quella posizione.»
«Un prete straniero? Azish, forse? Loro sono quasi vorin.»
«Equivarrebbe a dichiararmi un eretico. Va troppo oltre. Non sfiderò la Chiesa vorin.» Fece una pausa. «Ma potrei essere disposto ad aggirarla...»
«Cosa?» domandò lei.
Dalinar alzò lo sguardo verso il soffitto. «Forse dobbiamo rivolgerci a qualuno con autorità superiore alla loro.»
«Vuoi che sia uno spren a sposarci?» chiese lei in tono divertito. «Usare un prete straniero sarebbe eresia e avvalersi di uno spren no?»
«Il Folgopadre è il residuo più grande di Onore» disse Dalinar. «È un pezzo dell’Onnipotente stesso e la cosa più simile a un dio che ci rimane.»
«Oh, non sto obiettando» precisò Navani. «Permetterei anche a un lavapiatti confuso di sposarci. Penso solo che sia un po’ insolito.»
«È il meglio che possiamo ottenere, sempre che lui sia favorevole.» Guardò verso Navani, poi sollevò le sopracciglia e scrollò le spalle.
«È una proposta?»
«... Sì?»
«Dalinar Kholin» disse lei. «Sicuramente puoi fare di meglio.»
Lui le posò la mano sulla nuca, toccandole i capelli neri che aveva lasciato sciolti. «Meglio di te, Navani? No, non credo di potere. Non penso che nessun uomo abbia mai avuto un’opportunità migliore di questa.»
Lei sorrise e la sua unica risposta fu un bacio.

Dalinar era sorprendentemente nervoso mentre, diverse ore più tardi, si trovava su uno degli strani ascensori fabrial di Urithiru diretto al tetto della torre. L’ascensore ricordava un balcone, uno dei tanti che fiancheggiavano un vasto condotto aperto nel mezzo di Urithiru: uno spazio a colonne ampio quanto una sala da ballo, che si estendeva dal primo piano all’ultimo.
Gli ordini della città, malgrado di fronte sembrassero circolari, in realtà erano più simili a semicerchi, con i lati piatti rivolti a est. I bordi dei piani inferiori si fondevano con le montagne da ambo i lati, ma il centro vero e proprio era aperto a est. Le stanze contro quel lato piatto avevano delle finestre, che consentivano una visuale verso l’Origine.
E lì, in quel condotto centrale, quelle finestre formavano una parete. Un unico, puro pannello ininterrotto di vetro alto centinaia di piedi, che, durante il giorno, illuminava il condotto di brillante luce solare. Adesso era buio per l’oscurità della notte.
Il balcone procedeva lento e costante contro un canale verticale nel muro; Adolin e Renarin si trovavano lì con lui, assieme ad alcune guardie e a Shallan Davar. Navani era già sul tetto. Il gruppo se ne stava dall’altro lato del balcone, lasciandogli spazio per pensare. E per essere nervoso.
Perché mai doveva esserlo? Riusciva a stento a impedire alle proprie mani di tremare. Tempeste! Avrebbero potuto prenderlo per una verginella vestita di seta, non per un generale ormai di mezz’età.
Avvertì un brontolio in profondità dentro di lui. Per il momento il Folgopadre era reattivo, cosa di cui Dalinar era grato.
«Sono sorpreso» sussurrò Dalinar allo spren «che tu abbia acconsentito a questo così volentieri. Grato, ma comunque sorpreso.»
Io rispetto tutti i giuramenti, rispose il Folgopadre.
«E i giuramenti sciocchi? Contratti di fretta o per ignoranza?»
Non esistono giuramenti sciocchi. Sono tutti il segno distintivo di uomini e veri spren rispetto alle bestie e ai sottospren. Sono segno di intelligenza, libero arbitrio e scelta.
Dalinar rimuginò su ciò che gli era stato detto e scoprì di non essere sorpreso da quell’opinione così estrema. Gli spren dovevano essere estremi: erano forze della natura. Ma davvero Onore in persona, l’Onnipotente, aveva pensato così?
Il balcone saliva inesorabile verso la cima della torre. Solo pochi delle dozzine di ascensori erano funzionanti; ai tempi in cui Urithiru era al suo massimo splendore, dovevano essere stati attivi tutti quanti. Superarono un piano dopo l’altro di spazio inesplorato, cosa che turbava Dalinar. Prendere possesso di quella fortezza era stato come accamparsi in un territorio sconosciuto.
L’ascensore raggiunse finalmente il piano più alto e le sue guardie si precipitarono ad aprire i cancelli. In quei giorni erano del Ponte Tredici: Dalinar aveva assegnato il Ponte Quattro ad altre responsabilità, considerando quegli uomini troppo importanti per fungere da semplice scorta ora che erano prossimi a diventare Radiosi.
Sempre più agitato, Dalinar fece strada passando accanto a diversi pilastri su cui erano scolpiti gli ordini dei Radiosi. Salì alcuni gradini fino ad arrivare a una botola che portava al tetto vero e proprio della torre.
Anche se ogni livello era più piccolo di quello sottostante, il tetto aveva comunque un diametro di oltre cento iarde. Lassù faceva freddo, ma qualcuno aveva montato dei bracieri per diffondere calore e torce per spandere luce. La notte era particolarmente limpida e in alto degli stellaspren vorticavano e disegnava- no motivi distanti.
Dalinar non era certo di cosa pensare del fatto che nessuno – nemmeno i suoi figli – lo avesse contestato quando aveva annunciato la propria intenzione di sposarsi nel cuore della notte, sul tetto della torre. Si guardò attorno per cercare Navani e rimase sconcertato nel vedere che lei aveva trovato una tradizionale corona da sposa. Quel copricapo intricato di giada e turchese era un completamento del suo abito nuziale. Rosso come simbolo di fortuna, era ricamato in oro e modellato in un taglio molto più largo dell’havah, con maniche ampie e un drappeggio aggraziato.
Avrebbe forse dovuto trovare anche Dalinar qualcosa di più tradizionale da indossare? All’improvviso si sentì come una cornice vuota e polverosa appesa accanto al dipinto meraviglioso che era Navani nel suo abito da sposa.
Elhokar stava al fianco di sua madre, rigido, con indosso una giacca formale dorata e l’ampia gonna di un takama. Era più pallido del solito, dopo il tentativo di assassinio fallito durante il Pianto, quando era quasi morto dissanguato. Riposava parecchio negli ultimi tempi.
Anche se avevano deciso di rinunciare allo sfarzo di un matrimonio tradizionale alethi, avevano invitato qualcun altro: il luminobile Aladar e sua figlia, Sebarial e la sua amante. Kalami e Teshav facevano da testimoni. Dalinar si sentì sollevato nel vederle lì: aveva temuto che Navani non sarebbe riuscita a trovare delle donne disposte ad autenticare il matrimonio.
Una manciata degli ufficiali e delle scrivane di Dalinar completava la piccola processione. Proprio in fondo alla folla radunata tra i bracieri, notò una faccia che lo lasciò sorpreso. Kadash, il fervente, era venuto come richiesto. Il suo volto barbuto e sfregiato non sembrava compiaciuto, ma si era presentato lo stesso. Un buon segno. Forse con tutte le altre cose che accadevano nel mondo, un alto- principe che sposava la cognata vedova non avrebbe causato poi molto fermento. Dalinar si accostò a Navani e le prese le mani, una avvolta in una manica, l’altra calda al suo tocco. «Sei stupenda» disse. «Come hai trovato quel vestito?»
«Una dama dev’essere preparata.»
Dalinar spostò lo sguardo su Elhokar, che chinò appena il capo verso di lui. “Questo non farà che rendere più confusa la relazione tra noi” pensò Dalinar leggendo lo stesso parere sul viso del nipote.
Gavilar non avrebbe apprezzato il modo in cui aveva trattato suo figlio. Nonostante le sue migliori intenzioni, Dalinar aveva preso a calci il ragazzo e si era impossessato del potere. Il tempo occorso a Elhokar per ristabilirsi aveva peggiorato la situazione, dal momento che lo zio si era abituato a prendere decisioni per conto proprio.
Comunque Dalinar avrebbe mentito a se stesso se avesse detto che era cominciato da lì. Tutto quello che aveva compiuto era stato per il bene di Alethkar, di Roshar stessa, ma ciò escludeva che, passo dopo passo, avesse usurpato il trono, benché per tutto il tempo avesse affermato di non avere alcuna intenzione di farlo. Dalinar lasciò andare Navani con una mano e la posò sulla spalla di suo nipote. «Sono spiacente, figliolo» disse.
«Lo sei sempre, zio» replicò Elhokar. «Questo non ti ferma, ma immagino che non dovrebbe. La tua vita viene definita dal decidere quello che desideri e poi prendertelo. Noialtri potremmo imparare da questo, se solo riuscissimo a capire come tenere il passo.»
Dalinar sussultò. «Devo discutere con te di alcune cose. Piani che potresti apprezzare. Ma per stasera chiedo semplicemente la tua benedizione, se riesci a darmela.»
«Questo renderà felice mia madre» disse Elhokar. «Perciò va bene.» Baciò sua madre sulla fronte, poi li lasciò, allontanandosi verso l’altro lato del tetto. Sulle prime Dalinar temette che il re sarebbe sceso, ma Elhokar si fermò accanto a uno dei bracieri più distanti, a riscaldarsi le mani.
«Bene» disse Navani. «Manca solo il tuo spren, Dalinar. Se ha intenzione di...»
Una forte brezza sferzò la cima della torre, portando con sé l’odore di pioggia recente, pietra umida e rami spezzati. Navani, sentendosi mancare il fiato per la sorpresa, si strinse contro Dalinar.
Una presenza comparve nel cielo. Il Folgopadre abbracciava ogni cosa, una faccia che si allungava fino a entrambi gli orizzonti, osservando gli uomini con aria imperiosa. L’atmosfera divenne stranamente immobile e tutto quanto tranne la cima della torre parve scomparire. Era come se fossero scivolati in un luogo fuori del tempo stesso.
Sia gli occhichiari che le guardie mormorarono o urlarono. Perfino Dalinar, che se l’era aspettato, fece involontariamente un passo indietro e dovette resistere all’istinto di rannicchiarsi davanti a quello spren.
i giuramenti, rombò il Folgopadre, sono l’anima della rettitudine. se volete sopravvivere alla tempesta in arrivo, i giuramenti devono guidarvi...
«Sono a mio agio con i giuramenti, Folgopadre» gli gridò Dalinar. «Come ben sai.»
sì. il primo a vincolarmi da millenni. In qualche modo, Dalinar percepì l’attenzione dello spren spostarsi su Navani. e tu. i giuramenti hanno significato per te?
«I giuramenti giusti» rispose Navani.
e il tuo giuramento a quest’uomo?
«Lo giuro a lui e a te, e a tutti coloro a cui interessa ascoltare. Dalinar Kholin è mio, e io sono sua.»
tu hai infranto giuramenti in precedenza.
«Tutti lo hanno fatto» replicò Navani, senza scomporsi. «Siamo fragili e sciocchi. Questo non lo infrangerò. Lo prometto.»
Il Folgopadre parve contento di ciò, anche se era molto diverso dal giuramento tradizionale di un matrimonio alethi. forgialegami? chiese.
«Giuro la stessa cosa» disse Dalinar, stringendosi a lei. «Navani Kholin è mia, e io sono suo. Io la amo.»
così sia.
Dalinar aveva previsto che ci sarebbero stati tuoni, fulmini, qualche tipo di manifestazione celestiale di vittoria. Invece quel senso di trovarsi fuori del tempo terminò. La brezza si spense. Il Folgopadre scomparve. Tra tutti gli ospiti lì riuniti, i fumosi anelli blu di stuporespren spuntarono sopra le teste. Ma non su quella di Navani. Lei era invece attorniata da gloriaspren, luci dorate che le roteavano sopra la testa. Lì vicino, Sebarial si massaggiava le tempie, come se stesse cercando di capire cosa aveva visto. Le nuove guardie di Dalinar si accasciarono, con aria improvvisamente esausta.
Adolin, come gli era proprio, lanciò un urlo. Corse dal padre, seguito da una scia di gioiaspren con la forma di foglie blu che si affrettavano per tenere il passo con lui. Diede, prima a Dalinar e poi a Navani, dei fortissimi abbracci. Poi fu la volta di Renarin, più riservato ma, a giudicare dall’ampio sorriso che gli illuminava il volto, ugualmente compiaciuto.
Il momento successivo divenne un susseguirsi indistinto di strette di mano e parole di ringraziamento. Dalinar insistette che non era necessario alcun regalo, dal momento che avevano saltato quella parte della cerimonia tradizionale. Pareva che il pronunciamento del Folgopadre fosse stato drammatico abbastanza perché tutti quanti accettassero l’unione. Perfino Elhokar, nonostante la sua precedente irritazione, abbracciò la madre e strinse la spalla di Dalinar prima di scendere da basso.
Rimase solo Kadash. Il fervente attese fino alla fine. Rimase lì con le mani serrate davanti a sé mentre il tetto si svuotava.
A Dalinar, Kadash era sempre sembrato sbagliato in quelle vesti. Anche se portava la tradizionale barba squadrata, quello che lui vedeva non era un fervente. Era un soldato, con una corporatura snella, postura sempre all’erta e occhi acuti color violetto chiaro. Aveva una vecchia cicatrice contorta che gli correva su fino alla cima della testa rasata e tutt’attorno. La vita di Kadash adesso poteva essere dedicata alla pace e al servizio, ma aveva trascorso la sua giovinezza in guerra. Dalinar sussurrò alcune parole di promessa a Navani e lei lo lasciò per andare al piano inferiore, dove aveva ordinato di preparare cibo e vino. Dalinar si avvicinò a Kadash con aria fiduciosa. Il piacere di aver fatto finalmente quello che aveva procrastinato per così tanto tempo crebbe dentro di lui. Era sposato con Navani. Era una gioia che aveva ritenuto perduta fin dalla giovinezza, un esito che non si era nemmeno concesso di sperare di poter raggiungere.
Ma non si sarebbe scusato per quello, o per lei.
«Luminobile» disse Kadash a bassa voce.
«Formalità, vecchio amico?»
«Vorrei poter essere qui solo come un vecchio amico» disse Kadash piano.
«Dovrò riferire tutto questo, Dalinar. L’ordine non ne sarà lieto.»
«Di certo non possono negare il mio matrimonio se il Folgopadre in persona ha benedetto l’unione.»
«Uno spren? Vi aspettate davvero che accettiamo l’autorità di uno spren
«Un residuo dell’Onnipotente.»
«Dalinar, questa è blasfemia» disse Kadash in tono addolorato.
«Kadash. Sai che non sono un eretico. Hai combattuto al mio fianco.»
«E questo dovrebbe rassicurarmi? Ricordate quello che abbiamo fatto assieme, Dalinar? Apprezzo l’uomo che siete diventato; dovreste evitare di ricordarmi l’uomo che eravate un tempo.»
Dalinar esitò e un ricordo riaffiorò dalle profondità dentro di lui, uno a cui non pensava da anni. E che lo sorprese. Da dove era venuto?
Ricordò Kadash, coperto di sangue, inginocchiato a terra dopo aver vomitato fino a svuotarsi lo stomaco. Un soldato temprato che aveva incontrato qual- cosa di talmente spregevole da esserne scosso lui stesso.
Il giorno dopo se n’era andato per diventare un fervente.
«La Faglia» sussurrò Dalinar. «Rathalas.»
«Tempi bui da non rivangare» disse Kadash. «Ma questo non riguarda... quel giorno, Dalinar. Riguarda oggi e ciò che avete diffuso tra le scrivane. Chiacchiere riguardanti le cose a cui avete assistito nelle visioni.»
«Messaggi sacri» precisò Dalinar, sentendo freddo. «Inviati dall’Onnipotente.»
«Messaggi sacri che sostengono che l’Onnipotente sia morto?» obiettò Kadash.
«E che arrivano proprio alla vigilia del ritorno dei Nichiliferi? Dalinar, non riuscite a vedere cosa sembra tutto questo? Io sono il vostro fervente, tecnicamente il vostro schiavo. E sì, forse ancora vostro amico. Ho cercato di spiegare ai concili a Kharbranth e a Jah Keved che avete buone intenzioni. Ho raccontato ai ferventi del Sacro Enclave che state guardando indietro verso un tempo in cui i Cavalieri Radiosi erano puri, invece di vedere la loro successiva corruzione. Ho detto loro che non avete alcun controllo su queste visioni.
«Ma Dalinar, ciò è stato prima che iniziaste a professare che l’Onnipotente è morto. Sono già abbastanza arrabbiati per quello, e ora voi vi siete spinto a sfidare le convenzioni, sputando negli occhi dei ferventi! Personalmente non penso che abbia importanza se sposate Navani. Quella proibizione è sicuramente obsoleta. Ma quello che avete fatto stanotte...»
Dalinar allungò una mano per posarla sulla spalla di Kadash, ma l’uomo si ritrasse.
«Vecchio amico,» disse Dalinar piano «Onore può essere morto, ma io ho provato... qualcos’altro. Qualcosa che va oltre. Un calore e una luce. Non è che Dio sia morto: è che l’Onnipotente non è mai stato Dio. Ha fatto del suo meglio per guidarci, ma era un impostore. O forse solo un emissario. Un essere non molto diverso da uno spren: aveva il potere di un dio, ma non il lignaggio.»
Kadash lo guardò sgranando gli occhi. «Vi prego, Dalinar. Non ripetete mai più quello che avete appena detto. Penso di poter spiegare cos’è successo stanotte. Forse. Ma sembra che non vi rendiate conto di essere a bordo di una nave che sta a malapena a galla in una tempesta, e insistete a ballare una giga sulla prua!»
«Non nasconderò la verità se la trovo, Kadash» disse Dalinar. «Hai appena visto che sono letteralmente vincolato a uno spren di giuramenti. Non oso mentire.»
«Non penso che mentireste, Dalinar» disse Kadash. «Ma penso che possiate commettere errori. Non dimenticate che io ero lì. Voi non siete infallibile.»
“Lì?” pensò Dalinar mentre Kadash indietreggiava per poi voltarsi e andarsene. “Cosa si ricorda che io non riesco a rammentare?”
Dalinar lo osservò allontanarsi. Alla fine scosse il capo e andò a unirsi al ban- chetto di mezzanotte, intenzionato a ritirarsi non appena fosse stato appropriato. Gli serviva tempo con Navani.
Sua moglie.