Sanderson: Giuramento – Capitolo 31

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 31

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 31:

Giuramento capitolo 31


Se non possono rendervi meno sciocchi, lasciate almeno che vi diano speranza.



Da Giuramento, prefazione


Per tutta la giovinezza, Kaladin aveva sognato di unirsi all’esercito e lasciare la piccola, tranquilla Hearthstone. Tutti sapevano che i soldati viaggiavano in lungo e in largo e vedevano il mondo.
E l’aveva fatto. Aveva visto dozzine e dozzine di colline vuote, pianure rico- perte d’erba e campi militari identici. Veri panorami, però... be’, quella era un’altra storia.
La città di Revolar era, come dimostrato dalla scarpinata con i parshi, solo a poche settimane di distanza da Hearthstone a piedi. Lui non l’aveva mai visitata. Tempeste, non aveva mai nemmeno vissuto in una città prima, a meno di non considerare i campi militari.
Sospettava che molte città non fossero circondate da un esercito di parshi come in questo caso.
Revolar era costruita in un bell’avvallamento sul lato sottovento di una serie di colline, il punto perfetto per una piccola cittadina. Tranne per il fatto che quella non era una “piccola cittadina”. Si era allargata, riempiendo le aree tra le colline, salendo su per i pendii sottovento e lasciando solo le cime completamente spoglie. Si aspettava che una città apparisse più organizzata. Aveva immaginato file ordinate di case, come un efficiente campo militare. Quello sembrava più un groviglio di piante ammassate in un crepaccio nelle Pianure Infrante. C’erano strade che correvano da una parte all’altra. Mercati che spuntavano a casaccio.
Kaladin si unì alla sua squadra di parshi mentre zigzagavano lungo un’am- pia strada mantenuta pianeggiante con crem levigato. Passarono fra migliaia e migliaia di parshi accampati lì, e pareva che se ne aggiungessero altri di minuto in minuto.
Il suo, comunque, era l’unico gruppo che portava lance con la punta di pietra sulle spalle, sacchi di biscotti di grano secchi e sandali in pelle di cinghiale. Legavano i loro grembiuli con cinture e avevano coltelli di pietra, accette ed esche in custodie cerate fatte da candele ottenute con il baratto. Aveva perfino iniziato a insegnare loro come usare una fionda.
Probabilmente non avrebbe dovuto mostrare loro nessuna di quelle abilità; ciò non gli impediva di sentirsi orgoglioso mentre camminava assieme a loro, entrando nella città.
Delle folle erano ammassate per le strade. Da dove erano venuti tutti quei parshi? Si trattava di un esercito di almeno quaranta o cinquantamila unità. Ma lui aveva sempre riposto in fondo alla mente l’idea che non ce ne fossero così tanti là fuori. Ogni occhichiari di alto rango ne aveva un po’. E molti carovanieri. E, be’... perfino le famiglie meno ricche che vivevano in città o cittadine li avevano. E poi c’erano i portuali, i minatori, quelli che trasportavano l’acqua, i portatori utilizzati nella costruzione di progetti su ampia scala...
«È stupefacente» disse Sah, che stava camminando accanto a Kaladin e portava sulle spalle la figlia per offrirle una visuale migliore. Lei stringeva alcune delle carte di legno, tenendosele vicino come un’altra bambina avrebbe potuto fare con la bambola imbottita preferita.
«Stupefacente?» chiese Kaladin a Sah.
«È una città tutta nostra, Kal» sussurrò lui. «Durante il mio periodo come schiavo, in cui riuscivo a malapena a pensare, sognavo comunque. Provavo a immaginare come sarebbe stato avere una casa tutta mia, una vita tutta mia. E ora ecco qua.»
Era evidente che lì i parshi si erano trasferiti in case lungo le strade. Gestivano anche i mercati? Ciò sollevava una domanda difficile e inquietante. Dov’erano gli umani? Il gruppo di Khen si inoltrò di più nella città, ancora guidato dalla spren invisibile. Kaladin notò segni di guai. Finestre rotte. Porte che non si chiudevano più con il chiavistello. Parte di quei problemi dovevano derivare dalla Tempesta Infinita, ma superò un paio di porte che erano state evidentemente sfondate con accette.
Saccheggi. E più avanti c’era un muro interno. Era una buona fortificazione, proprio nel mezzo della pianta cittadina. Probabilmente contrassegnava il con- fine originale della città, come deciso da qualche architetto ottimista.
Lì, finalmente, Kaladin trovò i segni dello scontro che si era aspettato all’inizio del suo viaggio ad Alethkar. I cancelli per la città interna erano a terra, rotti. Avevano superato una guardiola bruciata e nelle travi di legno erano ancora conficcate le frecce. Quella era una città conquistata.
Ma dov’erano finiti gli umani? Doveva cercare un campo di prigionia oppure una catasta fumante di ossa bruciate? Solo l’idea gli dava la nausea.
«È di questo che si tratta?» chiese Kaladin mentre procedevano lungo una via nella città interna. «È questo che volete, Sah? Conquistare il regno? Distruggere l’umanità?»
«Tempeste, non lo so» rispose lui. «Ma non posso essere di nuovo uno schiavo, Kal. Io non lascerò che prendano Vai e la imprigionino. Vuoi difenderli, dopo quello che ti hanno fatto?»
«Sono il mio popolo.»
«Questa non è una scusa. Se uno del “tuo popolo” uccide un altro, non lo mettete in prigione? Qual è la giusta punizione per aver schiavizzato la mia intera razza?»
Syl si librò lì accanto, il volto che spuntava da uno scintillante banco di foschia. Attirò il suo sguardo, poi sfrecciò su un davanzale e atterrò, assumendo la forma di una piccola roccia.
«Io...» disse Kaladin. «Io non lo so, Sah. Ma una guerra per sterminare una parte o l’altra non può essere la risposta.»
«Puoi combattere al nostro fianco, Kal. Non dev’essere per forza umani contro parshi. Può essere più nobile di così. Oppressi contro oppressori.»
Mentre superavano il punto dove si trovava Syl, Kaladin passò la mano lungo il muro. Come avevano provato, Syl si infilò su per la manica della sua giacca. Lui poteva sentirla, come un refolo di vento, muoversi lungo la manica e poi fuori del colletto, nei capelli. Avevano riscontrato che i lunghi ricci la nascondevano piuttosto bene.
«Ci sono parecchi di quegli spren bianco-gialli qui, Kaladin» gli sussurrò. «Sfrecciano in aria e danzano tra gli edifici.»
«Qualche segno di umani?» chiese Kaladin piano.
«A est» disse lei. «Stipati in qualche vecchia caserma dell’esercito e in vecchi quartieri dei parshi. Altri sono in grossi recinti, sorvegliati. Kaladin... oggi è in arrivo un’altra altempesta.»
«Quando?»
«Presto, forse? Sono nuova a indovinare queste cose. Dubito che qualcuno la stia aspettando. È tutto stravolto; i diagrammi saranno sbagliati finché non si riuscirà a tracciarne di nuovi.»
Kaladin sibilò lentamente tra i denti.


Più avanti, la sua squadra avvicinò un gruppo numeroso di parshi. A giudicare dal modo in cui erano organizzati in lunghe file, si trattava di una specie di postazione di smistamento per i nuovi arrivati. In effetti, i cento del gruppo di Khen furono indirizzati verso una delle file ad aspettare.
Più avanti rispetto a loro, un parshi in armatura di carapace completa – come un Parshendi – passò lungo la fila tenendo in mano una tavola per scrivere. Syl si rannicchiò ancora di più tra i capelli di Kaladin quando il Parshendi si avvicinò al gruppo di Khen.
«Da quale cittadina, campo di lavoro o esercito provenite?» La sua voce aveva una cadenza strana, simile a quella dei Parshendi che Kaladin aveva udito sul- le Pianure Infrante. Alcuni del gruppo di Khen ne avevano accenni, ma nulla di così marcato.
Il parshi scrivano annotò l’elenco di cittadine che gli diede Khen, poi notò le loro lance. «Vi siete tenuti occupati. Vi raccomanderò per l’addestramento speciale. Mandate il vostro prigioniero ai recinti; io scriverò qui una descrizione e, una volta sistemati, potrete metterlo al lavoro.»
«Lui...» intervenne Khen guardando Kaladin. «Lui non è nostro prigioniero.» Sembrava riluttante. «Era uno degli schiavi umani, come noi. Desidera unirsi a noi e combattere.»
Il parshi alzò lo sguardo verso il nulla.
«Yixli sta parlando per te» sussurrò Sah a Kaladin. «Sembra colpita.»
«Be’,» disse lo scrivano «non è senza precedenti, ma dovrete ottenere il per- messo da uno dei Coalescenti per classificarlo come libero.»
«Uno dei cosa?» chiese Khen.
Il parshi con la tavola da scrittura indicò alla sua sinistra. Kaladin dovette uscire dalla fila, assieme a diversi altri, per vedere una parshi alta con i capelli lunghi. Le guance erano ricoperte di carapace, che correva lungo gli zigomi e poi dietro tra i capelli. La pelle delle sue braccia era increspata di creste, come se ci fosse carapace anche sotto la pelle. I suoi occhi brillavano di rosso.
A Kaladin si mozzò il fiato. Il Ponte Quattro gli aveva descritto quelle creature, gli strani Parshendi che avevano affrontato quando si erano spinti verso il centro delle Pianure Infrante. Erano gli esseri che avevano evocato la Tempesta Infinita.
Lei si concentrò direttamente su Kaladin. C’era qualcosa di opprimente nel suo sguardo rosso.
Kaladin udì un tuono in lontananza. Attorno a lui, molti parshi si voltarono in quella direzione e iniziarono a borbottare. Altempesta.
In quel momento Kaladin prese la sua decisione. Era rimasto con Sah e gli altri per quanto più tempo aveva osato. Aveva appreso quello che poteva. La tempesta forniva un’opportunità.
“È il momento di andare.”
La creatura alta e pericolosa con gli occhi rossi – Coalescente l’avevano chiamata – iniziò a camminare verso il gruppo di Khen. Kaladin non poteva sapere se l’avesse riconosciuto come un Radioso, ma non aveva intenzione di attendere fino al suo arrivo. Aveva preparato dei piani: i vecchi istinti da schiavo avevano già deciso quale fosse la via di fuga più semplice.
Era sulla cintura di Khen.
Kaladin risucchiò la Folgoluce proprio dal suo borsello. Si illuminò di potere, poi afferrò la sacchetta – quelle gemme gli sarebbero servite – e la staccò con uno strattone, rompendo la cinghia di cuoio.
«Porta la tua gente al riparo» disse Kaladin alla stupefatta Khen. «Si sta avvicinando un’altempesta. Grazie per la tua gentilezza. Qualunque cosa ti dicano, sappi questo: io non desidero essere vostro nemico.»
La Coalescente cominciò a urlare con voce irata. Kaladin incontrò l’espressione tradita di Sah, poi si lanciò in aria.
Libertà.
La pelle di Kaladin era percorsa da brividi di gioia. Tempeste, quanto gli era mancato tutto questo! Il vento, lo spazio aperto sopra di lui, perfino il sussulto nello stomaco causato dalla mancanza di gravità. Syl ruotò attorno a lui come un nastro di luce, creando una spirale di linee lucenti. Gloriaspren spuntarono attorno alla testa di Kaladin.
Syl assunse la forma di una persona per poter lanciare occhiatacce alle piccole palle di luce ondeggianti. «Mio» disse, schiaffandone via una.
A circa cinque o seicento piedi di altezza, Kaladin cambiò a una mezza Sferzata, così da rallentare e fluttuare nel cielo. Sotto, quella parshi con gli occhi rossi stava gesticolando e urlando, anche se lui non riusciva a udirla. Tempeste! Sperava che ciò non significasse guai per Sah e gli altri.
Aveva una visuale eccellente della città: le strade erano piene di figure che adesso stavano cercando rifugio negli edifici. Altri gruppi accorrevano nella città da tutte le direzioni. Perfino dopo aver passato parecchio tempo con loro, la sua prima reazione fu di disagio. Così tanti parshi assieme in un posto? Era innaturale.
Quell’impressione lo turbò ora come non avrebbe mai fatto prima.
Fissò il folgomuro, che poteva vedere avvicinarsi in lontananza. Aveva ancora un po’ di tempo prima che arrivasse.
Sarebbe dovuto volare sopra la tempesta per evitare di essere preso nei suoi venti. Ma poi cosa?
«Urithiru è là fuori da qualche parte, a ovest» disse Kaladin. «Puoi guidarci là?»
«E come?»
«Ci sei già stata.»
«Anche tu.»
«Tu sei una forza della natura, Syl» disse Kaladin. «Puoi avvertire le tempeste. Non hai una qualche specie di... senso dell’orientamento?»
«Sei tu quello che proviene da questo reame» disse lei, allontanando un altro gloriaspren e rimanendo sospesa nell’aria accanto a lui, con le braccia incrociate. «Inoltre, non sono tanto una forza della natura quanto piuttosto uno dei poteri grezzi della creazione trasformato dall’immaginazione umana collettiva in una personificazione di uno dei loro ideali.» Gli sorrise.
«E questo da dove l’hai tirato fuori?»
«Non lo so. Forse l’ho sentito una volta da qualche parte. O forse sono solo sveglia
«Dobbiamo dirigerci alle Pianure Infrante, allora» disse Kaladin. «Possiamo avviarci verso una delle città più grandi nell’Alethkar meridionale, scambiare lì le gemme e averne così abbastanza per arrivare fino ai campi militari.»
Deciso ciò, si legò il borsello delle gemme alla cintura, poi lanciò un’occhiata in basso e cercò di effettuare un’ultima stima del numero di truppe e delle fortificazioni dei parshi. Sembrava strano non preoccuparsi per la tempesta, ma sarebbe semplicemente salito di quota sopra di essa quando fosse arrivata.
Da lassù, Kaladin poteva vedere le grandi trincee intagliate nelle pietre per far scorrere via le acque di piena dopo una tempesta. Anche se molti parshi erano fuggiti al riparo, là sotto ne restavano alcuni che allungavano il collo per fissarlo. Lesse un senso di tradimento nelle loro posture, anche se non riusciva nemmeno a capire se quelli fossero membri del gruppo di Khen oppure no.
«Cosa c’è?» chiese Syl posandosi sulla sua spalla.
«Non posso fare a meno di provare un’affinità con loro, Syl.»
«Hanno conquistato la città. Sono Nichiliferi
«No, sono persone. E sono arrabbiate e con buoni motivi.» Una folata di vento lo investì, facendolo sbandare da un lato. «Conosco quella sensazione. Ti brucia dentro, ti si intrufola nel cervello finché non dimentichi tutto quanto tranne l’ingiustizia che ti è stata fatta. È così che mi sentivo per Elhokar. A volte un mondo di spiegazioni razionali può diventare insignificante di fronte a quel desiderio ossessivo di ottenere ciò che meriti
«Tu hai cambiato idea su Elhokar, Kaladin. Hai capito cos’era giusto.»
«Ah sì? Ho scoperto cos’era giusto, oppure ho finalmente acconsentito a vedere le cose come volevi tu?»
«Uccidere Elhokar era sbagliato.»
«E i parshi sulle Pianure Infrante che ho ucciso? Ammazzare loro non era sbagliato?»
«Proteggevi Dalinar.»
«Che stava attaccando la loro patria.»
«Perché loro hanno ucciso suo fratello.»
«Cosa che, per quanto ne sappiamo, hanno fatto perché hanno visto come re Gavilar e i suoi uomini trattavano i parshi.» Kaladin si voltò verso Syl, che era seduta sulla sua spalla con una gamba piegata sotto di sé. «Allora qual è la differenza, Syl? Che differenza c’è tra Dalinar che attacca i parshi e questi parshi che conquistano quella città?»
«Non lo so» disse lei piano.
«E perché era peggio per me lasciare che Elhokar fosse ucciso per le ingiustizie commesse che uccidere attivamente dei parshi sulle Pianure Infrante?»
«La prima cosa è sbagliata. Voglio dire, è solo che sembra sbagliata. Entrambe lo sono, suppongo.»
«Tranne che la prima ha quasi rotto il mio legame mentre l’altra no. Il lega- me non riguarda cos’è giusto e cos’è sbagliato, Syl. Riguarda quello che tu consideri come giusto o sbagliato.»
«Quello che noi consideriamo» lo corresse. «E riguarda i giuramenti. Tu hai giurato di proteggere Elhokar. Dimmi che durante il tempo in cui progettavi di tradirlo, dentro di te non hai pensato che stavi facendo qualcosa di sbagliato.»
«D’accordo. Ma riguarda comunque la percezione.» Kaladin lasciò che i venti lo sospingessero, sentendo un buco aprirsi nella sua pancia. «Tempeste, avevo sperato... che tu potessi indicarmi, darmi qualcosa di assolutamente giusto. Per una volta, mi piacerebbe che il mio codice morale non avesse in fondo una lista di eccezioni.»
Lei annuì pensierosa.
«Mi aspettavo che obiettassi» continuò Kaladin. «Tu sei... cosa? un’incarnazione delle percezioni umane dell’onore? Non dovresti almeno pensare di avere tutte le risposte?»
«Probabilmente» disse lei. «O forse, se esistono delle risposte, io dovrei essere quella che desidera trovarle.»
Il folgomuro adesso era completamente visibile: la grande parete d’acqua e rifiuti spinta dai venti in arrivo di un’altempesta. Kaladin si era lasciato sospingere dai venti via dalla città, così si Sferzò verso est finché non si trovarono a fluttuare sopra le colline che ne formavano il frangivento. Lì notò qualcosa che non aveva visto prima: recinti pieni di grandi masse di umani.
I venti che soffiavano da est stavano diventando più forti. Comunque, i parshi a guardia dei recinti continuavano a starsene lì, come se nessuno avesse dato loro ordine di muoversi. I primi brontolii dell’altempesta erano stati distanti, fa- cili da non notare. Presto se ne sarebbero accorti, ma poteva essere troppo tardi.
«Oh!» esclamò Syl. «Kaladin, quelle persone!»
Kaladin imprecò, poi annullò la Sferzata che lo teneva in alto, cosa che lo fece precipitare di colpo. Si schiantò a terra, spandendo uno sbuffo di Folgoluce brillante che si allargò attorno a lui in un anello.
«Altempesta!» urlò alle guardie parshi. «Altempesta in arrivo! Portate queste persone al sicuro!»
Quelli lo guardarono perplessi. Non era una reazione sorprendente. Kaladin evocò la sua Lama, facendosi strada a spintoni tra i parshi e balzando sul muretto di pietra del recinto, fatto per trattenere i suini.
Tenne in alto la Syllama. Gli abitanti si precipitarono verso il muro. Si levarono grida di “Stratoguerriero”.
«Sta arrivando un’altempesta!» urlò, ma le sue parole si persero rapidamente nel tumulto di voci. Tempeste! Non aveva dubbi che i Nichiliferi sapessero occuparsi di un gruppo di umani in rivolta.
Risucchiò altra Folgoluce e si sollevò in aria. Quello li zittì e li fece perfino indietreggiare.
«Dove vi siete riparati» domandò a gran voce «quando sono venute le ultime tempeste?»
Alcune persone nelle prime file indicarono dei grossi rifugi lì vicino. Erano fatti per ospitare bestiame, parshi e perfino viaggiatori durante le tempeste. Potevano contenere la popolazione di un’intera cittadina? Forse ammassandocela.
«Muovetevi!» gridò Kaladin. «Presto arriverà una tempesta.»
Kaladin, disse la voce di Syl nella sua mente. Dietro di te.
Lui si voltò e trovò delle guardie parshi armate di lance che si avvicinavano al suo muro. Kaladin balzò giù mentre le persone finalmente reagivano, scalando i muri che arrivavano a malapena all’altezza del petto ed erano ricoperti di crem liscio e indurito.
Kaladin fece un passo verso i parshi, poi spazzò con la sua Lama, staccando i puntoni dalle impugnature. I parshi, che avevano solo poco più addestramento di quelli con cui aveva viaggiato, indietreggiarono confusi.
«Volete combattermi?» chiese loro Kaladin. Uno scosse il capo.
«Allora assicuratevi che quelle persone non si calpestino a vicenda nella fretta di mettersi al sicuro» disse Kaladin indicando. «E non fatele attaccare dalle altre guardie. Questa non è una rivolta. Non sentite il tuono? Non avvertite che il vento sta soffiando più forte?»
Saltò di nuovo sul muro, poi agitò le mani per indicare alle persone di muoversi e urlò degli ordini. Le guardie parshi alla fine decisero che, invece di affrontare uno Stratoguerriero, preferivano rischiare di mettersi nei guai per aver fatto quello che diceva. Poco dopo, un’intera squadra di parshi stava spingendo gli umani – spesso in modo meno gentile di quanto Kaladin avrebbe voluto – verso i rifugi antitempesta.
Kaladin balzò giù accanto a una delle guardie, una femmina a cui aveva tagliato la lancia a metà. «Come vi siete comportati l’ultima volta che la tempesta ha colpito?»
«Per la maggior parte abbiamo lasciato gli umani a se stessi» ammise lei. «Eravamo troppo occupati a metterci al sicuro.»
Dunque nemmeno i Nichiliferi avevano previsto l’arrivo di quella tempesta. Kaladin trasalì, cercando di non rimuginare su quante persone probabilmente erano state travolte dall’impatto del folgomuro.
«Comportatevi meglio» le disse. «Queste persone ora sono una vostra respon- sabilità. Avete occupato la città e preso quello che volevate. Se desiderate affermare qualunque tipo di superiorità morale, trattate i vostri prigionieri meglio di come loro hanno trattato voi.»
«Ehi» disse la parshi. «Tu chi sei? E perché...»
Qualcosa di grosso andò a sbattere contro Kaladin, scagliandolo all’indietro contro il muro con un crunch. Quella cosa aveva le braccia: una persona che voleva afferrarlo per la gola, cercando di strangolarlo. Lui la scalciò via; i suoi oc- chi lasciarono una scia rossa.
Un bagliore violetto-nerastro – come Folgoluce scura – si levò da quel parshi con gli occhi rossi. Kaladin imprecò e si Sferzò in aria.
La creatura lo seguì.
Un’altra si sollevò lì vicino, lasciandosi dietro un debole bagliore violetto, e volò con la stessa facilità. Quei due sembravano diversi dalla parshi che aveva visto prima, più snella e con i capelli più lunghi. Syl urlò nella sua mente, un suono come di dolore misto a sorpresa. Kaladin poteva solo ipotizzare che qualcuno fosse andato a chiamare quei due, dopo che lui era volato via.
Alcuni ventospren sfrecciarono accanto a Syl, poi iniziarono a danzargli attorno per gioco. Il cielo divenne buio mentre il folgomuro avanzava tuonando lungo la terra. Quei Parshendi con gli occhi rossi lo inseguirono verso l’alto.
Così Kaladin si Sferzò direttamente verso la tempesta.
Contro l’Assassino in Bianco aveva funzionato. L’altempesta era pericolosa, ma era anche una specie di alleato. Le due creature lo seguirono, anche se superarono la sua quota e dovettero Sferzarsi di nuovo verso il basso in uno strano movimento ondeggiante. Gli ricordarono il primo esperimento con i suoi poteri. Kaladin si fece forza – tenendo stretta la Syllama, a cui si unirono quattro o cinque ventospren – e impattò contro il folgomuro. Lo inghiottì un’oscurità instabile che spesso veniva incrinata da fulmini e rotta da bagliori fantasma. I venti si contorcevano e cozzavano come eserciti nemici, così irregolari da scagliare Kaladin prima da una parte, poi dall’altra. Gli occorse tutta la sua abilità con le Sferzate semplicemente per mantenere una direzione.
Si guardò alle spalle mentre i due parshi con gli occhi rossi irrompevano. Il loro strano bagliore era più attenuato del suo e in qualche modo dava l’impressione di un anti-bagliore. Un’oscurità che si aggrappava a loro.
Furono arrestati immediatamente e finirono a roteare nel vento. Kaladin sorrise, poi fu quasi schiacciato da un macigno che ruzzolava nell’aria. Si salvò per pura fortuna: il macigno gli passò tanto vicino che sarebbe bastato qualche altro pollice per strappargli via il braccio.
Kaladin si Sferzò verso l’alto, librandosi attraverso la tempesta verso il suo tetto. «Folgopadre!» urlò. «Spren delle tempeste!»
Nessuna risposta.
«Devia!» urlò Kaladin nei venti vorticosi. «Ci sono persone laggiù! Folgopadre! Devi ascoltarmi!»
Tutto divenne immobile.
Kaladin si trovò in quello strano spazio dove aveva visto il Folgopadre in precedenza, uno spazio che sembrava fuori della realtà. Il terreno era lontano laggiù in basso, indistinto, lucido di pioggia, ma vuoto e spoglio. Kaladin aleggiava nell’aria. Senza Sferzate: l’atmosfera era semplicemente solida sotto di lui.
chi sei tu per fare richieste alla tempesta, figlio di onore?
Il Folgopadre era una faccia larga come il cielo, smisurata come un’alba. Kaladin tenne la sua spada in alto. «Ti conosco per ciò che sei, Folgopadre. Uno spren, come Syl.»
io sono il ricordo di un dio, il frammento che rimane. l’anima di una tempesta e la mente dell’eternità.
«Allora sicuramente, con quell’anima, mente e ricordo,» disse Kaladin «puoi trovare pietà per le persone là sotto.»
e le centinaia di migliaia che sono morte in passato tra questi venti? avrei dovuto avere pietà anche per loro?
«Sì.»
e le onde che inghiottono, i fuochi che consumano? vorresti che si fermassero anche quelli?
«Parlo solo di te, e solo per oggi. Per favore.»
Vi fu un rombo di tuono. E il Folgopadre parve davvero valutare la richiesta. non è qualcosa che posso fare, figlio di tanavast. se il vento smette di soffiare, non è vento. è nulla.
«Ma...»
Kaladin precipitò di nuovo nella tempesta vera e propria e sembrava che il tempo non fosse passato. Si tuffò tra i venti, digrignando i denti dalla frustrazione. Era accompagnato da ventospren: ora ce n’erano due dozzine, un gruppo che ruotava e rideva, ciascuno di essi un nastro di luce.
Superò uno dei parshi con gli occhi luminosi. Il Coalescente? Quel termine si riferiva a tutti quelli i cui occhi luccicavano?
«Il Folgopadre potrebbe davvero essere più utile, Syl. Non diceva di essere tuo padre?»
È complicato, gli comunicò lei nella mente. È testardo, però. Mi dispiace.
«È insensibile» disse Kaladin.
È una tempesta, Kaladin. Come la gente nel corso dei millenni l’ha immaginato.
«Potrebbe scegliere.»
Forse. Forse no. Penso che quello che stai facendo sia come chiedere al fuoco se per favore può smettere di essere così caldo.
Kaladin sfrecciò giù lungo il terreno, raggiungendo rapidamente le colline attorno a Revolar. Si era augurato di trovare tutti quanti al sicuro, ma quella, naturalmente, era una speranza fragile. Le persone erano sparpagliate per i recinti e il terreno vicino ai rifugi. Uno di quei rifugi aveva ancora le porte aperte e alcuni uomini, che fossero benedetti, stavano cercando di radunare le ultime persone all’esterno e portarle dentro.
Molte erano troppo lontane. Si rannicchiarono contro il terreno, tenendosi al muro o ad affioramenti rocciosi. Kaladin riusciva a malapena a distinguerle nei lampi dei fulmini, come ammassi terrorizzati soli nella tempesta.
Lui aveva sperimentato quei venti. Era stato inerme davanti a essi, legato al lato di un edificio.
Kaladin... disse Syl nella sua mente mentre lui scendeva di quota.
La tempesta pulsava dentro di lui. All’interno dell’altempesta, la sua Folgoluce veniva rinnovata di continuo. Lo preservava, gli aveva salvato la vita dozzine di volte. Quello stesso potere che aveva cercato di ucciderlo era stato la sua salvezza. Kaladin toccò terra e lasciò andare Syl, poi afferrò la sagoma di un giovane padre che teneva stretto il figlio. Li tirò su, riparandoli e cercando di farli correre verso l’edificio. Lì vicino, un’altra persona – Kaladin non riusciva a vedere bene – fu strappata via da una folata di vento e risucchiata nell’oscurità.
Kaladin, non puoi salvarli tutti.
Lui urlò mentre ne afferrava un’altra ancora, tenendola stretta e camminando assieme a lei. Incespicarono nel vento e raggiunsero un capannello di persone accalcate assieme. Circa due dozzine o più, nell’ombra del muro attorno ai recinti. Kaladin tirò i tre che stava aiutando – il padre, il figlio e la donna – vicino agli altri. «Non potete stare qua fuori!» urlò a tutti quanti loro. «Assieme. Dovete camminare assieme, da questa parte!»
Con uno sforzo – i venti che ululavano, la pioggia che colpiva come una gragnola di frecce – mise il gruppo in movimento lungo il terreno roccioso, uno sottobraccio all’altro. Fecero buoni progressi, finché un macigno non si schiantò a terra lì vicino e alcuni di loro si rannicchiarono in preda al panico. Il vento si alzò, sollevando da terra delle persone; solo le mani strette a quelle degli altri impedirono che fossero spazzate via.
Kaladin scacciò le lacrime che si mischiavano con la pioggia. Urlò. Lì vicino, un lampo di luce illuminò un uomo mentre veniva colpito da un pezzo di muro strappato via che trascinò il suo corpo nella tempesta.
Kaladin, disse Syl. Mi dispiace.
«Dispiacersi non è abbastanza!» gridò lui.
Afferrò con un braccio un bambino, la faccia rivolta verso la tempesta e i suoi venti terribili. Perché distruggeva? Questa tempesta li plasmava. Perché doveva anche devastarli? Consumato dal dolore e da un senso di tradimento, Kaladin scoppiò di Folgoluce e gettò la mano in avanti come per respingere il vento stesso. Cento ventospren ruotarono verso di lui come linee di luce, attorcigliandosi attorno al suo braccio e avvolgendolo come nastri. Si caricarono di Luce, poi esplosero verso l’esterno in una cortina abbagliante, spazzando verso i lati di Kaladin e separando i venti attorno a lui.
Egli restò con la mano verso la tempesta e la deviò. Come una pietra nelle rapide di un fiume fermava le acque, lui aprì una sacca nella tempesta, creando una scia calma dietro di sé.
La tempesta infuriava dentro di lui, ma Kaladin mantenne il vertice in una formazione di ventospren che si allargavano da lui come ali, e la deviò. Riuscì a voltare la testa mentre la tempesta lo percuoteva. Le persone si radunarono alle sue spalle, fradicie e confuse... circondate dalla calma.
«Andate!» urlò. «Andate!»
Quelli si riscossero e il giovane padre riprese il figlio dal braccio sottovento di Kaladin. Questi indietreggiò assieme a loro, mantenendo il frangivento. Quel gruppo rappresentava solo una parte delle persone intrappolate dai venti, tuttavia Kaladin dovette usare tutte le proprie forze per trattenere la tempesta.
I venti sembravano adirati con lui per quella sfida. Sarebbe bastato un solo macigno...
Una figura con occhi rossi luccicanti atterrò sul campo davanti a lui. Avanzò, ma le persone avevano finalmente raggiunto il rifugio. Kaladin sospirò e liberò i venti, e gli spren dietro di lui si sparpagliarono. Esausto, lasciò che la tempesta lo ghermisse e lo scagliasse via. Una rapida Sferzata lo fece salire di quota, evitandogli di essere sbattuto contro gli edifici della città.
Wow, disse Syl nella sua mente. Cos’hai appena fatto? Con la tempesta?
«Non abbastanza» mormorò Kaladin.
Non riuscirai mai a fare abbastanza per considerarti soddisfatto, Kaladin. Comunque è stato meraviglioso.
In un attimo superò Revolar. Si voltò, diventando semplicemente un altro detrito nel vento. Il Coalescente gli diede la caccia, ma rimase indietro e scomparve. Kaladin e Syl si spinsero fuori dal folgomuro, poi lo cavalcarono sul davanti della tempesta. Passarono sopra città, pianure, montagne senza mai esaurire la Folgoluce, poiché avevano una fonte che gliela rinnovava da dietro.
Volarono così per un’ora buona prima che una corrente nei venti spingesse Kaladin verso sud.
«Vai da quella parte» disse Syl, un nastro di luce.
«Perché?»
«Fallo e basta: ascolta un pezzo di natura incarnata. Credo che il Padre voglia scusarsi, a suo modo.»
Kaladin grugnì, ma permise ai venti di incanalarlo verso una meta specifica. Volò in quella direzione per ore, perso nei suoni della tempesta, fino a quando finalmente non atterrò, in parte di propria volontà, in parte a causa dei venti incalzanti. La tempesta passò, lasciandolo nel mezzo di un vasto campo di roccia aperto.
L’altopiano di fronte alla città-torre di Urithiru.