Sanderson: Giuramento – Capitolo 30

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 30

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 30:

Giuramento capitolo 30


Ascoltate le parole di un folle



Da Giuramento, prefazione


Shallan si aprì a quella cosa. Era scoperta, la sua pelle nuda, la sua anima spalancata. La cosa poteva entrare.
Ma anche la cosa era aperta a lei.
Shallan provò quel suo fascino confuso che sentiva nei confronti dell’umanità. La cosa le ricordava gli uomini, e lei avvertiva una comprensione innata, simile al modo in cui i piccoli di visone appena nati sanno per natura di dover temere le anguille celesti. Questo spren non era del tutto consapevole e cosciente. Era una creazione di istinto e curiosità aliena, attratta da violenza e dolore come i saprofagi dall’odore del sangue.
Shallan conobbe Re-Shephir nello stesso tempo in cui la cosa giunse a conoscere lei. La spren strattonò e pungolò il legame di Shallan con Schema, cercando di strapparlo e inserirsi al suo posto. Schema si aggrappò a Shallan e lei a lui, tenendosi con quanta forza potevano.
Lei ci teme, ronzò la voce di Schema nella sua testa. Perché ci teme?
Nella sua mente, Shallan si immaginò aggrappata stretta a Schema in forma umanoide, entrambi rannicchiati davanti all’attacco della spren. Quell’immagine era tutto ciò che poteva vedere al momento, poiché la stanza si era dissolta in nero assieme a tutto ciò che conteneva.
Quella cosa era antica. Creata molto tempo prima come un frammento dell’anima di qualcosa ancora più terribile, a Re-Shephir era stato ordinato di seminare caos, generare orrori per confondere e distruggere gli uomini. Nel corso del tempo, lentamente, era rimasta sempre più affascinata da ciò che uccideva. Le sue creazioni erano arrivate a imitare quello che lei vedeva nel mondo, ma senza amore o affetto. Erano come pietre diventate vive, felici di essere uccise o di uccidere senza alcun attaccamento o gioia. Non c’erano emozioni a parte una schiacciante curiosità e quell’effimera attrazione per la violenza.
“Per l’Onnipotente... è come un creazionespren. Solo molto, molto sbagliato.” Schema gemette, stretto contro Shallan nella sua forma di uomo con una veste rigida e un disegno di linee semovente al posto della testa. Lei cercò di proteggerlo da quell’attacco violento.
“Combatti ogni battaglia... come se... non potessi tirarti indietro.”
Shallan guardò nelle profondità di quel vuoto turbinante, la scura anima roteante di Re-Shephir, la Madre di Tenebra. Poi, ringhiando, colpì.
Non attaccò come la ragazza misurata ed eccitabile addestrata dalla cauta società vorin. Attaccò come la bambina forsennata che aveva ucciso la madre. La donna all’angolo che aveva trapassato il petto di Tyn. Attinse a quella parte di lei che odiava il mondo in cui tutti presumevano che fosse così gentile, così dolce. La parte di lei che odiava essere descritta quale spassosa o intelligente.
Attinse alla Folgoluce che aveva dentro e si spinse più in profondità nell’es- senza di Re-Shephir. Non riusciva a capire se stesse succedendo davvero – se stesse spingendo il suo corpo fisico più a fondo nel catrame della creatura – o se fosse tutto una rappresentazione di qualche altro posto. Un luogo oltre quella stanza nella torre, perfino oltre Shadesmar.
La creatura tremolò e Shallan vide finalmente il motivo della sua paura. Era stata intrappolata. Quell’evento era accaduto di recente secondo la stima dello spren, anche se Shallan ebbe l’impressione che in realtà fossero passati secoli e secoli.
Re-Shephir era terrorizzata che accadesse di nuovo. La reclusione era stata inaspettata, poiché ritenuta impossibile. Ed era stata operata da un Tessiluce come Shallan, che aveva capito questa creatura.
Lei la temeva come un ascigugio avrebbe potuto avere paura di qualcuno con una voce simile a quella del suo severo padrone.
Shallan attese, premendosi contro il nemico, ma fu investita dalla rivelazione che quella creatura l’avrebbe conosciuta completamente, avrebbe scoperto tutti i suoi segreti, fino all’ultimo.
La sua ferocia e la sua determinazione vacillarono; la sua dedizione iniziò a diminuire.
Così mentì. Insistette che non era spaventata. Era convinta. Lo era sempre stata. Avrebbe continuato così in eterno.
Il potere rischiava di essere un’illusione della percezione. Perfino dentro se stessi. Re-Shephir cedette. Stridette, un suono che riverberò attraverso Shallan. Uno strepito che ricordava la sua prigionia ed esprimeva la paura di qualcosa di peggio. Shallan cadde all’indietro nella stanza dove stavano combattendo. Adolin la prese in una stretta ferrea, abbassandosi su un ginocchio con un sonoro crac di Piastra contro pietra. Shallan udì quell’urlo riecheggiante affievolirsi. Non morire. Stava scappando, fuggendo, determinata ad allontanarsi il più possibile da lei.
Quando si costrinse ad aprire gli occhi, trovò la stanza libera dall’oscurità. I cadaveri delle creature di tenebra si erano dissolti. Renarin si affrettò a inginocchiarsi accanto a un pontiere che era stato ferito, togliendogli il guanto d’arme e pervadendo l’uomo di Folgoluce curativa.
Adolin aiutò Shallan a mettersi a sedere e lei infilò la manosalva scoperta sotto l’altro braccio. Tempeste... in qualche modo era riuscita a mantenere l’illusione dell’havah.
Perfino dopo tutto ciò, non voleva che Adolin conoscesse Veil. Non poteva.
«Dove?» gli chiese, esausta. «Dov’è andata?»
Adolin indicò verso l’altro lato della stanza, dove un cunicolo si estendeva ancor di più nelle profondità della montagna. «È fuggita in quella direzione, come fumo in movimento.»
«Allora... dovremmo darle la caccia?» chiese Eth, avvicinandosi con cautela al cunicolo. La sua lanterna rivelò gradini intagliati nella roccia. «Scende per parecchio.»
Shallan poteva percepire un cambiamento nell’aria. La torre era... diversa.
«Non inseguitela» disse, ricordando il terrore di quel conflitto. Era più che felice di lasciar scappare quella cosa. «Possiamo appostare delle guardie in questa stanza, ma non penso che tornerà.»
«Già» disse Teft, appoggiandosi sulla lancia e asciugandosi il sudore dalla faccia. «Delle guardie sembrano davvero un’ottima idea.»
Shallan si accigliò al tono della voce dell’uomo, poi seguì il suo sguardo per osservare la cosa che Re-Shephir aveva tenuto nascosta. Il pilastro esattamente al centro della stanza.
Vi erano incastonate migliaia e migliaia di gemme, molte delle quali più grandi del pugno di Shallan. Assieme, costituivano un tesoro che valeva più di parecchi regni.