Sanderson: Giuramento – Capitolo 3

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 3

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

Ti sei perso il PrologoClicca Qui!
Ti sei perso il Primo CapitoloClicca Qui!
Ti sei perso il Secondo Capitolo? Clicca Qui!
Ecco il Capitolo 3 della Prima Parte:

Sanderson Capitolo 3

Trentaquattro anni prima


 

Ilitobulbi scrocchiavano come teschi sotto gli stivali di Dalinar mentre caricava per il campo in fiamme. Era seguito dai suoi soldati scelti, un drappello selezionato di uomini sia occhichiari sia occhiscuri. Non erano una scorta.
Dalinar non aveva bisogno di una scorta. Erano semplicemente gli uomini che considerava abbastanza competenti da non metterlo in imbarazzo.
Attorno a lui i litobulbi fumavano. Il muschio, secco per la calura estiva e i lunghi giorni tra una tempesta e l’altra in quel periodo dell’anno, avvampava a ondate, accendendo i gusci dei litobulbi. Fiammaspren danzavano in mezzo a essi. E, come se fosse uno spren lui stesso, Dalinar caricava attraverso il fumo, confidando che l’armatura imbottita e gli stivali spessi lo proteggessero.
Il nemico – incalzato da nord dalle sue armate – aveva ripiegato in quella cittadina poco più avanti. Con qualche difficoltà, Dalinar aveva atteso per dare ai suoi soldati scelti la possibilità di attaccare sul fianco.
Non si era aspettato che il nemico incendiasse quella pianura, bruciando in un atto di disperazione i suoi stessi raccolti per bloccare l’avvicinamento da sud. Be’, gli incendi potevano andare alla Dannazione! Alcuni dei suoi uomini furono sopraffatti dal fuoco o dal calore, ma per la maggior parte rimasero con lui. Sarebbero andati a scontrarsi con il nemico e l’avrebbero spinto all’indietro contro il grosso dell’esercito. Incudine e martello. La sua tattica preferita: quella che non permetteva ai suoi nemici di sfuggirgli.
Mentre Dalinar sbucava dall’aria densa di fumo, trovò poche file di lancieri che stavano frettolosamente formando dei ranghi sul lato meridionale della città. Attesaspren – come vessilli rossi che crescevano dal terreno e sbattevano al vento – si assieparono attorno a loro. Le basse mura della città erano state abbattute in una contesa di qualche anno prima, perciò i soldati avevano solo macerie come fortificazione, anche se un grande crinale a est fungeva da frangivento naturale contro le tempeste, cosa che aveva consentito a quel posto di espandersi quasi come una vera città.
Dalinar lanciò un urlo contro i soldati nemici, battendo la propria spada – solo una normale spada lunga – contro lo scudo. Indossava una corazza robusta, un elmo aperto sul davanti e stivali rinforzati in ferro. I lancieri davanti a lui vacillarono nell’udire il ruggito dei suoi soldati scelti, che saliva tra fumo e fiamme in una fragorosa cacofonia assetata di sangue.
Alcuni lancieri lasciarono cadere le armi e fuggirono. Dalinar sogghignò. Non gli servivano gli Strati per mettere paura.
Colpì i lancieri come un macigno che rotolava in un boschetto di alberelli, la sua spada che sprizzava sangue nell’aria. Un buon combattimento era incentrato sull’impeto. Non fermarsi. Non pensare. Spingersi in avanti e convincere il nemico che era già bell’e morto. In quel modo, i soldati erano più restii a contrattaccare mentre venivano mandati alle loro pire funebri.
I lancieri affondarono frenetici con le loro armi, non tanto per provare a uccidere quanto per tenere lontano quell’invasato. I loro ranghi andarono in pezzi quando in troppi rivolsero l’attenzione verso di lui.
Dalinar rise, deviando un paio di lance con il suo scudo per poi sbudellare un uomo conficcandogli la lama nelle viscere. L’uomo agonizzante lasciò cadere la lancia e i soldati vicino a lui indietreggiarono a quella vista terrificante. Dalinar avanzò con un ruggito, uccidendoli con la spada lorda del sangue del loro amico. I soldati scelti di Dalinar colpirono la fila ora spezzata e il vero massacro ebbe inizio. Lui spinse in avanti, mantenendo l’impeto e menando fendenti tra i ranghi fino a raggiungere il fondo della formazione, poi prese un respiro profondo e si pulì il volto dal sudore intriso di cenere. Un giovane lanciere piangeva per terra lì vicino, e chiamava a gran voce la mamma mentre strisciava sulla pietra lasciandosi dietro una scia di sangue. Pauraspren si mischiarono con dolore spren arancione fibrosi tutt’attorno. Dalinar scosse il capo e conficcò la spada nella schiena del ragazzo mentre gli passava accanto.
Spesso gli uomini invocavano i genitori mentre morivano. Non contava quanti anni avessero. Lo aveva visto fare a uomini con la barba grigia e a ragazzini come quello. “Non è molto più giovane di me” pensò Dalinar. Poteva avere diciassette anni. D’altra parte, Dalinar non si era mai sentito giovane, a qualunque età.
I suoi soldati scelti tagliarono in due la linea nemica. Dalinar danzava, agitando la sua spada insanguinata e sentendosi vigile, eccitato, ma non ancora vivo. Dov’era?
“Andiamo...”
Un gruppo più numeroso di soldati nemici stava arrivando a passo rapido lungo la strada nella sua direzione, guidato da diversi ufficiali in bianco e rosso. Dalla repentinità con cui si arrestarono, Dalinar immaginò che si fossero spaventati nello scoprire che i loro lancieri erano caduti così rapidamente.
Dalinar caricò. I suoi soldati sapevano di dover stare vigili, perciò presto a lui si unirono cinquanta uomini; gli altri dovevano finire gli sfortunati lancieri. Cinquanta sarebbero bastati. Non avrebbe avuto bisogno di un numero maggiore, visti gli spazi ristretti della cittadina.
Concentrò la sua attenzione sull’unico uomo a cavallo. Il tizio indossava un’armatura a piastre evidentemente fatta per assomigliare a una Stratopiastra, anche se era solo di comune acciaio. Le mancava la bellezza, il potere della vera Piastra. L’uomo sembrava comunque la persona più importante tra i nemici. Dalinar sperava che volesse anche dire che era il migliore.
La scorta dell’uomo si precipitò a dare battaglia e Dalinar avvertì qualcosa agitarsi dentro di lui. Una specie di sete, una necessità mistica.
Sfida. Aveva bisogno di una sfida!
Affrontò il primo membro della scorta, attaccando con rapida brutalità. Combattere su un campo di battaglia non era come duellare in un’arena: Dalinar non danzò attorno all’avversario per saggiarne le capacità. Lì fuori, quel genere di mosse poteva farlo finire trafitto nella schiena da qualcun altro. Invece calò la spada contro il nemico, che sollevò lo scudo per parare. Dalinar mise a segno una serie di colpi rapidi e potenti, come un percussionista che suonasse a un ritmo frenetico. Bam, bam, bam, bam!
Il soldato nemico tenne stretto lo scudo sopra la testa, lasciando a Dalinar il completo controllo. Questi sollevò il proprio scudo davanti a sé, lo spinse contro l’uomo e lo costrinse a indietreggiare finché non incespicò, dando a Dalinar un’opportunità.
Quell’uomo non ebbe la possibilità di invocare la madre.
Il corpo cadde davanti a Dalinar. Egli lasciò che fossero i suoi soldati scelti a occuparsi degli altri; ora la strada per il luminobile era aperta. Chi era? L’altoprincipe combatteva verso nord. Era qualche altro occhichiari importante? Oppure... Dalinar si ricordava forse di aver sentito qualcosa su un figlio durante gli interminabili incontri di pianificazione di Gavilar?
Be’, quell’uomo di certo appariva imponente su quella giumenta bianca: osservava la battaglia da dietro la visiera dell’elmo e il mantello gli sventolava attorno. Il nemico si sollevò la spada contro l’elmo rivolto a Dalinar, segnalando che accettava la sfida.
Idiota.
Dalinar alzò il braccio dello scudo e indicò, contando sul fatto che almeno uno dei suoi assaltatori fosse rimasto con lui. Infatti Jenin venne avanti, si sganciò l’arco corto dalla schiena e poi – mentre il luminobile urlava dalla sorpresa – colpì il cavallo nel petto.
«Odio tirare ai cavalli» mugugnò Jenin mentre l’animale si impennava in preda al dolore. «È come gettare mille broam nel folgorato oceano, luminobile.»
«Te ne comprerò due quando avremo finito qui» disse Dalinar mentre il luminobile avversario ruzzolava giù dal suo cavallo. Dalinar scansò gli zoccoli scalcianti e ignorò i versi di dolore alla ricerca dell’uomo caduto. Fu lieto di trovarlo che si stava alzando.
Si affrontarono menando fendenti frenetici a vicenda. La vita era impeto. Scegli una direzione e non lasciare che nulla – non uomo, non tempesta – ti faccia deviare. Dalinar bersagliò di colpi il luminobile, spingendolo all’indietro, furioso e insistente.
Era convinto di avere la meglio in quella contesa, di avere il controllo, fin quando non sbatté il proprio scudo contro il nemico e, in quel momento di tensione, avvertì qualcosa spezzarsi. Una delle cinghie che tenevano assicurato lo scudo al braccio si era rotta.
Il nemico reagì all’istante. Diede una spinta allo scudo, torcendolo attorno al braccio di Dalinar e spezzando l’altra cinghia. Lo scudo ruzzolò via.
Dalinar barcollò, spazzando con la spada per cercare di parare un colpo che non arrivò. Invece il luminobile si precipitò in avanti e lo caricò con il proprio scudo. Dalinar si abbassò per schivare il colpo che seguì, ma quello di ritorno lo centrò in pieno, sul lato della testa, facendolo traballare. L’elmo si incurvò e il metallo piegato morse contro il suo scalpo, facendolo sanguinare. Iniziò a vederci doppio, vorticava tutto.
“Ora colpirà per uccidere.”
Dalinar ruggì, agitando la spada verso l’alto in una parata ondeggiante e spontanea che impattò contro l’arma del luminobile e gliela fece saltare di mano.
L’uomo allora assestò un pugno in faccia a Dalinar con il guanto d’arme. Il suo naso scricchiolò.
Dalinar finì in ginocchio e la spada gli scivolò dalle dita. Il suo avversario sta- va ansimando e imprecava tra un respiro e l’altro, affaticato da quel confronto breve e frenetico. Allungò una mano verso la cintura per estrarre un pugnale.
Un’emozione si agitò in Dalinar.
Era un fuoco che avvampava dentro di lui. Fluì nel suo corpo e lo risvegliò, portando con sé chiarezza. I suoni dei suoi soldati scelti che combattevano la scorta del luminobile scemarono, i colpi del metallo sul metallo diventarono tintinnii, i grugniti un lontano mormorio.
Dalinar sorrise. Poi quel sorriso diventò un ghigno tutto denti. La sua vista tornò quando il luminobile – pugnale in mano – alzò lo sguardo ed ebbe un sussulto, barcollando all’indietro. Sembrava terrorizzato.
Dalinar ruggì, sputando sangue e gettandosi contro il nemico. Il fendente che cercò di colpirlo gli parve penoso e lo evitò abbassandosi, poi andò a sbattere con la spalla contro la parte inferiore del corpo dell’avversario. Qualcosa gli pulsava dentro: il battito della battaglia, il ritmo di uccidere e morire.
L’Eccitazione.
Fece perdere l’equilibrio all’avversario, poi andò in cerca della propria spada. Dym però urlò il nome di Dalinar e gli lanciò un’alabarda, con un uncino da una parte e un’ampia lama d’ascia sottile dall’altra. Dalinar la prese al volo e ruotò, agganciando il luminobile alla caviglia con l’arma, poi diede uno strattone.
Il luminobile cadde in uno sferragliare di acciaio. Prima che Dalinar potesse approfittarne, due uomini della scorta riuscirono a districarsi dai soldati di Dalinar e accorsero in difesa del loro luminobile.
Dalinar vibrò un colpo e conficcò la lama dell’alabarda nel fianco di una guardia. La strappò via e ruotò di nuovo, calando con forza l’arma sull’elmo del luminobile che si stava alzando e facendolo finire in ginocchio, prima di terminare il movimento e intercettare con l’impugnatura dell’alabarda la spada della guardia rimasta.
Dalinar spinse verso l’alto, tenendo l’alabarda con due mani e facendo volare la lama della guardia in aria sopra la sua testa. Avanzò fino a trovarsi faccia a faccia con quell’uomo. Poteva sentirne l’alito.
Sputò il sangue che gli colava dal naso negli occhi della guardia, poi gli assestò un calcio nello stomaco. Si voltò verso il luminobile, che stava cercando di scappare. Dalinar grugnì, pieno dell’Eccitazione. Vibrò l’alabarda con una mano, agganciando lo spuntone nel fianco del luminobile, poi strattonò e lo fece cadere di nuovo a terra.
Il luminobile rotolò. Fu accolto dalla vista di Dalinar che calava l’alabarda con entrambe le mani, conficcandogli lo spuntone attraverso la corazza dentro il petto. Ci fu uno scrocchio appagante e Dalinar la estrasse insanguinata.
Come se quel colpo fosse stato un segnale, la scorta andò finalmente in rotta davanti ai suoi soldati scelti. Dalinar sogghignò nell’osservarli fuggire, con gloria spren che spuntavano attorno a lui come dorate sfere lucenti. I suoi uomini tirarono fuori gli archi corti e trafissero una dozzina di nemici in fuga nella schiena. Dannazione, com’era bello sconfiggere una truppa più numerosa della propria! Lì vicino, il luminobile caduto gemeva piano. «Perché?...» disse l’uomo dall’interno del suo elmo. «Perché noi?»
«Non lo so» rispose Dalinar, lanciando di nuovo l’alabarda a Dym.
«Tu... tu non lo sai?» chiese l’uomo morente.
«È mio fratello a scegliere» disse Dalinar. «Io vado dove lui mi indica e basta.» Fece un gesto verso il moribondo e Dym conficcò una spada nell’ascella dell’uomo corazzato, terminando il lavoro. Aveva combattuto piuttosto bene: non c’era motivo per prolungare le sue sofferenze.
Si avvicinò un altro soldato che porse a Dalinar la sua spada. Aveva una tacca delle dimensioni di un pollice proprio sulla lama. E sembrava anche che si fosse piegata. «Dovreste conficcarla nelle parti molli, luminobile,» disse Dym «non batterla contro quelle dure.»
«Lo terrò a mente» disse Dalinar, gettando da una parte la spada mentre uno dei suoi uomini selezionava tra le armi dei caduti un rimpiazzo.
«Voi... state bene, luminobile?» chiese Dym.
«Mai stato meglio» rispose Dalinar, con la voce lievemente distorta dal naso otturato. Faceva male quanto la Dannazione stessa e attirò un piccolo sciame di dolorespren che si sollevarono dal terreno come minuscole mani fibrose.
I suoi uomini si misero in formazione attorno a lui e Dalinar li guidò, proseguendo lungo la strada. Non passò molto tempo prima che potesse distinguere il grosso del nemico che ancora combatteva più avanti, sotto l’attacco del suo esercito. Fece fermare i suoi uomini e valutò le alternative.
Thakka, capitano dei soldati scelti, si voltò verso di lui. «Ordini, signore?»
«Fate irruzione in quegli edifici» disse Dalinar, indicando una fila di case. «Vediamo quanto combattono bene mentre ci guardano radunare le loro famiglie.»
«Gli uomini vorranno saccheggiare» disse Thakka.
«Cosa c’è da saccheggiare in tuguri del genere? Pelle di cinghiale fradicia e vecchie ciotole di litobulbo?» Si tolse l’elmo per pulirsi il sangue dalla faccia. «Possono saccheggiare dopo. Ora mi servono ostaggi. Ci sono civili da qualche parte in questa folgorata città. Trovateli.»
Thakka annuì e si mise a sbraitare gli ordini. Dalinar prese dell’acqua. Doveva incontrarsi con Sadeas e...
Qualcosa andò a sbattere contro la spalla di Dalinar. Lui lo vide solo per un attimo, qualcosa di nero e indistinto che lo colpì con la forza di un calcio rotante. Lo gettò a terra e il fianco gli avvampò di dolore.
Sbatté le palpebre quando si ritrovò steso a terra. Una folgorata freccia gli spuntava dalla spalla destra, con un’asta lunga e spessa. Era passata dritta attraverso la cotta di maglia, proprio nel punto in cui la sua corazza incontrava il braccio.
«Luminobile!» esclamò Thakka inginocchiandosi e facendo scudo a Dalinar con il suo corpo. «Kelek! Luminobile, state...»
«Per la Dannazione, chi l’ha lanciata?» domandò Dalinar.
«Lassù» disse uno dei suoi uomini, indicando il crinale sopra la cittadina.
«Ma devono essere oltre trecento iarde» disse Dalinar, spintonando via Thakka e alzandosi in piedi. «Non può...»
Stava guardando, perciò riuscì a balzar via dalla traiettoria della freccia successiva, che cadde a un piede da lui, spezzandosi contro il terreno di pietra. Dalinar la fissò, poi iniziò a urlare. «Cavalli! Dove sono i folgorati cavalli!»
Un drappello di soldati arrivò al trotto, portando tutti gli undici cavalli che avevano guidato con cautela per il campo. Dalinar dovette schivare un’altra freccia mentre prendeva le redini di Nottefonda, il suo castrone nero, e si issava in sella. La freccia che aveva nel braccio gli procurava un dolore lancinante, ma avvertì qualcosa di più incalzante che lo attirava avanti. Che lo aiutava a concentrarsi. Tornò al galoppo lungo la strada da cui erano entrati, togliendosi dalla visuale dell’arciere, seguito da dieci dei suoi uomini migliori. Doveva esserci un modo per risalire quella china... Laggiù! Una serie di tornanti rocciosi, tanto bassi da fargli decidere di risalirli comunque in sella a Nottefonda.
Dalinar era preoccupato che, una volta in cima, il suo bersaglio potesse essere scappato. Comunque, quando sbucò sul crinale, una freccia andò a conficcarsi nel lato sinistro del petto, attraversando la corazza vicino alla spalla e quasi sbalzandolo di sella.
Dannazione! In qualche modo Dalinar riuscì a restare a cavallo, stringendo le redini in una mano, e si abbassò, guardando in avanti mentre l’arciere – ancora una figura distante – se ne stava su una protuberanza rocciosa e scagliava un’al- tra freccia. Poi un’altra. Tempeste, quanto era veloce!
Dalinar strattonò Nottefonda da una parte, poi dall’altra, avvertendo la sensazione pulsante dell’Eccitazione crescere dentro di lui. Questa scacciò il dolore, permettendogli di concentrarsi.
Più avanti, l’arciere parve finalmente spaventarsi e balzò giù dalla roccia per fuggire.
Dalinar spronò Nottefonda su quella protuberanza un attimo dopo. L’arciere si rivelò un uomo sulla ventina che indossava vestiti laceri, con braccia e spalle talmente robuste che sembravano in grado di sollevare un chull. Dalinar aveva la possibilità di travolgerlo, ma scelse di passargli accanto al galoppo su Nottefonda e di assestargli un calcio nella schiena, mandandolo lungo disteso.
Fece fermare il cavallo e quel movimento gli provocò una fitta di dolore al braccio. La represse con le lacrime agli occhi e si voltò verso l’arciere, che giace- va scomposto tra frecce nere cadute.
Dalinar scese di sella barcollando, con una freccia che gli spuntava da ciascuna spalla, mentre i suoi uomini lo raggiungevano. Afferrò l’arciere e lo tirò in piedi, notando il tatuaggio azzurro sulla guancia. L’arciere emise un rantolo e fissò Dalinar. Doveva essere terribile a vedersi, coperto di fuliggine dei fuochi, il volto una maschera di sangue fuoriuscito dal naso e dal taglio alla testa, con non una ma due frecce conficcate in corpo.
«Hai aspettato finché non mi sono tolto l’elmo» lo apostrofò Dalinar. «Sei un assassino. Sei stato messo qui appositamente per uccidermi.»
L’uomo trasalì, poi annuì.
«Stupefacente!» esclamò Dalinar, lasciandolo andare. «Mostrami di nuovo quel tiro. Che distanza era, Thakka? Ho ragione, vero? Più di trecento iarde?»
«Quasi quattrocento» confermò Thakka, arrestando il suo cavallo lì accanto.
«Ma con il vantaggio dell’altezza.»
«Comunque...» disse Dalinar, avvicinandosi al bordo del crinale. Si girò a guardare di nuovo l’arciere confuso. «Ebbene? Prendi il tuo arco!»
«Il... mio arco?» disse l’arciere.
«Sei sordo, amico?» sbottò Dalinar. «Vallo a prendere!»
L’arciere osservò i dieci soldati scelti a cavallo, dal volto torvo e dall’aria pericolosa, prima di decidere saggiamente di obbedire. Prese una freccia, poi il suo arco che era fatto di un legno nero lucido che Dalinar non riconosceva.
«Mi ha attraversato la folgorata armatura» borbottò Dalinar, tastando la freccia che l’aveva colpito sulla sinistra. Quella ferita non sembrava dolere così tan- to: la freccia aveva perforato l’acciaio, ma aveva perso molta della sua velocità nel farlo. La freccia sulla destra, invece, era passata attraverso la cotta di maglia e ora Dalinar sentiva il sangue colargli lungo il braccio.
Scosse il capo, schermandosi gli occhi con la sinistra ed esaminando il campo di battaglia. Alla sua destra, gli eserciti si stavano scontrando e il grosso dei suoi soldati scelti si era unito per incalzare il nemico sul fianco. La retroguardia aveva trovato alcuni civili e li stava spintonando in strada.
«Scegli un cadavere» disse Dalinar, indicando una piazza vuota dove c’era stata una schermaglia. «Conficca una freccia in uno di quelli laggiù, se ci riesci.»
L’arciere si umettò le labbra, ancora con aria confusa. Infine si tolse un cannocchiale dalla cintura ed esaminò la zona. «Quello in blu, vicino al carretto rovesciato.»
Dalinar strinse gli occhi, poi annuì. Poco distante, Thakka era sceso dal suo cavallo e aveva sfoderato la spada, appoggiandosela sulla spalla. Un avvertimento tutt’altro che sottile. L’arciere tese l’arco e scagliò un’unica freccia con un impennaggio nero. Quella centrò il bersaglio, conficcandosi nel cadavere prescelto. Un unico stuporespren spuntò attorno a Dalinar, come un anello di fumo blu. «Folgopadre! Thakka, prima di oggi avrei scommesso mezzo principato che un tiro del genere fosse impossibile.» Si voltò verso l’arciere. «Come ti chiami, assassino?»
L’uomo sollevò il mento ma non rispose.
«Be’, in ogni caso, benvenuto tra i miei soldati scelti» disse Dalinar. «Qualcuno procuri a quest’uomo un cavallo.»
«Cosa?» disse l’arciere. «Io ho tentato di uccidervi.»
«Sì, da lontano. Cosa che mostra una notevole dose di senno. Può servirmi qualcuno con le tue capacità.»
«Ma siamo nemici!»
Dalinar indicò con il capo la cittadina sottostante, dove l’esercito nemico sotto pressione si stava – finalmente – arrendendo. «Non più. Ora pare che siamo tutti alleati!»
L’arciere sputò da un lato. «Schiavi sotto vostro fratello, il tiranno.»
Dalinar lasciò che uno dei suoi uomini lo aiutasse a salire a cavallo. «Se preferisci essere ucciso, posso rispettarlo. In alternativa, puoi unirti a me e dirmi il tuo prezzo.»
«La vita del mio luminobile Yezriar» disse l’arciere. «L’erede.»
«Non è quello...?» disse Dalinar, guardando verso Thakka.
«... che avete ucciso laggiù? Sì, signore.»
«Ha un buco nel petto» disse Dalinar, voltandosi di nuovo verso l’assassino.
«Un vero peccato.»
«Voi... mostro! Non potevate catturarlo?»
«Nah. Gli altri principati non vogliono cedere. Si rifiutano di riconoscere l’autorità di mio fratello. Giocare a “prendimi” con gli alti occhichiari non fa che suoi soldati scelti si era unito per incalzare il nemico sul fianco. La retroguardia aveva trovato alcuni civili e li stava spintonando in strada.
«Scegli un cadavere» disse Dalinar, indicando una piazza vuota dove c’era stata una schermaglia. «Conficca una freccia in uno di quelli laggiù, se ci riesci.»
L’arciere si umettò le labbra, ancora con aria confusa. Infine si tolse un cannocchiale dalla cintura ed esaminò la zona. «Quello in blu, vicino al carretto rovesciato.»
Dalinar strinse gli occhi, poi annuì. Poco distante, Thakka era sceso dal suo cavallo e aveva sfoderato la spada, appoggiandosela sulla spalla. Un avvertimento tutt’altro che sottile. L’arciere tese l’arco e scagliò un’unica freccia con un impennaggio nero. Quella centrò il bersaglio, conficcandosi nel cadavere prescelto. Un unico stuporespren spuntò attorno a Dalinar, come un anello di fumo blu. «Folgopadre! Thakka, prima di oggi avrei scommesso mezzo principato che un tiro del genere fosse impossibile.» Si voltò verso l’arciere. «Come ti chiami, assassino?»
L’uomo sollevò il mento ma non rispose.
«Be’, in ogni caso, benvenuto tra i miei soldati scelti» disse Dalinar. «Qualcuno procuri a quest’uomo un cavallo.»
«Cosa?» disse l’arciere. «Io ho tentato di uccidervi.»
«Sì, da lontano. Cosa che mostra una notevole dose di senno. Può servirmi qualcuno con le tue capacità.»
«Ma siamo nemici!»
Dalinar indicò con il capo la cittadina sottostante, dove l’esercito nemico sotto pressione si stava – finalmente – arrendendo. «Non più. Ora pare che siamo tutti alleati!»
L’arciere sputò da un lato. «Schiavi sotto vostro fratello, il tiranno.»
Dalinar lasciò che uno dei suoi uomini lo aiutasse a salire a cavallo. «Se preferisci essere ucciso, posso rispettarlo. In alternativa, puoi unirti a me e dirmi il tuo prezzo.»
«La vita del mio luminobile Yezriar» disse l’arciere. «L’erede.»
«Non è quello...?» disse Dalinar, guardando verso Thakka.
«... che avete ucciso laggiù? Sì, signore.»
«Ha un buco nel petto» disse Dalinar, voltandosi di nuovo verso l’assassino.
«Un vero peccato.»
«Voi... mostro! Non potevate catturarlo?»
«Nah. Gli altri principati non vogliono cedere. Si rifiutano di riconoscere l’autorità di mio fratello. Giocare a “prendimi” con gli alti occhichiari non fa che incoraggiare la gente a opporre resistenza. Se sanno che non esitiamo a uccidere, ci penseranno due volte.» Dalinar scrollò le spalle. «Che ne dici di questo? Se ti unisci a me non saccheggeremo la città. Quello che ne resta, comunque.»
L’uomo abbassò lo sguardo verso l’esercito che si stava arrendendo.
«Ci stai o no?» disse Dalinar. «Ti prometto di non farti tirare contro nessuno dei tuoi amici.»
«Io...»
«Ottimo» disse Dalinar, voltando il suo cavallo e allontanandosi al trotto. Poco tempo dopo, quando i soldati scelti di Dalinar si riunirono a lui, l’arciere imbronciato era su un cavallo con uno della guardia. Il dolore al braccio destro di Dalinar crebbe allo scemare dell’Eccitazione, ma era sopportabile. Avrebbe dovuto far vedere quella ferita da freccia ai chirurghi.
Una volta raggiunta di nuovo la cittadina, diramò l’ordine di cessare i saccheggi. Ai suoi uomini non sarebbe piaciuto affatto, ma quella città non valeva comunque granché. Le ricchezze sarebbero arrivate una volta giunti al centro dei principati.
Lasciò che il suo cavallo lo portasse a un’andatura misurata per la cittadina, passando accanto a soldati che si erano sistemati per rinfrescarsi e riposarsi dopo il combattimento prolungato. Il naso gli faceva ancora male e doveva impedirsi a forza di sbuffare sangue. Se era davvero rotto, sarebbe stato un bel problema per lui.
Dalinar continuò a muoversi, combattendo la grigia sensazione di... vuoto che seguiva spesso una battaglia. Quello era il momento peggiore. Riusciva a ricordare ancora di essere vivo, ma doveva affrontare un ritorno alla normalità. Si era perso le esecuzioni. Sadeas aveva già fatto infilzare la testa dell’altoprincipe e quelle dei suoi ufficiali sulle picche. Sadeas aveva proprio un debole per il drammatico. Dalinar passò accanto a quella lugubre fila scuotendo la testa e udì il suo nuovo arciere borbottare un’imprecazione. Avrebbe dovuto parlargli, ricordargli che, quando prima aveva scagliato una freccia a Dalinar, l’aveva tirata contro un nemico. Quello meritava rispetto. Se avesse tentato qualcosa del genere contro Dalinar o Sadeas ora, sarebbe stato diverso. Thakka doveva essere già andato a cercare la sua famiglia.
«Dalinar?» chiamò una voce.
Arrestò il suo cavallo e si voltò in direzione del suono. Torol Sadeas – splendente in una Stratopiastra giallo dorato che era già stata lavata e ripulita – si fece strada tra un capannello di ufficiali. Quel giovane uomo dal volto rubicondo sembrava molto più vecchio rispetto a solo un anno prima. Quando avevano dato inizio a tutto quanto, aveva ancora la magrezza della gioventù. Ora non più.
«Dalinar, quelle sono frecce? Folgopadre, amico, sembri un ginepraio! E che ti è successo alla faccia?»
«Un pugno» rispose Dalinar, poi indicò con il capo le teste infilzate. «Bel lavoro.»
«Abbiamo perso il principe ereditario» disse Sadeas. «Organizzerà una resistenza.»
«Sarebbe davvero singolare,» osservò Dalinar «considerato quello che gli ho fatto.»
Sadeas si rilassò visibilmente. «Oh, Dalinar. Cosa faremmo senza di te?»
«Perdereste. Qualcuno mi porti qualcosa da bere e un paio di chirurghi. In quest’ordine. Inoltre, Sadeas, ho promesso che non avremmo saccheggiato la città. Niente razzie, né persone prese schiave.»
«Tu cosa?» domandò Sadeas. «E a chi l’hai promesso?» Dalinar indicò con il pollice l’arciere alle sue spalle.
«Un altro?» disse Sadeas con un grugnito.
«Ha una mira straordinaria» spiegò Dalinar. «Ed è anche leale.» Lanciò un’occhiata da un lato, dove i soldati di Sadeas avevano radunato alcune donne in lacrime tra cui il loro luminobile potesse scegliere.
«Già stavo pregustando questa notte» osservò Sadeas.
«E io stavo pregustando di respirare attraverso il naso. Vivremo. Molto più di quanto si può dire dei ragazzini che abbiamo affrontato oggi.»
«Va bene, va bene» disse Sadeas con un sospiro. «Immagino che possiamo risparmiare una cittadina. Un segno che non siamo spietati.» Squadrò di nuovo Dalinar. «Dobbiamo procurarti degli Strati, amico mio.»
«Per proteggermi?»
«Proteggerti? Tempeste, Dalinar, a questo punto non sono certo che nemmeno una frana possa ucciderti. No, è solo che fai sfigurare noialtri quando compi le tue imprese praticamente disarmato!»
Dalinar scrollò le spalle. Non attese il vino o i chirurghi, ma tornò indietro col cavallo per radunare i suoi soldati scelti e ribadire gli ordini di preservare la città dal saccheggio. Una volta terminato, condusse a mano il cavallo lungo il terreno fumante fino all’accampamento.
Aveva finito di vivere per quel giorno. Sarebbero passate settimane, forse mesi, prima di avere un’altra opportunità.