Sanderson: Giuramento – Capitolo 29

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 29

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 29:

Giuramento capitolo 29


Perciò mettetevi comodi. Leggete, o ascoltate, le parole di qualcuno che è passato tra i reami.



Da Giuramento, prefazione


Veil si aggirava per il mercato della Scissione, il cappello abbassato, le mani nelle tasche. Nessun altro sembrava in grado di sentire la bestia che lei udiva.
Invii regolari di provviste attraverso Jah Keved grazie a re Taravangian ave- vano reso il mercato molto frequentato. Per fortuna, ora che c’era un terzo Radioso in grado di azionare la Giuriporta, le occasioni in cui Shallan era richie- sta erano diminuite.
Sfere che brillavano di nuovo e diverse altempeste come prova che ciò sarebbe durato avevano incoraggiato tutti quanti. L’entusiasmo era alto, i commerci vivaci. Le bevande scorrevano copiose da botti marchiate con il sigillo reale di Jah Keved.
In agguato in mezzo a tutto ciò, da qualche parte, si annidava un predatore che solo Veil poteva sentire. Udiva quella cosa nel silenzio tra le risate. Era il suono di un cunicolo che si estendeva nell’oscurità. La sensazione di fiato sul- la nuca in una stanza buia.
Come potevano ridere mentre quel vuoto era lì a osservare?
Erano stati quattro giorni frustranti. Dalinar aveva aumentato le pattuglie a livelli quasi esagerati, ma quei soldati non stavano sorvegliando nel modo giusto. Erano troppo facili da vedere, troppo distinguibili. Veil aveva assegnato ai suoi uomini una sorveglianza più mirata del mercato.
Finora non avevano trovato nulla. La sua squadra era stanca, e così anche Shallan, che pativa le lunghe notti come Veil. Per fortuna, non stava facendo nulla di particolarmente utile in quei giorni. Addestramento quotidiano con la spa- da assieme a Adolin – più folleggiare e civettare che utili scambi di scherma – e l’occasionale riunione con Dalinar dove lei non aveva molto da aggiungere tranne una graziosa mappa.
Veil però... Veil cacciava il cacciatore. Dalinar si comportava come un soldato: pattuglie incrementate, regole severe. Chiedeva alle sue scrivane di trovargli negli archivi storici prove di spren che avessero attaccato le persone.
Gli serviva qualcosa di più di vaghe spiegazioni e idee astratte, ma quelle era- no l’anima stessa dell’arte. Se fosse stato possibile spiegare tutto alla perfezione, non ci sarebbe mai stato bisogno dell’arte. Era quella la differenza tra un tavolo e un bellissimo intaglio. Potevi spiegare il tavolo: il suo scopo, la sua forma, la sua natura. L’intaglio lo dovevi semplicemente vivere.
Si infilò nella tenda di una taverna. Sembrava più affollata delle notti precedenti? Sì. Le pattuglie di Dalinar mettevano a disagio la gente. Le persone evitavano le taverne più buie e sinistre in favore di altre più affollate e con luci brillanti. Gaz e Rosso erano in piedi accanto a una pila di casse, tenendo in mano le loro bevande e con indosso semplici pantaloni e camicia, non l’uniforme. Sperava che non fossero ancora troppo alticci. Veil si fece strada fino alla loro posizione, incrociando le braccia sulle casse.
«Ancora nulla» disse Gaz con un grugnito. «Proprio come le altre notti.»
«Non che ce ne lamentiamo» aggiunse Rosso, sorridendo mentre prendeva un bel sorso. «Questo è il tipo di missione che posso davvero svolgere.»
«Accadrà stanotte» disse Veil. «Riesco a fiutarlo nell’aria.»
«L’hai detto anche la scorsa notte, Veil» le fece notare Gaz.
Tre notti prima, un’amichevole partita a carte si era trasformata in rissa e un giocatore aveva colpito un altro in testa con una bottiglia. In genere quel gesto non risultava letale, ma in quel caso aveva centrato in pieno il poveretto e lo aveva ucciso. Il colpevole – uno dei soldati di Ruthar – era stato impiccato il giorno dopo nella piazza centrale del mercato.
Per quanto quell’evento fosse stato spiacevole, era proprio quello che stava aspettando. Un seme. Un atto di violenza, un uomo che ne aveva colpito un altro. Shallan aveva mobilitato la sua squadra e l’aveva dislocata nelle taverne vicine al luogo dov’era avvenuto lo scontro. “State in allerta” aveva esortato. “Qualcuno verrà aggredito con una bottiglia, esattamente allo stesso modo. Individuate qualcuno che assomigli all’uomo che è morto e osservate.”
Shallan aveva fatto degli schizzi dell’uomo ucciso, un tipo basso con lunghi baffi cascanti. Veil li aveva distribuiti; per gli uomini lei era semplicemente un’altra persona alle dipendenze di Shallan.
Ora... aspettavano.
«L’aggressione avverrà» disse Veil. «Chi sono i vostri obiettivi?»
Rosso indicò due uomini nella tenda che avevano i baffi ed erano di statura simile al morto. Veil annuì e lasciò cadere qualche sfera di poco valore sul tavolo. «Non bevete soltanto alcol.»
«Certo, certo» assicurò Rosso mentre Gaz agguantava le sfere. «Ma dimmi, dolcezza, non vuoi restare con noi un altro po’?»
«Molti degli uomini che ci hanno provato con me si sono ritrovati senza un dito o due, Rosso.»
«Me ne rimarrebbero comunque in abbondanza per soddisfarti, te l’assicuro.» Lei si girò a guardarlo, poi iniziò a sghignazzare. «Era una battuta niente male.»
«Grazie!» Rosso sollevò il suo boccale. «Perciò...»
«Mi spiace, non sono interessata.»
Lui sospirò, ma sollevò ancora di più il boccale prima di prendere un sorso.
«Da dove sei arrivata, comunque?» chiese Gaz, esaminandola con il suo unico occhio.
«Diciamo che Shallan mi ha risucchiata lungo la strada, come una barca che prende relitti nella sua scia.»
«Succede» confermò Rosso. «Credo che tu ce l’abbia fatta. Come esaurire l’ultima luce della tua sfera, sai? E poi all’improvviso sei parte della scorta di un folgorato Cavaliere Radioso e tutti ti guardano con ammirazione.»
Gaz grugnì. «Com’è vero... Com’è vero...»
«Continuate a stare all’erta» disse Veil. «Sapete cosa fare se succede qualcosa.» Loro annuirono. Uno di loro sarebbe andato al punto di incontro mentre l’altro cercava di seguire l’aggressore. Sapevano che poteva esserci qualcosa di bizzarro nell’uomo che inseguivano, ma lei non gli aveva svelato tutto.
Veil tornò al punto d’incontro, vicino a un podio al centro del mercato, presso il pozzo. Il podio sembrava aver sorretto un tempo una specie di edificio ufficiale, ma tutto ciò che ne rimaneva erano fondamenta alte sei piedi con gradini che salivano su quattro lati. Lì gli ufficiali di Aladar avevano organizzato le operazioni centrali di polizia e collocato le strutture disciplinari.
Veil osservò le folle mentre si rigirava oziosamente il coltello tra le dita. Le piaceva guardare le persone. Era una cosa che aveva in comune con Shallan. Era bello sapere che loro due erano diverse, ma era altrettanto bello scoprire cosa avevano in comune.
Veil non era una vera solitaria. Aveva bisogno degli altri. Sì, ogni tanto li truffava, ma non era una ladra. Era una persona che adorava le esperienze. Si sentiva al suo massimo in un mercato affollato, a osservare, pensare, ammirare.
Radiosa, invece... Poteva prendere le persone o lasciarle. Erano uno strumento ma anche una seccatura. Com’era possibile che agissero così spesso contro il loro stesso interesse? Il mondo sarebbe stato un posto migliore se tutti quanti avessero fatto semplicemente quello che diceva Radiosa. Altrimenti, potevano almeno lasciarla in pace.
Veil lanciò il coltello in alto e lo riprese. Lei e Radiosa condividevano l’efficienza. A entrambe piaceva vedere le cose fatte bene, nel modo giusto. Non tolleravano gli sciocchi, anche se Veil sapeva ridere di loro mentre Radiosa li ignorava e basta.
Urla risuonarono nel mercato.
“Finalmente” pensò Veil, prendendo il coltello e girandosi. Si mise in allerta, impaziente, attingendo Folgoluce. Dove?
Vathah giunse correndo a perdifiato tra la folla, spintonando via un passante. Veil gli andò rapidamente incontro.
«Dettagli!» esclamò Veil.
«Non è stato come hai detto» replicò lui. «Seguimi.»
I due si avviarono verso la direzione da cui lui era venuto.
«Non è stata una bottiglia in testa» disse Vathah. «La mia tenda è vicina a uno degli edifici. Quelli di pietra qui nel mercato, sai?»
«E?» domandò lei.
Vathah indicò mentre si avvicinavano. Era impossibile non notare l’alta struttura accanto alla tenda che lui e Glurv stavano sorvegliando. Lì sopra, un cadavere penzolava da una sporgenza, impiccato per il collo.
Impiccato. “Dannazione. Quella cosa non ha imitato l’attacco con la bottiglia... ha imitato l’esecuzione che ne è seguita!”
Vathah indicò. «L’assassino ha fatto cadere la persona da lassù, lasciandola a contorcersi. Poi è balzato giù. Tutta quella distanza, Veil. Come...»
«Dove?» domandò lei.
«Glurv lo sta seguendo» disse Vathah indicando.
I due si misero a correre in quella direzione, spintonando la folla. Alla fine individuarono Glurv più avanti, in piedi sul bordo di un pozzo, che agitava le braccia. Era un uomo tarchiato con una faccia che sembrava sempre gonfia, come se stesse per scoppiargli fuori dalla pelle.
«Un uomo vestito tutto di nero» disse lui. «È corso dritto verso i cunicoli orientali!» Indicò il punto dove passanti turbati scrutavano lungo un cunicolo, come se qualcuno gli fosse appena passato accanto in fretta e furia.
Veil si precipitò in quella direzione. Vathah riuscì a starle dietro più a lungo di Glurv, ma con la Folgoluce lei manteneva uno scatto che nessuna persona normale poteva eguagliare. Fece irruzione nel corridoio indicato e domandò se qualcuno aveva visto un uomo passare da quella parte. Un paio di donne puntarono il dito.
Veil seguì l’indicazione con il cuore che pulsava con violenza e la Folgoluce che infuriava dentro di lei. Se avesse fallito l’inseguimento, avrebbe dovuto aspettare che altre due persone venissero aggredite, sempre che fosse successo di nuovo. La creatura poteva nascondersi, adesso che sapeva che lei era in allerta. Scattò lungo quel corridoio, lasciandosi alle spalle le zone più popolate della torre. Qualche altra persona indicò lungo un cunicolo quando lei domandò urlando. Stava cominciando a perdere la speranza quando raggiunse la fine di un corridoio e si trovò a un’intersezione; poi guardò da una parte e dall’altra. Splendette intensamente per illuminare i corridoi per un bel tratto, ma non vide nulla in nessuno dei due.
Esalò un sospiro e si accasciò contro il muro.
«Hmmm...» disse Schema dal suo cappotto. «È lì.»
«Dove?» chiese Shallan.
«Sulla destra. Le ombre sono sbagliate. Lo schema non è corretto.»
Venne avanti e qualcosa si separò dalle ombre, una figura di un nero totale, anche se rifletteva la sua luce come un liquido o una pietra levigata. Scattò via. La sua forma era sbagliata. Non del tutto umana.
Veil corse, incurante del pericolo. Quella cosa poteva essere in grado di far- le del male, ma il mistero era la minaccia maggiore. Lei aveva bisogno di conoscere questi segreti.
Shallan slittò attorno a un angolo, poi sfrecciò lungo il cunicolo successivo.
Riuscì a seguire il frammento spezzato di ombra, ma non ad acchiapparlo.
L’inseguimento la condusse in profondità nei recessi più lontani del pianterreno della torre, fino a zone esplorate a malapena, dove i cunicoli diventavano oltremodo confusi. L’aria odorava di cose vecchie. Di polvere e pietra lasciate in pace per secoli. Sulle pareti le stratificazioni danzavano e la sua velocità dava l’effetto che si stessero intrecciando come i fili in un telaio.
La cosa si mise carponi mentre il bagliore di Shallan si rifletteva dalla sua pel- le color carbone. Corse in modo forsennato fino a colpire una svolta nel cunicolo più avanti e si strizzò dentro un buco nella parete vicino al pavimento, largo due piedi.
Radiosa si mise in ginocchio e individuò la cosa mentre strisciava fuori dall’altro lato del foro. “Il muro non è così spesso” pensò rialzandosi. «Schema!» ordinò, gettando la mano da un lato.
Attaccò la parete con la sua Stratolama, staccandone dei pezzi e facendoli fi- nire sul pavimento con uno schianto. Le stratificazioni correvano per tutta quanta la pietra e i pezzi che lei tagliava avevano in sé una bellezza rotta e desolata.
Satura di Luce, diede uno spintone contro il muro spaccato, riuscendo infine a sfondarlo per accedere a una stanzetta dall’altra parte.
Una buona porzione del pavimento era occupata dall’imboccatura di una fossa. Circondato da gradini di pietra senza ringhiera, il foro scavava la roccia in basso fin nell’oscurità. Radiosa abbassò la sua Stratolama, facendole tagliare la roccia ai suoi piedi. Un foro. Come il suo disegno di una spirale nera, una fossa che sembrava scendere nel nulla stesso.
Congedò la sua Stratolama e cadde in ginocchio.
«Shallan?» chiese Schema, sollevandosi da terra vicino al punto in cui la Lama era scomparsa.
«Dobbiamo scendere.»
«Adesso?»
Lei annuì. «Ma prima... vai a chiamare Adolin. Digli di portare dei soldati.» Schema canticchiò. «Non ti inoltrerai da sola, vero?»
«No. Lo prometto. Riesci a ritrovare la strada per tornare?»
Schema ronzò in tono affermativo, poi schizzò via per il terreno, increspando il pavimento di roccia. Cosa curiosa, la parete vicino al punto in cui lei ave- va fatto irruzione mostrava segni di ruggine e i resti di antichi cardini. Dunque c’era una porta segreta per entrare in quel posto.
Shallan mantenne la sua parola. Era attratta da quell’oscurità, ma non era stupida. Be’, non a quel punto. Attese, affascinata dalla fossa, finché non udì delle voci dal corridoio dietro di lei. “Non può vedermi con gli abiti di Veil!” pensò, quindi cominciò a risvegliarsi. Per quanto tempo era rimasta inginocchiata lì? Si tolse il cappello e il lungo cappotto bianco, poi li nascose dietro le macerie. La Folgoluce la avvolse, dipingendo l’immagine di un havah sopra i suoi pantaloni, la mano guantata e la stretta camicia con i bottoni.
Shallan. Era di nuovo Shallan: l’innocente, esuberante Shallan. Pronta con una battuta perfino quando nessuno voleva sentirla. Sincera, ma a volte troppo zelante. Poteva essere quella persona.
“Quella sei tu” urlò una parte di lei mentre adottava la personalità di Shallan. “Quella è la vera te. Giusto? Perché devi dipingere quella faccia sopra un’altra?” Si voltò proprio mentre un uomo basso e atletico entrava nella stanza, con del grigio che gli spolverava le tempie. Come si chiamava? Aveva trascorso del tem- po in compagnia del Ponte Quattro nel corso delle ultime settimane, ma ancora non aveva imparato tutti i nomi.
Poi fu Adolin a entrare, con indosso la Stratopiastra blu Kholin, la visiera alzata, la Lama posata sulla spalla. A giudicare dai suoni nel corridoio – e dalle facce herdaziane che sbirciavano nella stanza – non aveva portato solo dei sol- dati, ma l’intero Ponte Quattro.
Ciò includeva Renarin, che entrò a passi pesanti dopo il fratello, ricoperto da una Stratopiastra color ardesia. Sembrava molto meno fragile quando era in armatura completa: la sua faccia però non era quella di un soldato, anche se aveva smesso di portare gli occhiali.
Schema si avvicinò e cercò di scivolare su per il suo vestito illusorio, ma poi si fermò, indietreggiando e canticchiando di piacere per quella menzogna. «L’ho trovato!» proclamò. «Ho trovato Adolin.»
«Lo vedo» disse Shallan.
«È venuto da me» disse Adolin «nelle stanze di addestramento, urlando che avevi intercettato l’assassino. Ha detto che, se non fossi venuto, probabilmente tu avresti, e cito alla lettera, “fatto qualcosa di stupido senza lasciarmi guardare”.»
Schema canticchiò. «Stupidità. Molto interessante.»
«Dovresti visitare la corte alethi, qualche volta» aggiunse Adolin, avvicinandosi alla fossa. «Dunque...»
«Abbiamo seguito la cosa che sta aggredendo la gente» disse Shallan. «Ha ucciso qualcuno al mercato, poi è venuta qui.»
«La... cosa?» chiese uno dei pontieri. «Non è una persona?»
«È uno spren» sussurrò Shallan. «Ma diverso da qualunque altro abbia mai visto. È in grado di imitare una persona per un certo tempo, ma alla fine diventa qualcos’altro. Una faccia spezzata, una forma distorta...»
«Sembra la ragazza che stai frequentando, Sfregio» osservò uno dei pontieri.
«Ah ah» rise Sfregio seccamente. «E se ti gettassimo in quella fossa, Eth, e vedessimo fin dove arriva?»
«Perciò questo spren» disse Lopen avvicinandosi alla fossa «ha, sicuro, ucciso l’altoprincipe Sadeas?»
Shallan esitò. No. Aveva ucciso Perel copiando l’omicidio di Sadeas, ma qualcun altro aveva assassinato l’altoprincipe. Lanciò un’occhiata a Adolin, che sicuramente aveva pensato la stessa cosa, a giudicare dalla solennità della sua espressione.
Lo spren era la minaccia maggiore: aveva compiuto numerosi delitti. Tuttavia, Shallan si sentiva a disagio nel riconoscere che la sua indagine non li aveva portati un passo più vicino a trovare chi aveva ucciso l’altoprincipe.
«Dobbiamo essere passati davanti a questo punto una dozzina di volte» osservò un soldato dalle retrovie. Shallan sussultò: quella voce era femminile. In effetti, aveva scambiato una delle esploratrici di Dalinar – la donna bassa con i capelli lunghi – per un pontiere, anche se la sua uniforme era diversa. Stava esaminando i tagli che Shallan aveva fatto per entrare in quella stanza. «Non ricordi di aver perlustrato la zona proprio dopo il corridoio curvo qua fuori, Teft?»
Teft annuì, sfregandosi il mento barbuto. «Sì, hai ragione, Lyn. Ma perché nascondere una stanza come questa?»
«C’è qualcosa laggiù» mormorò Renarin, sporgendosi sopra la fossa. «Qualcosa di... antico. Tu l’hai percepito, vero?» Alzò lo sguardo su Shallan, poi verso gli altri presenti. «Questo posto è strano, l’intera torre è strana. L’avete notato anche voi, giusto?»
«Ragazzo,» disse Teft «sei tu l’esperto in stranezze. Ci fidiamo della tua parola.» Shallan guardò preoccupata verso Renarin a quell’insulto. Lui si limitò a sorridere, come se uno dei pontieri gli avesse dato una pacca sulla spalla – Piastra a parte –, mentre Lopen e Roccia iniziavano a discutere su chi fosse davvero il più strano tra loro. Dopo un momento di sorpresa, Shallan si rese conto che il Ponte Quattro aveva davvero integrato Renarin. Poteva essere il figlio occhichiari di un altoprincipe, risplendente nella Stratopiastra, ma qui era solo un pontiere come un altro.
«Perciò,» disse uno degli uomini, un tizio muscoloso con braccia che sembra- vano troppo lunghe per il suo corpo «suppongo che scenderemo in questa orrenda cripta del terrore?»
«Sì» confermò Shallan. Le pareva che si chiamasse Drehy.
«Folgoratamente stupendo» esclamò Drehy. «Ordini di marcia, Teft?»
«Sta al luminobile Adolin decidere.»
«Ho portato gli uomini migliori che sono riuscito a trovare» disse Adolin a Shallan. «Ma ho come l’impressione che avrei dovuto portare un intero esercito. Sei sicura di volerlo fare ora?»
«Sì» rispose Shallan. «Dobbiamo, Adolin. E... non so se un esercito farebbe la differenza.»
«Molto bene. Teft, garantiscici una numerosa retroguardia. Non ho alcuna intenzione di farmi prendere alle spalle da qualcuno. Lyn, voglio delle mappe accurate: fermaci se andiamo troppo avanti rispetto al tuo disegno. Voglio conoscere la mia esatta linea di ritirata. Procederemo lentamente, uomini. State pronti a eseguire una ritirata attenta e controllata se dovessi ordinarlo.»
Seguì qualche rimescolamento degli uomini, e alla fine il gruppo si avviò giù per le scale, in fila per uno, con Shallan e Adolin al centro del manipolo. Gli scalini spuntavano proprio dal muro, ma erano abbastanza ampi da ospitare un’altra persona che salisse, perciò non c’era alcun pericolo di cadere giù. Shallan cercò di non sfiorare nessuno, dato che ciò poteva compromettere l’illusione che stesse indossando il suo abito.
Il suono dei loro passi scomparve nel vuoto. Presto furono soli in quell’oscurità paziente e senza tempo. La luce delle lanterne a sfere che i pontieri portavano non sembrava penetrare lontano nella fossa. A Shallan ricordò il mausoleo intagliato nella collina vicino al suo maniero, dove gli antichi membri della famiglia Davar erano stati Animutati in statue.
Il corpo di suo padre non era stato messo lì. Non avevano ottenuto i fondi per pagare un Animutante... e inoltre avevano deciso di fingere che fosse vivo. Lei e i fratelli avevano bruciato il corpo, come facevano gli occhiscuri.
Dolore...
«Devo ricordarvi, luminosità,» disse Teft che stava più avanti rispetto a lei «di non aspettarvi nulla di... straordinario dai miei uomini. Per un po’, alcuni di noi hanno risucchiato Folgoluce e se ne sono andati in giro impettiti come fossero Folgoeletti. Ma ciò è cessato quando Kaladin se n’è andato.»
«Ritornerà, gancho!» intervenne Lopen da dietro. «E quando sarà, brilleremo di nuovo eccome.»
«Zitto, Lopen» disse Teft. «Tieni la voce bassa. Comunque, luminosità, i ragazzi faranno del loro meglio, ma è giusto che sappiate cosa aspettarvi e cosa no.» Shallan non si era aspettata poteri da Radiosi da parte loro; aveva già saputo della loro limitazione. Tutto ciò che le serviva erano soldati. Dopo un po’, Lopen gettò un pezzo di diamante nel buco, guadagnandosi un’occhiataccia da parte di Adolin.
«Potrebbe essere laggiù ad aspettarci» sibilò il principe. «Non darle un avvertimento.»
Il pontiere si fece piccolo ma annuì. La sfera rimbalzò come un puntino di luce visibile in basso e Shallan fu lieta di sapere che almeno c’era un termine per quella discesa. Aveva cominciato a immaginare una spirale infinita, come era capitato al vecchio Dilid, uno dei dieci folli. Lui correva su per una collina in direzione delle Sale della Tranquillità, con la sabbia che gli scivolava sotto i piedi... affrettandosi per l’eternità ma non facendo mai progressi.
Diversi pontieri si lasciarono sfuggire sonori sospiri di sollievo quando finalmente raggiunsero il fondo di quel pozzo. Lì pile di schegge erano sparpagliate ai bordi della camera rotonda, coperti di rovinaspren. In passato c’era stata una ringhiera per i gradini, ma aveva ceduto all’usura del tempo.
Il fondo del condotto aveva solo un’uscita: un’ampia arcata più elaborata di altre nella torre. Più in alto, quasi tutto era fatto della stessa pietra uniforme, come se l’intera torre fosse stata intagliata in una volta sola. Lì invece l’arcata era di pietre posizionate a una a una, e le pareti del cunicolo erano decorate con linee di vivaci tessere di mosaico.
Una volta entrati nel corridoio, Shallan emise un rantolo e sollevò un broam di diamante. Immagini degli Araldi, complesse e stupende – composte da migliaia di tessere –, adornavano il soffitto, ciascuna in un pannello circolare.
L’arte alle pareti era più enigmatica. Una figura solitaria fluttuava sopra il terreno davanti a un grande disco blu, le braccia allargate ai lati come per abbracciarlo. Rappresentazioni tradizionali dell’Onnipotente come una nuvola traboccante di energia e di luce. Una donna con la forma di un albero, le mani protese verso il cielo che diventavano rami. Chi avrebbe mai pensato di trovare simboli pagani nella dimora dei Cavalieri Radiosi?
Altri affreschi rappresentavano forme che le ricordavano Schema, ventospren... dieci tipi di spren. Uno per ciascun ordine?
Adolin mandò uomini in avanscoperta ed essi tornarono poco dopo. «Più avanti ci sono delle porte di metallo, luminobile» riferì Lyn. «Una da ciascun lato del corridoio.»
Shallan staccò gli occhi dagli affreschi, andandosi a unire al grosso del manipolo quando iniziarono a muoversi. Raggiunsero le grandi porte d’acciaio e si fermarono, anche se il corridoio proseguiva. Su incitamento di Shallan, i pontieri provarono ad aprirle, ma senza successo.
«Chiuse» disse Drehy asciugandosi la fronte.
Adolin venne avanti, spada in mano. «Ho una chiave.»
«Adolin...» disse Shallan. «Questi sono manufatti di un’altra epoca. Sono molto preziosi.»
«Non li romperò troppo» promise lui.
«Ma...»
«Non stiamo dando la caccia a un assassino?» replicò Adolin. «Qualcuno che probabilmente si nasconde in una stanza chiusa?»
Lei sospirò, poi annuì e fece cenno a tutti di indietreggiare. Rimise sottobraccio la manosalva, che lo aveva sfiorato. Era così strano sentire che stava indossando un guanto ma vedere la mano ricoperta dalla manica. Sarebbe stato tan- to sbagliato far sapere a Adolin di Veil?
Una parte di lei era terrorizzata a quell’idea, perciò la lasciò perdere rapidamente. Adolin conficcò la sua Lama attraverso la porta appena sopra a dove si sarebbe dovuta trovare la serratura o la sbarra, poi la calò verso il basso. Teft saggiò la porta e riuscì ad aprirla con una spinta, i cardini che grattavano forte.
I pontieri furono i primi a entrare, lance in mano. Nonostante l’insistenza di Teft sul fatto che lei non dovesse aspettarsi nulla di eccezionale da loro, andarono in ricognizione senza attendere l’ordine, sebbene ci fossero due Stratoguer- rieri in posizione.
Adolin si precipitò dentro dopo i pontieri per mettere in sicurezza la stanza, mentre Renarin non stava prestando molta attenzione. Aveva fatto qualche altro passo lungo il corridoio principale e adesso era immobile, lo sguardo fisso più in profondità in quella direzione, la sfera tenuta distrattamente in una mano guantata e la Stratolama nell’altra.
Shallan gli si accostò con esitazione. Una brezza fresca soffiava alle loro spalle, come se venisse risucchiata in quell’oscurità. Il mistero era in agguato in quella direzione, in quelle affascinanti profondità. Poteva percepirlo con più chiarezza ora. Non era davvero qualcosa di malvagio, ma di sbagliato. Come la vista di un polso che pendeva dal braccio una volta spezzato l’osso.
«Cos’è?» sussurrò Renarin. «Glys è spaventato e non vuole parlare.»
«Schema non lo sa» disse Shallan. «Lo definisce antico. Dice che appartiene al nemico.»
Renarin annuì.
«Tuo padre non sembra capace di percepirlo» osservò Shallan. «Perché noi sì?»
«Io... non lo so. Forse...»
«Shallan?» disse Adolin, guardando fuori della stanza con la visiera alzata.
«Dovresti vedere questo.»
I rottami all’interno erano più deteriorati di molti di quelli che avevano trovato nella torre. Fibbie e viti arrugginite erano attaccate a pezzi di legno. C’erano file di mucchietti decomposti, che contenevano dorsi di libri e copertine fragili. Una biblioteca. Finalmente avevano trovato i volumi che Jasnah aveva sognato di scoprire.
Erano in rovina.
Con una sensazione di sconforto, Shallan si mosse per la stanza, toccando con il piede pile di polvere e schegge, spaventando dei rovinaspren. Trovò alcune forme di libri, ma si disintegrarono al primo tocco. Si inginocchiò tra due file di volumi caduti, provando un senso di perdita. Tutta quella conoscenza... morta e svanita.
«Spiacente» disse Adolin, in piedi lì vicino con aria impacciata.
«Non lasciare che gli uomini tocchino tutto questo. Forse... forse c’è qualcosa che le studiose di Navani possono fare per recuperarlo.»
«Vuoi che ispezioniamo l’altra stanza?» chiese Adolin.
Shallan annuì e lui si allontanò sferragliando. Poco dopo, lei udì dei cardini cigolare quando Adolin forzò l’altra porta.
All’improvviso Shallan si sentì esausta. Se quei libri erano rovinati, era improbabile trovarne altri in uno stato di conservazione migliore.
“Avanti.” Si alzò pulendosi le ginocchia, cosa che servì solo a ricordarle che il suo abito non era reale. “Comunque non sei qui per questo segreto.”
Uscì nel corridoio principale, quello con gli affreschi. Adolin e i pontieri sta- vano esplorando la stanza dall’altro lato, ma una rapida occhiata mostrò a Shallan che era uno specchio di quella che avevano lasciato, ammobiliata solo con pile di detriti.
«Ehm... ragazzi?» chiamò Lyn l’esploratrice. «Principe Adolin? Luminosità Radiosa?»
Shallan si voltò. Renarin era andato avanti lungo il corridoio. L’esploratrice lo aveva seguito, ma si era bloccata poco più avanti. La sfera di Renarin illuminava qualcosa in lontananza. Una grossa massa che rifletteva la luce, come ca- trame scintillante.
«Non saremmo dovuti venire qui» disse Renarin. «Non possiamo combattere questa cosa, Folgopadre.» Barcollò all’indietro. «Folgopadre...»
I pontieri si precipitarono nel corridoio superando Shallan e piazzandosi tra lei e Renarin. Quando Teft sbraitò un ordine, si misero in una formazione che andava da un lato all’altro del corridoio principale: una fila di uomini che tenevano le lance basse, con una seconda fila dietro che le impugnava più alte in una stretta sopra la testa.
Adolin corse fuori dalla seconda biblioteca, poi guardò meravigliato la forma ondeggiante in lontananza. Un’oscurità vivente.
Quell’oscurità colò lungo il corridoio. Non era veloce, ma c’era un’ineluttabilità nel modo in cui ricopriva tutto quanto, scorrendo su per le pareti e sul soffitto. Per terra, delle forme si staccarono dalla massa principale, diventando fi- gure che si mossero come emergendo dalla schiuma. Creature con due piedi e a cui presto crebbero facce, con vestiti che apparivano dal nulla.
«Lei è qui» sussurrò Renarin. «Una dei Disfatti. Re-Shephir... la Madre di Tenebra.»
«Fuggi, Shallan!» urlò Adolin. «Uomini, ripiegate lungo il corridoio.» Poi, naturalmente, lui caricò quella fiumana di esseri.
“Le figure... sono simili a noi” pensò Shallan indietreggiando e allontanandosi sempre più dalla fila di pontieri. C’era una creatura di tenebra che assomigliava a Teft e un’altra che era una copia di Lopen. Due forme più grandi sembravano indossare la Stratopiastra. In realtà erano fatte di catrame lucente e avevano fattezze viscose e imperfette.
Le loro bocche si aprirono, mostrando denti appuntiti.
«Procedete con una ritirata cauta, come ha ordinato il principe!» gridò Teft.
«Non fatevi incastrare, uomini! Mantenete la linea! Renarin!»
Renarin era ancora lì davanti, e teneva di fronte a sé la sua Stratolama: lunga e sottile, con un motivo ondulato nel metallo. Adolin raggiunse il fratello, poi lo prese per il braccio e tentò di trascinarlo indietro.
Lui oppose resistenza. Sembrava ipnotizzato da quella fila di mostri in formazione.
«Renarin! Attento!» urlò Teft. «In fila!»
La testa del ragazzo scattò all’insù a quell’ordine e lui si affrettò – come se non fosse stato il cugino del re – a obbedire al comando del suo sergente. Adolin si ritirò con lui e i due si misero in formazione con i pontieri. Assieme ripiegarono per il corridoio principale.
Shallan rimase nelle retrovie, circa venti piedi dietro la formazione. All’improvviso il nemico si mosse con uno scatto repentino. Shallan lanciò un urlo e i pontieri imprecarono, girando le lance mentre la massa principale di oscurità avanzava lungo i lati del corridoio, coprendo i bellissimi affreschi.
Le figure di tenebra scattarono in avanti, caricando la fila. Seguì uno schianto esplosivo e frenetico: i pontieri tennero la formazione e colpirono le creature, che all’improvviso iniziarono a formarsi a sinistra e a destra, uscendo dall’oscurità alle pareti. Quegli esseri trasudavano vapore quando venivano colpiti, un’oscurità che si staccava da loro con un sibilo e si dissipava nell’aria.
“Come fumo” pensò Shallan.
Il catrame colò dalle pareti, circondando i pontieri che si misero in cerchio per impedire un attacco alle spalle. Adolin e Renarin combattevano proprio sul davanti, menando colpi con le Lame che lasciavano sagome scure a sibilare ed esalare fumo a fiotti.
Shallan si ritrovò separata dai soldati, con un’oscurità nera come l’inchiostro a dividerli. Non sembrava esserci un suo duplicato.
Le facce di tenebra erano irte di denti. Anche se tiravano affondi con le lance, lo facevano in modo goffo. Andavano a segno solo ogni tanto, ferendo un pontiere che ripiegava al centro della formazione per essere bendato in tutta fretta da Lyn o Lopen. Renarin indietreggiò al centro e iniziò a brillare di Folgoluce, guarendo quelli che venivano colpiti.
Shallan osservò tutto quanto, sentendo calare su di sé una specie di catalessi paralizzante. «Io ti conosco» sussurrò all’oscurità, rendendosi conto che era vero. «So cosa stai facendo.»
Gli uomini grugnivano e attaccavano. Adolin menava fendenti davanti a sé e la Stratolama lasciava scie di fumo nero dalle ferite delle creature. Fece a pezzi decine di quelle cose, ma continuavano a formarsene altre che assumevano fattezze familiari. Dalinar. Teshav. Altiprincipi ed esploratrici, soldati e scrivane.
«Tu cerchi di imitarci» disse Shallan. «Ma non riesci. Sei uno spren. Non capisci davvero
Avanzò verso i pontieri circondati.
«Shallan!» la chiamò Adolin, grugnendo mentre squarciava tre figure davanti a sé. «Scappa! Corri!»
Lei lo ignorò, avvicinandosi all’oscurità. Di fronte a lei, nel punto più vicino dell’anello, Drehy infilzò una figura proprio nella testa, facendola barcollare all’indietro. Shallan afferrò la creatura per le spalle, ruotandola verso di sé. Era Navani, con un foro spalancato in faccia e fumo nero che fuggiva con un sibilo. Perfino ignorando tutto ciò, le fattezze erano sbagliate. Il nastro troppo grande, un occhio un po’ più in alto dell’altro.
Crollò a terra, contorcendosi mentre si sgonfiava come un otre perforato. Shallan si accostò alla formazione. Quegli esseri fuggivano da lei, ritraendosi ai lati. Shallan aveva la netta e terrificante impressione che avrebbero potuto spazzar via i pontieri a volontà, annientandoli in una terribile marea nera. Ma la Madre di Tenebra voleva imparare: lei voleva combattere con le lance.
Se era così, però, stava diventando impaziente. Le nuove figure che si for- mavano erano sempre più distorte, più bestiali, con denti puntuti che uscivano dalle loro bocche.
«La tua imitazione è patetica» sussurrò Shallan. «Ecco. Lascia che ti mostri come si fa.»
Shallan inspirò la Folgoluce e si accese come un faro. Gli esseri urlarono, allontanandosi da lei. Mentre Shallan girava attorno alla formazione di pontieri preoccupati, passando in mezzo all’oscurità sul loro fianco sinistro, delle figure si staccarono da lei, forme che crescevano dalla luce. Le persone della sua collezione ricostruita di recente.
Palona. Soldati dei corridoi. Un gruppo di Animutanti che aveva incrociato due giorni prima. Uomini e donne ai mercati. Altiprincipi e scrivane. L’uomo che ci aveva provato con Veil alla taverna. Il Mangiacorno che lei aveva accoltellato alla mano. Soldati. Ciabattini. Esploratrici. Lavandaie. Perfino alcuni re.
Un esercito lucente, radioso.
Le sue figure si allargarono per circondare i pontieri assediati come sentinelle. Quella nuova forza lucente ricacciò indietro i mostri nemici e il catrame si ritirò lungo i lati del corridoio, finché il percorso non fu sgomberato. La Madre di Tenebra dominava l’oscurità alla fine del corridoio, la direzione che non ave- vano ancora esplorato. Attendeva lì e non arretrava ulteriormente.
I pontieri si rilassarono e Renarin borbottò mentre guariva gli ultimi feriti. La schiera di figure luminose di Shallan venne avanti e formò una linea con lei, tra l’oscurità e i pontieri.
«Come riesci a fare questo?» chiese Adolin, la cui voce risuonava dall’interno dell’elmo. «Perché hanno paura?»
«Qualcuno con un coltello, non sapendo chi eri, ha mai cercato di minacciarti?»
«Sì. Ho semplicemente evocato la mia Stratolama.»
«È un po’ la stessa cosa.» Shallan avanzò e Adolin si unì a lei. Renarin evocò la sua Lama e mosse qualche rapido passo per raggiungerli, la sua Piastra che schioccava.
L’oscurità si ritirò, rivelando che più avanti il corridoio si apriva in una stanza. Mentre si avvicinava, la Folgoluce di Shallan illuminò una stanza dalla forma a scodella. Il centro era dominato da un’enorme massa nera che ondeggiava e pulsava, estendendosi dal pavimento al soffitto circa venti piedi più in alto. Le bestie di tenebra provarono a venire avanti contro la sua luce: non sembravano più così intimidite.
«Dobbiamo scegliere» disse Shallan a Adolin e Renarin. «Ritirarci o attaccare?»
«Tu cosa pensi?»
«Non lo so. Questa creatura... mi stava osservando. Ha cambiato il modo in cui vedo la torre. Ho come la sensazione di comprenderla, una connessione che non riesco a spiegare. Questa non è una buona cosa, giusto? Possiamo fidarci dei miei pensieri?»
Adolin sollevò la visiera e le sorrise. Tempeste, quel sorriso! «L’altomaresciallo Halad diceva sempre che, per sconfiggere qualcuno, devi prima conoscerlo. È diventata una delle regole che seguiamo in guerra.»
«E... cosa diceva sulla ritirata?»
«“Pianifica ogni battaglia come se dovessi inevitabilmente ritirarti, ma combatti ogni battaglia come se non potessi tirarti indietro.”»
La massa principale nella camera ondeggiò e apparvero facce sulla superficie simile a catrame, premendo all’infuori come se stessero cercando di scappare. C’era qualcosa sotto quello spren enorme. Sì, era avvolto attorno a un pilastro che partiva dal pavimento della stanza circolare per arrivare fino al soffitto.
Gli affreschi, l’arte elaborata, la raccolta di libri in rovina... Questo posto era importante.
Shallan congiunse le mani davanti a sé e la Schemalama si formò nei suoi palmi. La rigirò in una stretta sudata, poi si mise nella posa da duello che Adolin le aveva insegnato.
Impugnarla le causò immediatamente dolore. Non era l’urlo di uno spren morto. Era una sofferenza interiore. Il dolore di un Ideale giurato, ma non del tutto dominato.
«Pontieri» chiamò Adolin. «Siete disposti a fare un altro tentativo?»
«Dureremo più di voi, gancho! Anche con la vostra armatura sbrilluccicosa.» Adolin sorrise e calò la celata. «Al tuo ordine, Radiosa.»
Shallan le inviò contro le sue illusioni, ma l’oscurità non si ritrasse davanti a loro come era successo prima. Figure nere le attaccarono, saggiandole per poi scoprire che non erano reali. Dozzine di quegli uomini di tenebra intasavano la strada davanti a loro.
«Liberatemi un passaggio verso la cosa al centro» disse lei, cercando di sembrare più sicura di come si sentiva. «Devo arrivare abbastanza vicino da toccarla.»
«Renarin, puoi guardarmi le spalle?» chiese Adolin. Renarin annuì.
Adolin prese un respiro profondo, poi caricò nella stanza, passando proprio in mezzo a un’illusione di suo padre. Colpì il primo uomo di tenebra e lo abbatté, poi iniziò a menare fendenti attorno a sé come un forsennato.
Il Ponte Quattro urlò, accorrendo dietro di lui. Assieme cominciarono a formare un passaggio per Shallan, uccidendo le creature tra lei e il pilastro.
Shallan camminò in mezzo ai pontieri, che formarono due file di lance da ciascun lato rispetto a lei. Più avanti, Adolin incalzava verso il pilastro, con Renarin alle spalle che impediva che venisse circondato; a loro volta, i pontieri spingevano lungo i lati per evitare che Renarin fosse sopraffatto.
I mostri non avevano più nemmeno una parvenza di umanità. Colpivano Adolin e gli graffiavano l’armatura con artigli e denti fin troppo reali. Altri si aggrappavano a lui, cercando di portarlo a terra con il loro peso o di trovare punti deboli nella Stratopiastra.
“Sanno come affrontare uomini come lui” pensò Shallan, ancora impugnando la sua Stratolama in una mano. “Allora perché hanno paura di me?”
Shallan intessé Luce e una versione di Radiosa apparve vicino a Renarin. Le creature la attaccarono, lasciando Renarin per un momento: purtroppo molte delle illusioni di Shallan erano cadute, scomponendosi in Folgoluce man mano che venivano distrutte. Pensò che con un po’ di pratica avrebbe potuto continuare a tenerle in vita.
Invece intessé delle versioni di se stessa. Giovane e vecchia, fiduciosa e spaventata. Una dozzina di Shallan differenti. Con stupore, si rese conto molte erano immagini che aveva perduto, autoritratti su cui si era esercitata allo specchio, dato che Dandos l’Unto aveva insistito su quanto fosse fondamentale per un’a- spirante artista come lei.
Alcune immagini si rannicchiarono; altre combatterono. Per un attimo, Shallan si perse e lasciò che perfino Veil comparisse tra loro. Lei era quelle donne, quelle ragazze, tutte quante loro. E nessuna di loro era lei. Erano strumenti che lei usava, manipolava. Illusioni.
«Shallan!» urlò Adolin, la voce tesa mentre Renarin grugniva e gli strappava di dosso uomini di tenebra. «Qualunque cosa tu abbia intenzione di fare, falla adesso!»
Shallan era avanzata fino al fronte della colonna che i soldati le avevano liberato, proprio accanto a Adolin. Staccò lo sguardo da una Shallan bambina che danzava tra gli uomini di tenebra. Davanti a lei, la massa principale – avviluppata attorno al pilastro al centro della stanza – ribolliva di facce che si tendevano contro la superficie, le bocche aperte in un grido silenzioso, che poi affondavano come uomini che annegavano nel catrame.
«Shallan!» esclamò di nuovo Adolin.
Quella massa pulsante era così terribile ma anche così affascinante.
L’immagine della fossa. Le linee intrecciate dei corridoi. La torre che non poteva essere abbracciata in un’unica vista. Quello era il motivo per cui era venuta. Shallan venne avanti, il braccio proteso, e lasciò che la manica illusoria che le copriva la mano scomparisse. Si tolse il guanto, poi andò a pararsi proprio davanti alla massa di catrame e urla senza voce. Quindi vi premette contro la manosalva.