Sanderson: Giuramento – Capitolo 26

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 26

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

Ti sei perso i precedenti capitoli? Clicca Qui!

Giuramento Capitolo 26:

Giuramento capitolo 26


VENTINOVE ANNI PRIMA



L'incenso bruciava in un braciere grande quanto un macigno. Dalinar tirò su col naso quando Evi gettò una manciata di minuscole strisce di carta – ciascuna piegata e con un piccolissimo glifo vergato sopra – nel bra-ciere. Un fumo fragrante esalò verso su di lui, poi fu sospinto nell’altra direzione quando i venti sferzarono il campo militare, portando ventospren come linee di luce.
Evi chinò il capo davanti al braciere. La sua fidanzata aveva strane credenze religiose. Tra il suo popolo, dei semplici sigilloglifi non erano sufficienti come preghiere: andava bruciato qualcosa di più aromatico. Mentre citava Jezerezeh e Kelek, pronunciava i loro nomi in modo strano: Yaysi e Kellai. E non menzionava l’Onnipotente, parlando invece di qualcosa che chiamava l’Unico, una tradizione eretica che, a quanto gli avevano detto i ferventi, proveniva da Iri.
Dalinar chinò il capo per una preghiera. “Che io sia più forte di quelli che vor- rebbero uccidermi.” Semplice e dritta al punto, del tipo che secondo lui l’Onnipotente avrebbe preferito. Non aveva voglia di farla scrivere a Evi.
«L’Unico ti guarda, quasi-marito» mormorò lei. «E attenua la tua collera.» Il suo accento, a cui Dalinar ora era abituato, era più marcato di quello del fratello.
«Attenuarla? Evi, non è questo il punto della battaglia.»
«Non hai bisogno di uccidere in preda alla rabbia, Dalinar. Se devi combattere, fallo sapendo che ogni morte ferisce l’Unico. Poiché siamo tutti persone agli occhi di Yaysi.»
«Sì, d’accordo» acconsentì Dalinar.
Ai ferventi non sembrava importare che stesse per sposare una mezza pagana. «È cosa saggia portarla alla verità vorin» gli aveva detto Jevena, la capo fervente di Gavilar. In termini simili aveva parlato della sua conquista. «La vostra spada recherà forza e gloria all’Onnipotente.»
Con una domanda oziosa, si chiese che cosa arrivasse a meritare la disapprovazione dei ferventi.
«Sii un uomo e non una bestia, Dalinar» lo esortò Evi, poi gli si avvicinò, posò la testa sulla sua spalla e lo incoraggiò a stringerla tra le braccia.
Lui lo fece con un gesto incerto. Tempeste, poteva sentire i soldati sghignazzare mentre gli passavano accanto. Lo Spinanera che veniva rincuorato prima della battaglia? Che in pubblico scambiava abbracci ed effusioni?
Evi voltò la testa verso di lui per un bacio e Dalinar gliene offrì uno casto, le loro labbra che si toccavano a malapena. Lei lo accettò con un sorriso. E aveva davvero un sorriso bellissimo. La vita sarebbe stata molto più semplice per lui se Evi si fosse limitata ad acconsentire a procedere con il matrimonio. Ma le sue tradizioni esigevano un lungo fidanzamento e il fratello continuava a inserire nuove clausole nel contratto.
Dalinar si allontanò a passi pesanti. In tasca aveva un altro sigilloglifo, uno fornito da Navani che evidentemente era preoccupata per la correttezza della grafia straniera di Evi. Lui tastò la carta liscia e non bruciò la preghiera.
Il pavimento di pietra sotto i suoi piedi era butterato da minuscoli buchi, i forellini dell’erba che si nascondeva. Quando superò le tende riuscì a vederla bene, che ricopriva la pianura lì fuori e ondeggiava al vento. Era alta, tanto da arrivargli quasi alla cintura. Non aveva mai trovato erba così alta nelle terre dei Kholin. Dall’altra parte della pianura era radunata una forza impressionante: un esercito più numeroso di qualunque altro avessero affrontato. Il cuore gli sobbalzò in petto dalla trepidazione. Dopo due anni di manovre politiche, eccoli qua.
Una vera battaglia con un vero esercito.
Che avessero vinto o perso, quello era lo scontro per il regno. Il sole stava salendo nel cielo e gli eserciti si erano disposti a nord e a sud, in modo tale che nessuno lo avrebbe avuto negli occhi.
Dalinar si affrettò verso la tenda dei suoi armaioli e ne uscì poco tempo dopo indossando la sua Piastra. Montò con cautela in sella quando uno degli stallieri portò il suo cavallo. Quel grosso animale nero non era veloce, ma poteva portare un uomo con una Stratopiastra. Dalinar guidò il cavallo oltre le file dei sol- dati: lancieri, arcieri, fanteria pesante occhichiari, perfino un ottimo gruppo di cinquanta cavalieri guidati da Ilamar, con ganci e corde per attaccare gli Stratoguerrieri. Trepidazionespren si agitavano come vessilli in mezzo a tutti loro.
Dalinar sentiva ancora odore di incenso quando trovò suo fratello, equipaggiato e in sella, che pattugliava le prime file. Dalinar si accostò a Gavilar al trotto.
«Il tuo giovane amico non si è presentato per la battaglia» osservò il re.
«Sebarial?» disse Dalinar. «Lui non è mio amico.»
«C’è un buco nella fila nemica che sta ancora aspettando lui» indicò Gavilar.
«I rapporti dicono che ha avuto un problema con le sue linee di rifornimento.»
«Menzogne. È un codardo. Se fosse arrivato, avrebbe dovuto effettivamente scegliere da che parte stare.»
Passarono davanti a Tearim, il capitano della guardia di Gavilar, che indossava la Piastra in più di Dalinar per quella battaglia. Tecnicamente appartene- va ancora a Evi. Non a Toh, ma proprio alla sorella, cosa piuttosto strana. Cosa poteva farci una donna con una Stratopiastra?
Darla a un marito, a quanto pareva. Tearim fece il saluto. Era abile con gli Strati, essendosi addestrato con completi presi in prestito, così come molti occhichiari che aspiravano ad averli.
«Hai agito bene, Dalinar» disse Gavilar mentre gli passavano accanto. «Quella Piastra ci sarà utile oggi.»
Dalinar non replicò. Anche se Evi e suo fratello avevano fatto passare un tempo esagerato solo per acconsentire al fidanzamento, lui aveva fatto il suo dovere. Desiderava solo provare qualcosa di più per quella donna. Un pizzico di passione, di vera emozione. Non poteva ridere senza che lei sembrasse confusa dalla conversazione. Non poteva vantarsi senza che lei fosse amareggiata dalla sua sete di sangue. Voleva sempre che Dalinar la stringesse, come se rimanere da sola per un folgorato minuto la facesse avvizzire al punto da venir spazzata via dal vento. E...
«Ehi» urlò una delle esploratrici da una torre di legno mobile. Indicò, la sua voce distante. «Ehi, laggiù!»
Dalinar si girò, aspettandosi un attacco anticipato da parte del nemico. Ma no, l’esercito di Kalanor si stava ancora schierando. Non erano stati degli uomini ad attirare l’attenzione dell’esploratrice, ma dei cavalli. Un piccolo branco, undici o dodici esemplari in totale, che galoppava per il campo di battaglia. Fieri, maestosi.
«Ryshadium» mormorò Gavilar. «È raro che vaghino così a est.»
Dalinar trattenne un ordine di radunare quegli animali. Ryshadium? Sì... poteva vedere gli spren che si muovevano nell’aria dietro di loro. Musicaspren, per qualche motivo. Non aveva alcun folgorato senso. Be’, cercare di catturare quei cavalli non sarebbe servito a nulla. Non potevano essere trattenuti a meno che non scegliessero un cavaliere.
«Voglio che tu faccia qualcosa per me oggi, fratello» disse Gavilar. «L’altoprincipe Kalanor in persona deve cadere. Finché rimarrà in vita, ci sarà resistenza. Se morirà, la sua discendenza terminerà con lui. Suo cugino Loradar Vamah potrà prendere il potere.»
«Loradar si voterà a te?»
«Ne sono certo» assicurò Gavilar.
«Allora troverò Kalanor» disse Dalinar «e porrò fine a tutto questo.»
«Non si unirà alla battaglia facilmente, conoscendolo. Ma è uno Stratoguerriero. E così...»
«Così dobbiamo costringerlo a combattere.» Gavilar sorrise.
«Cosa c’è?» chiese Dalinar.
«Sono semplicemente lieto di sentirti parlare di tattica.»
«Non sono un idiota» ringhiò Dalinar. Prestava sempre attenzione alla strategia di una battaglia; solo non era un tipo da riunioni interminabili in cui si dava aria alla bocca.
Anche se... perfino quelle sembravano più tollerabili negli ultimi tempi. For- se era l’abitudine. O forse erano i discorsi di Gavilar sul forgiare una dinastia. Era la verità sempre più evidente che questa campagna – che ormai durava da parecchi anni – non era un rapido “spacca e arraffa”.
«Portami Kalanor, fratello» disse Gavilar. «Oggi abbiamo bisogno dello Spinanera.»
«Tutto ciò che devi fare è sguinzagliarlo.»
«Ah! Come se esistesse qualcuno in grado di metterglielo, il guinzaglio.» “Non è quello che stai cercando di fare?” pensò immediatamente Dalinar. “Obbligandomi a sposarmi? Parlando di come ora dovremmo essere ‘civilizzati’? Sottolineando tutto quello che faccio di sbagliato come ciò che dobbiamo cancellare?”
Si morse la lingua e terminarono la loro cavalcata lungo le file. Si separarono con un cenno del capo e Dalinar andò a unirsi ai suoi soldati scelti.
«Ordini, signore?» chiese Rien.
«Non mettetevi in mezzo» disse Dalinar abbassando la celata. L’elmo della Stratopiastra si sigillò e un silenzio calò sui soldati scelti. Dalinar evocò Giuramento, la spada di un re caduto, e attese. I nemici erano giunti per fermare i continui saccheggi della campagna da parte di Gavilar; dovevano essere loro a fare la prima mossa.
Quegli ultimi mesi passati ad attaccare cittadine isolate e prive di protezione avevano prodotto battaglie insoddisfacenti, ma avevano anche messo Kalanor in una posizione terribile. Se avesse deciso di rimanere nelle sue fortezze, avrebbe permesso che altri vassalli a lui fedeli fossero distrutti. Quelli già iniziavano a domandarsi perché gli pagavano le tasse. Alcuni avevano preventivamente invia- to dei messaggeri a Gavilar assicurando che non avrebbero opposto resistenza. La regione era sul punto di passare ai Kholin. E così l’altoprincipe Kalanor era stato costretto a lasciare le sue fortificazioni per dar battaglia in quel luogo. Dalinar si muoveva irrequieto sul cavallo. Aspettava. Faceva piani. Il momento giunse presto: le forze di Kalanor si avviarono lungo la pianura in un’onda cauta, gli scudi levati verso il cielo.
Gli arcieri di Gavilar scagliarono nugoli di frecce. Gli uomini di Kalanor erano ben addestrati: mantennero le formazioni sotto quella pioggia mortale. Alla fine incontrarono la fanteria pesante dei Kholin: un blocco di soldati così corazzati che pareva fossero solida roccia. Allo stesso tempo, unità mobili di arcieri balzarono ai lati. Con la sola armatura leggera, erano veloci. Se i Kholin avessero vinto quella battaglia – e Dalinar era fiducioso che ci sarebbero riusciti – sarebbe stato grazie alle nuove tattiche di battaglia che avevano studiato.
I nemici si ritrovarono attaccati sui fianchi, con le frecce che bersagliavano i lati dei loro blocchi d’assalto. Le loro linee si allungarono quando la fanteria cercò di raggiungere gli arcieri, ma ciò indebolì il blocco centrale, che subì una disfatta da parte della fanteria pesante. I normali blocchi di lancieri attaccavano le unità nemiche sia per riposizionarle sia per danneggiarle.
Tutto ciò accadeva sull’intero campo di battaglia. Dalinar dovette smontare da cavallo e mandare a chiamare uno stalliere per condurre l’animale mentre aspettava. Dentro di sé, ricacciò indietro l’Eccitazione, che lo spronava a gettar- si immediatamente nella mischia al galoppo.
Alla fine scelse una parte delle truppe dei Kholin che se la stava cavando male contro il blocco nemico. Poteva andare. Risalì in sella e spronò il cavallo al galoppo. Quello era il momento giusto. Poteva percepirlo. Aveva bisogno di col- pire allora, quando la battaglia era al punto cruciale tra vittoria e sconfitta, per stanare il suo nemico.
L’erba si agitò e si ritrasse in un’onda davanti a lui. Come un suddito che si inchinava. Poteva essere la fine, la sua ultima battaglia durante la conquista di Alethkar. Cosa gli sarebbe accaduto dopo? Interminabili banchetti con i politi- ci? Un fratello che rifiutava di cercare altrove un combattimento?
Dalinar si aprì all’Eccitazione e scacciò via questi assilli. Colpì la linea di truppe nemiche come un’altempesta poteva travolgere una pila di fogli. I soldati si sparpagliarono davanti a lui urlando. Dalinar menava fendenti con la sua Stratolama, uccidendo nemici a dozzine su un lato, poi su un altro.
Occhi bruciavano, braccia penzolavano flosce. L’altoprincipe alethi inspirò la gioia della conquista, la bellezza inebriante della distruzione. Nulla poteva opporsi a lui: tutti erano esche e lui la fiamma. Il blocco di soldati avrebbe potuto unirsi e avventarglisi contro, ma erano troppo spaventati.
E perché non avrebbero dovuto? Le persone parlavano di uomini comuni che abbattevano uno Stratoguerriero, ma doveva trattarsi di invenzioni. Un concetto formulato per indurre gli uomini a contrattaccare, per risparmiare agli Stratoguerrieri la fatica di dover dare loro la caccia.
Dalinar sogghignò quando il cavallo incespicò cercando di superare i corpi accatastati attorno. Spronò l’animale in avanti e quello balzò... ma quando atterrò qualcosa cedette. La creatura lanciò uno strepito e crollò, gettandolo a terra.
Dalinar sospirò, spingendo da parte il cavallo e alzandosi. Gli aveva rotto la schiena: la Stratopiastra non era fatta per bestie tanto comuni.
Un gruppo di soldati provò un contrattacco. Coraggioso, ma stupido. Dalinar li abbatté con ampie spazzate della sua Stratolama. Poi fu la volta di un ufficiale occhichiari: organizzò i suoi uomini perché pressassero e cercassero di intrappolare lo Spinanera, se non con la loro capacità, almeno con il peso dei loro corpi. Lui ruotò in mezzo a loro, con la Piastra che gli forniva energia, la Lama precisione e l’Eccitazione... l’Eccitazione gli dava uno scopo.
In momenti del genere, Dalinar riusciva a capire perché era stato creato. Era sprecato ad ascoltare gli uomini farfugliare. Era sprecato a fare tutto tranne... quello: fungere da esame finale per le capacità di un uomo, metterlo alla pro- va e reclamarne la vita a fil di spada. Li mandava alle Sale della Tranquillità già pronti a combattere.
Lui non era un uomo. Lui era giudizio.
Incantato, abbatté un nemico dopo l’altro, percependo un ritmo strano nel combattimento, come se i colpi della sua spada dovessero cadere secondo i dettami di un qualche battito invisibile. Un rossore crebbe ai margini della sua visuale e alla fine coprì il paesaggio come un velo. Sembrava spostarsi e muoversi come le spire di un’anguilla, tremolante secondo i battiti della sua spada.
Si infuriò quando una voce che lo chiamava lo distolse dallo scontro.
«Dalinar!» Lui la ignorò.
«Luminobile Dalinar! Spinanera!»
Quella voce era come lo stridio di un cremling che faceva risuonare la propria canzone dentro il suo elmo. Abbatté un paio di spadaccini. Erano stati occhichiari, ma i loro occhi erano bruciati perciò non si poteva più distinguere.
«Spinanera!»
Bah! Dalinar ruotò verso il suono.
Lì vicino c’era un uomo che indossava il blu dei Kholin. Dalinar sollevò la spada. L’uomo indietreggiò, alzando le mani senza armi e urlando ancora il nome di Dalinar.
“Io lo conosco. È...” Kadash? Uno dei capitani dei suoi soldati scelti. Dalinar abbassò la spada e scosse il capo, cercando di togliersi quel suono ronzante dalle orecchie. Solo allora vide – vide davvero – cosa lo circondava. I morti. Centinaia e centinaia di morti, con tizzoni avvizziti al posto degli occhi, armatura e armi tranciate ma i loro corpi inspiegabilmente illesi. Per l’Onnipotente... quanti ne aveva uccisi? Sollevò la mano all’elmo, voltandosi e guardandosi attorno. Timidi fili d’erba spuntavano tra i corpi, spingendosi tra braccia e dita, accanto alle teste. Aveva ricoperto la pianura così scrupolosamente di cadaveri che l’erba faticava a trovare punti dove sollevarsi.
Dalinar sogghignò dalla soddisfazione, poi raggelò. Alcuni di quei corpi con gli occhi bruciati – riuscì a individuarne tre – indossavano il blu. Erano i suoi stessi uomini, che portavano al braccio la fascia dei soldati scelti.
«Luminobile» disse Kadash. «Spinanera, avete portato a termine il vostro compito!» Indicò una truppa di cavalieri che stava caricando lungo la pianura. Portavano la bandiera argento su rosso con un biglifo di due montagne. Non avendo altra scelta, l’altoprincipe Kalanor era entrato in battaglia. Dalinar aveva distrutto diverse compagnie tutte da solo; soltanto un altro Stratoguerriero poteva fermarlo.
«Eccellente» disse Dalinar. Si tolse l’elmo e prese un panno da Kadash, usandolo per asciugarsi la faccia. Poi fu la volta di un otre. Dalinar lo prosciugò.
Gettò via l’otre vuoto, il cuore che batteva forte e l’Eccitazione che martel- lava dentro di lui. «Fa’ ritirare i soldati scelti. Non ingaggiate battaglia a meno che io non cada.» Si rimise l’elmo e provò un senso tranquillizzante di aderenza quando i lacci furono assicurati al loro posto.
«Sì, luminobile.»
«Raduna i nostri che... sono caduti» ordinò Dalinar, agitando la mano verso i morti dei Kholin. «Assicurati che ci si occupi di loro e dei loro familiari.»
«Certo, signore.»
Dalinar scattò in direzione della truppa in arrivo, con la Stratopiastra che faceva risuonare le pietre. Provava un senso di tristezza nell’affrontare uno Strato-guerriero invece di continuare il suo combattimento contro gli uomini normali. Niente più devastazione a tappeto: adesso aveva solo un uomo da uccidere.
Riusciva a ricordare vagamente un tempo in cui affrontare sfide minori non lo soddisfaceva così tanto quanto un buon combattimento contro qualcuno di capace. Cos’era cambiato?
La corsa lo portò verso una delle formazioni rocciose sul lato orientale del campo, un gruppo di enormi guglie, frastagliate ed erose, come una fila di paletti di pietra. Mentre entrava nella loro ombra, riuscì a udire suoni di lotta dall’altro lato. Alcune truppe si erano staccate da entrambi gli eserciti e cercavano lo scontro sui fianchi aggirando quelle formazioni.
Alla loro base, la scorta di Kalanor si divise, rivelando l’altoprincipe in per- sona a cavallo. La sua Piastra era rivestita di una colorazione argentea, forse acciaio o foglia d’argento. Dalinar aveva ordinato che la sua Piastra fosse lucidata fino al suo normale grigio ardesia; non aveva mai capito perché le persone volessero “accrescere” la naturale maestosità della Stratopiastra.
Il cavallo di Kalanor era un animale alto e imponente, di un bianco brillante e con una lunga criniera. Portava con facilità lo Stratoguerriero. Un Ryshadium. Eppure Kalanor smontò. Diede una pacca affettuosa sul collo all’animale, poi venne avanti per incontrare Dalinar mentre la Stratolama gli appariva in mano.
«Spinanera» chiamò. «Ho sentito che stavi distruggendo da solo il mio esercito.»
«Combattono per le Sale della Tranquillità ora.»
«Allora magari ti fossi unito a loro per guidarli.»
«Un giorno» disse Dalinar. «Quando sarò troppo vecchio e debole per combattere qui, sarò lieto di esserci mandato.»
«Curioso con quanta rapidità i tiranni diventano religiosi. Dev’essere comodo dire a te stesso che i tuoi omicidi appartengono all’Onnipotente.»
«Sarà meglio che non appartengano a lui!» ribatté Dalinar. «Ho lavorato sodo per quelle uccisioni, Kalanor. L’Onnipotente non può averle; può semplicemente riconoscere il merito a me quando peserà la mia anima!»
«Allora che ti trascinino giù fino alla Dannazione stessa.» Kalanor fece cenno di stare indietro alla sua scorta, che sembrava impaziente di avventarsi su Dalinar. Purtroppo, l’altoprincipe era determinato a combattere da solo. Menò dei fendenti con la spada, una Stratolama lunga e sottile con una guardia ampia e glifi per tutta la lunghezza. «Che succede se ti uccido, Spinanera?»
«Allora sarà Sadeas ad avere l’opportunità di eliminarti.»
«Non c’è onore su questo campo di battaglia, vedo.»
«Oh, non fingere di essere migliore» disse Dalinar. «So cos’hai fatto per salire al trono. Non puoi spacciarti per pacificatore ora.»
«Considerando quello che avete fatto ai pacificatori,» osservò Kalanor «mi considero fortunato.»
Dalinar balzò in avanti, mettendosi in Sangueposa, una posa per qualcuno a cui non importava essere colpito. Era più giovane e più agile del suo avversario. Contava sul fatto di poter assestare colpi più rapidi e più duri.
Stranamente, anche Kalanor scelse Sangueposa. I due si scontrarono, facendo cozzare le spade l’una contro l’altra in uno schema che li portò a girare attorno in un rapido spostamento di appoggio, ciascuno che cercava di colpire la stessa sezione di Piastra più volte per aprirsi un varco fino alla carne.
Dalinar grugnì, sbattendo via la Stratolama dell’avversario. Kalanor era vecchio ma abile. Aveva una capacità inspiegabile di arretrare prima dei colpi di Dalinar, deviando parte della forza dell’impatto e impedendo che il metallo si rompesse. Dopo un furibondo scambio di colpi per diversi minuti, entrambi gli uomini indietreggiarono con un reticolo di crepe sul lato sinistro delle loro Piastre che trasudavano Folgoluce nell’aria.
«Accadrà anche a te, Spinanera» ringhiò Kalanor. «Se mi ucciderai, qualcuno si ribellerà e ti porterà via il regno. Non potrà mai durare.»
Dalinar avanzò per un fendente poderoso. Un passo avanti, poi una rotazione completa. Kalanor lo colpì sul lato destro: un colpo ben assestato, ma insignificante dal momento che cadeva sul lato sbagliato. Dalinar, d’altro canto, mise a segno un colpo spazzante che fece fischiare l’aria. Kalanor cercò di muoversi assieme alla spazzata, ma questa aveva troppo slancio.
La Stratolama impattò, distruggendo la sezione di Piastra in un’esplosione di scintille fuse. Kalanor grugnì e barcollò da un lato, quasi inciampando. Abbassò la mano per coprire lo squarcio nell’armatura, che continuava a perdere Folgoluce ai bordi. Metà del pettorale era andato in frantumi.
«Combatti proprio come comandi, Kholin» ringhiò. «In modo avventato.» Dalinar ignorò la provocazione e invece caricò.
Kalanor corse via, facendosi largo in tutta fretta tra la scorta, spintonandone da parte alcuni, che ruzzolarono a terra, e spezzando ossa.
Dalinar era quasi riuscito a prenderlo, ma Kalanor raggiunse il margine della grossa formazione di roccia. Lasciò cadere la sua Lama – quella si trasformò in nebbia con uno sbuffo – e saltò, afferrando un affioramento. Cominciò ad arrampicarsi.
Pochi istanti più tardi raggiunse la base della torre naturale. Lì vicino dei macigni erano disseminati per il terreno; come avveniva in modo misterioso a causa delle tempeste, verosimilmente fino a poco tempo prima quello era stato il versante di una collina. L’altempesta ne aveva strappato via buona parte, lasciando protesa verso l’alto quella strana formazione. Probabilmente sarebbe stata presto spazzata via.
Dalinar lasciò cadere la sua Lama e saltò, agguantando una sporgenza, le dita che sfregavano sulla roccia. Dondolò prima di trovare un appoggio, poi continuò ad arrampicarsi per quella parete ripida dietro Kalanor. L’altro Stratoguer- riero cercò di scalciargli contro delle rocce, ma quelle rimbalzarono via da Dalinar senza alcun effetto.
Quando quest’ultimo lo raggiunse, si erano arrampicati per una cinquantina di piedi. In basso, i soldati si erano radunati e li fissavano indicando.
Dalinar allungò la mano per afferrare la gamba dell’avversario, ma Kalanor la strattonò via e poi, ancora appeso alle rocce, evocò la sua Lama e iniziò a menare colpi verso il basso. Dopo essere stato colpito sull’elmo ripetutamente, Dalinar ringhiò e si lasciò scivolare fuori dalla traiettoria.
Kalanor staccò alcuni pezzi dalla parete per mandarli a sbattere contro Dalinar, poi congedò la Lama e riprese a salire.
L’altro lo seguì con maggiore cautela, arrampicandosi da un lato lungo un per- corso parallelo. Alla fine raggiunse la cima e scrutò oltre il bordo. La sommità della formazione era costituita da picchi spezzati e dalla cima piatta che non sembravano molto solidi. Kalanor era seduto su uno di essi, con la Lama sopra una gamba e l’altro piede che dondolava.
Dalinar si arrampicò a una distanza di sicurezza dal nemico. Poi evocò Giuramento. Tempeste! Lì c’era a stento spazio sufficiente per stare in piedi. Il vento lo sferzava e un ventospren sfrecciò attorno da una parte.
«Bel panorama» disse Kalanor. Anche se le loro forze all’inizio erano equilibrate, sotto di loro c’erano molti più caduti in argento e oro sparsi per la prateria rispetto a quelli in blu. «Mi domando quanti re ottengano un posto così privilegiato per guardare la loro stessa fine.»
«Tu non sei mai stato un re» ribatté Dalinar.
Kalanor si alzò e sollevò la sua Lama con una mano, protendendola con la punta verso il petto di Dalinar. «Quello, Kholin, è tutto legato al portamento e al presupposto. Vogliamo cominciare?»
“Scaltro portarmi quassù” pensò Dalinar. Lui aveva un vantaggio eviden- te in un duello equo, perciò Kalanor aveva aggiunto un elemento casuale allo scontro. Venti, appoggio instabile e una caduta che avrebbe ucciso perfino uno Stratoguerriero.
Come minimo, sarebbe stata una sfida nuova. Dalinar fece un passo avanti con cautela. Kalanor passò a Ventoposa, uno stile di combattimento più fluido e spazzante. Dalinar scelse Rocciaposa per l’appoggio saldo e la potenza pura e semplice.
Si scambiarono dei colpi, muovendosi avanti e indietro lungo la linea di picchi stretti. Ogni passo staccava dei pezzetti dalle rocce, facendoli ruzzolare giù. Era evidente che Kalanor voleva prolungare quello scontro per massimizzare le possibilità che Dalinar scivolasse.
Questi saggiò il terreno avanti e indietro, lasciando che Kalanor prendesse un ritmo, poi interruppe il movimento per bersagliare l’avversario con tutto ciò che aveva, calando l’arma dall’alto in basso. Ogni colpo alimentava qualcosa che bruciava dentro Dalinar, una sete che la furia precedente non aveva spento. L’Eccitazione voleva di più.
Dalinar mise a segno una serie di colpi sull’elmo di Kalanor, facendolo indietreggiare fino al bordo, a un solo passo dalla caduta. L’ultimo fendente distrusse completamente l’elmo, scoprendo una faccia attempata, rasata e quasi calva. Kalanor ringhiò a denti stretti e contrattaccò Dalinar con inattesa ferocia. Questi lasciò che Lama e Lama si incontrassero, poi fece un passo in avanti per trasformare lo scontro in una contesa di spinta: le loro armi erano bloccate e nessuno dei due aveva spazio di manovra.
Dalinar incontrò lo sguardo del nemico. In quegli occhi grigio chiaro vide qualcosa. Frenesia, energia. Una sete di sangue familiare.
Anche Kalanor provava l’Eccitazione.
Dalinar aveva sentito altri parlare di quell’euforia per il confronto. Il vantaggio segreto degli Alethi. Ma leggerla proprio lì, negli occhi di un uomo che sta- va cercando di ucciderlo, lo fece infuriare. Non avrebbe dovuto condividere una sensazione così intima con lui.
Grugnì e, in un impeto di forza, scagliò Kalanor all’indietro. L’uomo barcollò, poi scivolò. Lasciò cadere all’istante la sua Stratolama e, con un movimento repentino, riuscì ad afferrare l’orlo di roccia mentre cadeva.
Senza elmo, Kalanor dondolò. Il senso dell’Eccitazione nei suoi occhi sbiadì fino a trasformarsi in panico. «Pietà» sussurrò.
«Questa è pietà» disse Dalinar, poi gli attraversò dritto la faccia con la Stratolama.
Gli occhi di Kalanor bruciarono da grigio a nero mentre precipitava dalla guglia, lasciandosi dietro linee gemelle di fumo nero. Il cadavere sbatté contro una sporgenza prima di schiantarsi molto più in basso, dal lato opposto della formazione rocciosa e lontano dal grosso dell’esercito.
Dalinar espirò, poi si afflosciò esausto. Le ombre si allungavano sulla terra mentre il sole incontrava l’orizzonte. Era stato un bel combattimento. Aveva ottenuto ciò che voleva. Aveva sbaragliato tutti quelli che si erano opposti a lui.
Eppure si sentiva vuoto. Una voce dentro di lui continuava a dire: “Tutto qua?
Non ci era stato promesso di più?”.
Giù in basso, un gruppo nei colori di Kalanor si diresse verso il corpo caduto. La scorta aveva visto dove il suo luminobile era precipitato? Dalinar provò un’impennata di sdegno. Quella era la sua uccisione, la sua vittoria. Lui aveva vinto quegli Strati! Si precipitò giù in un’avventata mezza arrampicata. La di- scesa fu confusa; quando toccò terra vedeva rosso. Un soldato aveva la Lama; altri stavano litigando per la Piastra, che era rotta e deformata.
Dalinar attaccò, uccidendone sei in pochi istanti, incluso quello con la Lama. Altri due riuscirono a fuggire, ma erano più lenti di lui. L’altonobile ne prese uno per la spalla, facendolo girare e poi sbattendolo contro le pietre. Uccise l’ul- timo con una spazzata di Giuramento.
Altri. Dov’erano gli altri? Dalinar non vide nessun uomo in rosso. Solo alcuni in blu, un drappello di soldati agitati che non sventolavano nessun vessillo. In mezzo a loro, però, camminava un uomo in Stratopiastra. Gavilar riposava lì dopo la battaglia, dietro le linee, per fare il punto della situazione.
La fame dentro Dalinar crebbe. L’Eccitazione lo assalì come un impeto, travolgente. Non doveva essere il più forte a governare? Perché quello se ne stava in disparte così spesso ad ascoltare uomini chiacchierare invece di combattere? Eccolo. Ecco l’uomo che aveva ciò che lui voleva. Un trono... un trono e non solo. La donna che Dalinar avrebbe dovuto poter rivendicare. Un amore che era stato costretto ad abbandonare, e per quale motivo?
No, oggi non aveva ancora terminato di combattere. Non era finita!
Si avviò verso il gruppo, la mente confusa e un dolore intenso alle viscere. Passionespren – come minuscoli fiocchi cristallini – caddero attorno a lui.
Non avrebbe dovuto provare passione?
Non avrebbe dovuto essere ricompensato per tutto ciò che aveva ottenuto? Gavilar era debole. Aveva intenzione di abbandonare il proprio impeto e riposarsi su quello che Dalinar aveva conquistato per lui. Bene, c’era un solo modo per assicurarsi che la guerra continuasse. Un solo modo per mantenere viva l’Eccitazione.
Un solo modo perché Dalinar ottenesse tutto ciò che meritava.
Stava correndo. Alcuni degli uomini nel gruppo di Gavilar alzarono le mani per accoglierlo. Deboli. Nessun’arma gli si parava contro! Poteva massacrarli tutti prima che capissero cos’era successo. Se lo meritavano! Dalinar meritava di... Gavilar si voltò verso di lui, togliendosi l’elmo e rivolgendogli un sorriso aperto e sincero.
Dalinar si fermò di colpo, arrestandosi con uno scossone. Fissò Gavilar, suo fratello.
“Oh, Folgopadre” pensò. “Cosa sto facendo?”
Lasciò che la Lama gli scivolasse via dalle dita e svanisse. Gavilar si diresse verso di lui, incapace di cogliere l’espressione inorridita di Dalinar dietro l’elmo. Per fortuna non apparve nessun vergognaspren, anche se in quel momento ne avrebbe dovuti ottenere una legione.
«Fratello!» esclamò Gavilar. «Hai visto? La battaglia è vinta! L’altoprincipe Ruthar ha sconfitto Gallam, ottenendo degli Strati per suo figlio. Talanor ha preso una Lama e ho sentito che finalmente hai stanato Kalanor. Per favore, dimmi che non ti è sfuggito.»
«Lui...» Dalinar si umettò le labbra, inspirando ed espirando. «È morto.» Dalinar indicò verso la forma caduta, visibile solo come un pezzo di metallo argenteo che brillava tra le ombre delle macerie.
«Dalinar, uomo meraviglioso e terribile!» Gavilar si voltò verso i suoi soldati. «Lode allo Spinanera, uomini. Onore a lui!» Gloriaspren spuntarono accanto a Gavilar, sfere dorate che ruotavano attorno alla sua testa come una corona. Dalinar sbatté le palpebre in mezzo alla loro esultanza e all’improvviso provò una vergogna tanto profonda da volersi piegare in due. Stavolta un unico spren – come un petalo che cadeva da un bocciolo – fluttuò attorno a lui.
Doveva fare qualcosa. «Lama e Piastra» disse Dalinar a Gavilar in tono d’urgenza. «Le ho conquistate entrambe, ma le do a te. Un dono. Per i tuoi figli.»
«Ah!» esclamò Gavilar. «Jasnah? Cosa ci farebbe con gli Strati? No, no. Tu...»
«Tienili» lo implorò Dalinar, afferrando il fratello per il braccio. «Per favore.»
«Molto bene, se insisti» disse Gavilar. «Suppongo che tu abbia già una Piastra da dare al tuo erede.»
«Se ne avrò uno.»
«Ce l’avrai!» disse Gavilar, e mandò alcuni uomini a recuperare la Lama e la Piastra di Kalanor. «Ah! Finalmente Toh dovrà concordare che possiamo proteggere la sua dinastia. Suppongo che il matrimonio si celebrerà entro questo mese!» E probabilmente anche la reincoronazione ufficiale dove, per la prima volta da secoli, tutti e dieci gli altiprincipi di Alethkar si sarebbero inchinati davanti a un unico re.
Dalinar si sedette su una pietra, togliendosi l’elmo e accettando dell’acqua da una giovane messaggera. “Mai più” giurò a se stesso. “Lascio la precedenza a Gavilar in tutte le cose. Che abbia il trono, che abbia l’amore.
“Io non dovrò mai essere re.”