Sanderson: Giuramento – Capitolo 25

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 25

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 25:

Giuramento capitolo 25


Confesserò i miei delitti davanti a voi. Con sommo dolore, ho ucciso qualcuno che mi amava con tutto il cuore.



Da Giuramento, prefazione


La torre di Urithiru era uno scheletro e quelle stratificazioni sotto le dita di Shallan erano vene che avvolgevano le ossa, dividendosi e diffondendosi per l’intero corpo. Ma cosa scorreva in quelle vene? Non sangue.
Scivolò per i corridoi al terzo piano, nelle viscere, lontano dalla civiltà, passando attraverso soglie senza porte e stanze prive di occupanti.
Gli uomini si erano rinchiusi lì dentro con la loro luce, dicendo a se stessi di aver conquistato quell’antico mastodonte. Ma tutto ciò che avevano erano avamposti nell’oscurità. Un’oscurità infinita, in attesa. Questi corridoi non avevano mai visto il sole. Le tempeste che infuriavano per tutta Roshar non avevano mai toccato questo luogo. Era un posto di immobilità eterna e gli uomini non potevano conquistarlo più di quanto i cremling potessero affermare di aver conquistato il macigno sotto cui si nascondevano.
Shallan sfidava gli ordini di Dalinar – quelli che aveva suggerito lei stessa – che tutti andassero in giro a coppie. Non si preoccupava di quello. La sua cartella e la tascasalva erano stracolme di nuove sfere ricaricate nell’altempesta. Si sentiva ingorda a portarne così tante, inspirando la Luce come e quando voleva. Era più al sicuro di chiunque altro, fintantoché aveva quella Luce.
Indossava gli abiti di Veil, ma non ancora la sua faccia. Non stava davve- ro esplorando, anche se tracciava una mappa mentale. Voleva soltanto essere in quel posto, percepirlo. Non si poteva comprendere fino in fondo, ma forse si poteva avvertire.
Jasnah aveva trascorso anni a dare la caccia a quella città leggendaria e alle informazioni che aveva ipotizzato contenesse. Navani parlava dell’antica tecnologia che era certa si celasse in quel posto. Finora era rimasta delusa. Aveva adorato le Giuriporte e il sistema di ascensori l’aveva impressionata. Ma nient’altro. Nessun maestoso fabrial del passato, nessun diagramma che illustrasse la tecnologia perduta. Niente libri o scritti. Solo polvere.
“E oscurità” pensò Shallan, soffermandosi in una camera circolare con corridoi che si ramificavano in sette diverse direzioni. Lei aveva percepito quell’impressione di sbagliato di cui parlava Mraize. L’aveva percepita nel momento in cui aveva provato a disegnare quel posto. Urithiru era come le geometrie impossibili della forma di Schema. Invisibile eppure molto fastidioso, come un suono discordante.
Scelse una direzione a caso e proseguì, ritrovandosi in un corridoio tanto stretto che poteva sfiorare entrambe le pareti con le dita. Lì le stratificazioni avevano una tonalità smeraldo, un colore estraneo alla roccia. Cento tonalità di sbagliato. Superò diverse stanzette prima di arrivare in una camera molto più grande.
Vi entrò, tenendo in alto un broam di diamante per farsi luce: si trovava su una porzione rialzata sul davanti di un’ampia stanza con le pareti curve e file di... panche di pietra?
“È un teatro” pensò. “E sono entrata proprio sul palco.” Sì, poteva distinguere una balconata più in alto. Sale del genere la colpivano per la loro umanità. Per il resto quel posto era così vuoto e arido... Stanze, corridoi e caverne interminabili. Pavimenti disseminati solo degli occasionali detriti di una civiltà, come cardini arrugginiti o la fibbia di un vecchio stivale. Rovinaspren erano abbarbicati come cirripedi su antiche porte.
Un teatro era più reale. Più vivo, malgrado il passare delle epoche. Si spostò verso il centro e piroettò, lasciando che il cappotto di Veil si allargasse attorno a lei.
«Ho sempre immaginato di salire su uno di questi. Quando ero bambina, diventare un’attrice mi sembrava il lavoro più straordinario. Andar via da casa, viaggiare in posti nuovi.» “Non dover essere me stessa almeno per breve tempo ogni giorno.” Schema canticchiò, spingendosi fuori dal cappotto per aleggiare sopra il palco in tre dimensioni. «Cos’è?»
«È un palco per concerti o spettacoli.»
«Spettacoli?»
«Oh, ti piacerebbero» disse lei. «Un gruppo di persone, ciascuna delle quali finge di essere qualcuno di diverso, e assieme raccontano una storia.» Scese per la scaletta laterale e camminò tra le panche. «Il pubblicò qui fuori assiste.»
Schema levitò al centro del palco, come un solista. «Ah...» disse. «Una menzogna di gruppo?»
«Una bella, bellissima menzogna» ribadì Shallan, sedendosi su una panca, con la tracolla di Veil accanto a lei. «Un momento in cui tutte le persone immaginano assieme.»
«Mi piacerebbe vederne uno» disse Schema. «Potrei capire le persone... hmmm... attraverso le menzogne che vogliono che siano raccontate.»
Shallan chiuse gli occhi, sorridendo e ricordando l’ultima volta che aveva assistito a uno spettacolo nella casa paterna. Una compagnia itinerante di bambini era venuta a intrattenerla. Lei aveva preso delle Memorie per la sua collezione, ma naturalmente ora tutto ciò era perso sul fondo dell’oceano.
«La ragazza che guardava in alto» sussurrò.
«Cosa?» chiese Schema.
Shallan aprì gli occhi ed esalò Folgoluce. Non aveva rappresentato quella particolare scena, perciò usò quello che aveva a disposizione: un suo disegno di una ragazzina al mercato. Allegra e felice, troppo giovane per coprire la sua manosalva. La ragazza apparve dalla Folgoluce e zampettò su per la scaletta, poi fece un inchino a Schema.
«C’era una ragazza» disse Shallan. «Questo era prima delle tempeste, prima dei ricordi e prima delle leggende... ma c’era comunque una ragazza. Indossava una lunga sciarpa che schioccava al vento.»
Una sciarpa rosso acceso crebbe attorno al collo della ragazza, le estremità gemelle che si estendevano lunghe dietro di lei e sbattevano in un vento invisibile. Gli attori avevano fatto pendere la sciarpa dietro la ragazza usando delle corde dall’alto. La scena era sembrata così reale...
«La ragazza con la sciarpa giocava e ballava, come fanno le ragazze oggi» continuò Shallan, facendo saltellare la bambina attorno a Schema. «In effetti, molte cose erano le stesse, allora come adesso. Tranne una grande differenza. Il muro.» Prosciugò un numero generoso di sfere dalla sua cartella, poi cosparse il pavimento del palco di erba e rampicanti della sua patria. Sul fondo crebbe un muro come Shallan l’aveva immaginato. Un muro alto e terribile che si estendeva fino alle lune. Bloccava il cielo e gettava ogni cosa attorno alla ragazza nell’ombra. La bambina vi si diresse, guardando in alto e sforzandosi di scorgerne la cima.
«Vedi, in quei giorni, un muro teneva a bada le tempeste» spiegò Shallan.
«Esisteva da così tanto tempo che nessuno sapeva com’era stato costruito. Ciò non li turbava. Perché domandarsi quando erano cominciate le montagne o perché il cielo era alto? Come quelle cose esistevano e basta, così era per il muro.» La ragazzina danzò nella sua ombra e altre persone emersero dalla Luce di Shallan. Ciascuna apparteneva a uno dei suoi disegni. Vathah, Gaz, Palona, Sebarial. Lavoravano come contadini o lavandaie, svolgendo i loro compiti col capo chino. Solo la ragazza guardava in alto verso quel muro, le estremità gemelle della sua sciarpa che sventolavano dietro di lei.
Si avvicinò a un uomo in piedi dietro un carretto di frutta, che indossava il volto di Kaladin Folgoeletto.
«Perché c’è un muro?» chiese all’uomo che vendeva frutta, parlando con la voce di Shallan.
«Per tenere fuori le cose cattive» rispose lui.
«Quali cose cattive?»
«Cose molto cattive. C’è un muro. Non oltrepassarlo o morirai.»
Il venditore di frutta prese il suo carretto e si allontanò. E la ragazza continuò a guardare in alto verso il muro. Schema aleggiò accanto a lei canticchiando allegro tra sé.
«Perché c’è un muro?» chiese alla donna che stava allattando suo figlio. La donna aveva il volto di Palona.
«Per proteggerci» rispose lei.
«Per proteggerci da cosa?»
«Cose molto cattive. C’è un muro. Non oltrepassarlo o morirai.» La donna prese il suo bimbo e se ne andò.
La ragazzina si arrampicò su un albero, sbirciando dalla cima con la sciarpa che le sventolava dietro. «Perché c’è un muro?» gridò al ragazzo che dormiva pigramente nell’incavo di un ramo.
«Quale muro?» chiese il ragazzo.
La ragazza puntò il dito dritto verso il muro.
«Quello non è un muro» disse il ragazzo, assonnato. Shallan gli aveva attribuito la faccia di uno dei pontieri, un Herdaziano. «È solo l’aspetto che ha il cielo laggiù.»
«È un muro» disse la ragazza. «Gigantesco.»
«Dev’essere lì per un motivo» osservò il ragazzo. «Sì, è un muro. Non oltrepassarlo o probabilmente morirai.»
«Bene,» intervenne Shallan parlando dalla platea «queste risposte non soddisfecero la ragazza che guardava in alto. Ragionò tra sé che, se il muro teneva fuori le cose malvagie, allora lo spazio da questo lato doveva essere sicuro.
«Così, una notte, mentre gli altri abitanti del villaggio dormivano, sgattaiolò fuori di casa con un fagotto di provviste. Camminò verso il muro e il territorio era davvero sicuro. Ma era anche buio. Sempre nell’ombra di quel muro. Mai nessuna luce solare raggiungeva direttamente la gente.»
Shallan fece muovere l’illusione, simile al paesaggio su pergamena usato da- gli attori. Solo molto, molto più realistico. Lei aveva dipinto il cielo di luce e, guardando in alto, si aveva l’impressione di vedere solo un cielo infinito, dominato da quel muro.
“Questo è... questo è molto più vasto di quanto abbia mai fatto prima” pensò sorpresa. Creazionespren avevano cominciato ad apparire attorno a lei sulle panche, con la forma di vecchi chiavistelli o pomoli di porta, che rotolavano o si muovevano ribaltandosi.
Be’, Dalinar l’aveva esortata a esercitarsi...
«La ragazza viaggiò lontano» disse Shallan, tornando a guardare verso il palco.
«Nessun predatore le diede la caccia e nessuna tempesta la assalì. L’unico vento fu quello piacevole che giocava con la sua sciarpa e le sole creature che vide furono i cremling che le lanciavano suoni schioccanti mentre camminava.
«Alla fine, la ragazza con la sciarpa si trovò davanti al muro. Era davvero ampio, correva a perdita d’occhio in ciascuna direzione. E la sua altezza! Arrivava quasi fino alle Sale della Tranquillità!»
Shallan si alzò e salì sul palco, passando in una terra differente: un’immagine di fertilità, rampicanti, alberi ed erba, dominata da quel muro terribile. Sul davanti si protendevano chiazze a modo di spuntoni.
“Io non ho disegnato questa scena. Almeno... non di recente.”
L’aveva delineata da ragazza, in dettaglio, mettendo tutte le proprie fantasie su carta.
«Cosa accadde?» chiese Schema. «Shallan? Devo sapere. Lei tornò indietro?»
«Certo che non tornò indietro» disse Shallan. «Si arrampicò. C’erano delle sporgenze nel muro, cose come quegli spuntoni, oppure orrende statue ingobbite. Fin da bambina, lei aveva sempre scalato gli alberi più alti. Poteva farcela.»
La ragazza cominciò ad arrampicarsi. I suoi capelli erano bianchi quando era partita? Shallan si accigliò.
Fece affondare la base del muro nel palco, cosicché, anche se la ragazza saliva sempre più, restava all’altezza del petto rispetto a lei e Schema.
«La scalata richiese giorni» disse Shallan, una mano alla testa. «Di notte, la ragazza che guardava in alto legava la sciarpa e ne faceva un’amaca in cui dormiva. A un certo punto individuò il suo villaggio, notando quanto sembrava picco- lo adesso che era a quella quota.
«Mentre si avvicinava alla cima, a un certo punto iniziò a temere quello che avrebbe trovato dall’altra parte. Purtroppo, questa paura non la fermò. Era giovane e le domande la infastidivano più della paura. E così alla fine si sforzò per arrivare in cima e si mise in piedi per vedere dall’altra parte. La parte nascosta...» Shallan ebbe un nodo alla gola. Si ricordò di quando era stata seduta sul bordo della sedia ad ascoltare quella storia. Da bambina, quando i momenti in cui assistere alle rappresentazioni degli attori erano stati le uniche parentesi positive della sua vita.
Troppi ricordi di suo padre, e anche di sua madre, che adorava raccontarle storie. Cercò di scacciare quei pensieri, ma non se ne volevano andare.
Shallan si voltò. La sua Folgoluce... aveva usato quasi tutta quella che ave- va estratto dalla sua cartella. Sui sedili, una folla di figure buie osservava. Senza occhi, soltanto ombre, persone provenienti dai suoi ricordi. Le sagome di suo padre, di sua madre, dei suoi fratelli e di una dozzina di altre persone. Non poteva crearli, poiché non li aveva disegnati a dovere. Non da quando aveva per- so la sua collezione.
Accanto a Shallan, la ragazza era in piedi trionfante sulla cima del muro, con la sciarpa e i capelli bianchi che le schioccavano dietro in un vento improvviso. Schema ronzava accanto a Shallan.
«... e su quel lato del muro,» riprese Shallan «la ragazza vide dei gradini.»
Il lato posteriore del muro era intersecato da enormi rampe di scale che portavano giù fino a terra, così distante.
«Cosa... cosa significa?» disse Schema.
«La ragazza fissò quegli scalini» sussurrò Shallan ricordando «e all’improvviso le statue raccapriccianti sul suo lato del muro acquistarono un senso. Le lance. Il modo in cui il muro proiettava un’ombra su tutto quanto. Nascondeva davvero qualcosa di malvagio, di spaventoso. Le persone, come la ragazza e il suo villaggio.»
L’illusione prese a decomporsi attorno a lei. Era troppo ambiziosa perché potesse mantenerla e la lasciò spossata, esausta, con la testa che cominciava a martellarle. Lasciò scomparire il muro, recuperando la sua Folgoluce. Il paesaggio svanì, e così la ragazza stessa. Dietro, le figure ombreggiate in platea iniziarono a evaporare. La Folgoluce fluì di nuovo da Shallan, rinfocolando la tempesta dentro di lei.
«È finita così?» domandò Schema.
«No» disse Shallan, con la Folgoluce che le usciva sbuffando dalle labbra. «Lei scende e vede una società perfetta illuminata dalla Folgoluce. Ne ruba un po’ e la porta indietro. Le tempeste arrivano come una punizione, abbattendo il muro.»
«Ah...» disse Schema, aleggiando accanto a lei sul palco ora vuoto. «Perciò è così che ebbero inizio le tempeste?»
«Certo che no» rispose Shallan, sentendosi stanca. «È una menzogna, Schema. Una storia. Non significa nulla.»
«Allora perché stai piangendo?»
Shallan si asciugò gli occhi e voltò le spalle al palco vuoto. Doveva tornare ai mercati.
In platea, gli ultimi membri del pubblico spettrale scomparvero con uno sbuffo. Tutti tranne uno, che si alzò e uscì dalle porte di fondo del teatro. Stupefatta, Shallan si sentì attraversare da una scossa improvvisa.


Quella figura non era stata una delle sue illusioni.

Balzò giù dal palco – atterrando duramente, con il cappotto di Veil che svo- lazzava – e si precipitò all’inseguimento. Trattenne il resto della Folgoluce, come una tempesta violenta e picchiettante. Slittò fino al corridoio lì fuori, lieta di indossare stivali robusti e pantaloni semplici.
Qualcosa di indistinto si mosse lungo il corridoio. Shallan lo inseguì, le labbra tirate in un ghigno, lasciando che la Folgoluce si sollevasse dalla pelle a illuminare l’ambiente circostante. Mentre correva, tirò fuori dalla tasca un nastro e si legò i capelli, diventando Radiosa. Lei avrebbe saputo cosa fare se avesse catturato il fuggitivo.
“Una persona può assomigliare così tanto a un’ombra?”
«Schema» urlò, allungando la mano destra in avanti. Una nebbia luminescente si formò lì, diventando la sua Stratolama. Della Luce le sfuggì dalle labbra, trasformandola più pienamente in Radiosa. Si lasciava dietro fili luminescenti ed ebbe l’impressione che la inseguissero. Si precipitò in una piccola stanza tonda e slittò fino a fermarsi.
Una dozzina di versioni di lei stessa, da disegni che aveva realizzato di recente, si divisero attorno a lei e schizzarono per la stanza. Shallan nel suo abito lungo, Veil con il suo cappotto, Shallan da bambina, Shallan da giovane. Shallan come soldato, come moglie e come madre felice. Qui più snella, lì più grassoccia. Sfregiata. Gioiosa per l’eccitazione. Coperta di sangue e dolorante. Scomparvero dopo esserle passate davanti, riducendosi una dopo l’altra in Folgoluce che si arricciò e si attorcigliò prima di scomparire.
Radiosa sollevò la sua Stratolama nella posa che Adolin le aveva insegnato, con il sudore che colava lungo i lati della faccia. La stanza sarebbe stata buia senza la Luce che le si avvolgeva attorno alla pelle e le filtrava dai vestiti per irradiarsi attorno a lei.
Vuoto. O aveva perso quello che stava braccando nei corridoi, oppure si era trattato di uno spren e non certo di una persona.
“Oppure lì non c’è mai stato nulla” si preoccupò una parte di lei. “Non puoi fare affidamento sulla tua mente, questi giorni.”
«Quello cos’era?» disse Radiosa. «L’hai visto?»
No, pensò Schema rivolto a lei. Ero concentrato sulla menzogna.
Lei percorse il perimetro della stanza circolare. La parete era segnata da una serie di fessure profonde che andavano dal pavimento al soffitto. Shallan poteva percepire l’aria muoversi attraverso esse. Qual era lo scopo di una stanza del genere? Le persone che avevano progettato questo posto erano matte?
Radiosa notò una debole luce provenire da diverse fessure, e con essa i suoni di persone in un trambusto basso e riecheggiante. Il mercato della Scissione? Sì, lei era in quella zona, e pur trovandosi al terzo piano, la caverna del mercato era alta ben quattro piani.
Si spostò vicino alla fessura successiva e vi sbirciò attraverso, cercando di stabilire dove sfogasse. Era forse...?
Qualcosa nella fessura si mosse.
Una massa scura si contorse in profondità, schiacciandosi tra le pareti. Come roba appiccicosa, ma con pezzi che spuntavano. Erano gomiti, casse toraciche, dita stese lungo un muro, ciascuna articolazione che si piegava all’indietro.
“Uno spren” pensò lei tremando. “È davvero una strana specie di spren.”
La cosa si contorse e la testa si deformò in quel minuscolo spazio, poi guardò verso di lei. Shallan vide gli occhi riflettere la sua luce, sfere gemelle poste in una testa schiacciata, un volto umano distorto.
Radiosa si ritrasse con un rantolo brusco, evocando di nuovo la Stratolama e impugnandola come protezione davanti a sé. Ma come avrebbe agito? Si sarebbe fatta strada attraverso la roccia per arrivare a quella cosa? Voleva proprio raggiungerla?
No, ma doveva farlo lo stesso.
“Il mercato” pensò, congedando la sua Lama e schizzando per la strada da cui era venuta. “È diretto al mercato.”
Con la Folgoluce a darle la spinta, Radiosa si precipitò per i corridoi, notando a malapena quando ne esalò abbastanza da trasformare la propria faccia in quella di Veil. Sterzò in una rete di passaggi contorti. Quel labirinto e quei cunicoli misteriosi non erano ciò che si era aspettato dalla dimora dei Cavalieri Radiosi. Non avrebbe dovuto essere una fortezza, semplice ma imponente, un faro di luce e forza nei tempi bui?
Invece era un enigma. Veil uscì barcollando dai corridoi di servizio, entrò in quelli più popolati, poi superò di corsa un gruppo di bambini che ridevano e tenevano in alto dei pezzi per farsi luce e creare ombre sulle pareti.
Dopo alcune svolte, arrivò sulla balconata che correva attorno al cavernoso mercato della Scissione, con le sue luci ondeggianti e i passaggi pieni di gente. Veil svoltò a sinistra e vide fessure in quella parete. Per la ventilazione?
Quella cosa era arrivata attraverso una di quelle fessure, ma poi dov’era andata? Si levò un urlo acuto e freddo, dal fondo del mercato sottostante. Imprecando tra sé, Veil scese i gradini a un ritmo spericolato. Era proprio da lei. Si gettava a capofitto nel pericolo.
Inspirò e inglobò la Folgoluce nebulizzata attorno a sé, smettendo di brillare. Dopo un breve scatto, trovò delle persone che si radunavano tra due file stracolme di tende. Lì i banchetti vendevano mercanzie varie, molte delle quali sembravano oggetti recuperati dai campi militari più abbandonati. Più di qualche mercante intraprendente – con il tacito assenso del proprio altoprincipe – aveva inviato spedizioni a raccogliere il possibile. Con la Folgoluce ora disponibile e Renarin ad aiutare con la Giuriporta, quei mercanti erano stati finalmente ammessi a Urithiru.
Gli altiprincipi avevano ottenuto la prima scelta. Il resto dei ritrovamenti era ammassato in quelle tende, sorvegliato da guardie con lunghi randelli e pazienza corta. Veil si fece strada a spintoni tra la folla, verso le prime file, e trovò un grosso Mangiacorno che imprecava e si teneva la mano. “Roccia” pensò, riconoscendo il pontiere anche se non era in uniforme.
La sua mano stava sanguinando. “Come se fosse stato accoltellato proprio al centro” pensò Veil.
«Cos’è successo qui?» domandò, ancora trattenendo la Luce per impedire che sbuffasse fuori e la tradisse.
Roccia la fissò mentre il suo compagno – un pontiere che le sembrava di ave- re già visto – gli fasciava la mano. «Chi sei tu per chiedere a me questa cosa?»
Tempeste! In quel momento era Veil, ma non osava rivelare la trasformazione, specialmente non lì all’aperto. «Faccio parte della forza di polizia di Aladar» disse frugandosi in tasca. «Ho qui il mio mandato...»
«È a posto» disse Roccia con un sospiro mentre la sua cautela sembrava scomparire. «Ho fatto nulla. Una persona ha estratto coltello. Non ho visto lui bene: cappotto lungo e un cappello. Una donna in folla ha urlato, attirando la mia attenzione. Poi quest’uomo, lui ha attaccato.»
«Tempeste! Chi è morto?»
«Morto?» Il Mangiacorno guardò verso il suo compagno. «Nessuno è morto. Aggressore ha accoltellato mia mano, poi scappato. Forse è stato tentativo di assassinio? Persona arrabbiata per la regola della torre, così ha attaccato me perché sono nella guardia Kholin?»
Veil sentì un brivido. “Mangiacorno. Alto, massiccio.”
L’aggressore aveva scelto un uomo che assomigliava molto a quello che lei aveva accoltellato l’altro giorno. In effetti, non si trovavano molto lontano da Vicolo di All. Solo a poche “strade” di distanza nel mercato.
I due pontieri si voltarono per allontanarsi e Veil li lasciò andare. Cos’altro poteva apprendere? Il Mangiacorno era stato preso di mira non per qualcosa che aveva fatto, ma a causa del suo aspetto. E l’aggressore indossava un cappotto e un cappello. Come faceva di solito Veil...
«Pensavo che ti avrei trovata qui.»
Veil sussultò, poi si girò mentre la mano andava sul coltello alla cintura. A parlare era stata una donna in un havah marrone. Aveva capelli lisci da Alethi, occhi marrone scuro, labbra dipinte di un rosso acceso e sopracciglia di un nero intenso che quasi certamente erano state esaltate col trucco. Veil la riconobbe, anche se era più bassa di quanto era sembrata da seduta. Era una dei ladri che Veil aveva avvicinato a Vicolo di All, quella i cui occhi si erano illuminati quando Shallan aveva disegnato il simbolo dei Sanguispettri.
«Cosa ti ha fatto?» chiese la donna, indicando Roccia con la testa. «Oppure hai semplicemente un debole per accoltellare i Mangiacorno?»
«Non sono stata io» disse Veil.
«Ma certo.» La donna si avvicinò. «Aspettavo che ti facessi di nuovo viva.»
«Dovresti stare lontana, se ci tieni alla tua vita.» Veil si avviò per il mercato. La donna bassa le si precipitò dietro. «Mi chiamo Ishnah. Sono bravissima a scrivere. Posso trascrivere dettati. Ho esperienza nel muovermi per il sottobosco clandestino del mercato.»
«Vuoi essere la mia pupilla?»
«Pupilla?» La giovane donna rise. «Cosa siamo, occhichiari? Voglio unirmi a voi.» “Ai Sanguispettri, naturalmente.” «Non reclutiamo.»
«Per favore.» Prese Veil per il braccio. «Per favore. Il mondo è sbagliato ora. Nulla ha senso. Ma tu... il tuo gruppo... voi sapete cose. Io non voglio più essere cieca.» Shallan esitò. Poteva comprendere quel desiderio di fare qualcosa, invece di restare semplicemente a sentire il mondo che tremava. Ma i Sanguispettri era- no spregevoli. Questa donna non avrebbe trovato ciò che cercava tra loro. E anche in caso contrario, non era il genere di persona che Shallan voleva aggiungere alla faretra di Mraize.
«No» disse Shallan. «Fa’ una cosa intelligente e dimenticati di me e della mia organizzazione.»
Si staccò dalla stretta della donna e si allontanò in tutta fretta nel mercato pieno di gente.