Sanderson: Giuramento – Capitolo 23

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 23

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 23:

Giuramento capitolo 23


Non sono un poeta che vi delizi con argute allusioni.



Da Giuramento, prefazione


«Non ho carne da vendere» disse il vecchio occhichiari mentre faceva entrare Kaladin nel rifugio antitempesta. «Ma il vostro luminobile e i suoi uomini possono ripararsi qui dentro, e per un modico prezzo.» Agitò il suo bastone verso il grande edificio cavo. A Kaladin ricorda- va le caserme sulle Pianure Infrante, lunghe e strette, con una piccola estremità puntata a est.
«Servirà solo per noi» disse Kaladin. «Il mio luminobile tiene in gran conto la sua riservatezza.»
L’anziano gli lanciò un’occhiata, notando l’uniforme blu. Ora che il Pianto era passato, aveva un aspetto migliore. Non l’avrebbe indossata per l’ispezione di un ufficiale, ma aveva passato un bel po’ di tempo a strofinare via le macchie e a lucidare i bottoni.
Una divisa dei Kholin nelle terre di Vamah. Ciò poteva implicare un gran numero di cose. Kaladin sperava che una non fosse: “Questo ufficiale dei Kholin si è unito a un gruppo di parshi fuggitivi”.
«Posso darvi l’intero rifugio» disse il mercante. «Avrei dovuto affittarlo a delle carovane da Revolar, ma non si sono presentate.»
«Cos’è successo?»
«Non lo so» rispose. «Ma è folgoratamente strano, dico io. Tre carovane, con tre diversi capicarovana e mercanzie varie, tutte che non hanno fatto sapere nulla. Nemmeno un messaggero per darmi qualche notizia. Sono lieto di aver preso il dieci per cento come anticipo.»
Revolar. Era la sede di Vamah, la città più grande tra lì e Kholinar.
«Prenderemo il rifugio» disse Kaladin, porgendogli delle sfere spente. «E tutto il cibo che potete darci.»
«Non molto, considerato che si tratta di un esercito. Forse un sacco di lungheradici o due. Un po’ di lavis. Stavo aspettando i rifornimenti da una di quelle carovane.» Scosse il capo, l’espressione distante. «Sono tempi strani, caporale. Quella tempesta dalla direzione sbagliata. Pensate che continuerà a tornare?» Kaladin annuì. La Tempesta Infinita aveva colpito ancora il giorno prima, il suo secondo caso, se non si contava quello iniziale che si era verificato solo nell’estremo Est. Kaladin e i parshi avevano resistito a quest’ultima, grazie a un avvertimento da parte dello spren invisibile, in una miniera abbandonata.
«Strani tempi» ripeté il vecchio. «Be’, se avete bisogno di carne, un branco di cinghiali selvatici aveva fatto la tana nel crepaccio a sud di qui. Questa è la terra dell’altonobile Cadilar, però, quindi... ehm... Be’, capite benissimo.» Se il “luminobile” inventato da Kaladin stava viaggiando su ordini del re, aveva il permesso di cacciare. Altrimenti, uccidere i cinghiali di un altro altonobile sarebbe stato considerato bracconaggio.
Il vecchio parlava come un campagnolo, nonostante gli occhi giallo chiaro, ma era evidente che era diventato qualcuno gestendo un sostariparo. Una vita solitaria, ma probabilmente si guadagnava bene.
«Vediamo che cibo riesco a trovarvi qui» disse il vecchio. «Seguitemi. Ora, siete certo che stia arrivando una tempesta?»
«Ho delle tabelle che lo assicurano.»
«Be’, lode all’Onnipotente e agli Araldi per quello, suppongo. Coglierà qualcuno di sorpresa, ma sarà bello poter usare di nuovo la mia distacanna.»
Kaladin seguì l’uomo fino a un capanno di pietra sul margine sottovento di casa sua e mercanteggiò – brevemente – per tre sacchi di ortaggi. «Un’altra cosa» aggiunse Kaladin. «Non potete guardare l’esercito arrivare.»
«Cosa? Caporale, è mio dovere assicurarmi che i vostri uomini si sistemino...»
«Il mio luminobile è una persona molto riservata. È importante che nessuno sappia del nostro passaggio. Molto importante.» Posò la mano sul coltello che aveva alla cintura. L’occhichiari tirò semplicemente su col naso. «State certo che terrò a freno la lingua, soldato. E non minacciatemi. Sono del sesto dahn.» Sollevò il mento, ma quando raggiunse di nuovo casa sua trotterellando, chiuse per bene la porta e serrò le folgoimposte.
Kaladin trasferì i tre sacchi nel rifugio, poi si diresse nel luogo dove aveva lasciato i parshi. Continuava a guardarsi attorno in cerca di Syl, ma non vide nulla. Il Nichilispren lo stava seguendo, nascosto, probabilmente per assicurarsi che non facesse nulla di subdolo.


Arrivarono al rifugio appena prima della tempesta.
Khen, Sah e gli altri avevano voluto aspettare finché non era sceso il buio, non essendo disposti a fidarsi del fatto che il vecchio occhichiari non li spiasse. Ma il vento aveva cominciato a soffiare e alla fine avevano creduto a Kaladin circa l’imminenza di una tempesta.
Kaladin rimase presso la porta del rifugio, in ansia mentre i parshi si riversavano dentro. Avevano raccolto altri gruppi negli ultimi giorni, guidati da Nichilispren invisibili che, gli era stato spiegato, schizzavano via non appena consegnati i parshi loro affidati. Questi ultimi erano quasi un centinaio, inclusi vecchi e bambini. Nessuno voleva rivelare a Kaladin il loro scopo finale, ma gli spren avevano in mente una destinazione.
Khen fu l’ultima a varcare la soglia; la grossa e muscolosa donna parshi si attardò lì come se volesse osservare la tempesta. Infine prese le loro sfere – molte delle quali rubate a lui – e chiuse il sacchetto nella lanterna a liste di ferro sulla parete esterna. Fece cenno a Kaladin di entrare, poi lo seguì e sprangò la porta.
«Ti sei comportato bene, umano» disse a Kaladin. «Parlerò in tuo favore quando raggiungeremo il raduno.»
«Grazie» replicò Kaladin. Fuori il folgomuro colpì il rifugio, facendo tremare le pietre e scuotendo il terreno stesso.
I parshi si sistemarono per aspettare. Hesh frugò nei sacchi ed esaminò gli ortaggi con occhio critico. Lei aveva lavorato nelle cucine di un castello.
Kaladin si accomodò con la schiena appoggiata alla parete, sentendo la tempesta infuriare all’esterno. Strano come potesse odiare così tanto il leggero Pianto, e invece provasse un’eccitazione quando udiva il tuono dietro quelle rocce. Quella tempesta aveva cercato di fare del suo meglio per ucciderlo in diverse occasioni. Sentiva una familiarità con essa, ma si imponeva comunque cautela. Era come un sergente troppo brutale nell’addestrare le proprie reclute.
La tempesta avrebbe ricaricato le gemme all’esterno, che includevano non solo sfere, ma anche pietre più grandi che lui aveva portato con sé. Una volta rinnovate, lui – be’, i parshi – avrebbe avuto una ricchezza in termini di Folgoluce.
Doveva prendere una decisione. Per quanto tempo poteva ritardare il viaggio di ritorno alle Pianure Infrante? Perfino se si fosse dovuto fermare in una città più grande per scambiare le sue sfere spente con altre infuse, probabilmente ci avrebbe messo meno di un giorno.
Non poteva procrastinare per sempre. Cosa combinavano a Urithiru? Che notizie arrivavano dal resto del mondo? Quelle domande lo ossessionavano. Una volta era stato contento di preoccuparsi solo della propria squadra. Dopodiché era stato disposto a prendersi cura di un battaglione. Da quando la situazione del mondo intero era diventata una sua preoccupazione?
“Come minimo devo recuperare la distacanna che mi hanno rubato e mandare un messaggio a luminosità Navani.”
Qualcosa guizzò ai margini della sua vista. Syl era tornata? Lanciò un’occhiata verso di lei, una domanda sulle labbra, e riuscì a malapena a fermare le paro- le quando si rese conto che si sbagliava.
Lo spren accanto a lui emanava una luce gialla, non bianco-azzurra. Quella donna minuscola era in piedi su un pilastro traslucido di pietra dorata che si era elevato da terra per metterla sullo stesso piano dello sguardo di Kaladin. Quel- lo, come lo spren stesso, era del colore bianco-giallo del centro di una fiamma. Lo spren femmina indossava un abito che le copriva interamente le gambe.
Lei lo esaminò tenendo le mani dietro la schiena. Il suo volto aveva una forma strana: stretto, ma con occhi grandi e infantili. Come una Shin.
Kaladin sobbalzò, cosa che provocò un sorriso alla piccola spren.
“Fingi di non sapere nulla su spren come lei” pensò Kaladin. «Uhm... Uh... Io posso vederti.»
«Perché sono io a volerlo» disse lei. «Tu sei un tipo strano.»
«Perché... perché vuoi che io ti veda?»
«Per poter parlare.» Iniziò a camminargli attorno e, a ogni passo, uno spuntone di roccia gialla schizzava dal terreno a incontrare il suo piede scalzo. «Perché sei ancora qui, umano?»
«I tuoi parshi mi hanno preso prigioniero.»
«Ti ha insegnato tua madre a mentire così?» domandò lei in tono divertito.
«Hanno meno di un mese. Congratulazioni per averli ingannati.» Poi si fermò e gli sorrise. «Io sono un tantino più vecchia di un mese.»
«Il mondo sta cambiando» disse Kaladin. «Il Paese è in subbuglio. Immagino di voler vedere dove andrà a parare tutto questo.»
Lei lo esaminò. Per fortuna, Kaladin aveva una buona scusa per la goccia di sudore che gli colava lungo il lato della faccia. Trovarsi di fronte una spren stranamente intelligente che brillava di giallo avrebbe innervosito chiunque, non solo un uomo con troppe cose da nascondere.
«Combatteresti per noi, disertore?» chiese lei.
«Mi sarebbe permesso?»
«La mia specie non ha minimamente la stessa inclinazione della tua verso la discriminazione. Se sei in grado di portare una lancia e prendere ordini, non sarò certo io a mandarti via.» Incrociò le braccia, sorridendo in un modo stranamente complice. «La decisione definitiva non sarà mia. Io sono solo una messaggera.»
«Dove posso conoscere per certo questa decisione?»
«Alla nostra destinazione.»
«Che è...»
«Abbastanza vicina» disse la spren. «Perché? Hai appuntamenti impellenti altrove? Devi farti dare una spuntatina alla barba o sei stato invitato a pranzo dalla nonna?»
Kaladin si stropicciò il volto. Era quasi riuscito a dimenticare i peli che gli pizzicavano i lati della bocca.
«Dimmi,» chiese la spren «come sapevi che stanotte ci sarebbe stata un’altempesta?»
«L’ho percepita,» rispose Kaladin «nelle ossa.»
«Gli umani non possono percepire le tempeste, a prescindere dalla parte del corpo in questione.»
Lui scrollò le spalle. «Sembrava che fosse arrivato il momento giusto, con il Pianto che si è fermato e tutto il resto.»
Lei non annuì né diede alcun segno visibile di cosa pensava di quel commento. Si limitò a mantenere il suo sorriso complice, poi scomparve dalla vista di Kaladin.