Sanderson: Giuramento – Capitolo 21

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 21

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 21:

Giuramento capitolo 21


Non sono un cantastorie che vi intrattenga con racconti bizzarri.



Da Giuramento, prefazione


Qualcuno bussò con vigore e insistenza, svegliando Shallan. Lei non aveva ancora un letto, così dormiva in un groviglio di capelli rossi e coperte attorcigliate.
Se ne tirò una sopra la testa, ma i colpi continuarono, seguiti dalla voce di Adolin, tanto fascinosa da risultare quasi irritante. «Shallan? Ascolta, questa volta ho intenzione di aspettare a entrare finché non sarai davvero sicura che dovrei.» Lei scrutò la luce che penetrava attraverso la finestra del balcone come vernice versata. Mattina? Il sole era nel posto sbagliato.
“Un momento...” Folgopadre! Aveva trascorso l’intera notte fuori come Veil, poi aveva dormito fino al pomeriggio. Gemette, scrollandosi di dosso le coperte sudate, e rimase stesa lì solo con la camicia da notte e la testa che le martellava. Nell’angolo c’era una caraffa vuota di bianco dei Mangiacorno.
«Shallan?» disse Adolin. «Sei vestita?»
«Dipende dal contesto» disse lei con voce rauca. «Sono vestita per dormire.» Si mise le mani sugli occhi, la manosalva ancora avvolta in una fasciatura improvvisata. Cosa le era preso? Andare a mostrare in giro il simbolo dei Sanguispettri? Bere fino a ubriacarsi? Accoltellare un uomo di fronte a una banda di malviventi armati?
Aveva come l’impressione che quelle azioni fossero avvenute in un sogno.
«Shallan» disse Adolin in tono preoccupato. «Ora sbircerò dentro. Palona dice che sei stata qui tutto il giorno.»
Lei gemette, si mise a sedere e afferrò le coperte. Quando lui guardò, la trovò infagottata lì, una testa scarmigliata che spuntava dalle coperte che si era tirata su fino al mento. Adolin aveva un aspetto inappuntabile, naturalmente. Poteva sembrare perfetto dopo una tempesta, sei ore di combattimento e un bagno nell’acquacrem. Che uomo irritante. Come riusciva a rendere i suoi capelli così adorabili? Erano scompigliati proprio nel modo giusto.
«Palona ha detto che non ti sentivi bene» fece Adolin, scostando il telo della porta e sporgendosi oltre la soglia.
«Bleargh.»
«Si tratta di... uhm... cose da ragazze?»
«Cose da ragazze» disse lei in tono piatto.
«Sai. Quando voi... ehm...»
«Sono al corrente della biologia, Adolin, grazie. Perché ogni volta che una donna si sente un po’ strana gli uomini si affrettano a dare la colpa al suo ciclo? Come se lei fosse improvvisamente incapace di controllarsi perché ha un po’ di dolori. Nessuno lo pensa per gli uomini. “Oh, stai lontano da Venar oggi. Si è esercitato troppo a combattere ieri, perciò gli fanno male i muscoli ed è possibile che ti stacchi la testa.”»
«Allora è colpa nostra.»
«Sì. Come per ogni altra cosa. Guerra. Carestia. Capelli orrendi.»
«Aspetta. Capelli orrendi?»
Shallan si soffiò via una ciocca dagli occhi. «Sfacciati. Ostinati. Incuranti di ogni nostro tentativo di metterli a posto. L’Onnipotente ci ha dato dei capelli ribelli per prepararci a vivere con gli uomini.»
Adolin portò un pentolino d’acqua calda per permetterle di lavarsi faccia e mani. Che tesoro! Anche Palona, che probabilmente l’aveva prima dato a lui.
Dannazione, quanto le faceva male la mano. E la testa. Si ricordava di aver annullato ogni tanto gli effetti dell’alcol la scorsa notte, ma non aveva avuto abbastanza Folgoluce per sanare del tutto la mano. E non abbastanza per tornare completamente sobria.
Adolin posò l’acqua, vivace come un’alba, e sorrise. «Allora cosa c’è che non va?»
Lei si tirò la coperta sopra la testa e la tenne ben tesa, come il cappuccio di un mantello. «Cose da ragazze» mentì.
«Vedi, non penso che gli uomini darebbero altrettanto la colpa al vostro ciclo se tutte voi non faceste lo stesso. Ho corteggiato un bel po’ di donne e una volta ho tenuto il conto. È capitato che Deeli stesse male per ragioni da donna quattro volte nello stesso mese.»
«Siamo creature molto misteriose.»
«Puoi dirlo forte.» Adolin sollevò la caraffa e la odorò. «Questo è bianco dei Mangiacorno?» La guardò all’apparenza scandalizzato, ma forse anche un po’ colpito.
«Mi sono lasciata trascinare un po’» borbottò Shallan. «A indagare sul tuo assassino.»
«In un posto che serve un infimo liquore dei Mangiacorno?»
«Era un vicoletto della Scissione. Brutto posto. Ottima roba da bere però.»
«Shallan!» esclamò lui. «Sei andata da sola? Non è sicuro.»
«Adolin, caro» disse lei, lasciando ricadere finalmente la coperta sulle spalle.
«Potrei letteralmente sopravvivere se qualcuno mi conficcasse una spada nel petto. Penso che me la caverò con qualche mascalzone al mercato.»
«Oh, giusto. È piuttosto facile da dimenticare.» Si accigliò. «Perciò... aspetta. Potresti sopravvivere a ogni genere di brutale omicidio, ma soffri comunque di...»
«Crampi mestruali?» disse Shallan. «Già. Madre Coltivazione può essere odiosa. Io sono un’onnipotente pseudoimmortale che impugna una Stratolama, ma la natura manda comunque un amichevole promemoria ogni tanto per ricordarmi che dovrei decidermi ad avere dei bambini.»
«Niente accoppiamenti» ronzò Schema piano sulla parete.
«Ma non dovrei dare la colpa a quello per la giornata di ieri» aggiunse Shallan per Adolin. «Al mio ciclo manca ancora qualche settimana. Ieri si è trattato più di fattori psicologici che biologici.»
Adolin posò la caraffa. «Sì, be’, farai meglio a stare attenta ai vini dei Mangiacorno.»
«Non è così male» disse Shallan con un sospiro. «Posso far sparire l’intossicazione con un po’ di Folgoluce. A questo proposito, non hai delle sfere con te, vero? Sembra che io abbia... ehm... mangiato tutte le mie.»
Adolin ridacchiò. «Ne ho una. Un’unica sfera. Mio padre me l’ha prestata perché potessi smettere di portare una lanterna ovunque in questi corridoi.»
Lei provò a fargli gli occhi dolci. Non era esattamente certa di come si facesse o perché, ma parve funzionare. Quantomeno, lui alzò gli occhi al cielo e le porse un marco di rubino.
Shallan risucchiò la Luce avidamente. Trattenne il fiato per non sbuffare quando respirava e... soppresse la Luce. Aveva scoperto di esserne capace. Per impedirsi di brillare o di attirare l’attenzione. L’aveva fatto da bambina, giusto?
La sua mano lentamente si richiuse e lei emise un sospiro di sollievo quando anche l’emicrania scomparve.
Adolin rimase con una sfera spenta. «Sai, quando mio padre mi ha spiegato che le buone relazioni richiedono un investimento, non credo che intendesse questo.»
«Hmmm» fece Shallan, chiudendo gli occhi e sorridendo.
«Inoltre» aggiunse Adolin «intratteniamo conversazioni stranissime
«Però con te sembra naturale.»
«Credo che sia questa la parte più strana. Bene, dovrai cominciare a essere più attenta con la tua Folgoluce. Mio padre ha accennato al fatto che stava cercando di procurarti più sfere infuse per fare pratica, ma non ne circola nessuna.»
«E i sudditi di Hatham?» disse lei. «Hanno lasciato fuori parecchie sfere nell’ultima altempesta.» Quello era successo solo...
Fece i calcoli e rimase sbalordita. Erano passate settimane da quell’altempesta inattesa durante la quale aveva azionato per la prima volta la Giuriporta. Guardò la sfera tra le dita di Adolin.
“Tutte quelle sfere dovrebbero essersi esaurite ormai” pensò. “Perfino quelle rinnovate più di recente.” Com’era possibile che avessero ancora della Folgoluce? All’improvviso le sue azioni della notte prima sembrarono ancora più irresponsabili. Quando Dalinar le aveva ordinato di esercitarsi con i suoi poteri, probabilmente non aveva inteso che facesse pratica su come evitare di ubriacarsi troppo. Lei sospirò e – ancora tenendo addosso la coperta – allungò la mano verso la bacinella di acqua per lavarsi. Aveva un’ancella di nome Marri, ma continuava a mandarla via. Non voleva che la donna scoprisse che sgattaiolava fuori o cambiava facce. Se avesse continuato così, probabilmente Palona avrebbe assegnato la donna a un altro lavoro.
Non sembrava che a quell’acqua fossero stati aggiunti profumi o saponi, così Shallan sollevò la bacinella e prese una lunga, bella sorsata.
«Mi ci sono lavato i piedi lì dentro» fece notare Adolin.
«Non è vero.» Shallan schioccò le labbra. «Comunque, grazie per avermi trascinata fuori dal letto.»
«Be’,» disse lui «ho dei motivi egoistici. In effetti speravo in un certo suppor- to morale.»
«Non essere troppo diretto con il messaggio. Se vuoi che qualcuno creda a ciò che gli stai dicendo, arriva al punto per gradi, così da mantenere la sua attenzione su di te per tutto il tempo.»
Lui inclinò la testa.
«Ah, non quel tipo di morale» disse Shallan.
«Parlare con te può essere bizzarro, a volte.»
«Mi spiace, mi spiace. Farò la brava.» Sedette nel modo più compassato e assumendo l’atteggiamento più attento che poteva, avvolta in una coperta con i capelli che spuntavano fuori come i grovigli di un cespuglio di rovi.
Adolin prese un respiro profondo. «Mio padre finalmente ha convinto Ialai Sadeas a parlare con me. Spera che avrà qualche indizio sulla morte del marito.»
«Tu sembri meno ottimista.»
«Non mi piace, Shallan. È strana.» Shallan aprì la bocca, ma lui la interruppe.
«Non come te» disse lui. «Strana... in modo negativo. Sta sempre a soppesare tutto e chiunque incontra. Non mi ha mai trattato come qualcosa di diverso da un bambino. Vuoi venire con me?»
«Certo. Quanto tempo ho?»
«Quanto te ne occorre?»
Shallan si guardò, raggomitolata nella coperta, i capelli scarmigliati che le solleticavano il mento. «Parecchio.»
«Allora arriveremo tardi» disse Adolin alzandosi in piedi. «Non che la sua opinione su di me possa peggiorare. Incontriamoci nel salotto di Sebarial. Mio padre vuole che mi consegni alcuni rapporti sul commercio.»
«Digli che la roba da bere al mercato è buona.»
«Ma certo.» Adolin lanciò di nuovo un’occhiata alla caraffa vuota di bianco dei Mangiacorno, poi scosse la testa e uscì.


Un’ora dopo, Shallan si presentò – lavata, con il trucco fatto e i capelli in qualche modo sotto controllo – nel salotto di Sebarial. Quella camera era più grande della sua stanza, ma in particolare la portafinestra che dava sul balcone era enorme e occupava metà della parete.
Tutti quanti erano fuori sull’ampia balconata che dava sul campo sottostante. Adolin era in piedi presso la ringhiera, perso in qualche contemplazione. Dietro di lui, Sebarial e Palona erano stesi su dei lettini con la schiena esposta al sole a farsi massaggiare.
Un nugolo di servitori mangiacorno massaggiavano, si occupavano di bracieri a carbone oppure stavano servizievolmente pronti con vino riscaldato e altre comodità. L’aria, in particolare al sole, non era gelida come lo era stata molti altri giorni. Era quasi piacevole.
Shallan si trovò divisa tra imbarazzo – quell’uomo grassoccio e barbuto che indossava solo un asciugamano era l’altoprincipe – e offesa. Aveva appena fatto un bagno freddo, rabbrividendo mentre si versava mestoli di acqua sulla testa. Lo aveva considerato un lusso, dato che non le era stato richiesto di andare a prendere l’acqua di persona. «Come mai» domandò Shallan «io dormo ancora sul pavimento mentre voi avete dei lettini proprio qui
«Siete voi l’altoprincipe?» borbottò Sebarial, senza nemmeno aprire gli occhi.
«No. Sono un Cavaliere Radioso, carica che mi pare più elevata.»
«Capisco,» disse lui, poi gemette di piacere al tocco della massaggiatrice «e così potete pagare perché vi portino un lettino dai campi militari? O fate comunque affidamento sullo stipendio che io vi do? Uno stipendio, voglio aggiungere, che avrebbe dovuto pagare il vostro aiuto come scrivana per i miei conti... qualcosa che non ottengo da settimane.»
«Ma ha salvato il mondo, Turi» fece notare Palona dall’altro lato di Shallan. Anche quella Herdaziana di mezza età non aveva aperto gli occhi e, sebbene fosse stesa prona, la sua manosalva era infilata solo per metà sotto un asciugamano.
«Vedi, io non penso che l’abbia salvato, quanto piuttosto che ne abbia ritardato la distruzione. Là fuori è un caos, mia cara.»
Lì vicino, la capomassaggiatrice – una grossa Mangiacorno con capelli rosso acceso e carnagione pallida – ordinò un nuovo giro di pietre riscaldate per Sebarial. Molti servitori probabilmente erano suoi familiari. Ai Mangiacorno piaceva essere in affari assieme.
«Voglio far notare» disse Sebarial «che questa vostra Desolazione comprometterà anni dei miei piani commerciali.»
«Non potete certo incolpare me di questo» ribatté Shallan incrociando le braccia.
«Voi mi avete cacciato dai campi militari,» continuò Sebarial «anche se quelli sono sopravvissuti piuttosto bene. I resti delle cupole li hanno protetti da ovest. Il grosso problema erano i parshi, ma quelli ora se ne sono andati tutti per marciare verso Alethkar. Perciò sto progettando di tornare indietro e rivendicare la mia terra prima che altri la occupino.» Aprì gli occhi e guardò Shallan. «Il vostro giovane principe non ne ha voluto sapere: si preoccupa che assottiglierò troppo le nostre forze. Ma quei campi militari saranno vitali per il commercio: non possiamo lasciarli completamente a Thanadal e Vamah.»
Grandioso. Un altro problema a cui pensare. Non c’era da meravigliarsi che Adolin sembrasse così distratto. Le aveva fatto notare che sarebbero arrivati in ritardo per la visita a Ialai, ma non appariva particolarmente desideroso di mettersi in moto.
«Fate la brava Radiosa» le disse Sebarial «e mettete in funzione quelle Giuri- porte. Ho preparato un ottimo piano per tassarne l’attraversamento.»
«Disumano.»
«Necessario. L’unico modo per sopravvivere tra queste montagne sarà tassare le Giuriporte, e Dalinar lo sa. Mi ha affidato la responsabilità del commercio. La vita non si ferma per una guerra, bambina. Tutti avranno comunque bi- sogno di scarpe nuove, canestri, abiti, vino.»
«E noi abbiamo bisogno di massaggi» aggiunse Palona. «E parecchi, se dobbiamo continuare a vivere in questa gelida landa desolata.»
«Voi due siete senza speranza» sbottò Shallan, attraversando il balcone assolato fino a Adolin. «Ehi. Pronto?»
«Certo.» Lei e Adolin si avviarono per i corridoi. A ciascuno degli otto eserciti degli altiprincipati di stanza alla torre era stato assegnato un quarto del secondo o del terzo livello, con alcune caserme al primo, lasciando buona parte di quel piano riservata a mercati e magazzini.
Naturalmente, nemmeno il primo livello era stato esplorato del tutto. C’erano così tanti corridoi e deviazioni bizzarre, serie di stanze segrete celate dietro tutto il resto. Forse alla fine ciascun altoprincipe avrebbe governato il pro- prio quarto per davvero. Per ora occupavano piccole sacche di civiltà all’interno di quella frontiera buia che era Urithiru.
L’esplorazione dei livelli superiori era stata completamente bloccata, dal momento che non avevano più Folgoluce da riservare al funzionamento degli ascensori. Lasciarono il quarto di Sebarial, superando soldati e un’intersezione con frecce dipinte sul pavimento che conducevano in vari posti come la latrina più vicina. Il posto di controllo delle guardie non assomigliava a una barricata, ma Adolin aveva fatto notare le casse di razioni e i sacchi di grano posti in un modo specifico davanti ai soldati. Chiunque si fosse precipitato in quel corridoio dall’esterno sarebbe rimasto invischiato in tutto ciò, per non parlare dei picchieri che avrebbe dovuto affrontare poco dopo.
I soldati annuirono a Adolin ma non gli rivolsero il saluto, anche se uno sbraitò un ordine a due uomini che stavano giocando a carte in una stanza vicina. Quei tipi si alzarono in piedi e Shallan rimase sorpresa nel riconoscerli. Gaz e Vathah.
«Ho pensato di prendere le tue guardie per oggi» disse Adolin.
“Le mie guardie.” Giusto. Shallan aveva un gruppo di soldati composto da disertori e spregevoli assassini. Questo non le importava, dato che lei stessa era una spregevole assassina. Ma non aveva la minima idea di come servirsi di loro. Quelli la salutarono pigramente. Vathah, alto e trasandato. Gaz, basso e con un unico occhio marrone, l’altra orbita coperta da una benda. Adolin ovviamente li aveva già informati e Vathah si incamminò come guardia davanti a loro mentre Gaz indugiava dietro.
Sperando che fossero abbastanza distanti da non sentire, Shallan prese Adolin per il braccio.
«Abbiamo bisogno di guardie?» gli sussurrò.
«Certo che sì.»
«Perché? Tu sei uno Stratoguerriero. Io sono una Radiosa. Siamo a posto, credo.»
«Shallan, essere protetti dalle guardie non riguarda sempre la sicurezza. Riguarda anche il prestigio.»
«Ne ho in abbondanza. Il prestigio mi cola praticamente dal naso di questi tempi, Adolin.»
«Non è quello che intendevo.» Adolin abbassò la testa, mormorando. «Questo è per loro. Forse tu non hai bisogno di guardie, ma ti serve una scorta. Uomini che siano onorati grazie alla loro posizione. Fa parte delle regole secondo cui giochiamo: tu appari come una persona importante e loro possono condividere l’onore.»
«Essendo inutili.»
«Essendo parte di ciò che tu stai facendo» spiegò Adolin. «Tempeste, mi dimentico quanto per te tutto questo sia una novità. Cos’hai fatto con questi uomini di recente?»
«Li ho lasciati in pace, perlopiù.»
«E quando ne avrai bisogno?»
«Non so se ce l’avrò mai.»
«Ce l’avrai» disse Adolin. «Shallan, tu sei la loro comandante. Forse non la loro comandante militare, dato che sono una guardia civile, ma è la stessa cosa. Se li lasci oziare, se li induci a pensare che non servono a nulla, li rovinerai. In- vece assegna loro un compito importante, un lavoro di cui essere orgogliosi, e ti serviranno con onore. Un soldato sbandato è spesso uno che è stato lasciato allo sbando.» Shallan sorrise.
«Che c’è?»
«Sembri proprio tuo padre» osservò lei.
Si fermò, poi distolse lo sguardo. «Non c’è nulla di male in questo.»
«Non ho detto il contrario. Mi piace.» Lo prese per il braccio. «Troverò qualcosa da far fare alle mie guardie, Adolin. Qualcosa di utile, lo prometto.»
Gaz e Vathah non sembravano pensare che quell’incarico fosse così importante, poiché per tutto il tragitto sbadigliarono e camminarono ingobbiti, tenendo protese delle lampade a olio e con le lance in spalla. Incrociarono un gruppo numeroso di donne che portavano acqua e poi alcuni uomini che trasportavano legna per montare una nuova latrina. Molti fecero spazio a Vathah: vedere una guardia personale era come un segnale di farsi da parte.
Naturalmente, se Shallan avesse davvero voluto proiettare un senso di importanza, avrebbe preso un palanchino. Non le dispiacevano i veicoli: li aveva usati spesso a Kharbranth. Forse era la parte di Veil dentro di lei, però, che la spingeva a opporsi a Adolin ogni volta che lui le proponeva di ordinarne uno. C’era una certa indipendenza nell’usare i propri piedi.
Raggiunsero le scale per salire e, in cima, Adolin si frugò in tasca in cerca di una mappa. Le frecce dipinte non terminavano tutte lassù. Shallan gli strattonò il braccio e indicò lungo un cunicolo.
«Come puoi saperlo con tanta facilità?» domandò lui.
«Non vedi quanto sono ampie quelle stratificazioni?» chiese di rimando lei, indicando la parete del corridoio. «È da questa parte.»
Adolin ripose la mappa e fece cenno a Vathah di fare strada. «Pensi davvero che sia come mio padre?» disse Adolin piano mentre camminavano. La sua voce aveva una sfumatura preoccupata.
«Lo sei» disse lei, stringendogli forte il braccio. «Sei proprio come lui, Adolin. Virtuoso, giusto e capace.»
Lui si accigliò.
«Cosa c’è?»
«Niente.»
«Sei un pessimo bugiardo. Sei preoccupato di non riuscire a essere all’altezza delle sue aspettative, vero?»
«Forse.»
«Be’, lo sei, Adolin. Le hai soddisfatte in ogni modo. Sono certa che Dalinar Kholin non potrebbe sperare in un figlio migliore e... Tempeste! L’idea ti turba
«Cosa? No!»
Shallan punzecchiò Adolin alla spalla con la sua manofranca. «C’è qualcosa che mi stai nascondendo.»
«Forse.»
«Be’, che sia ringraziato l’Onnipotente per questo.»
«Non... hai intenzione di chiedere di che si tratta?»
«Occhi di Ash, no. Preferisco capirlo da sola. Una relazione ha bisogno di qualche dose di mistero.»
Adolin tacque, il che andava benissimo perché si stavano avvicinando alla sezione di Urithiru assegnata a Sadeas. Anche se Ialai aveva minacciato di ritrasferirsi ai campi militari, non aveva fatto alcuna mossa del genere. Probabilmente perché non si poteva negare che questa città ora fosse la sede della politica e del potere degli Alethi.
Raggiunsero il primo posto di controllo e le due guardie di Shallan si accostarono a lei e Adolin. Scambiarono occhiatacce ostili con i soldati in uniformi color bianco e verde foresta mentre venivano ammessi. Qualunque cosa pensasse Ialai Sadeas, era evidente che i suoi uomini avevano preso la loro decisione.
Era strano quanta differenza potessero fare pochi passi. Lì dentro incrociarono molti meno operai o mercanti e molti più soldati. Uomini con espressioni cupe, giacche sbottonate e facce non rasate di tutte le varietà. Perfino le scriva- ne erano diverse: più trucco ma abiti più trasandati.
Sembrava che fossero passati dalla legge al disordine. Voci forti riecheggiavano lungo i corridoi, accompagnate da risate sguaiate. Le strisce dipinte per fare da guida erano sulle pareti invece che sul pavimento e avevano lasciato colare la pittura, rovinando le stratificazioni. In alcuni punti erano state rovinate da uomini che ci avevano camminato vicino e con le giacche avevano sbavato la vernice ancora fresca.
Tutti i soldati che incrociarono irrisero Adolin.
«Sembrano bande» disse Shallan piano, guardando uno di quei gruppi alle sue spalle.
«Non confonderli» disse Adolin. «Marciano in formazione, i loro stivali sono robusti e le loro armi ben tenute. Sadeas addestrava ottimi soldati. Solo che dove mio padre usava la disciplina, Sadeas ricorreva alla competizione. Inoltre, un aspetto troppo pulito qui ti rende oggetto di scherno. Non si può essere scambiati per un Kholin.»
Shallan aveva sperato che forse, ora che la verità sulla Desolazione era stata rivelata, per Dalinar sarebbe stato più semplice unificare gli altiprincipi. Be’, evidentemente ciò non sarebbe successo finché quegli uomini avessero incolpato Dalinar per la morte di Sadeas.
Alla fine raggiunsero le stanze vere e proprie e furono fatti entrare per l’incontro con la moglie di Sadeas. Ialai era una donna bassa, con labbra carnose e occhi verdi. Sedeva su un trono al centro della stanza.
In piedi accanto a lei c’era Mraize, uno dei capi dei Sanguispettri.