Sanderson: Giuramento – Capitolo 20

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 20

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

Ti sei perso i precedenti capitoli? Clicca Qui!

Giuramento Capitolo 20:

Sanderson Capitolo 20


Comunque, con una spezia pericolosa, si può essere avvisati di provarne solo un assaggio. Mi auguro che la vostra lezione non sia dolorosa quanto la mia.



Da Giuramento, prefazione


«Ora, questa» disse Kaladin «non è una ferita poi così seria. So che sembra profonda, ma spesso è meglio essere tagliati in profondità da un coltello affilato che essere trafitti in modo approssimativo da qualcosa di smussato.»
Avvicinò i lembi della ferita sul braccio di Khen e applicò la fasciatura al taglio. «Usate sempre stoffa pulita che avete bollito: i marciospren amano la stoffa sporca. Il vero pericolo qui è l’infezione: la potete riconoscere da un arrossamento lungo i margini della ferita che si espande e forma delle linee. Si formerà anche del pus. Lavate sempre un taglio prima di bendarlo.»
Diede una pacca al braccio di Khen e riprese il suo coltello, che aveva causato la lacerazione incriminata quando l’altro l’aveva usato per tagliare i rami da un albero caduto e farne legna da ardere. Attorno a lei, i parshi raccolsero i tortini che avevano essiccato al sole.
Avevano un numero sorprendente di risorse, tutto sommato. Diversi parshi avevano pensato di prendere secchi di metallo durante la loro sortita – che erano serviti come pentole per bollire – e gli otri sarebbero stati una salvezza. Kaladin si unì a Sah, il parshi che inizialmente era stato il suo carceriere, tra gli alberi del loro accampamento improvvisato. Questi stava assicurando una testa d’accetta in pietra a un ramo.
Kaladin gliela prese di mano e la provò contro un ciocco, valutando quanto riusciva a spaccare la legna. «Devi legarla più stretta» osservò. «Bagna le strisce di cuoio e tira per bene mentre le avvolgi. Se non stai attento, la testa cadrà a metà del colpo.»
Sah grugnì, riprendendo l’accetta e borbottando tra sé mentre scioglieva i lacci. Fissò Kaladin. «Puoi andare a controllare qualcun altro, umano.»
«Dovremmo marciare stanotte» disse Kaladin. «Siamo rimasti troppo tempo nello stesso posto. E dovremmo suddividerci in piccoli gruppi, come ho detto.»
«Vedremo.»
«Ascolta, se c’è qualcosa che non va nel mio consiglio...»
«Non c’è nulla che non va.»
«Ma...»
Sah sospirò, alzando gli occhi e incontrando quelli di Kaladin. «Dove ha imparato uno schiavo a dare ordini e a camminare impettito come un occhichiari?»
«Non ho vissuto tutta la mia vita come uno schiavo.»
«Odio» continuò Sah «sentirmi come un bambino.» Ricominciò a legare la testa dell’ascia, stavolta più stretta. «Odio che mi vengano insegnate cose che dovrei già sapere. Soprattutto, odio aver bisogno del tuo aiuto. Siamo fuggiti. Siamo scappati. E adesso? Arrivi tu e inizi a dirci cosa fare? Siamo tornati a eseguire gli ordini degli Alethi.»
Kaladin rimase in silenzio.
«E quello spren giallo non è affatto meglio» borbottò Sah. «Sbrigatevi. Continuate a muovervi. Ci dice che siamo liberi, e l’attimo dopo ci rimprovera per non aver obbedito abbastanza rapidamente.»
Erano sorpresi che Kaladin non potesse vedere lo spren. Gli avevano anche menzionato i suoni che udivano, ritmi distanti, quasi una musica.
«“Libertà” è una parola strana, Sah» disse Kaladin piano, mettendosi seduto.
«In questi ultimi mesi, probabilmente sono stato più “libero” che in qualunque altro periodo dalla mia fanciullezza. E vuoi sapere cosa ho fatto? Sono rimasto nello stesso posto, a servire un altro altonobile. Mi domando se gli uomini che usano corde per legare siano degli sciocchi, dal momento che la tradizione, la società e l’impeto ci legheranno comunque.»
«Io non ho tradizioni» ribatté Sah. «O società. Tuttavia, la mia “libertà” è quella di una foglia. Caduto dall’albero, vengo sballottato dal vento e fingo di avere il controllo del mio destino.»
«Quella era quasi poesia, Sah.»
«Non ho idea di cosa significhi.» Tirò con forza l’ultimo laccio e tenne sollevata la nuova accetta.
Kaladin la prese e la conficcò nel ciocco lì accanto. «Meglio.»
«Non sei preoccupato, umano? Insegnarci a cucinare tortini è una cosa. Darci delle armi tutt’altra.»
«Un’accetta è un attrezzo, non un’arma.»
«Forse» disse Sah. «Ma con questo metodo che hai insegnato per scheggiare e affilare, prima o poi costruirò una lancia.»
«Ti comporti come se uno scontro fosse inevitabile.» Sah rise. «Tu non pensi che lo sia?»
«Hai una scelta.»
«Afferma l’uomo con il marchio sulla fronte. Se sono disposti a fare quello a uno dei loro, quale brutalità attende un gruppo di parshi ladri?»
«Sah, non si deve arrivare per forza alla guerra. Voi non dovete per forza combattere gli umani.»
«Forse. Ma lascia che ti chieda questo.» Si posò l’accetta in grembo. «Considerando quello che mi hanno fatto, perché non dovrei
Kaladin non riuscì a trovare un argomento per obiettare. Si ricordò il proprio tempo come schiavo: la frustrazione, l’impotenza, la rabbia. Lo avevano marchiato con shash perché era pericoloso. Perché si ribellava.
Osava pretendere che quell’uomo si comportasse altrimenti?
«Vorranno renderci schiavi di nuovo» continuò Sah, prendendo l’accetta e col- pendo il tronchetto accanto a lui. Toglieva la corteccia ruvida come Kaladin ave- va insegnato in modo da ottenere legna da ardere. «Siamo denaro perso nonché un precedente pericoloso. La vostra specie spenderà una fortuna per capire cos’è cambiato perché riavessimo le nostre menti, e troveranno un modo per inverti- re il processo. Mi toglieranno il senno e mi rimetteranno a trasportare acqua.»
«Può darsi... ma forse possiamo convincerli diversamente. Conosco bravi uomini tra gli occhichiari Alethi, Sah. Se ci rivolgiamo a loro, e gli mostriamo come siete in grado di parlare e pensare – che siete persone normali –, ascolteranno. Acconsentiranno a darvi la vostra libertà. È così che hanno trattato i vostri cugini nelle Pianure Infrante al loro primo incontro.»
Sah conficcò l’accetta di schianto nel legno, facendone volare un pezzo in aria. «Ed è questo il motivo per cui dovremmo essere liberi ora? Perché ci comportiamo come voi? Prima, quando eravamo diversi, ci meritavamo la schiavitù? Va bene dominarci quando non possiamo controbattere, ma ora non va più bene perché possiamo parlare
«Be’, voglio dire...»
«Ecco perché sono arrabbiato! Grazie per quello che ci stai mostrando, ma non aspettarti che io sia felice di aver bisogno di te. Questo non fa che rafforzare la convinzione dentro di te, forse perfino dentro me stesso, che dovrebbe essere innanzitutto il vostro popolo a decidere della nostra libertà.»
Sah si allontanò a grandi passi e, quando se ne fu andato, Syl comparve dalla boscaglia e si posò sulla spalla di Kaladin, in allerta – stando in guardia per quel Nichilispren – ma non ancora allarmata.
«Credo di percepire un’altempesta in arrivo» sussurrò.
«Cosa? Davvero?»
Lei annuì. «È ancora distante. Da uno a tre giorni.» Inclinò il capo. «Immagino che avrei potuto farlo prima, ma non ne avevo bisogno. O forse non sapevo di volerlo. Le liste le hai sempre avute tu.»
Kaladin prese un respiro profondo. Come proteggere quelle persone dalla tempesta? Avrebbe dovuto trovare un riparo. Avrebbe...
“Lo sto facendo di nuovo.”
«Non posso, Syl» sussurrò Kaladin. «Non posso passare del tempo con questi parshi, vedere le cose dal loro lato.»
«Perché?»
«Perché Sah ha ragione. Qui si arriverà alla guerra. I Nichilispren faranno confluire i parshi in un esercito, e sarà giusto così, dopo quello che è stato fatto loro. La nostra specie dovrà combattere o essere distrutta.»
«Allora trova un compromesso.»
«In guerra si trova un compromesso solo dopo che in molti sono morti... e solo quando le persone importanti si preoccupano di poter perdere davvero. Tempeste, non dovrei essere qui. Comincio a voler difendere queste persone! Sto insegnando loro a combattere. Non oso continuare: l’unico modo in cui posso affrontare i Nichiliferi è fingere che esista una differenza tra quelli che devo proteggere e quelli che devo uccidere.»
Arrancò attraverso il sottobosco e iniziò ad aiutare a smontare una delle rozze tende di tela per la marcia notturna.