Sanderson: Giuramento – Capitolo 2

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 2

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Ecco il Capitolo 2 della Prima Parte:

Sanderson Capitolo 2

Dovevo metterla comunque per iscritto.

Da Giuramento, prefazione



«Fermi! Cosa pensate di fare?» Adolin Kholin si diresse ad ampie falcate verso un gruppo di operai in abiti da lavoro macchiati di crem che stavano scaricando casse dal retro di un carro. Il loro chull si contorse, cercando di trovare dei litobulbi da ruminare. Invano. Erano in profondità all’interno della torre, nonostante quella caverna fosse va- sta quanto una piccola città.
Gli operai ebbero la decenza di mostrarsi imbarazzati, anche se probabilmente non capivano perché. Un gregge di scrivane che seguiva Adolin controllò il contenuto del carro. Le lampade a olio appoggiate a terra riuscivano a malapena a ricacciare indietro l’oscurità di quella stanza enorme, che aveva un soffitto alto quanto quattro piani.
«Luminobile?» chiese uno degli operai grattandosi i capelli sotto il copricapo.
«Stavo semplicemente scaricando. Ecco cosa stavo facendo.»
«Il manifesto di carico dice birra» riferì Rushu – una giovane fervente – a Adolin.
«Sezione due» disse Adolin, tamburellando con le nocche della mano sinistra contro il carro. «Le taverne devono essere predisposte lungo il corridoio centra- le con gli ascensori, sei crocevia più all’interno. Mia zia l’ha detto espressamente ai vostri altinobili.»
Gli uomini si limitarono a fissarlo con espressione vacua.
«Posso farvi mostrare il luogo esatto da una scrivana. Ricaricate queste casse.»
Gli uomini sospirarono, ma iniziarono a rimetterle sul carro. Sapevano che non era il caso di discutere con il figlio di un altoprincipe.
Adolin si voltò per esaminare la caverna profonda, che era diventata un punto di raccolta per le provviste come per le persone. Gruppi di bambini che correvano in giro. Operai che montavano tende. Donne che raccoglievano l’acqua dal pozzo al centro. Soldati che portavano torce o lanterne. C’erano perfino ascigugi che correvano qua e là. Quattro interi campi militari pieni di persone avevano attraversato in fretta e furia le Pianure Infrante fino a Urithiru, e Navani si era sforzata di trovare il posto giusto per tutti quanti.
Ma nonostante la baraonda, Adolin era lieto di avere quelle persone. Erano fresche: non avevano sofferto la battaglia contro i Parshendi, l’attacco dell’Assassino in Bianco e il terribile schianto tra due tempeste.
I soldati dei Kholin erano in forma pessima. La stessa mano con cui Adolin impugnava la spada era fasciata e pulsava ancora, aveva rotto il polso durante il combattimento. Aveva un brutto livido in volto ed era uno dei più fortunati.
«Luminobile» disse Rushu indicando un altro carro. «Quello sembra vino.»
«Meraviglioso» sbottò Adolin. Non c’era nessuno che prestasse attenzione alle direttive di zia Navani?
Si occupò di quel carro, poi dovette sedare una discussione tra uomini che si erano arrabbiati perché avevano ricevuto l’incarico di trasportare acqua. Affermavano che fosse un lavoro da parshi, non da uomini del loro nahn. Purtroppo non esistevano più parshi.
Adolin li calmò e propose loro di creare una gilda di trasportatori d’acqua se fossero stati costretti a continuare. Suo padre l’avrebbe approvato di sicuro, anche se Adolin era preoccupato. Avrebbero avuto i fondi per pagare tutte quelle persone? I salari erano basati sul rango e non si poteva semplicemente rendere schiavo un uomo senza motivo.
Adolin era lieto per quel compito: serviva a distrarlo. Anche se non doveva controllare ciascun carro di persona – era lì come supervisore – si impegnava in quel compito, attento perfino ai particolari.
Non poteva proprio allenarsi, non con il polso in quelle condizioni, ma se stava fermo e solo troppo a lungo cominciava a pensare a cos’era successo il giorno prima.
L’aveva fatto davvero?
Aveva davvero assassinato Torol Sadeas?
Quasi fu un sollievo quando finalmente un messaggero venne a cercarlo, sussurrandogli che era stato scoperto qualcosa nei corridoi del terzo piano.
Adolin era certo di sapere di cosa si trattasse.

Dalinar udì le urla molto prima di arrivare. Riecheggiavano per i cunicoli. Conosceva quel tono: il conflitto era vicino.
Lasciò Navani e si mise a correre. Era sudato quando raggiunse un’ampia intersezione fra le gallerie. Uomini in blu, illuminati dalla luce fredda delle lanterne, erano schierati di fronte ad altri in abiti color verde foresta. Dei rabbiaspren crescevano dal terreno come pozze di sangue.
Un cadavere con una giacca verde posata sopra la faccia era steso a terra.
«Indietro!» tuonò Dalinar, frapponendosi a grandi falcate tra i due gruppi di soldati. Tirò indietro un pontiere che si era piazzato faccia a faccia con uno dei soldati di Sadeas. «Indietro oppure vi farò mettere ai ceppi, tutti quanti!»
La sua voce colpì gli uomini come venti di tempesta, attirando gli sguardi di entrambe le parti. Spinse il pontiere verso i suoi compagni, poi spintonò all’in- dietro uno dei soldati di Sadeas, pregando che l’uomo avesse la presenza di spirito di non attaccare un altoprincipe.
Navani e l’esploratrice si fermarono ai margini del conflitto. Finalmente gli uomini del Ponte Quattro si ritirarono lungo un corridoio e quelli di Sadeas lungo quello opposto. Quanto bastava per potersi comunque lanciare occhiate torve.
«Fareste meglio a essere pronto per il tuono stesso della Dannazione» urlò a Dalinar l’ufficiale di Sadeas. «I vostri uomini hanno assassinato un altoprincipe!»
«L’abbiamo trovato così!» gli gridò di rimando Teft del Ponte Quattro. «Probabilmente è inciampato sul suo stesso pugnale. Ben gli sta, a quel folgorato bastardo.»
«Teft, allontanati!» gli gridò Dalinar.
Il pontiere parve in imbarazzo, poi fece il saluto con un gesto rigido. Dalinar si inginocchiò e scostò la giacca dal volto di Sadeas. «Il sangue è secco. È qui da un po’ di tempo.»
«Lo stavamo cercando» disse l’ufficiale in verde.
«Cercando? Avevate perso il vostro altoprincipe?»
«Questi cunicoli sono disorientanti!» esclamò l’uomo. «Non vanno in direzioni naturali. Ci siamo ritrovati a tornare da dov’eravamo venuti e...»
«Abbiamo pensato che potesse essere finito in un’altra parte della torre» disse un altro. «Abbiamo trascorso l’ultima notte a cercarlo lì. Alcune persone hanno detto di averlo visto, ma si sbagliavano e...»
“E un altoprincipe è stato lasciato qui riverso nel proprio sangue rappreso per mezza giornata” pensò Dalinar. “Sangue dei miei padri!”
«Non riuscivamo a trovarlo» disse l’ufficiale «perché i vostri uomini lo hanno assassinato e hanno spostato il corpo...»
«Questa pozza di sangue è qui da ore. Nessuno ha mosso il corpo» fece notare Dalinar. «Mettete l’altoprincipe in quella stanza laterale e mandate a chiamare Ialai, se non l’avete già fatto. Voglio guardarlo meglio.»

Dalinar Kholin era un conoscitore della morte.
Fin dalla giovinezza, la vista di uomini morti gli era stata familiare. Quando ci si trova abbastanza a lungo sul campo di battaglia, si acquisisce dimestichezza con chi lo comanda.
Perciò il volto insanguinato e malmesso di Sadeas non lo impressionò. L’occhio perforato, maciullato nell’orbita da una lama conficcata nel cervello. Ne erano fuoriusciti fluido e sangue che poi si erano seccati.
Un coltello nell’occhio era il tipo di ferita che uccideva un uomo in armatura con tanto di elmo completo. Era una manovra in cui ci si esercitava per usarla sul campo di battaglia. Ma Sadeas non indossava l’armatura e non si era trovato su un campo di battaglia.
Dalinar si chinò per esaminare il corpo, steso lì sul tavolo e illuminato dalla luce tremolante di lanterne a olio.
«Un assassino» disse Navani, schioccando la lingua e scuotendo il capo. «Non va affatto bene.»
Dietro di lui, Adolin e Renarin si radunarono con Shallan e alcuni dei pontieri. Di fronte a Dalinar c’era Kalami; la snella donna con gli occhi arancione era una delle sue scrivane più anziane. Suo marito Teleb era caduto nella battaglia contro i Nichiliferi. Detestava convocarla nel suo periodo di lutto, ma lei aveva insistito per rimanere in servizio.
Tempeste! Gli rimanevano così pochi alti ufficiali... Cael era caduto nello scontro fra la Tempesta Infinita e l’altempesta, quando si era quasi messo in salvo. Aveva perso Ilamar e Perethom per il tradimento di Sadeas alla Torre. L’unico altonobile che gli rimaneva era Khal, che si stava ancora ristabilendo da una ferita ricevuta durante lo scontro con i Nichiliferi e che non aveva rivelato finché tutti gli altri non erano stati al sicuro.
Perfino Elhokar, il re, era stato ferito da alcuni assassini nel suo palazzo, men- tre gli eserciti combattevano a Narak. Da allora era in fase di guarigione. Dalinar non era certo che sarebbe venuto a vedere il corpo di Sadeas.
A ogni modo, la mancanza di ufficiali di Dalinar spiegava gli altri occupanti della stanza: l’altoprincipe Sebarial e la sua amante, Palona. Gradevole o no, era uno dei due altiprincipi ancora in vita che avevano risposto alla chiamata di Dalinar per marciare verso Narak. Dalinar doveva fare affidamento su qualcuno e nutriva ben poca fiducia nei confronti di molti degli altiprincipi.
Sebarial, assieme ad Aladar – che era stato convocato ma non era ancora arrivato –, avrebbe dovuto gettare le fondamenta di una nuova Alethkar. Che l’Onnipotente li aiutasse tutti!
«Bene» disse Palona con le mani sulle anche mentre osservava il cadavere di Sadeas. «Immagino che così un problema sia risolto!»
Tutti i presenti si voltarono verso di lei.
«Cosa?» continuò la donna. «Non ditemi che non lo stavate pensando tutti quanti.»
«Questa faccenda avrà risvolti negativi, luminobile» osservò Kalami. «Tutti si comporteranno come quei soldati là fuori e presumeranno che l’abbiate fatto assassinare voi.»
«Qualche segno della Stratolama?» chiese Dalinar.
«No, signore» disse uno dei pontieri. «Probabilmente chi l’ha ucciso l’ha presa.»
Navani sfregò la spalla di Dalinar. «Io non avrei usato le parole di Palona, ma lui ha cercato di farti uccidere. Forse è meglio così.»
«No» replicò Dalinar con voce roca. «Avevamo bisogno di lui.»
«So che sei disperato, Dalinar» disse Sebarial. «La mia presenza qui ne è una prova sufficiente. Ma di sicuro non siamo caduti così in basso da star meglio con Sadeas tra noi. Sono d’accordo con Palona. La sua morte è un sollievo.»
Dalinar alzò lo sguardo ed esaminò i presenti. Sebarial e Palona. Teft e Sigzil, i tenenti del Ponte Quattro. Un manipolo di altri soldati, tra cui la giovane esploratrice che era venuta a chiamarlo. I suoi figli, il saldo Adolin e l’imperscrutabile Renarin. Navani, con la mano sulla sua spalla. Perfino l’attempata Kalami, con le mani serrate di fronte a sé, che incontrò il suo sguardo e annuì.
«Siete tutti d’accordo, vero?» domandò Dalinar.
Nessuno obiettò. Sì, quel delitto costituiva un problema per la reputazione di Dalinar e loro di certo non si sarebbero spinti fino a uccidere Sadeas personalmente. Ma ora che non c’era più... be’, perché mai piangere?
I ricordi si agitarono nella testa di Dalinar. Giorni trascorsi con Sadeas, ad ascoltare i piani grandiosi di Gavilar. La notte prima del matrimonio di Dalinar, quando avevano condiviso del vino a un banchetto chiassoso che Sadeas aveva organizzato per suo conto.
Era difficile conciliare quell’uomo più giovane, quell’amico, con la faccia più vecchia e più in carne sulla lastra davanti a lui. Il Sadeas maturo era stato un assassino e la sua slealtà aveva provocato la morte di uomini migliori di lui. Per quegli uomini, abbandonati durante la battaglia alla Torre, Dalinar poteva provare solo soddisfazione nel vedere finalmente Sadeas morto.
Ciò lo turbava. Lui sapeva con esattezza come si stavano sentendo gli altri.
«Venite con me.»
Lasciò il corpo e uscì dalla stanza. Superò le guardie di Sadeas, che si affrettarono a rientrare. Si sarebbero occupate loro del cadavere; sperava di aver calmato la situazione quanto bastava per impedire un improvviso scontro fra le sue forze e le loro. Per ora, la cosa migliore da fare era portare il Ponte Quattro via di lì. Il seguito di Dalinar si accodò a lui per i corridoi di quella torre cavernosa, portando lampade a olio. Le pareti erano segnate di linee, falde naturali di colori terrei che si alternavano, come quando il crem si seccava a strati. Non biasimava i soldati per aver perso le tracce di Sadeas: era terribilmente facile smarrirsi in quel posto, con i suoi interminabili passaggi che conducevano tutti nell’oscurità. Per fortuna, lui aveva un’idea di dove fossero e condusse i suoi uomini al margine esterno della torre. Lì attraversò una camera vuota e uscì su un balcone, uno come molti altri simili ad ampie terrazze.
Sopra di lui si elevava l’enorme città-torre di Urithiru, una struttura straordinariamente alta costruita contro le montagne. Creata da una sequenza di dieci ordini ad anello – ciascuno contenente diciotto piani –, era abbellita da acquedotti, finestre e balconate come quella.
Il piano inferiore comprendeva anche ampie sezioni che spuntavano lungo il perimetro: grosse superfici di pietra, ciascuna un vero e proprio altopiano. Avevano balaustre di pietra ai bordi, dove la roccia spariva nelle profondità dei burroni tra i picchi montani. Sulle prime, quelle ampie sezioni piatte di roccia lo avevano lasciato perplesso. Ma i solchi nella pietra e i grossi vasi ai margini interni ne avevano rivelato lo scopo. In qualche modo, quelli erano campi. Come gli spazi ampi destinati ai giardini in cima a ciascun ordine della torre, quella zona era stata coltivata, malgrado il freddo. Uno dei campi si estendeva sotto quella balconata, due piani più in basso.
Dalinar si diresse fino al bordo della balconata e posò le mani sul liscio muro di sicurezza in pietra. Gli altri si radunarono dietro di lui. Lungo la strada si era aggregato a loro l’altoprincipe Aladar, un distinto Alethi calvo e con la pelle abbronzata. Era accompagnato da May, sua figlia: una donna bassa e graziosa sulla ventina, con occhi castani e il volto tondo, i capelli corvini da Alethi tagliati corti che le contornavano il viso. Navani, in un sussurro, confidò ai due i dettagli sulla morte di Sadeas.
Dalinar fece un ampio gesto con la mano verso l’esterno nell’aria gelida, indicando lontano dalla balconata. «Cosa vedete?»
I pontieri si radunarono per guardare giù dal balcone. Tra loro c’era l’Herdaziano che adesso aveva di nuovo due braccia dopo aver fatto ricrescere l’arto mancante con la Folgoluce. Gli uomini di Kaladin avevano cominciato a manifestare poteri come Corrivento, anche se all’apparenza erano dei semplici “scudieri”. Navani sosteneva che si trattasse di una tipologia di apprendisti Radiosi che un tempo erano comuni: uomini e donne le cui abilità erano legate a quelle del loro maestro, un Radioso completo.
Gli uomini del Ponte Quattro non avevano vincolato i propri spren e, anche se avevano iniziato a manifestare poteri, avevano perso le loro capacità quando Kaladin era volato ad Alethkar per avvisare la sua famiglia della Tempesta Infinita.
«Cosa vedo?» disse l’Herdaziano. «Nuvole.»
«Parecchie nuvole» aggiunse un altro pontiere.
«Anche delle montagne» disse un altro ancora. «Assomigliano a denti.»
«Nah, a corna» obiettò l’Herdaziano.
«Noi» li interruppe Dalinar «siamo sopra le tempeste. Sarà facile dimenticare le tempeste che il resto del mondo sta affrontando. La Tempesta Infinita ritornerà, portando i Nichiliferi. Dobbiamo presumere che questa città – i nostri eserciti – presto sarà l’unico bastione di ordine rimasto al mondo. È nostro compito, nostro dovere, assumere la guida.»
«Ordine?» disse Aladar. «Dalinar, hai visto le nostre armate? Hanno combattuto una battaglia impossibile solo sei giorni fa e, anche se siamo stati salvati, tecnicamente abbiamo perso. Il figlio di Roion è miseramente impreparato a gestire ciò che resta del suo principato. Alcune delle forze più rilevanti – quelle di Thanadal e Vamah – sono rimaste indietro nei campi militari!»
«E anche quelli che sono venuti stanno già litigando» aggiunse Palona. «La morte del vecchio Torol laggiù servirà solo a dar loro qualcos’altro su cui dissentire.» Dalinar si voltò, afferrando la balaustra di pietra con entrambe le mani, le dita fredde. Un vento gelido soffiò contro di lui e alcuni ventospren gli passarono accanto come piccole persone trasparenti che cavalcavano la brezza.
«Luminosità Kalami» disse Dalinar. «Cosa sai delle Desolazioni?»
«Luminobile?» chiese lei esitante.
«Le Desolazioni. Hai fatto degli studi sulla teoria vorin, giusto? Puoi parlarci delle Desolazioni?»
Kalami si schiarì la gola. «Erano la manifestazione perfetta della distruzione, luminobile. Ciascuna fu di tale potenza che l’umanità ne rimase devastata. Popoli in rovina, società menomate, studiosi morti. Dopo ognuna di esse, l’umanità fu costretta a passare intere generazioni a ricostruire. Le canzoni narrano di come le perdite si siano aggravate progressivamente, facendoci scivolare sempre più in basso ogni volta, finché gli Araldi non lasciarono un popolo con spade e fabrial e quando tornarono lo videro brandire bastoni e asce di pietra.»
«E i Nichiliferi?» chiese Dalinar.
«Vennero per annientare» rispose Kalami. «Il loro obiettivo era spazzar via l’umanità da Roshar. Erano spettri, informi. Alcuni dicono che siano spiriti dei morti, altri spren della Dannazione.»
«Dovremo trovare un modo per impedire che tutto questo accada ancora» disse Dalinar piano, voltandosi di nuovo verso il gruppo. «Siamo quelli su cui questo mondo deve poter contare. Dobbiamo dare stabilità, farli raccogliere attorno a noi.
«Ecco perché non posso gioire della morte di Sadeas. Per me era una spina nel fianco, ma era un generale capace e una mente brillante. Avevamo bisogno di lui. Prima che tutto questo sia finito, avremo bisogno di tutti coloro che siano in grado di combattere.»
«Dalinar» disse Aladar. «Io ero solito bisticciare, comportarmi come gli altri altiprincipi. Ma ciò che ho visto su quel campo di battaglia... quegli occhi rossi... mio signore, io sono con te. Ti seguirò fino alla fine delle tempeste stesse. Cosa vuoi che faccia?»
«Ci resta poco tempo. Aladar, ti nomino nostro nuovo Altoprincipe di Informazione, al comando della giustizia e della legge in questa città. Stabilisci l’ordine a Urithiru e assicurati che gli altiprincipi abbiano al suo interno delle zone di controllo definite chiaramente. Crea una forza di polizia e pattuglia questi corridoi. Mantieni la pace e impedisci scontri fra soldati come quello che abbiamo evitato prima.
«Sebarial, ti nomino Altoprincipe di Commercio. Stima le nostre provviste e stabilisci dei mercati a Urithiru. Voglio che questa torre diventi una città funzionante, non solo un sostariparo.
«Adolin, provvedi affinché gli eserciti siano sottoposti a un regime di addestramento. Conta di quante truppe disponiamo, tra tutti gli altiprincipi, e comunica loro che quelle lance saranno necessarie per la difesa di Roshar. Finché resteranno qui, sono sotto la mia autorità come Altoprincipe di Guerra. Stroncheremo i loro bisticci con la fatica dell’addestramento. Noi controlliamo gli Animutanti, quindi controlliamo il cibo. Se vogliono le razioni, dovranno darci ascolto.»
«E noi?» chiese il trasandato tenente del Ponte Quattro.
«Continuate a perlustrare Urithiru con i miei esploratori e le mie scrivane» disse Dalinar. «E fatemi sapere non appena torna il vostro capitano. Magari porterà buone notizie da Alethkar.»
Prese un respiro profondo. Una voce riecheggiò in fondo alla sua mente, come lontana. Uniscili. Sii pronto per quando arriverà il campione del nemico.
«Il nostro obiettivo finale è la preservazione di tutta Roshar» disse Dalinar piano. «Abbiamo visto il prezzo della divisione tra le nostre file. Per questa ragione non siamo riusciti a fermare la Tempesta Infinita. Ma si è trattato solo di una prova, l’esercitazione prima del combattimento vero e proprio. Per affrontare la Desolazione, troverò un modo per realizzare ciò che il Creasole mio antenato non riuscì a compiere attraverso la conquista. Io unificherò Roshar.»
Kalami sussultò piano. Nessun uomo aveva mai unito l’intero continente: non durante le invasioni shin, non durante l’apice della Ierocrazia, non durante la conquista del Creasole. Quello era il suo compito, ne era sempre più convinto. Il nemico avrebbe scatenato i suoi orrori più tremendi: i Disfatti e i Nichiliferi. Quel campione spettrale con la corazza scura.
Dalinar avrebbe resistito a tutto ciò con una Roshar unificata. Era un vero peccato che non avesse trovato un modo per convincere Sadeas a unirsi alla sua causa. “Ah, Torol” pensò. “Cos’avremmo potuto fare assieme, se non fossimo stati così divisi...”
«Padre?» Una voce sommessa attirò la sua attenzione. Renarin, che si trovava accanto a Shallan e Adolin. «Non avete menzionato noi. Me e luminosità Shallan. Qual è il nostro compito?»
«Esercitarvi» disse Dalinar. «Altri Radiosi verranno da noi e ci sarà bisogno di voi due per guidarli. I cavalieri un tempo erano la nostra arma più potente contro i Nichiliferi. Dovranno esserlo di nuovo.»
«Padre, io...» Renarin incespicò sulle parole. «È solo che... Io? Non posso.
Non so come... Tanto meno...»
«Figlio» disse Dalinar avvicinandosi a lui. Gli strinse la spalla. «Io mi fido di te. L’Onnipotente e gli spren ti hanno dato dei poteri per difendere e proteggere questa gente. Usali. Dominali, poi torna a riferirmi cosa sei in grado di fare. Credo che siamo tutti curiosi di scoprirlo.»
Renarin espirò piano, poi annuì.