Sanderson: Giuramento – Capitolo 19

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 19

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 19:

Giuramento capitolo 19

TRENTUNO ANNI PRIMA


Una candela tremolava sul tavolo e Dalinar vi accese l’estremità del suo tovagliolo, diffondendo nell’aria una sottile treccia di fumo acre. Stupide candele decorative. A che servivano? Erano semplicemente per bellezza? Non usavano forse le sfere perché facevano luce meglio delle candele?
A un’occhiataccia di Gavilar, Dalinar smise di bruciare il tovagliolo e si appoggiò contro lo schienale, tenendo tra le mani un boccale di vino violetto intenso. Era di quelli di cui si poteva sentire il profumo dall’altro lato della stan- za, forte e saporito. Davanti a lui si apriva una sala dei banchetti, con dozzine di tavoli disposti nell’ampia stanza di pietra. Quel posto era fin troppo caldo e il sudore gli pizzicava su braccia e fronte. Forse avevano esagerato con le candele. Fuori della sala dei banchetti, una tempesta infuriava come un folle che fosse stato rinchiuso, impotente e ignorato.
«Ma come fate con le altempeste, luminobile?» disse Toh a Gavilar. Lo slanciato Occidentale biondo sedeva con loro all’alto tavolo.
«Una buona pianificazione fa in modo che un esercito non abbia bisogno di trovarsi all’aperto durante una tempesta tranne che in rare situazioni» spiegò Gavilar. «Gli insediamenti sono comuni ad Alethkar. Se una campagna richiede più tempo del previsto, possiamo suddividere l’esercito e ritirarci in diverse di queste cittadine, al riparo.»
«E se vi trovate nel mezzo di un assedio?» chiese Toh.
«Gli assedi sono rari da queste parti, luminobile Toh» rispose Gavilar ridacchiando.
«Di sicuro esistono città fortificate» disse Toh. «La vostra celebre Kholinar ha mura maestose, giusto?» L’Occidentale aveva un accento marcato e parlava in una maniera smozzicata e irritante che lo faceva sembrare stupido.
«Vi state dimenticando degli Animutanti» osservò Gavilar. «Sì, gli assedi capitano ogni tanto, ma è molto difficile far morire di fame i soldati di una città finché ci sono Animutanti e smeraldi per creare cibo. Invece di solito abbattiamo le mura di una città piuttosto in fretta, oppure – più abitualmente – occupiamo un terreno elevato e usiamo quella posizione di vantaggio per bersagliare la città per un po’.»
Toh annuì con aria ammaliata. «Animutanti. Non abbiamo queste cose a Rira o a Iri. Affascinante, affascinante... E qui ci sono così tanti Strati. Forse la metà delle Lame e delle Piastre mondiali, tutte contenute nei regni vorin. Gli Araldi stessi vi arridono.»
Dalinar prese un lungo sorso di vino. Fuori il tuono scosse il rifugio. L’altem- pesta adesso era alla sua massima potenza.
All’interno i servitori portarono fette di maiale e chele di lanka per gli uomini, cucinati in un brodo saporito. Le donne cenavano altrove. Tra loro aveva sentito che c’era la sorella di Toh. Dalinar non l’aveva ancora incontrata. I due Occidentali occhichiari erano arrivati appena un’ora prima dell’inizio della tempesta.
Presto nella sala risuonarono i rumori e il chiacchiericcio della gente. Dalinar si avventò sulle chele di lanka, spaccandole con il fondo del suo boccale e strappando via la carne a morsi. Quel banchetto sembrava troppo formale. Dov’era la musica? Dov’erano le risate? E le donne? Perché mangiavano in stanze separate? La vita era stata diversa in quegli ultimi anni di conquista. I quattro ultimi altiprincipi erano risoluti nel loro fronte unificato. I combattimenti un tempo frenetici si erano fermati. Gavilar doveva impiegare sempre più tempo nell’amministrazione del suo regno, che era la metà di quanto volevano che fosse, malo impegnava comunque. Politica. Gavilar e Sadeas non permettevano a Dalinar di giocarci troppo spesso, ma doveva comunque partecipare a banchetti come quello, invece di cenare con i suoi uomini. Succhiò una chela, osservando Gavilar parlare con il forestiero. Tempeste! Sembrava davvero regale con la barba pettinata a quel modo e gemme brillanti alle dita. Indossava un’uniforme nello stile più recente. Formale, rigido. Dalinar invece portava il suo takama simile a una gonna con un camicione aperto che arrivava fino a metà coscia e lasciava il petto nudo.
Sadeas teneva corte con un gruppo di occhichiari inferiori a un tavolo dall’altra parte della sala. Ogni membro di quel gruppo era stato scelto attentamente: uomini la cui fedeltà era incerta. Avrebbe parlato con loro per persuaderli. E se fosse stato preoccupato, avrebbe trovato un modo per eliminarli. Non con un assassino, naturalmente. Tutti loro giudicavano sgradevole quel genere di cose: non era così che si comportavano gli Alethi. Invece avrebbe indotto il malcapitato a un duello con Dalinar, oppure lo avrebbe messo in prima fila durante un assalto. Ialai, la moglie di Sadeas, trascorreva una quantità di tempo incredibile a elaborare nuovi piani per sbarazzarsi di alleati problematici.
Dalinar finì le chele, poi rivolse la propria attenzione al maiale, una succulenta fetta di carne che nuotava nell’intingolo. Il cibo era davvero migliore a quel banchetto. Desiderava solo non sentirsi così inutile in quel luogo. Gavilar stipulava alleanze; Sadeas si occupava dei problemi. Quei due potevano trattare una sala dei banchetti come un campo di battaglia.
Dalinar allungò la mano verso il fianco per prendere il suo coltello e tagliare il maiale. Ma il coltello non si trovava lì.
Dannazione! L’aveva prestato a Teleb, giusto? Fissò il maiale, odorandone l’intingolo pepato, e gli venne l’acquolina in bocca. Si apprestò a mangiare con le mani, poi pensò di alzare lo sguardo. Tutti gli altri stavano mangiando in modo compassato, con le posate. Ma i servitori si erano dimenticati di portargli un coltello.
Dannazione di nuovo! Si sporse all’indietro, agitando il boccale per chiedere altro vino. Lì vicino, Gavilar e il forestiero continuavano la loro chiacchierata.
«La vostra campagna qui è stata ragguardevole, luminobile Kholin» disse Toh.
«In voi si può vedere un barlume del vostro antenato, l’eccellente Creasole.»
«Quello che spero» osservò Gavilar «è che i miei successi non saranno effimeri quanto i suoi.»
«Effimeri! Riforgiò Alethkar, luminobile! Non dovreste parlare così di uno come lui. Siete suo discendente, giusto?»
«Lo siamo tutti» disse Gavilar. «La casata Kholin, la casata Sadeas... tutti e dieci i principati. I loro fondatori erano figli del Creasole, sapete. Perciò sì, qui ci sono i segni del suo tocco... Eppure l’impero che fondò non gli sopravvisse nemmeno per un’intera generazione. Ciò mi spinge a domandarmi cosa ci fosse di sbagliato nella sua visione, nei suoi progetti, cosa fece andare in pezzi tanto rapidamente un così grande impero.»
Risuonò il rombo della tempesta. Dalinar cercò di attirare l’attenzione di un servitore per chiedere un coltello da pasto, ma quelli erano troppo occupati a muoversi frenetici per soddisfare i bisogni di altri invitati esigenti.
Sospirò, poi si alzò, stiracchiandosi, e si diresse verso la porta, tenendo in mano il boccale vuoto. Perso nei suoi pensieri, spinse da una parte la sbarra alla porta, poi aprì con una spinta l’imponente struttura in legno e uscì.
All’improvviso uno scroscio di pioggia gelata lo colpì sulla pelle e il vento soffiava con una forza tale da farlo incespicare. L’altempesta era al massimo della sua furia, con fulmini che si abbattevano come i colpi vendicativi degli Araldi.
Dalinar si avventurò nella tempesta, con il camicione che gli schioccava attorno. Gavilar parlava sempre più spesso di cose come eredità, regno, responsabilità. Che ne era stato del divertimento del conflitto, del cavalcare in battaglia ridendo? I tuoni rombavano e le periodiche saette dei fulmini erano appena sufficienti per vedere. Tuttavia, Dalinar sapeva piuttosto bene come muoversi. Quello era un sostariparo per altempeste, un posto costruito per ospitare eserciti di pattuglia durante le tempeste. Lui e Gavilar stazionavano lì ormai da quattro mesi buoni, esigendo tributi dalle fattorie circostanti e minacciando la casata Evavakh dall’immediato interno dei suoi confini.
Dalinar trovò lo specifico riparo che stava cercando e bussò alla porta. Nessuna risposta. Allora evocò la sua Stratolama, fece scivolare la punta tra i due battenti e tagliò la sbarra all’interno. Aprì la porta con una spinta e trovò un gruppo di uomini armati sorpresi che si precipitarono in linee di difesa, circondati da pauraspren e tenendo le armi in strette nervose.
«Teleb» disse Dalinar, in piedi sulla soglia. «Ti ho prestato il mio coltello da cintura? Il mio preferito, quello con il manico in avorio di spinabianca?»
L’alto soldato, che stava nella seconda fila di uomini terrorizzati, lo fissò a bocca aperta. «Uh... il vostro coltello, luminobile?»
«Ho perso quell’affare da qualche parte» disse Dalinar. «L’ho prestato a te, vero?»
«Ve l’ho ridato, signore» disse Teleb. «L’avete usato per togliere quella scheggia dalla vostra sella, ricordate?»
«Dannazione! Hai ragione. Cos’ho fatto con quel maledetto aggeggio?» Dalinar abbandonò la soglia e uscì di nuovo nella tempesta.
Forse le sue preoccupazioni avevano più a che fare con se stesso che con Gavilar. Negli ultimi tempi, le battaglie dei Kholin erano state così calcolate e i mesi più recenti erano stati incentrati più su ciò che accadeva fuori del campo di battaglia che su di esso. Tutto quanto sembrava lasciare indietro Dalinar come il guscio gettato via da un cremling dopo la muta.
Una potente folata di vento lo scagliò contro il muro e lui incespicò, poi fece un passo all’indietro, guidato da un istinto che non riusciva a definire. Un enorme masso andò a sbattere contro il muro, poi rimbalzò via. Dalinar lanciò un’occhiata e vide qualcosa di luminoso in lontananza: una figura gigantesca che si muoveva su gambe filiformi e lucenti.
Dalinar tornò verso la sala dei banchetti, rivolse un gesto rude a quella cosa indistinta, poi aprì la porta con una spinta – scagliando da una parte due servitori che l’avevano tenuta chiusa – e rientrò. Grondando acqua, si diresse verso il tavolo alto, dove si lasciò cadere sulla sedia e posò il boccale. Meraviglioso. Adesso era zuppo e non poteva comunque mangiare il suo maiale.
Tutti avevano smesso di parlare. Un mare di occhi lo fissava.
«Fratello?» chiese Gavilar, l’unico suono nella stanza. «Va... tutto bene?»
«Ho perso il mio folgorato coltello» rispose Dalinar. «Pensavo di averlo lasciato nell’altro rifugio.» Sollevò il boccale e prese un lento e rumoroso sorso d’acqua piovana.
«Scusatemi, lord Gavilar» balbettò Toh. «Io... io sento il bisogno di qualcosa da bere.» Il biondo Occidentale si alzò, fece un inchino e si ritirò verso l’altro lato della stanza dove un maestro-servitore stava versando da bere. Il suo volto sembrava perfino più pallido di quanto lo erano di solito quei tipi.
«Cos’ha che non va?» chiese Dalinar, avvicinando la sedia al fratello.
«Suppongo» disse Gavilar in tono divertito «che le persone che conosce non se ne vadano a fare una passeggiatina durante le altempeste.»
«Bah» esclamò Dalinar. «Questo è un sostariparo fortificato, con mura e rifugi. Non dobbiamo lasciarci spaventare da un po’ di vento.»
«Toh la pensa diversamente, te l’assicuro.»
«Stai sogghignando.»
«In un solo istante, Dalinar, potresti aver dimostrato qualcosa che ho passa- to mezz’ora a cercare di sottolineare dal punto di vista politico. Toh si domanda se siamo abbastanza forti da proteggerlo.»
«Era di questo che stavate parlando?»
«Indirettamente sì.»
«A-ha. Sono lieto di essere stato d’aiuto.» Dalinar prese una chela dal piatto di Gavilar. «Che cosa ci vuole perché uno di questi sciccosi servitori mi porti un folgorato coltello?»
«Sono maestri-servitori, Dalinar» puntualizzò suo fratello, e fece un segno sollevando la mano in un modo particolare. «Il segnale del bisogno, ricordi?»
«No.»
«Devi davvero prestare più attenzione» disse Gavilar. «Non viviamo più nelle capanne.»
Non avevano mai vissuto nelle capanne. Erano Kholin, eredi di una delle gran- di città del mondo, anche se Dalinar non aveva mai visto quel posto prima del suo dodicesimo anno. Non gli piaceva che Gavilar stesse prendendo per buona la storia che raccontava il resto del regno, quella che affermava che nel loro ramo della casata fino a poco tempo prima erano stati tutti furfanti provenienti da una zona remota del loro stesso principato.
Un capannello di servitori in bianco e nero si diresse da Gavilar e lui richiese un nuovo coltello da pasto per il fratello. Mentre si dividevano per andare a sbrigare quella commissione, le porte della sala dei banchetti delle donne si aprirono e una figura fece il suo ingresso.
A Dalinar si mozzò il fiato. I capelli di Navani scintillavano per i piccoli rubini che vi aveva intrecciato, un colore abbinato a quello del pendaglio e del braccialetto. Il suo volto aveva un’abbronzatura sensuale, i capelli erano del nero corvino degli Alethi, il sorriso così acuto e intelligente tra quelle labbra rosse. E il fisico... un fisico da far piangere un uomo per il desiderio.
La moglie di suo fratello.
Dalinar si fece forza e sollevò il braccio in un gesto simile a quello che aveva fatto Gavilar. Un servitore arrivò con passo scattante. «Luminobile,» disse «mi occuperò dei vostri desideri, naturalmente, anche se potreste voler sapere che il segnale è sbagliato. Se volete permettermi di dimostrare...»
Dalinar fece un gesto volgare. «Questo è meglio?»
«Uh...»
«Vino» disse Dalinar agitando il suo boccale. «Violetto. Sufficiente a riempi- re questo boccale almeno tre volte.»
«E quale annata vorreste, luminobile?» Lui fissò Navani. «La più recente.»
Navani passò tra i tavoli, seguita dalla forma più tarchiata di Ialai Sadeas. A nessuna delle due sembrava importare di essere le uniche donne occhichiari nella stanza.
«Cos’è successo all’emissario?» disse Navani quando arrivò. Scivolò tra Dalinar e Gavilar mentre un servitore le portava una sedia.
«Dalinar lo ha spaventato» disse Gavilar.
L’aroma del suo profumo era inebriante. Dalinar spostò la sedia di lato e assunse un’espressione impassibile. Doveva essere deciso, non lasciarle capire quanto lei lo scaldasse, quanto lo riportasse alla vita come nient’altro, tranne la battaglia. Ialai avvicinò una sedia per sé e un servitore portò il vino di Dalinar. Lui prese un lungo sorso calmante direttamente dalla caraffa.
«Abbiamo valutato la sorella» disse Ialai, sporgendosi in avanti dall’altro lato di Gavilar. «È un tantino scialba...»
«Un tantino?» chiese Navani.
«... ma sono ragionevolmente certa che sia sincera.»
«Il fratello sembra uguale» disse Gavilar, sfregandosi il mento ed esaminando Toh, che stava centellinando una bevanda vicino al bancone. «Innocente, ingenuo. Ma penso che sia onesto.»
«È un ruffiano» disse Dalinar con un grugnito.
«È un uomo senza una casa, Dalinar» osservò Ialai. «Nessuna lealtà, alla mercé di coloro che lo accolgono. E ha un unico pezzo da giocare per assicurare il suo futuro.»
La Stratopiastra.
Presa dalla sua patria di Rira e portata a est, il più lontano possibile dai familiari di Toh, che a quanto sembrava si erano oltremodo indignati nello scoprire che un cimelio così prezioso era stato rubato.
«Non ha l’armatura con sé» disse Gavilar. «Almeno è abbastanza sveglio da non portarsela dietro. Vorrà delle rassicurazioni prima di darcela. Potenti rassicurazioni.»
«Guardate come fissa Dalinar» osservò Navani. «L’hai impressionato.» Inclinò la testa. «Sei bagnato?»
Dalinar si passò una mano tra i capelli. Tempeste! Non era stato in imbarazzo nel fissare la folla nella stanza, ma davanti a lei si ritrovò ad arrossire.
Gavilar rise. «È andato a fare una passeggiata.»
«Stai scherzando» esclamò Ialai, avvicinandosi mentre Sadeas si univa a loro all’alto tavolo. L’uomo con il volto bulboso si sistemò sulla sedia con lei, entrambi seduti mezzi dentro e mezzi fuori. Lasciò cadere un piatto sul tavolo, pieno di chele in una salsa rosso brillante. Ialai vi si avventò immediatamente. Era una delle poche donne che Dalinar conosceva ad apprezzare cibo da uomini.
«Di cosa discutiamo?» chiese Sadeas, scacciando con un gesto un maestro-servitore che portava una sedia, poi avvolgendo un braccio attorno alle spalle della moglie.
«Stiamo parlando di far sposare Dalinar» disse Ialai.
«Cosa?» esclamò Dalinar, strozzandosi con un sorso di vino.
«È questo lo scopo di tutto ciò, vero?» disse Ialai. «Loro cercano qualcuno in grado di proteggerli, qualcuno che la loro famiglia abbia troppa paura di attaccare. Ma Toh e la sorella non vorranno soltanto asilo. Vorranno anche partecipare. Iniettare il loro sangue nella dinastia reale, per così dire.»
Dalinar prese un altro lungo sorso.
«Potresti provare dell’acqua a volte, sai, Dalinar» disse Sadeas.
«Prima ho bevuto un po’ d’acqua piovana. Tutti mi hanno fissato divertiti.» Navani gli sorrise. Non c’era abbastanza vino al mondo per prepararlo a reggere lo sguardo dietro quel sorriso, così penetrante, così scrutatore.
«Potrebbe essere quello di cui abbiamo bisogno» disse Gavilar. «Non ci dà solo lo Strato, ma l’apparenza di parlare per Alethkar. Se le persone fuori del regno cominciano a venire da me per chiedere asilo e trattati, riusciremo a far passare dalla nostra parte i restanti altiprincipi. Potremmo essere in grado di unire questo Paese non con ulteriori guerre, ma tramite il semplice peso della legittimità
Finalmente una servitrice arrivò con un coltello per Dalinar. Lui lo prese con impazienza, poi si accigliò mentre la donna si allontanava.
«Cosa c’è?» chiese Navani.
«Questo affarino?» chiese Dalinar, prendendo quel coltello striminzito tra pollice e indice e facendolo dondolare. «Come dovrei mangiare una bistecca di maiale con questo
«Attaccala» suggerì Ialai, simulando un affondo. «Fingi che sia un uomo con il collo taurino che ha insultato i tuoi bicipiti.»
«Se qualcuno insultasse i miei bicipiti, non lo attaccherei» disse Dalinar. «Gli consiglierei di andare da un medico, perché ovviamente ha qualcosa che non va agli occhi.»
Navani rise, un suono musicale.
«Oh, Dalinar» intervenne Sadeas. «Non penso che su Roshar esista un’altra persona in grado di dirlo senza ridere.»
Dalinar grugnì, poi cercò di muovere quel coltellino per tagliare la bistecca. La carne si stava raffreddando, ma emanava ancora un odore delizioso. Un unico famespren iniziò a svolazzargli attorno alla testa, come una minuscola mosca marrone simile a quelle che si vedevano a ovest vicino al Purolago.
«Cosa sconfisse il Creasole?» chiese Gavilar all’improvviso.
«Hmmm?» disse Ialai.
«Il Creasole» ribadì Gavilar, spostando lo sguardo da Navani a Sadeas a Dalinar. «Unificò Alethkar. Perché fallì nel creare un impero durevole?»
«I suoi figli erano troppo avidi» disse Dalinar, tagliando come con una sega la bistecca. «O troppo deboli forse. Non ce n’era uno che gli altri acconsentissero a sostenere.»
«No, non si tratta di questo» lo contraddisse Navani. «Si sarebbero potuti unire, se il Creasole in persona si fosse preso la briga di designare un erede. Fu colpa sua.»
«Era lontano nell’Ovest» disse Gavilar. «A guidare il suo esercito a “ulteriore gloria”. Alethkar e Herdaz non erano sufficienti per lui. Voleva il mondo intero.»
«Tale era la sua ambizione» disse Sadeas.
«No, la sua avidità» replicò Gavilar piano. «A che serve conquistare se non puoi mai rilassarti e goderne? Shubreth-figlio-Mashalan, il Creasole, perfino la Ierocrazia... tutti quanti si estesero sempre più in là finché non crollarono. Nell’intera storia dell’umanità, esiste un conquistatore che abbia deciso di averne abbastanza? Un uomo ha mai detto semplicemente: “Va bene così. Questo è ciò che volevo” e poi è tornato a casa?»
«In questo momento,» disse Dalinar «quello che voglio è mangiare la mia folgorata bistecca.» Tenne sollevato il coltellino, che era piegato al centro.
Navani sbatté le palpebre. «Come ci sei riuscito, nel decimo nome dell’Onnipotente?»
«Non lo so.»
Gavilar assunse con gli occhi verdi quello sguardo distante e perso nel vuoto. Uno sguardo che stava diventando sempre più frequente. «Perché siamo in guerra, fratello?»
«Ancora questo?» disse Dalinar. «Ascolta, non è complicato. Non ti ricordi com’era quando abbiamo cominciato?»
«Ricordamelo tu.»
«Bene» cedette Dalinar, agitando il suo coltellino piegato. «Abbiamo guardato questo posto, questo regno, e ci siamo detti: “Ehi, tutte queste persone hanno roba”. E abbiamo pensato: “Ehi, forse dovremmo avere noi quella roba”. Così ce la siamo presa.»
«Oh, Dalinar» disse Sadeas ridacchiando. «Sei una gemma.»
«Non pensi mai a cosa significava, però?» chiese Gavilar. «Un regno? Qualcosa di più importante di te?»
«Sono sciocchezze, Gavilar. Quando la gente combatte, è per la roba. E basta.»
«Forse» disse Gavilar. «Forse. C’è qualcosa che voglio che ascolti. I Codici di Guerra, dai tempi antichi. Quando il nome Alethkar significava qualcosa.»
Dalinar annuì distrattamente mentre il personale di servizio entrava con tè e frutta per chiudere il pasto; una provò a prendere la sua bistecca e lui le ringhiò contro. Mentre la servitrice si allontanava, Dalinar notò qualcosa. Una donna che sbirciava dentro la stanza dall’altra sala dei banchetti. Indossava un abito delicato, leggero, di un giallo pallido che si abbinava ai capelli biondi.
Lui si sporse in avanti, incuriosito. Evi, la sorella di Toh, aveva diciott’anni, forse diciannove. Era alta, quasi quanto un Alethi, e piccola di torace. In effetti, c’era un certo senso di fragilità in lei, come se in qualche modo fosse meno con- creta di un Alethi. Lo stesso valeva per il fratello, con la sua corporatura snella.
Ma quei capelli. La facevano risaltare come il bagliore di una candela in una stanza buia.
Attraversò a passo lieve la sala dei banchetti fino a raggiungere il fratello, che le porse da bere. Lei cercò di prenderlo con la mano sinistra, che era legata all’interno di una piccola tasca di stoffa gialla. Stranamente, quell’abito non aveva maniche.
«Continuava a provare a mangiare con la manosalva» disse Navani, inarcando un sopracciglio.
Ialai si sporse lungo il tavolo verso Dalinar, parlando in tono cospiratorio.
«Nel lontano Ovest se ne vanno in giro semisvestiti, sai. Rirani, Iriali, Reshi. Non sono repressi come queste puritane donne alethi. Scommetto che è piuttosto esotica in camera da letto...»
Dalinar grugnì. Poi finalmente notò un coltello.
Nella mano nascosta dietro la schiena di un servitore che stava portando via i piatti di Gavilar.
Dalinar diede un calcio alla sedia del fratello, rompendo una gamba e facendo ruzzolare a terra Gavilar. L’assassino colpì nello stesso istante, ferendogli di striscio l’orecchio ma per il resto mancandolo. Quel colpo forsennato andò a finire contro il tavolo, conficcando il coltello nel legno.
Dalinar balzò in piedi, allungando la mano oltre Gavilar e afferrando l’assassino per il collo. Fece rigirare l’attentatore e lo sbatté sul pavimento con un appagante crac. Ancora in movimento, prese il coltello dal tavolo e lo piantò nel petto dell’assassino.
Sbuffando, Dalinar fece un passo indietro e si asciugò l’acqua piovana dagli occhi. Gavilar balzò in piedi e la Stratolama gli apparve in mano. Guardò l’assassino, poi Dalinar.
Questi diede un calcio all’uomo per assicurarsi che fosse morto. Annuì tra sé, raddrizzò la propria sedia, vi si sedette, poi si sporse in avanti e strattonò via il coltello dell’assassino dal suo petto. Un’ottima lama.
La lavò nel suo vino, poi tagliò un pezzo della bistecca e se la ficcò in bocca. “Finalmente.”
«Ottimo maiale» osservò Dalinar masticando.
Dall’altra parte della stanza, Toh e la sorella lo fissavano con un’espressione che mischiava meraviglia e terrore. Lui notò alcuni turbamentospren attorno a loro, come triangoli di luce gialla, che si rompevano e si riformavano. Erano spren rari, quelli.
«Grazie» disse Gavilar, toccandosi l’orecchio e il sangue che colava.
Dalinar scrollò le spalle. «Mi dispiace di averlo ucciso. Probabilmente volevi interrogarlo, eh?»
«Non è difficile immaginare chi l’abbia mandato» disse Gavilar, accomodadosi e congedando con un gesto le guardie che, in ritardo, erano accorse in aiuto. Navani gli afferrò il braccio, ovviamente scossa dall’aggressione.
Sadeas imprecò sottovoce. «I nostri nemici sono sempre più disperati. E codardi. Un assassino durante una tempesta? Un Alethi dovrebbe vergognarsi di un’azione del genere.»
Di nuovo tutti i convitati si ritrovarono a guardare a bocca aperta l’alto tavolo. Dalinar riprese a tagliare la bistecca, ficcandosene un altro pezzo in bocca. Cosa? Non aveva intenzione di bere il vino in cui aveva lavato il sangue. Non era mica un barbaro.
«So di aver detto che volevo che fossi libero di fare la tua scelta riguardo a una moglie» disse Gavilar. «Ma...»
«Lo farò» acconsentì Dalinar, gli occhi fissi in avanti. Navani gli era preclusa. Tempeste, doveva accettarlo e basta.
«Sono timidi e accorti» osservò Navani, tamponando l’orecchio di Gavilar con il suo tovagliolo. «Potrebbe servire altro tempo per convincerli.»
«Oh, io non mi preoccuperei di questo» disse Gavilar, lanciando un’altra occhiata al cadavere. «Dalinar sa essere molto persuasivo