Sanderson: Giuramento – Capitolo 18

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 18

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 18:

Giuramento capitolo 18


Nessuno può descriverti una spezia: devi provarla di persona.



Da Giuramento, prefazione


Shallan diventò Veil.
La Folgoluce rese il suo volto meno giovanile, più spigoloso, il naso più appuntito, e le formò una piccola cicatrice sul mento. I suoi capelli passarono increspandosi dal rosso al nero degli Alethi. Creare un’illusione del genere richiedeva una grossa gemma di Folgoluce, ma una volta attivata, lei poteva mantenerla per ore solo con un pizzico.
Veil gettò da una parte l’havah e si mise invece dei pantaloni e una camicia aderente, poi stivali, un lungo cappotto bianco e un cappello. Terminò con un unico, semplice guanto sulla mano sinistra. Veil non era minimamente imbarazzata per quello, ovvio.
Esisteva un sollievo semplice per il dolore di Shallan. C’era un modo facile per nasconderlo. Veil non aveva sofferto altrettanto ed era comunque abbastanza dura da gestire quel genere di cose. Diventare lei era come posare un fardello terribile. Veil si gettò una sciarpa attorno al collo, poi si mise in spalla una tracolla solida, che Shallan si era procurata proprio per lei. Magari il manico del coltello che spuntava evidente da sopra sarebbe sembrato naturale, minaccioso perfino. La parte in fondo alla sua mente che era ancora Shallan si preoccupava per quello. Sarebbe sembrata finta? Quasi certamente le erano sfuggiti alcuni indizi sottili codificati nel suo comportamento, abito o modo di parlare. Tali cose avrebbero rivelato alle persone giuste che Veil non aveva l’esperienza da dura che simulava.
Be’, avrebbe dovuto fare del suo meglio e sperare di imparare dai suoi inevitabili errori. Legò un altro coltello alla cintura, lungo ma non quanto una spada, dato che Veil non era occhichiari. Per fortuna. Nessuna donna occhichiari sarebbe stata in grado di andarsene in giro impettita con armi così evidenti. Certe usanze diventavano meno rigide quanto più si scendeva la scala sociale.
«Ebbene?» chiese Veil, voltandosi verso la parete dove era appeso Schema.
«Hmmm...» disse lui. «Buona menzogna.»
«Grazie.»
«Non come quell’altra.»
«Radiosa?»
«Con lei vai e vieni» disse Schema «come il sole dietro le nuvole.»
«Mi serve solo più pratica» disse Veil. Sì, il timbro della voce era eccellente.
Shallan stava decisamente migliorando con i suoni.
Raccolse Schema, cosa che richiese premere la mano contro la parete, lasciarlo trasferire da quella alla sua pelle e poi al cappotto. Con lui che canticchiava felice, attraversò la stanza e uscì sul balcone. La prima luna era sorta, la violetta e orgogliosa Salas. Era la meno brillante delle lune, il che voleva dire che fuori era quasi buio.
La maggior parte delle stanze che davano sull’esterno avevano quei piccoli balconi, ma il suo al secondo piano era particolarmente vantaggioso. Aveva scalini che scendevano al campo sottostante. Ricoperto di solchi per l’acqua e creste per piantare i litobulbi, il campo ai bordi aveva anche scatole dove far crescere tuberi o piante ornamentali. Ciascun ordine della città ne aveva uno simile, con diciotto piani che li separavano l’uno dall’altro.
Scese nel campo al buio. Com’era possibile che qualcosa fosse cresciuto lassù? Il suo alito si condensò davanti a lei e freddospren le spuntarono attorno ai piedi. Il campo aveva una piccola porta d’accesso per rientrare a Urithiru. Forse il sotterfugio di non uscire attraverso la sua stanza non era necessario, ma Veil preferiva essere cauta. Non voleva che guardie o servitori notassero come luminosità Shallan se ne andava in giro a strane ore della notte.
Inoltre, chi poteva sapere dove Mraize e i suoi Sanguispettri avevano degli agenti? Non l’avevano contattata fin da quel primo giorno a Urithiru, ma di certo erano lì a osservare. Ancora non sapeva cosa fare con loro. Avevano ammesso di aver assassinato Jasnah, cosa che sembrava un motivo sufficiente per odiarli. Pareva anche che sapessero qualcosa d’importante riguardo al mondo.
Veil procedette lungo il corridoio, portando una piccola lampada a mano per farsi luce, dato che una sfera l’avrebbe fatta risaltare. Superò folle serali che mantenevano i corridoi del quartiere di Sebarial trafficati proprio come lo era stato il suo campo militare. Lì le cose non sembravano rallentare mai proprio come nel quartiere di Dalinar.
Le stratificazioni stranamente ipnotiche dei corridoi la guidarono fuori dal quartiere di Sebarial. Il numero di persone nei passaggi scemò. A un certo punto rimasero soltanto Veil e quei cunicoli solitari e interminabili. Aveva come la sensazione di poter percepire il peso degli altri piani della torre, vuoti e inesplorati, che gravavano su di lei. Una montagna di pietra sconosciuta.
Affrettò il passo, con Schema che canticchiava tra sé dal cappotto.
«Lui mi piace» disse Schema.
«Lui chi?» chiese Veil.
«Lo spadaccino» rispose Schema. «Hmmm. Quello con cui non puoi ancora accoppiarti.»
«Per favore, possiamo smetterla di parlare di lui a quel modo?»
«Molto bene» disse Schema. «Ma mi piace.»
«Tu odi la sua spada.»
«Sono giunto a capire una cosa» disse Schema, sempre più eccitato. «Agli umani... non importa dei morti. Voi costruite sedie e porte con i cadaveri! Voi mangiate cadaveri! Fate i vestiti con le pelli dei cadaveri. Per voi i cadaveri sono cose
«Be’, suppongo che sia vero.» Schema sembrava esageratamente eccitato per quella rivelazione.
«È grottesco,» continuò «ma voi tutti dovete uccidere e distruggere per vivere. È così che funziona il Reame Fisico. Perciò non dovrei odiare Adolin se brandisce un cadavere!»
«Ti piace» disse Veil «solo perché insegna a Radiosa a rispettare la spada.»
«Hmmm. Sì, un uomo molto, molto piacevole. Anche decisamente sveglio.»
«Perché non lo sposi tu, allora?» Schema ronzò. «È...»
«No, non è possibile.»
«Oh.» Si sistemò con un brusio soddisfatto sul suo cappotto, dove aveva l’aspetto di uno strano ricamo.
Dopo breve tempo passato a camminare, Shallan sentì la necessità di parlare ancora. «Schema. Ricordi cosa mi hai detto l’altra sera, la prima volta che... siamo diventati Radiosa?»
«Sul fatto di morire?» chiese Schema. «Potrebbe essere l’unico modo, Shallan Hmmm... Devi pronunciare verità per progredire, ma tu mi odierai per averlo fatto accadere. Quindi io posso morire e, una volta fatto, tu potrai...»«No. No, per favore, non lasciarmi.»
«Ma tu mi odi.»
«Odio anche me stessa» sussurrò lei. «Solo... per favore, non andartene. Non morire.»
Schema parve compiaciuto da quelle parole, dato che il suo canticchiare aumentò, anche se i suoni di piacere e quelli di agitazione potevano risultare simili. Per il momento, Veil si lasciò distrarre dalla missione di quella notte. Adolin proseguiva nei tentativi di trovare l’assassino, ma non era andato lontano. Aladar era Altoprincipe di Informazione e la sua forza di polizia e le sue scrivane erano una risorsa; Adolin però voleva fortemente agire come suo padre aveva chiesto. Veil pensava che forse entrambi stessero guardando nei posti sbagliati. Finalmente vide delle luci più avanti e accelerò il passo, arrivando su una passerella attorno a una grossa stanza cavernosa che si estendeva verso l’alto per diversi piani. Aveva raggiunto la Scissione: una vasta collezione di tende illuminate da molte candele tremolanti, torce o lanterne.
Il mercato era saltato fuori in maniera sorprendentemente rapida, in sprezzo ai piani attentamente delineati da Navani. La sua idea aveva previsto una larga arteria principale con negozi ai lati. Niente vicoli, niente baracche o tende. Pattugliata con facilità e regolata con cura.
I mercanti si erano ribellati, lamentandosi per la mancanza di spazio di deposito o per la necessità di essere più vicini a un pozzo per l’acqua fresca. In realtà, volevano un mercato più grande che fosse molto più difficile da regolare. Sebarial, come Altoprincipe di Commercio, si era detto d’accordo. E nonostante il caos dei suoi libri contabili, era acuto quando si trattava di commerciare.
Il caos e la varietà di quel luogo eccitavano Veil. Nonostante l’ora, c’erano centinaia di persone che attiravano spren di una dozzina di tipi diversi. Dozzine su dozzine di tende di fogge e colori variegati. In effetti, alcune non erano affatto tende, ma potevano essere descritte meglio come chioschi: parti di terreno delimitate da corde e sorvegliate da alcuni energumeni dotati di randelli. Altri erano edifici veri e propri. Piccole capanne di pietra costruite all’interno di quella caverna, esistenti fin dai giorni dei Radiosi.
I mercanti di tutti e dieci i campi militari originali si mischiavano nella Scissione. Veil superò tre diversi ciabattini di fila. Non aveva mai capito perché i mercanti che vendevano le stesse cose si riunissero nello stesso posto. Non sarebbe stato meglio aprire bottega dove non avresti avuto la concorrenza letteralmente alla porta accanto?
Mise via la lampada a mano, dato che c’era luce in abbondanza proveniente dalle tende e dalle botteghe dei mercanti, e procedette. Veil si sentiva più a suo agio di quanto non le fosse capitato in quei corridoi vuoti e contorti; qui invece la vita aveva trovato un appiglio. Il mercato era cresciuto come l’intrico di fauna selvatica e piante sul lato sottovento di un crinale.
Si diresse verso il pozzo centrale della caverna: un grosso enigma tondo che si increspava d’acqua priva di crem. Lei non aveva mai visto un vero e proprio pozzo prima d’ora: di solito tutti usavano cisterne che si riempivano con le tempeste. I numerosi pozzi di Urithiru, però, non si esaurivano mai. Il livello dell’acqua non calava nemmeno, sebbene la gente vi attingesse di continuo.
Le scrivane parlavano della possibilità di una falda acquifera nascosta nelle montagne, ma da dove sarebbe venuta l’acqua? Le nevi sulle cime dei picchi vicini non sembravano sciogliersi e la pioggia cadeva molto di rado.
Veil si sedette su un lato del pozzo, un piede appoggiato sul bordo, a osservare le persone che andavano e venivano. Ascoltò le donne chiacchierare dei Nichiliferi, delle loro famiglie ad Alethkar e della strana, nuova tempesta. Ascoltò gli uomini preoccuparsi di essere coscritti nell’esercito o che il loro nahn da occhiscuri venisse abbassato ora che non c’erano più parshi per i lavori più umili. Alcuni lavoratori occhichiari si lamentavano delle provviste ancora intrappolate a Narak, in attesa di Folgoluce per essere trasferite lì.
Alla fine Veil si diresse verso una particolare fila di taverne. “Non posso interrogare con troppa foga per ottenere le risposte che cerco” pensò. “Se pongo il genere sbagliato di domande, tutti penseranno che io passi informazioni alla forza di polizia di Aladar.”
Veil. Veil non soffriva. Aveva fiducia in se stessa, era a suo agio. Incontrava gli sguardi della gente. Sollevava il mento con aria di sfida verso chiunque sembrasse squadrarla. Il potere era un’illusione della percezione.
Veil aveva un proprio tipo di potere: quello di una vita passata sulle strade sa- pendo di poter badare a se stessa. Aveva la testardaggine di un chull e, per quanto fosse impudente, quella fiducia in sé costituiva un potere. Otteneva ciò che voleva e il successo non la imbarazzava.
La prima taverna che scelse era all’interno di una grande tenda da battaglia. Puzzava di birra lavis versata e di corpi sudati. Uomini e donne ridevano, usando casse rovesciate come tavoli e sedie. Molti indossavano semplici vestiti da occhiscuri: camicie con lacci – non c’erano soldi o tempo per i bottoni – e pantaloni o gonne. Alcuni uomini erano vestiti secondo una moda più vecchia, con una stola e una tunica larga e leggera che lasciava scoperto il petto.
Era una bettola e probabilmente non avrebbe fatto al caso suo. Le serviva un posto che fosse peggiore eppure in qualche modo più ricco. Più malfamato, ma frequentato dai membri più potenti della malavita dei campi militari.
Tuttavia questo sembrava un buon posto per esercitarsi. Il bancone era fatto di scatole impilate e accanto c’erano delle vere sedie. Veil si sporse contro il “bancone” in quello che sperava fosse un modo convinto e per poco non fece cadere le casse. Incespicò per afferrarle, poi rivolse un sorriso imbarazzato alla padrona, una vecchia donna occhiscuri con i capelli grigi.
«Cosa vuoi?» chiese la donna.
«Vino» rispose lei. «Zaffiro.» Il secondo più inebriante. Che vedessero che Veil riusciva a reggere la roba forte.
«Abbiamo Vari, kimik e un buon barile di Veden. Quello ti costerà, però.»
«Uh...» Adolin avrebbe saputo le differenze. «Dammi il Veden.» Sembrava appropriato.
La donna la fece pagare prima, con sfere spente, ma il costo non sembrò esorbitante. Sebarial voleva un flusso regolare di alcol – il modo consigliato da lui per assicurare che le tensioni all’interno della torre non aumentassero troppo – e aveva favorito i prezzi con tasse ridotte, per il momento.
Mentre la donna lavorava dietro il suo bancone improvvisato, Veil si ritrovò sotto lo sguardo di uno dei buttafuori. Quelli non stavano vicino all’ingresso, ma attendevano dentro, accanto all’alcol e al denaro. Malgrado ciò che la forza di polizia di Aladar avrebbe desiderato, quel posto non era completamente sicuro. Se degli omicidi inspiegati fossero stati davvero sorvolati o dimenticati, dovevano essere avvenuti nella Scissione, dove il disordine, la preoccupazione e la calca di decine di migliaia di civili si trovavano in precario equilibrio sulla linea della legalità.
La donna piazzò una coppa di fronte a Veil... una coppa minuscola, con dentro un liquido trasparente.
Veil si accigliò e la prese in mano. «Devi aver sbagliato la mia ordinazione, ostessa; io ho ordinato dello zaffiro. Questa cos’è, acqua?»
Il buttafuori più vicino a Veil sogghignò e l’ostessa si fermò di colpo, poi la squadrò. A quanto pareva, Shallan aveva già commesso uno di quegli errori di cui si era preoccupata.
«Ragazzina» disse l’ostessa, riuscendo in qualche modo a sporgersi sulle casse vicino a lei senza rovesciarne nessuna. «Questa è la stessa roba, solo senza le sfiziose infusioni che gli occhichiari mettono nella loro.»
“Infusioni?”
«Sei una specie di cameriera?» chiese la donna piano. «Alla tua prima notte fuori da sola?»
«Certo che no» disse Veil. «L’ho fatto un centinaio di volte.»
«Sicuro, sicuro» replicò la donna, girandosi una ciocca di capelli ribelle dietro l’orecchio. Quella spuntò fuori di nuovo. «Sei sicura di volere quello? Qua dietro potrei avere dei vini fatti con i colori degli occhichiari, per te. In effetti, so di avere un buon arancione.» Allungò la mano per riprendere la coppa.
Veil la afferrò e tracannò tutto quanto in un sorso solo. Quello si rivelò uno dei peggiori errori della sua vita. Il liquido bruciava come se andasse a fuoco! Sentì i propri occhi sgranarsi, iniziò a tossire e per poco non vomitò proprio lì sul bancone.
Quello era vino? Sapeva più di liscivia. Cos’avevano di sbagliato queste persone? Non aveva la minima dolcezza, nemmeno un accenno di sapore. Solo quella sensazione bruciante, come se qualcuno le stesse raschiando la gola con una spazzola! La sua faccia divenne subito calda. Il vino l’aveva colpita così velocemente! Il buttafuori si stava coprendo il volto, tentando invano di non scoppiare a ridere. L’ostessa diede delle pacche sulla schiena a Shallan mentre lei continuava a tossire. «Su,» disse la donna «lascia che ti dia qualcosa per mandar via...»
«No» gracidò Shallan. «Sono solo felice di poter bere questo... di nuovo, dopo tanto tempo. Un altro. Per favore.»
L’ostessa parve scettica, anche se il buttafuori era assolutamente favorevole: si era accomodato sullo sgabello per guardare Shallan, sogghignando. Lei mise una sfera sul bancone con aria di sfida e l’ostessa, pur riluttante, le riempì di nuovo la coppa. A quel punto, altre tre o quattro persone sedute lì vicino si erano voltate a guardare. Stupendo. Shallan si fece forza, poi bevette il vino in un bel sorso prolungato.
La seconda volta non fu affatto meglio della prima. Si trattenne per un momento, le lacrime agli occhi, poi proruppe in uno scoppio di tosse. Finì piegata in due, tremante e con gli occhi serrati. Era piuttosto certa di aver lanciato anche un lungo squittio.
Diverse persone nella tenda applaudirono. Shallan, le lacrime agli occhi, tornò a guardare l’ostessa divertita. «Era tremendo» disse, poi tossì. «Davvero bevete questo liquido terribile?»
«Oh, carina» ribatté la donna. «A paragone di altri, questo è molto meno terribile.»
Shallan gemette. «Be’, dammene un altro.»
«Sei sicura...»
«Sì» disse Shallan con un sospiro. Probabilmente non si sarebbe fatta una reputazione stasera, almeno non come la voleva. Ma poteva provare ad abituarsi a bere questo smacchiatore.
Tempeste! Si sentiva già alticcia. Al suo stomaco non piaceva ciò che lei gli stava facendo e Shallan cercò di trattenere un attacco di nausea.
Ancora ridacchiando, il buttafuori avvicinò a lei un posto dove sedersi. Era un uomo giovane, con i capelli tagliati corti tanto da stare dritti. Era un Alethi in tutto e per tutto, con la pelle di un marroncino intenso e una spolverata di stoppia nera sul mento.
«Dovresti cercare di sorseggiarlo» le consigliò. «Va giù più facilmente a piccoli sorsi.»
«Ottimo. Così posso gustare quel sapore terribile. Così amaro! Il vino dovrebbe essere dolce.»
«Dipende da come lo fai» disse mentre l’ostessa dava a Shallan un’altra coppa. «Quello zaffiro a volte può essere tallio distillato, senza frutta naturale: solo del colorante per farlo risaltare. Ma non servono la roba davvero forte ai ricevimenti degli occhichiari, tranne alle persone che sanno come chiederla.»
«Ne sai parecchio sull’alcol» disse Veil. La stanza tremò per un momento prima di fermarsi. Poi provò a bere ancora, stavolta solo un sorsetto.
«Fa parte delle mie competenze» spiegò con un ampio sorriso. «Io lavoro parecchio a eventi eleganti per gli occhichiari, perciò so come ci si comporta in un posto con le tovaglie invece delle casse.»
Veil sorrise. «Hanno bisogno di buttafuori agli eventi eleganti degli occhichiari?»
«Certamente» disse lui facendo scrocchiare le nocche. «Devi solo sapere come “scortare” qualcuno fuori dal salone delle feste invece di buttarlo fuori. In effetti è più semplice.» Inclinò il capo. «Ma stranamente allo stesso tempo è più pericoloso.» Rise.
“Kelek” si rese conto Veil quando lui venne più vicino. “Ci sta provando con me.” Probabilmente non avrebbe dovuto trovarlo così sorprendente. Era venuta da sola e, per quanto Shallan non avrebbe mai descritto Veil come “carina”, non era brutta. Era piuttosto normale, per quanto avesse lineamenti marcati, ma era ben vestita ed era evidente che non era a corto di soldi. Volto e mani erano puliti, mentre i vestiti – sebbene non fossero ricche sete – erano un generoso gradino sopra l’abbigliamento da operaio.
Sulle prime fu offesa dalle sue attenzioni. Si era presa tutta questa briga per diventare capace e dura come le rocce, e la prima cosa che faceva era attirare un tizio qualunque? Uno che si faceva scrocchiare le nocche e cercava di dirle come bere il suo alcol?
Solo per fargli dispetto, tracannò il resto della coppa in un colpo solo.
Si sentì immediatamente in colpa per aver provato irritazione verso quell’uomo. Non si sarebbe dovuta sentire adulata? Certo, Adolin avrebbe potuto distruggere quel tizio in ogni modo concepibile. Perfino le nocche di Adolin scrocchiavano più forte.
«Allora...» disse il buttafuori. «Da quale campo militare vieni?»
«Sebarial» disse Veil.
Il buttafuori annuì, come se se lo fosse aspettato. L’accampamento di Sebarial era quello più variegato. Chiacchierarono ancora un po’, perlopiù con Shallan a commentare ogni tanto mentre il buttafuori – si chiamava Jor – si lanciava in una storia dietro l’altra con molte digressioni. Sorrideva sempre e si vantava spesso. Non era poi così male, anche se non sembrava gli importasse ciò che diceva lei, purché gli desse un appiglio per continuare a parlare. Shallan bevve qualche altro sorso di quel liquido tremendo, ma si rese conto che la sua mente vagava. Quelle persone... ciascuna di loro aveva vite, famiglie, amori, sogni. Alcuni se ne stavano stravaccati sulle loro casse, da soli, mentre altri ridevano con gli amici. Alcuni tenevano i vestiti, per quanto poveri, ragionevolmente puliti; altri erano macchiati di crem e birra lavis. Diversi di loro le ricordavano Tyn: il modo in cui parlavano con sicurezza, il modo in cui le loro interazioni si trasformavano in un sottile gioco per affermare la propria superiorità.
Jor fece una pausa, come se si aspettasse qualcosa da lei. Cosa... cosa stava dicendo? Seguirlo stava diventando sempre più difficile, con la mente che vagava.
«Va’ avanti» gli disse.
Lui sorrise e si lanciò in un’altra storia.
“Non sarò capace di imitare tutto questo,” pensò Shallan appoggiandosi contro la sua cassa “finché non l’avrò vissuto. Non più di quanto possa disegnare le loro vite senza essere stata tra loro.”
L’ostessa tornò con la bottiglia e Shallan annuì. Quell’ultima coppa non aveva bruciato affatto quanto le altre.
«Sei... sicura di volerne ancora?» chiese il buttafuori.
Tempeste... stava cominciando a sentirsi davvero male. Aveva bevuto quattro coppe, sì, ma erano piccole. Sbatté le palpebre e si voltò.
La stanza ruotò indistinta e lei gemette, posando la testa sul tavolo. Accanto a lei, il buttafuori sospirò.
«Avrei potuto dirti che stavi sprecando il tuo tempo, Jor» fece l’ostessa. «Questa sarà fuori gioco prima della fine dell’ora. Mi domando cosa stia cercando di dimenticare...»
«Si sta solo godendo un po’ di tempo libero» disse Jor.
«Certo, certo. Con occhi come quelli? Ne sono proprio sicura.» L’ostessa si allontanò.
«Ehi» disse Jor, dando dei colpetti a Shallan. «Dove alloggi? Ti chiamo un palanchino per farti arrivare a casa. Sei sveglia? Dovresti andare prima che si faccia troppo tardi. Conosco alcuni portatori di cui ci si può fidare.»
«Non... è ancora tardi...» borbottò Shallan.
«Tardi abbastanza» disse Jor. «Questo posto può diventare pericoloso.»
«Ah sìììì?» chiese Shallan, nella quale si risvegliò un barlume di memoria. «Le persone vengono accoltellate?»
«Purtroppo sì» confermò Jor.
«Sai di qualcuno...?»
«Non succede mai qui in questa zona, almeno non ancora.»
«Dove? Così... così posso tenermi lontana...» disse Shallan.
«Al Vicolo di All» rispose. «Sta’ alla larga da lì. Qualcuno è stato accoltella- to dietro a una delle taverne proprio la notte scorsa. L’hanno trovato morto.»
«Davvero... davvero strano, eh?» chiese Shallan.
«Già. L’hai sentito?» Jor rabbrividì.
Shallan si alzò per andarsene, ma la stanza tutt’attorno si ribaltò, e lei si ritrovò a scivolare giù accanto allo sgabello. Jor cercò di afferrarla, ma la ragazza colpì terra con un tonfo, sbattendo il gomito contro il pavimento di pietra. Risucchiò immediatamente un po’ di Folgoluce per aiutarsi contro il dolore.
La nebbia che le avvolgeva la mente si dissolse e lei smise di veder ruotare tutto. Nello spazio di un secondo, la sua ubriachezza scomparve e basta.
Sbatté le palpebre. “Wow.” Si alzò senza l’aiuto di Jor, si ripulì il cappotto e poi si scostò i capelli dalla faccia. «Grazie,» disse «ma questa è esattamente l’informazione che mi serve. Ostessa, siamo a posto?»
La donna si voltò, poi rimase di sasso a fissare Shallan, versando del liquido in una coppa finché non traboccò.
Shallan prese la sua coppa, poi la girò e si lasciò cadere in bocca l’ultima goc- cia. «È roba buona» osservò. «Grazie per la conversazione, Jor.» Posò una sfera sulle casse come mancia, si mise il cappello, poi diede un affettuoso buffetto sulla guancia a Jor prima di uscire dalla tenda.
«Folgopadre!» disse Jor alle sue spalle. «Sono stato appena fatto fesso?» Fuori c’era ancora molta gente, cosa che le ricordò Kharbranth con i suoi mercati notturni. Aveva senso. In queste sale non arrivava la luce né del sole né delle lune: era facile perdere la cognizione del tempo. Inoltre, mentre molte persone erano state messe immediatamente al lavoro, parecchi dei soldati avevano tempo libero adesso che non erano più impegnati con le sortite sugli altipiani.
Shallan domandò in giro e riuscì a farsi indirizzare verso Vicolo di All. «La Folgoluce mi ha resa sobria» disse a Schema, che era strisciato su per il cappotto e ora le increspava il colletto, ripiegato in cima.
«Ti ha guarita dal veleno.»
«Sarà utile.»
«Hmmm. Pensavo che saresti stata arrabbiata. Hai bevuto il veleno di proposito, giusto?»
«Sì, ma il punto non era ubriacarsi.»
Lui ronzò per la confusione. «Allora perché berlo?»
«È complicato» disse Shallan. Sospirò. «Non ho fatto proprio un buon lavoro lì dentro.»
«Nell’ubriacarti? Hmmm. Hai fatto un buon tentativo.»
«Non appena mi sono ubriacata, e ho perso il controllo, Veil mi è sfuggita via.»
«Veil è solo una faccia.»
No. Veil era una donna che non ridacchiava quando si ubriacava, né piagnucolava sventolandosi la bocca quando la bevanda era troppo forte per lei. Non si comportava mai come una sciocca adolescente. Veil non era stata tenuta al riparo – praticamente rinchiusa – finché non era impazzita e aveva ammazzato la sua stessa famiglia.
Shallan si fermò di colpo, improvvisamente agitata. «I miei fratelli. Schema, non li ho uccisi, giusto?»
«Cosa?» disse lui.
«Ho parlato con Balat via distacanna» disse Shallan, portandosi la mano alla fronte. «Ma... avevo il Tessiluce allora... anche se non ne ero del tutto consapevole. Potrei essermelo inventato. Ogni messaggio da parte sua. I miei stessi ricordi...»
«Shallan» intervenne Schema in tono preoccupato. «No. Sono vivi. I tuoi fratelli sono vivi. Mraize ha detto di averli salvati. Sono diretti qui. Non è questa la menzogna.» La sua voce si fece sommessa. «Non riesci a distinguerla?»
Shallan adottò di nuovo Veil e il dolore si attenuò. «Sì. Certo che riesco a distinguerla.» Riprese a camminare.
«Shallan» riprese Schema. «Questo è... hmmm... c’è qualcosa di sbagliato in queste menzogne che metti su te stessa. Io non lo capisco.»
«Devo andare più a fondo» sussurrò lei. «Non posso essere Veil solo in superficie.»
Schema ronzò con una vibrazione bassa e ansiosa; era rapida e acuta. Veil lo zittì quando raggiunse Vicolo di All. Uno strano nome per una taverna, ma ne aveva visti di più strani. Non era affatto un vicolo, bensì un grosso gruppo di cinque tende cucite assieme, ciascuna di un colore diverso. Da dentro si diffondeva una luce fioca.
All’ingresso c’era un buttafuori, basso e tarchiato, con una cicatrice che gli correva su per la guancia, lungo la fronte e sul cuoio capelluto. Esaminò attentamente Veil, ma non la fermò quando entrò a passo sicuro dentro la tenda. Con tutte quelle persone ubriache ammassate assieme, l’odore era peggio di quello dell’altra taverna. Le tende erano state cucite per creare sezioni separate e angolini bui, e in alcune c’erano tavoli e sedie invece di casse. Le persone che erano sedute lì non indossavano abiti semplici da operai, bensì vestiti di cuoio, modelli passati di moda oppure giacche militari sbottonate.
“Più ricca dell’altra taverna” pensò Veil “e più malfamata allo stesso tempo.” Vagò per la stanza che, malgrado le lampade a olio su alcuni tavoli, era piuttosto buia. Il “bancone” era un’asse posata su alcune casse, ma vi avevano drappeggiato un panno al centro. Alcune persone stavano aspettando da bere; Veil le ignorò. «Qual è la cosa più forte che hai?» chiese all’oste, un uomo grasso vestito con un takama. Pensò che potesse essere occhichiari. Era troppo buio per distinguerlo con sicurezza.
Lui la squadrò. «Veden saph, barile singolo.»
«Ma certo» disse Veil secca. «Se volessi dell’acqua andrei al pozzo. Di sicuro hai qualcosa di più forte.»
L’oste bofonchiò, poi allungò la mano dietro di sé e tirò fuori una caraffa di qualcosa di trasparente, senza etichetta. «Bianco dei Mangiacorno» disse, posandolo sul tavolo con un tonfo. «Non ho idea di cosa facciano fermentare per produrre questa roba, ma toglie la vernice che è una meraviglia.»
«Perfetto» disse Veil, facendo schioccare alcune sfere sul bancone improvvisato. Gli altri avventori che aspettavano le avevano scoccato delle occhiatacce per aver ignorato la fila, ma a quelle parole le loro espressioni mutarono in divertite. L’oste versò a Veil una coppa minuscola di quella roba e gliela mise davanti.
Lei la ingurgitò in un sorso solo. Shallan tremò dentro per il bruciore che seguì: il calore immediato alle guance e il senso quasi istantaneo di nausea, accompagnati da un tremito nei muscoli mentre cercava di resistere all’impulso di vomitare. Veil si aspettava tutto ciò. Trattenne il fiato per soffocare la nausea e godette di quelle sensazioni. “Non sono peggiori delle sofferenze che porto già dentro” pensò, con il calore che si irradiava attraverso di lei. «Ottimo» disse. «Lascia la caraffa.»
Quegli idioti accanto al bancone continuarono a fissarla a bocca aperta mentre versava un’altra coppa del bianco dei Mangiacorno e la tracannava, sentendone il calore. Si voltò per esaminare gli occupanti della tenda. Chi avvicinare per primo? Le scrivane di Aladar avevano controllato i rapporti delle ronde per vedere se qualcun altro fosse stato ucciso nello stesso modo di Sadeas, e non ne avevano cavato nulla... ma un omicidio in un vicolo forse non era stato denunciato. Veil sperò che le persone lì presenti potessero saperne comunque qualcosa.
Si versò un altro po’ di quella bevanda dei Mangiacorno. Anche se il gusto era ancora peggiore del Veden saph, vi trovò qualcosa di stranamente invitante. Bevette la terza coppa, ma attinse un pochino di Folgoluce da una sfera nella tracolla – appena un briciolo che bruciò all’istante senza farla brillare – per guarirsi.
«Cosa guardate?» chiese fissando le persone in fila al bancone.
Quelli si voltarono mentre l’oste si muoveva per mettere un tappo alla caraffa. Veil ci posò la mano sopra. «Non ho ancora finito con questo.»
«Invece sì» disse l’oste, scostandole la mano. «Se continuerai così, possono accadere solo due cose. O mi vomiterai su tutto il bancone, oppure stramazzerai a terra morta. Non sei un Mangiacorno: questo ti ucciderà.»
«È un mio problema.»
«Il casino è mio» ribatté l’oste, strattonando via la caraffa. «Conosco i tipi come te, con quello sguardo inquieto. Ti ubriacherai, poi vorrai fare a botte. Non m’interessa cosa cerchi di dimenticare: vai a trovare qualche altro posto dove farlo.» Veil inarcò un sopracciglio. Farsi cacciare dalla taverna più malfamata del mercato? Be’, almeno la sua reputazione lì non ne avrebbe risentito.
Afferrò il braccio dell’oste mentre lui lo tirava indietro. «Non sono qui per fare a pezzi il tuo locale, amico» disse piano. «Sono qui per un omicidio. Qualche giorno fa qui è stato ucciso qualcuno.»
L’oste rimase di sasso. «Tu chi sei? Stai con le guardie?»
«Dannazione, no!» disse Veil. “Una storia, mi serve una storia di copertura.”
«Sto dando la caccia all’uomo che ha ucciso la mia sorellina.»
«E questo cos’ha a che fare con il mio locale?»
«Ho sentito delle voci su un corpo trovato qua vicino.»
«Era una donna fatta» disse l’oste. «Perciò non era la tua sorellina.»
«Mia sorella non è morta qui» precisò Veil. «È morta nei campi militari; io sto solo dando la caccia al colpevole.» Tenne stretto il braccio dell’oste quando lui cercò di staccarsi di nuovo. «Ascolta. Non ho intenzione di creare problemi. Mi servono solo informazioni. Ho sentito che ci sono state... circostanze insolite riguardo a questa morte. Questa morte vociferata. L’uomo che ha ucciso mia sorella ha una strana peculiarità. Uccide ogni volta nello stesso modo. Per favore.» L’oste incontrò il suo sguardo. “Che lo veda” pensò Veil. “Che veda una donna che fuori è dura, ma dentro ha delle ferite.” Una storia riflessa nei suoi occhi,
un racconto a cui aveva bisogno che quell’uomo credesse.
«Il colpevole» disse l’oste piano «ha già avuto quello che si meritava.»
«Devo sapere se il vostro assassino è lo stesso a cui sto dando la caccia» insistette Veil. «Mi occorrono dettagli dell’uccisione, per quanto raccapriccianti.»
«Non posso dire nulla» sussurrò l’oste, ma fece un cenno col capo in direzione di una delle rientranze create dalle tende cucite assieme, dove le ombre indi- cavano alcune persone intente a bere. «Loro potrebbero.»
«Chi sono?»
«Solo i tuoi soliti, normali malviventi» disse l’oste. «Ma sono quelli che pago per tenere il mio locale fuori dai guai. Se qualcuno avesse disturbato questo esercizio in modo tale da farmi rischiare che le autorità lo chiudessero – come piace fare ad Aladar –, quelle sono le persone che si sarebbero occupate del problema suddetto. Non aggiungerò altro.»
Veil annuì in segno di ringraziamento, ma non gli lasciò andare il braccio. Picchiettò il dito sulla sua coppa e inclinò il capo speranzosa. L’oste sospirò e le diede un altro giro del bianco dei Mangiacorno; lei lo pagò, poi lo sorseggiò mentre si allontanava.
La rientranza che aveva indicato conteneva un unico tavolo al quale sedevano molti delinquenti di vario tipo. Gli uomini indossavano i vestiti dell’alta società degli Alethi: giacche e pantaloni rigidi tipo uniforme, cinture e camicie con bottoni. Lì tenevano le giacche slacciate, le camicie morbide. Due donne indossavano perfino l’havah, anche se un’altra era in pantaloni e giacca, non troppo diversamente da Veil. L’intero gruppo le ricordava Tyn: erano stravaccati in un modo quasi intenzionale. Ci voleva uno sforzo per assumere un’aria così indifferente.
C’era un posto libero, così Veil vi si diresse e lo occupò. La donna occhichiari di fronte a lei zittì un uomo che stava farfugliando qualcosa toccandogli le labbra. Indossava l’havah, ma senza una manica da manosalva; invece portava un guanto con le dita spudoratamente tagliate alle nocche.
«Quello è il posto di Ur» disse la donna a Veil. «Quando tornerà dal pisciatoio, farai meglio a esserti levata.»
«Allora farò in fretta» disse Veil, tracannando il resto della sua bevanda e assaporandone il calore. «Qui è stata trovata morta una donna. Penso che l’assassino possa aver ucciso anche una persona a me cara. Mi è stato detto che ha “avuto quello che si meritava”, ma io ho bisogno di saperlo per me stessa.»
«Ehi» intervenne un uomo lezioso che indossava una giacca blu, con fessure nello strato esterno per mostrare del giallo al di sotto. «Tu sei quella che stava bevendo il bianco dei Mangiacorno. Il vecchio Sullik tiene quella caraffa solo come scherzo.»
La donna con l’havah intrecciò le dita davanti a sé, esaminando Veil.
«Ascoltate,» disse Veil «ditemi soltanto cosa mi costerà l’informazione.»
«Non si può comprare» ribatté la donna «ciò che non è in vendita.»
«Tutto è in vendita» disse Veil «se lo chiedi nel modo giusto.»
«Cosa che tu non stai facendo.»
«Ehi» disse Veil, cercando di intercettare gli occhi della donna. «Ascolta. La mia sorellina è stata...»
Una mano si posò sulla spalla di Shallan e, quando alzò lo sguardo, trovò un enorme Mangiacorno in piedi dietro di lei. Tempeste, doveva essere alto quasi sette piedi.
«Qui» disse, strascicando la i fino a farla sembrare una e «ci sto io. È il mio posto.» Tirò via Veil dalla sedia, gettandola all’indietro e facendola rotolare sul pavimento; la sua coppa ruzzolò via mentre la tracolla si torse e si intrecciò tra le sue braccia. Quando si fermò, guardò sbattendo le palpebre l’uomo che si stava accomodando sulla sedia. Le parve di udire l’anima di quel mobile gemere in segno di protesta.
Veil grugnì, poi si rialzò in piedi. Strattonò via la tracolla e la lasciò cadere, poi prese un fazzoletto e il coltello dall’interno. Il coltello era stretto e appuntito, lungo ma più sottile di quello che aveva alla cintura.
Raccolse il cappello e gli tolse la polvere prima di rimetterselo e tornare al tavolo. A Shallan non piacevano i diverbi, ma Veil li amava.
«Molto bene» disse, posando la manosalva sopra la mano sinistra del grosso Mangiacorno, messa piatta sopra il tavolo. Si sporse in avanti accanto a lui.
«Dici che è il tuo posto, ma io non ci vedo scritto il tuo nome.»
Il Mangiacorno la fissò, confuso dal gesto stranamente intimo di mettere la manosalva sulla sua.
«Lascia che ti mostri» disse lei, togliendo il coltello e mettendo la punta sul dorso della propria mano, che era premuta contro la sua.
«Cos’è questo?» chiese lui in tono divertito. «Fai finta di essere dura? Ho visto uomini fingere...»
Veil conficcò il coltello attraverso la propria mano, la sua e il tavolo. Il Mangiacorno urlò, facendo scattare la mano verso l’alto e costringendo Veil a tirar fuori il coltello da entrambe le mani. L’uomo ruzzolò giù dalla sedia e si precipitò lontano da lei.
Veil vi si accomodò di nuovo. Prese il fazzoletto dalla tasca e se lo avvolse attorno alla mano sanguinante. Ciò avrebbe nascosto il taglio quando l’avesse guarito. Cosa che non fece subito. Era necessario che lo vedessero sanguinare. Invece – una parte di lei fu sorpresa da quanto rimase calma – recuperò il coltello che era caduto accanto al tavolo.
«Sei pazza!» esclamò il Mangiacorno, rimettendosi in piedi e tenendosi la mano sanguinante. «Ana’kai, sei pazza
«Oh, aspetta» disse Veil, picchiettando il tavolo con il coltello. «Guarda, vedo il tuo segno proprio qui, scritto col sangue. Posto di Ur. Mi sbagliavo.» Si accigliò. «Ma qui c’è anche il mio. Suppongo che tu ti possa sedere in braccio a me, se vuoi.»
«Io ti strozzo!» urlò Ur, scoccando un’occhiataccia alle persone nella stanza principale della tenda, che si erano assiepate attorno all’ingresso di quella rientranza più piccola e mormoravano. «Io...»
«Zitto, Ur» disse la donna con l’havah. Lui farfugliò: «Ma Betha!».
«Credi» disse la donna a Veil «che aggredire i miei amici mi renderà più disponibile a parlare?»
«Sinceramente, volevo solo rimettermi seduta.» Veil scrollò le spalle, graffiando la superficie del tavolo con il coltello. «Ma se vuoi che cominci a far del male alle persone, suppongo di esserne capace.»
«Sei davvero pazza» disse Betha.
«No. È solo che non considero il tuo gruppetto una minaccia.» Continuò a graffiare il tavolo. «Ho cercato di essere gentile e la mia pazienza si sta esaurendo. È il momento di dirmi quello che voglio sapere prima che questa faccenda prenda una brutta piega.»
Betha si accigliò, poi lanciò un’occhiata ai graffi che Veil aveva inciso sul tavolo. Tre diamanti interconnessi.
Il simbolo dei Sanguispettri.
Veil azzardò che quella donna ne conoscesse il significato. Quelli sembravano i tipi giusti: malviventi di poco conto, sì, ma presenti in un mercato importante. Veil non era certa del livello di segretezza osservato da Mraize e dai suoi con il loro simbolo, ma il fatto che ce l’avessero tatuato sui loro corpi le faceva capire che non doveva essere poi così segreto. Era più un avvertimento, come i cremling che mostravano artigli rossi per indicare che erano velenosi.
In effetti, nell’attimo in cui Betha vide il simbolo, si sentì mancare il fiato.
«Non vogliamo avere nulla a che fare con quelli come te» disse Betha. Uno degli uomini al tavolo si alzò in piedi tremando e guardò da un lato all’altro, come se si aspettasse che degli assassini lo aggredissero in quel momento.
“Wow” pensò Veil. Perfino accoltellare la mano di uno dei loro non aveva provocato una reazione così forte.
Curiosamente, però, una delle altre donne al tavolo – bassa e più giovane, con indosso un havah – si sporse in avanti interessata.
«L’assassino» ribadì Veil. «Cosa gli è successo?»
«Lo abbiamo fatto buttare giù dall’altopiano qui fuori da Ur» disse Betha.
«Ma... com’è possibile che sia l’uomo a cui tu sei interessata? Era solo Ned.»
«Ned?»
«Un ubriacone del campo di Sadeas» spiegò uno degli uomini. «Ubriachezza molesta: si cacciava sempre nei guai.»
«Ha ucciso sua moglie» disse Betha. «Fa anche tanta pena, dopo che lei lo aveva seguito fino a qui. Immagino che nessuno di noi avesse molta scelta, con quella tempesta folle. Tuttavia...»
«E questo Ned» domandò Veil «ha ucciso sua moglie conficcandole un coltello in un occhio?»
«Cosa? No, l’ha strangolata. Povero bastardo.»
“Strangolata?” «Tutto qui?» chiese Veil. «Niente ferite da coltello?» Betha scosse il capo con aria confusa.
“Folgopadre” pensò Veil. Dunque era un vicolo cieco? «Ma ho sentito che il delitto era strano.»
«No» disse l’uomo in piedi, poi si rimise a sedere accanto a Betha, estraendo un coltello. Lo posò sul tavolo, di fronte a loro. «Sapevamo che Ned avrebbe oltrepassato i limiti prima o poi. Tutti lo sapevano. Non penso che qualcuno di noi sia rimasto sorpreso quando, dopo aver cercato di trascinarlo via dalla taverna quella notte, alla fine è precipitato del tutto.»
“Letteralmente” pensò Shallan. “Almeno quando Ur lo ha agguantato.”
«Pare» disse Veil alzandosi in piedi «che vi abbia fatto perdere tempo. Lascerò delle sfere all’oste: il vostro conto è il mio debito, stanotte.» Riservò un’occhiata a Ur, che era curvo lì vicino e la fissò con un’espressione imbronciata. Lei lo salutò agitando le dita insanguinate, poi si diresse verso la stanza nella tenda principale della taverna.
Rimase lì per un po’ a riflettere sulla sua mossa successiva. La mano le pulsava ma la ignorò. Un vicolo cieco. Forse era stata sciocca a pensare di poter risolvere in poche ore il mistero che Adolin aveva passato settimane a tentare di sbrogliare.
«Oh, non tenere quel broncio, Ur» giunse la voce di Betha da dietro, dalla rientranza della tenda. «Almeno era solo la tua mano. Considerando chi era quella, ti sarebbe potuta andare molto peggio.»
«Ma perché era così interessata a Ned?» chiese Ur. «Tornerà perché l’ho ucciso?»
«Non stava dando la caccia a lui» sbottò una delle altre donne. «Non avete ascoltato? A nessuno importa che Ned abbia ucciso la povera Rem.» Fece una pausa. «Naturalmente potrebbe essersi trattato dell’altra donna che ha ucciso.» Veil si sentì attraversare da una scossa. Si girò e tornò a grandi passi nella rientranza. Ur piagnucolò, ingobbendosi e tenendosi la mano ferita.
«C’è stato un altro delitto?» domandò Veil.
«Io...» Betha si umettò le labbra. «Avevo intenzione di dirtelo, ma te ne sei andata così velocemente che...»
«Parla e basta.»
«Avremmo dovuto lasciare che fosse la ronda a occuparsi di Ned, ma lui non poteva limitarsi a uccidere solo la povera Rem...»
«Ha ucciso un’altra persona?»
Betha annuì. «Una delle cameriere qui. Non potevamo fargliela passare liscia per quello. Noi proteggiamo questo posto, capisci. Perciò Ur ha dovuto fare una bella passeggiata con Ned.»
L’uomo con il coltello si sfregò il mento. «È stato davvero strano che sia tornato e abbia ucciso una cameriera la notte successiva. Ha lasciato il suo corpo proprio dietro l’angolo rispetto al luogo nel quale aveva ammazzato la povera Rem.»
«Per tutto il tempo in cui lo stavamo trascinando per buttarlo giù, ha urlato che non aveva ucciso la seconda» borbottò Ur.
«Era stato lui» disse Betha. «Quella cameriera è stata strangolata proprio allo stesso modo di Rem, il corpo lasciato nella medesima posizione. Aveva perfino i segni del suo anello che le avevano graffiato il mento, proprio come Rem.» I suoi occhi marrone chiaro avevano un’espressione vacua, come se stesse fissando di nuovo il corpo mentre veniva ritrovato. «Esattamente gli stessi segni. Inspiegabile.»
“Un altro doppio omicidio” pensò Veil. “Tempeste! Cosa significa?”
Veil si sentiva frastornata, anche se non sapeva se fosse dovuto a quello che aveva bevuto oppure alla sgradevole immagine delle donne strangolate. Andò a dare all’oste alcune sfere – probabilmente troppe – e agganciò con il pollice la caraffa di bianco dei Mangiacorno, poi la portò via con sé nella notte.