Sanderson: Giuramento – Capitolo 17

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 17

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 17:

Giuramento capitolo 17


Non è una lezione che affermo di poter insegnare. L’esperienza stessa è la grande maestra e dovete cercare direttamente lei.



Da Giuramento, prefazione


«Penso ancora che dovremmo ucciderlo» disse agli altri Khen, la parshi femmina che aveva giocato a carte.
Kaladin sedeva legato e assicurato a un albero. Aveva trascorso la not- te lì. Lo avevano fatto alzare diverse volte per usare la latrina durante la giornata, ma altrimenti l’avevano tenuto legato. Benché facessero buoni nodi, gli avevano sempre assegnato delle sentinelle, anche se era stato lui a consegnarsi a loro. I suoi muscoli erano rigidi e la posizione scomoda, ma aveva subito di peggio come schiavo. Finora era passato quasi l’intero pomeriggio e stavano ancora discutendo su cosa fare con lui.
Non aveva più visto quello spren giallo-bianco, il nastro di luce. Quasi pensava di esserselo immaginato. Almeno la pioggia finalmente era cessata. Magari era un segnale che le altempeste – e la Folgoluce – stavano per tornare.
«Ucciderlo?» disse un altro dei parshi. «Perché? Che pericolo rappresenta per noi?»
«Dirà ad altri dove siamo.»
«Era da solo e ci ha trovati facilmente. Dubito che altri avranno problemi a farlo, Khen.»
Non sembrava che i parshi avessero un capo definito. Kaladin poteva sentirli parlare da dove si trovavano, rannicchiati sotto un telo. L’aria aveva un odore d’umidità e la macchia di alberi fu percorsa da un brivido quando una folata di vento vi soffiò attraverso. Uno scroscio di gocce d’acqua gli cadde addosso, in qualche modo più freddo del Pianto stesso.
Per fortuna, presto quel clima sarebbe terminato e finalmente avrebbe potuto rivedere il sole.
«Allora lo lasciamo andare?» chiese Khen. Aveva un tono burbero, arrabbiato.
«Non lo so. Lo faresti davvero? Gli sfonderesti la testa tu personalmente?» Sotto la tenda calò il silenzio.
«E se significasse impedire che ci riprendano?» disse lei. «Sì, lo ucciderei. Non tornerò indietro, Ton.»
Avevano nomi semplici da Alethi occhiscuri, a cui si abbinavano i loro accenti tanto familiari da essere inquietanti. Kaladin non era preoccupato per la propria sicurezza; anche se gli avevano portato via coltello, distacanna e sfere, poteva evocare Syl nel giro di un attimo. Lei svolazzava lì vicino su folate di vento, zigzagando tra i rami degli alberi.
Alla fine i parshi lasciarono la loro riunione e Kaladin si assopì. Più tardi fu svegliato dal suono delle creature che radunavano i loro magri averi: una o due accette, alcuni otri, i sacchi di grano quasi rovinati. Mentre il sole tramontava, lunghe ombre si allungarono su Kaladin, facendo piombare l’accampamento di nuovo nell’oscurità. Pareva che il gruppo si muovesse di notte.
Il maschio alto che aveva giocato a carte la notte prima si avvicinò a Kaladin, che riconobbe il motivo della sua pelle. Slegò le corde che lo assicuravano all’albero e poi quelle alle caviglie, ma lasciò i lacci alle mani.
«Tu potevi catturare quella carta» osservò Kaladin. Il parshi si irrigidì.
«Nel gioco» precisò Kaladin. «Lo scudiero può catturare se assistito da una carta alleata. Perciò avevi ragione.»
Il parshi grugnì, strattonando la corda per tirare in piedi Kaladin. Lui si stiracchiò, mettendo in funzione muscoli irrigiditi e sentendo crampi dolorosi, mentre gli altri parshi smontavano l’ultima delle tende di tela improvvisate: quella che era stata chiusa da tutti i lati. Ma poco tempo prima Kaladin era riuscito a dare un’occhiata all’interno.
Bambini.
Ce n’erano una dozzina, vestiti con grembiuli, di età variabile da marmocchi ad appena adolescenti. Le femmine portavano i capelli sciolti mentre i maschi li tenevano legati o a trecce. A loro non era stato permesso lasciare la tenda tranne per pochi momenti attentamente supervisionati, ma Kaladin li aveva sentiti ridere. Sulle prime si era preoccupato che fossero bambini umani catturati.
Una volta smontato il campo, quelli si sparpagliarono, eccitati ora che erano finalmente liberi. Una ragazza più giovane scorrazzò sulle pietre umide e andò a prendere la mano vuota dell’uomo che conduceva Kaladin. Ciascuno dei bambini possedeva l’aspetto caratteristico dei loro anziani, ovvero non esattamente da Parshendi con parti corazzate sui lati della testa e degli avambracci. Per i bambini, il colore del carapace era un rosa-arancione chiaro.
Kaladin non riusciva a definire perché quella vista gli sembrasse così strana. I parshi procreavano, anche se spesso la gente nel loro caso parlava di accoppiamento, come per gli animali. Be’, quello non era poi così lontano dalla verità, giusto? Lo sapevano tutti.
Cosa avrebbe pensato Shen – Rlain – se Kaladin avesse detto quelle parole ad alta voce?
La processione uscì dagli alberi, con il prigioniero tirato per le corde. Mantenevano le conversazioni al minimo e, mentre attraversavano un campo al buio, Kaladin avvertì una netta sensazione di familiarità. Era già stato lì prima? Aveva già fatto tutto ciò?
«E il re?» disse il suo carceriere, parlando a bassa voce, ma voltando la testa per indirizzare la domanda a Kaladin.
Elhokar? Cosa... “Oh, giusto. Le carte.”
«Il re è una delle carte più potenti che puoi giocare» disse Kaladin, sforzandosi di ricordare tutte le regole. «Può catturare qualunque altra carta tranne un altro re, e lui stesso non può essere catturato a meno che non sia toccato da tre carte nemiche che siano cavaliere o qualcosa di superiore. Uhm... ed è immune all’Animutante.» “Penso.”
«Quando osservavo gli uomini giocare, questa carta veniva usata raramente. Se è potente, perché aspettare?»
«Se il tuo re viene catturato, hai perso» disse Kaladin. «Perciò lo giochi solo se sei disperato o se sei sicuro di poterlo difendere. Metà delle volte in cui ho giocato, l’ho lasciato nella mia caserma per tutta la partita.»
Il parshi grugnì, poi guardò verso la ragazzina al suo fianco, che gli strattonò il braccio e indicò. Lui le rispose sussurrando e la ragazzina corse in punta di piedi verso un appezzamento di litobulbi in fiore, visibile alla luce della prima luna. I viticci si ritrassero e i boccioli si chiusero. La ragazzina, però, sapeva di doversi acquattare da una parte e attendere con le mani pronte, finché i fiori non si fossero riaperti... Poi ne prese uno in ciascuna mano e i suoi risolini riecheggiarono per la pianura. Dei gioiaspren la seguirono come foglie azzurre mentre tornava, facendo un ampio giro attorno a Kaladin.
Khen, che camminava tenendo tra le mani il randello, spronò il carceriere di Kaladin a continuare a muoversi. Osservava la zona con il nervosismo di un esploratore durante una missione pericolosa.
“Ecco quando” pensò Kaladin ricordandosi perché tutto ciò sembrava familiare. “Quando sono sgattaiolato via da Tasinar.”
Era successo dopo che era stato condannato da Amaram, ma prima di esse- re mandato alle Pianure Infrante. Evitava di pensare a quei mesi. I suoi ripetuti fallimenti, il massacro sistematico dei suoi ultimi accenni di idealismo... Be’, aveva imparato che indugiare su certe cose lo portava in luoghi bui. Aveva deluso così tante persone durante quei mesi. Nalma era stata una di quelle. Riusciva a ricordare il tocco di quella mano nella sua, una mano rozza e callosa.
Quello era stato il suo tentativo di fuga meglio riuscito. Era durato cinque giorni.
«Voi non siete mostri» sussurrò Kaladin. «Non siete soldati. Non siete nemmeno i semi del nulla. Siete solo... schiavi in fuga.»
Il suo carceriere si girò, strattonando la corda di Kaladin. Il parshi lo afferrò per il davanti dell’uniforme e sua figlia gli si nascose dietro la gamba, lasciando cadere uno dei fiori e piagnucolando.
«Tu vuoi che io ti uccida?» chiese il parshi tirando la faccia di Kaladin vicino alla sua. «Perché insisti a ricordarmi il modo in cui ci vede la tua specie?»
Kaladin grugnì. «Guarda la mia fronte, parshi.»
«E?»
«Marchi da schiavo.»
«Cosa?»
Tempeste... i parshi non erano marchiati e non si mischiavano con altri schiavi. In effetti erano troppo preziosi per quello. «Quando rendono schiavo un umano,» disse Kaladin «lo marchiano. Io sono stato in questa posizione. Proprio come voi.»
«E tu credi che questo ti faccia comprendere?»
«Certo che sì. Sono uno...»
«Io ho passato la mia intera vita nella nebbia» gli urlò il parshi. «Ogni giorno sapendo che avrei dovuto dire qualcosa, fare qualcosa per fermare tutto questo! Stringendo forte mia figlia ogni notte, domandandomi perché il mondo sembra muoversi attorno a noi nella luce... mentre noi siamo intrappolati nelle ombre. Hanno venduto sua madre. L’hanno venduta. Perché ha dato alla luce un figlio sano, cosa che la rendeva un ottimo capo da accoppiamento.
«Comprendi questo, umano? Capisci cosa vuol dire guardare la tua famiglia che viene fatta a pezzi e sapere che dovresti opporti... consapevole nel profondo della tua anima che c’è qualcosa di profondamente sbagliato? Conosci quella sensazione di essere incapace di dire una singola folgorata parola per impedirlo?»
Il parshi lo tirò ancora più vicino. «Possono aver preso la tua libertà, ma a noi hanno portato via la mente
Lasciò andare Kaladin e ruotò, recuperando la figlia e tenendola vicino mentre si affrettava a raggiungere gli altri, che si erano voltati a quello scambio. Kaladin lo seguì, strattonato dalla corda, calpestando il fiore della ragazzina, nella sua fretta forzata. Syl gli sfrecciò accanto e, quando Kaladin cercò di attirare la sua attenzione, lei si limitò a ridere e a volare più in alto in una raffica di vento. Il suo carceriere subì diversi rimproveri silenziosi quando raggiunsero gli altri: la loro colonna non poteva permettersi di attirare l’attenzione. Kaladin camminò assieme a loro e ricordò. Riusciva a capire, in parte.
Non eri mai libero mentre fuggivi: avevi come la sensazione che il cielo aperto e i campi sconfinati fossero un tormento. Ti sentivi costantemente inseguito e ogni mattina ti svegliavi aspettandoti di trovarti circondato.
Finché un giorno non avevi ragione.
Ma i parshi? Lui aveva ammesso Shen nel Ponte Quattro, sì. Ma accettare che un unico parshi potesse essere un pontiere era qualcosa di nettamente diverso dall’accettare il suo intero popolo come... be’, come umani.
Mentre la colonna si fermava per distribuire otri ai bambini, Kaladin si tastò la fronte, tracciando la forma cicatrizzata dei suoi glifi.
“Ci hanno portato via la mente...”
Avevano cercato di portar via la mente anche a lui. Lo avevano massacrato di botte, avevano rubato tutto ciò che amava e avevano ucciso suo fratello. Lo avevano lasciato incapace di pensare con chiarezza. La vita era diventata una macchia indistinta finché un giorno non si era ritrovato in piedi su una sporgenza, a guardare gocce di pioggia morire sforzandosi di trovare la motivazione per porre fine alla propria vita.
Syl si librò accanto a lui nella forma di un nastro scintillante.
«Syl» sibilò Kaladin. «Ho bisogno di parlarti. Questo non è il momento per...»
«Zitto» disse lei, poi ridacchiò e gli sfrecciò attorno prima di svolazzare e fare lo stesso con il suo carceriere.
Kaladin si accigliò. Lei si stava comportando in modo così sbarazzino. Troppo sbarazzino? Come se fosse tornata a prima di quando avevano forgiato il loro legame?
No. Non poteva essere.
«Syl?» la implorò quando lei tornò. «C’è qualcosa che non va col legame? Per favore, io non...»
«Non è quello» disse lei, parlando in un sussurro furioso. «Penso che i parshi siano in grado di vedermi. Alcuni, perlomeno. E quell’altro spren è ancora qui. Uno spren superiore, come me.»
«Dove?» chiese Kaladin voltandosi.
«È invisibile a te» disse Syl, diventando un gruppo di foglie e soffiandogli attorno. «Credo di essere riuscita a ingannarla facendole credere che sono solo un ventospren.»
Saettò via, lasciando sulle labbra di Kaladin una dozzina di domande senza risposta. “Tempeste... quello spren è il modo in cui sanno dove andare?”
La colonna ripartì e Kaladin camminò per un’ora buona in silenzio prima che Syl decidesse nuovamente di tornare da lui. Atterrò sulla sua spalla, diventando l’immagine di una giovane donna con la sua gonna bizzarra. «È andata avanti per un po’» disse. «E i parshi non stanno guardando.»
«Lo spren li sta guidando» disse Kaladin sottovoce. «Syl, questo spren deve provenire...»
«Da lui» sussurrò Syl, cingendosi con le braccia e diventando piccola, fino a ridursi effettivamente a circa due terzi delle sue dimensioni normali. «Nichilispren.»
«C’è dell’altro» disse Kaladin. «Questi parshi... come fanno a saper parlare, a sapere come comportarsi? Sì, hanno trascorso le loro vite nella società... ma come fanno a essere... be’... normali dopo così tanto tempo semiaddormentati?»
«La Tempesta Infinita» disse Syl. «Il potere ha riempito i buchi nelle loro anime, colmando i vuoti. Non si sono solo svegliati, Kaladin. Sono stati guariti. Connessione rifondata, Identità ripristinata. In tutto questo c’è molto di più di quanto avessimo mai immaginato. In qualche modo, quando li avete sconfitti, avete sottratto loro l’abilità di cambiare forma. Avete letteralmente strappato via un pezzo delle loro anime e lo avete nascosto.» Si voltò bruscamente. «Sta tornando. Io resterò nei paraggi, nel caso ti servisse una Lama.»
Syl se ne andò, sfrecciando dritta in aria come un nastro di luce. Kaladin continuò a procedere dietro la colonna, meditando sulle sue parole prima di accelerare il passo e andarsi a mettere dietro il suo carceriere.
«Agite in modo astuto, per certi versi» osservò Kaladin. «Fate bene a viaggiare di notte. Ma state seguendo il letto di quel fiume laggiù. So che questo fornisce più alberi e posti più sicuri dove accamparvi, ma è letteralmente il primo posto in cui qualcuno verrebbe a cercarvi.»
Diversi altri parshi lì attorno gli scoccarono delle occhiate. Il suo carceriere non disse nulla.
«Anche un gruppo così numeroso è un problema» aggiunse Kaladin. «Dovreste dividervi in gruppi più piccoli e incontrarvi ogni mattina, così che, se doveste essere notati, sembrereste meno minacciosi. Potreste dire di essere stati mandati da qualche parte da un occhichiari e i viaggiatori forse vi lascerebbero andare. Se dovessero imbattersi in tutti e settanta assieme, questa scusa non reggerebbe. Questo naturalmente supponendo che non vogliate combattere... cosa che non volete. Se doveste combattere, loro faranno appello agli altiprincipi contro di voi. Per adesso hanno problemi più grossi.»
Il suo carceriere grugnì.
«Io posso aiutarvi» disse Kaladin. «Può darsi che non capisca cosa avete passato, ma so cosa significa fuggire.»
«Credi che mi fiderei di te?» chiese infine il parshi. «Tu vorrai che noi veniamo catturati.»
«Non sono certo di volerlo» disse Kaladin sinceramente.
Il suo carceriere non aggiunse altro e Kaladin sospirò, tornando ad attardarsi in fondo alla colonna. Perché la Tempesta Infinita non aveva dato a questi parshi poteri come a quelli sulle Pianure Infrante? Che ne era delle storie tramandate nelle scritture e per tradizione? E le Desolazioni?
Dopo un po’ si fermarono per un’altra pausa e Kaladin trovò una roccia li- scia contro cui sedersi, annidata nella pietra. Il suo carceriere legò la corda a un albero solitario lì vicino, poi andò a consultarsi con gli altri. Kaladin si appoggiò all’indietro, perso nei suoi pensieri, finché non udì un suono. Fu sorpreso di scoprire che era la figlia del suo carceriere che si stava avvicinando. Portava un otre con due mani e si fermò appena oltre la sua portata.
Non aveva scarpe e il tragitto finora non era stato clemente con i suoi piedi che – per quanto callosi e resistenti – erano comunque segnati da tagli e graffi. La ragazzina posò timidamente l’otre a terra, poi indietreggiò. Non fuggì come Kaladin si sarebbe aspettato quando lui allungò una mano per afferrare l’otre.
«Grazie» le disse, poi prese una sorsata. L’acqua era pura e limpida: pareva che i parshi sapessero come accamparsi e prendere l’acqua. Ignorò il brontolio del suo stomaco.
«Ci daranno davvero la caccia?» chiese la ragazzina.
Alla luce verde pallido di Mishim, Kaladin stabilì che non era così timida come aveva ritenuto all’inizio. Era nervosa, ma incontrò comunque il suo sguardo.
«Perché non possono lasciarci andare e basta?» chiese. «Non potresti tornare indietro a dirglielo? Noi non vogliamo guai. Vogliamo solo andare via.»
«Verranno» disse Kaladin. «Mi dispiace. Hanno molto da fare per ricostruire e vorranno la forza lavoro in più. Siete una... risorsa che non possono semplicemente ignorare.»
Gli umani a cui aveva fatto visita non sapevano di doversi aspettare qualche terribile esercito di Nichiliferi; molti pensavano che i loro parshi fossero semplicemente fuggiti nella confusione.
«Ma perché?» disse lei tirando su col naso. «Cosa gli abbiamo fatto?»
«Avete cercato di distruggerli.»
«No. Noi siamo gentili. Lo siamo sempre stati. Io non ho mai colpito nessuno, nemmeno quand’ero arrabbiata.»
«Non intendevo precisamente voi» disse Kaladin. «I vostri antenati... le persone come voi di molto tempo fa. Ci fu una guerra e...»
Tempeste, come potevi spiegare la schiavitù a una bambina di sette anni? Le gettò l’otre e lei corse di nuovo da suo padre, che aveva notato solo da poco la sua assenza. Lui rimase lì come una sagoma che si stagliava nella notte a esaminare Kaladin.
«Stanno parlando di montare il campo» gli sussurrò Syl da lì vicino. Si era intrufolata in una crepa nella roccia. «Il Nichilispren vuole farli continuare a marciare durante il giorno, ma non penso che lo faranno. Sono preoccupati che il loro grano possa andare a male.»
«Quello spren mi sta osservando in questo momento?» chiese Kaladin.
«No.»
«Allora tagliamo questa corda.»
Si voltò e nascose cosa stava facendo, poi evocò rapidamente Syl come un coltello per liberarsi. Ciò avrebbe cambiato il colore dei suoi occhi, ma sperava che al buio i parshi non l’avrebbero notato.
Syl tornò a essere uno spren con uno sbuffo. «Ora spada?» chiese. «Le sfere che ti hanno preso sono tutte esaurite, ma si disperderanno nel vedere una Lama.»
«No.» Invece Kaladin raccolse una grossa pietra. I parshi si azzittirono, notando la sua fuga. Kaladin trasportò la sua roccia per alcuni passi, poi la lasciò cadere, schiacciando un litobulbo. Pochi istanti dopo fu circondato da parshi arrabbiati che impugnavano randelli.
Kaladin li ignorò e frugò tra i resti del litobulbo. Poi sollevò un grosso pezzo di guscio.
«L’interno di questo,» disse, rigirandolo per farglielo vedere «sarà comunque asciutto malgrado la pioggia. Il litobulbo ha bisogno di una barriera tra se stesso e l’acqua all’esterno per qualche motivo, anche se sembra sempre impaziente di bere dopo una tempesta. Chi ha il mio coltello?»
Nessuno si mosse per restituirlo.
«Se raschiate via questo strato interno,» disse Kaladin picchiettando il guscio del litobulbo «potete arrivare alla parte asciutta. Ora che ha smesso di piovere, dovrei essere in grado di accendere un fuoco per tutti noi, sempre che nessuno abbia perso la mia borsa dell’acciarino. Dobbiamo bollire quel grano, poi farlo rapprendere in tortini. Non saranno saporiti ma si manterranno. Se non fate qualcosa presto, le vostre provviste marciranno
Si alzò in piedi e indicò. «Dato che siamo già qui, dovremmo essere abbastanza vicini al fiume da poter raccogliere acqua. Non scorrerà per molto altro tempo ora che le piogge sono terminate.
«I gusci di litobulbo non bruciano particolarmente bene, perciò sarà il caso di raccogliere un po’ di legna vera e asciugarla presso il fuoco durante il giorno. Possiamo mantenerlo piccolo e poi cucinare come si deve domani notte. Al buio, è meno probabile che il fumo ci tradisca, e possiamo schermare la luce tra gli alberi. Devo solo capire come cucineremo senza nessuna scodella per bollire l’acqua.» I parshi lo fissarono. Infine Khen lo spinse via dal litobulbo e prese il frammento che Kaladin aveva tenuto in mano. Kaladin notò il suo carceriere originario in piedi vicino alla roccia dove lui era stato seduto. Il parshi teneva la corda che Kaladin aveva tagliato, sfregando l’estremità tranciata con il pollice.
Dopo una breve riunione, i parshi lo trascinarono verso gli alberi che aveva indicato, gli restituirono il coltello – rimanendo lì in attesa con ogni randello che avevano – e pretesero che lui dimostrasse di saper accendere un fuoco con della legna umida. E lui lo fece.