Sanderson: Giuramento – Capitolo 16

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 16

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 16:

Giuramento capitolo 16


Poiché da questo deriva la lezione.



Da Giuramento, prefazione


Sulla lastra di pietra di fronte a Dalinar era posata una leggenda. Un’arma estratta dalle antiche nebbie del tempo e che si diceva fosse stata forgiata durante i giorni d’ombra dalla mano di Dio in persona. La Lama dell’Assassino in Bianco, recuperata da Kaladin Folgoeletto durante il loro scontro sopra la tempesta.
A un esame superficiale, era indistinguibile da una normale Stratolama. Elegante, relativamente piccola – era lunga appena cinque piedi –, sottile e ricurva come una zanna. Aveva dei motivi solo alla base della lama vicino all’elsa.
L’aveva illuminata con quattro broam di diamante, posti agli angoli della lastra di pietra simile a un altare. Quella stanzetta non aveva stratificazioni o dipinti alle pareti, perciò la Folgoluce illuminava solo lui e quella Lama aliena. Aveva un’unica particolarità.
Non c’era nessuna gemma.
Le gemme erano ciò che permetteva agli uomini di vincolare le Stratolame. Spesso fissata sul pomolo, in qualche caso invece nel punto in cui l’elsa incontrava la lama, la gemma lampeggiava la prima volta che la toccavi, dando inizio al processo. Se tenevi la Lama con te per una settimana, quella diventava tua, congedabile e in grado di tornare a tempo col battito del tuo cuore.
Questa Lama non ne aveva una. Dalinar allungò con esitazione la mano e posò le dita su quel pezzo argenteo. Era caldo al tocco, come qualcosa di vivo.
«Non urla quando la tocco» osservò.
I cavalieri, disse il Folgopadre nella sua testa, infransero i loro voti. Mancarono a ogni giuramento e così facendo uccisero i loro spren. Le altre Lame sono i cadaveri di quegli spren, motivo per cui urlano al vostro tocco. Quest’arma, invece, fu fatta direttamente dall’anima di Onore, poi data agli Araldi. È anche il segno di un giuramento, ma di un tipo diverso, e non ha una propria mente per urlare.
«E le Stratolame?» chiese Dalinar.
Sono collegate, ma diverse, rombò il Folgopadre. Non hai pronunciato i giuramenti necessari per sapere di più.
«Tu non puoi infrangere i giuramenti» disse Dalinar con le dita ancora posate sulla Onorlama. «Giusto?»
Non posso.
«E la cosa che combattiamo? Odio, l’origine dei Nichiliferi e dei loro spren.
Lui può infrangere i giuramenti?»
No, disse il Folgopadre. È di gran lunga superiore a me, ma è permeato dal potere dell’antico Adonalsium. Odio è una forza come la pressione, la gravità o il procedere del tempo. Queste cose non possono infrangere le loro stesse regole. E nemmeno lui.
Dalinar picchiettò l’Onorlama. Un frammento dell’anima stessa di Onore, cristallizzato in forma metallica. In un certo senso, la morte del loro stesso dio gli dava speranza, poiché se Onore era caduto, di sicuro poteva farlo anche Odio.
Nelle visioni, Onore aveva affidato un compito a Dalinar. Accanisciti su Odio, convincilo che può perdere e scegli un campione. Lui correrà quell’azzardo invece di rischiare un’altra sconfitta, dato che ne ha subite molte. Questo è il miglior consiglio che posso darti.
«Ho visto che il nemico sta preparando un campione» disse Dalinar. «Una creatura tenebrosa con occhi rossi e nove ombre. Il consiglio di Onore funzionerà? Posso indurre Odio ad acconsentire a un duello decisivo tra me e quel campione?»
Certo che il consiglio di Onore può funzionare, si pronunciò il Folgopadre. Egli l’ha detto.
«Intendo,» insistette Dalinar «perché potrebbe funzionare? Sembra una faccenda troppo importante per cui arrischiarsi su qualcosa di così piccolo e insignificante come il valore e la volontà degli uomini.»
Il tuo nemico non è un uomo come te, replicò il Folgopadre, con voce tonante e pensierosa. Spaventata, perfino. Egli non invecchia. Egli prova sensazioni. Egli è adirato. Ma questo non cambia e la sua rabbia non si placa. Le epoche possono trascorrere e lui rimane lo stesso.
Combattere direttamente potrebbe far entrare in campo forze in grado di ferirlo, come è stato ferito in passato. Quelle cicatrici non guariscono. Scegliere un campione e poi perdere gli costerebbe soltanto del tempo. Di quello ne ha in abbondanza. Tuttavia non acconsentirà facilmente, ma è possibile che acconsenta. Sempre che quell’alternativa gli venga presentata al momento giusto, nel modo giusto. Allora sarà vincolato.
«E noi vinceremo...»
Del tempo, riprese il Folgopadre. Che, anche se per lui è insignificante, è la cosa più preziosa che un uomo possa avere.
Dalinar fece scivolare l’Onorlama giù dalla lastra. Su un lato della stanza, il terreno era tagliato da un condotto. Ampio due piedi, era uno tra i molti strani buchi, corridoi e angoli segreti che avevano trovato nella città-torre. Probabilmente faceva parte di un sistema di fognature; a giudicare dalla ruggine ai margini del foro, lì un tempo doveva esserci stato un tubo metallico che collegava il buco di pietra nel pavimento a uno nel soffitto.
Una delle preoccupazioni principali di Navani era capire come funzionava tutto ciò. Per ora si erano arrangiati usando intelaiature in legno per trasformare certe grandi aree comuni con antichi bagni in latrine. Non appena avessero avuto più Folgoluce, i loro Animutanti si sarebbero occupati dei rifiuti, come avevano fatto nei campi militari.
Navani trovava quel sistema grossolano. Latrine comuni a volte con lunghe code rendevano una città inefficiente e lei affermava che quei tubi rimandavano a un diffuso sistema di condutture a scopo igienico. Era esattamente il tipo di progetto civico su grande scala che la coinvolgeva: lui non aveva mai conosciuto nessuno che si entusiasmasse per un sistema fognario più di Navani Kholin. Per il momento, quel tubo era vuoto. Dalinar si inginocchiò e calò la spada nel buco, facendola scivolare in un fodero di pietra che aveva intagliato nel lato. Il margine superiore del buco nascondeva alla vista l’elsa sporgente: sarebbe stato necessario allungare la mano e tastare all’interno del foro per trovare l’Onorlama. Si alzò in piedi, poi raccolse le sue sfere e si accinse a uscire. Odiava lasciarla lì, ma non riusciva a pensare a nulla di più sicuro. Le sue stanze non lo sembravano ancora abbastanza: non aveva una camera di sicurezza e un drappello di guardie avrebbe solo attirato l’attenzione. A parte Kaladin, Navani e il Folgopadre stesso, nessun altro sapeva che Dalinar ce l’aveva. Se avesse celato i suoi movimenti, non c’era praticamente alcuna possibilità che la Lama venisse scoperta in quella sezione vuota della torre.
Cosa ne farai? chiese il Folgopadre mentre Dalinar entrava nei corridoi vuoti. È un’arma senza eguali. Il dono di un dio. Con essa, saresti un Corrivento senza i giuramenti. E ancora di più. Più di quanto gli uomini possano mai capire. Quasi come un Araldo.
«Motivo in più» disse Dalinar «per riflettere molto attentamente prima di usarla. Anche se non mi dispiacerebbe che la tenessi d’occhio per me.»
Il Folgopadre si mise realmente a ridere. Credi che possa vedere ogni cosa?
«Era solo che pensavo... La mappa che abbiamo creato...»
Vedo ciò che viene lasciato fuori nelle tempeste, e anche quello in modo fosco. Non sono un dio, Dalinar Kholin. Non più di quanto la tua ombra sul muro sia te.
Dalinar raggiunse i gradini che scendevano, poi percorse quella scala a chiocciola, tenendo un broam per farsi luce. Se il capitano Kaladin non fosse tornato presto, l’Onorlama avrebbe fornito un’altra maniera per accedere ai Corrivento, un modo per giungere rapidamente a Thaylen o ad Azir. Oppure per far arrivare il drappello di Elhokar a Kholinar. Il Folgopadre aveva anche confermato che era in grado di azionare le Giuriporte, cosa che si poteva rivelare utile.
Dalinar raggiunse sezioni più popolate della torre, che brulicavano di attività. Gli assistenti di un cuoco trasportavano provviste dal magazzino appena all’interno dei cancelli della torre, un paio di uomini dipingevano strisce sul pavimento come guide, famiglie di soldati stazionavano in un corridoio particolarmente ampio, sedute su casse lungo il muro a osservare bambini che facevano rotolare delle sfere di legno giù per una pendenza fino a una camera che probabilmente era stata un altro bagno.
Vita. Un posto così strano per farne una casa, eppure era una trasformazione che avevano già compiuto con le brulle Pianure Infrante. Quella torre non sarebbe stata così diversa, sempre che fossero riusciti a proseguire con le operazioni di coltivazione sulle Pianure Infrante. E sempre che avessero abbastanza Folgoluce per continuare a far funzionare quelle Giuriporte.
Lui si distingueva dagli altri, con in mano una sfera. Le guardie pattugliavano con le lanterne. I cuochi lavoravano alla luce di lampade a olio, ma le loro riserve cominciavano a scarseggiare. Le donne che sorvegliavano i bambini e rammendavano calze usavano solo la luce di poche finestre lungo la parete.
Dalinar passò vicino alle sue stanze. Le guardie del giorno, lancieri del Ponte Tredici, attendevano lì fuori. Fece loro cenno di seguirlo.
«Va tutto bene, luminobile?» chiese uno, affrettandosi a raggiungerlo. Parlava con un lento biascichio: l’accento di Koron, che si trovava vicino alle montagne del Creasole nell’Alethkar centrale.
«Bene» disse Dalinar conciso, cercando di capire che ora fosse. Quanto tempo aveva passato a parlare con il Folgopadre?
«Buono, buono» disse la guardia, tenendo la lancia lievemente appoggiata contro la spalla. «Non vorrei mai che vi accadesse qualcosa. Mentre siete fuori. Da solo. Nei corridoi. Quando dite che nessuno deve andare in giro da solo.»
Dalinar fissò l’uomo. Era rasato, un po’ pallido per essere un Alethi, e aveva capelli castano scuro. Pensò distrattamente che era apparso diverse volte tra le sue guardie durante l’ultima settimana circa. Gli piaceva far rotolare una sfera sulle nocche per quella che Dalinar considerava un’abitudine distensiva.
«Come ti chiami?» chiese quest’ultimo mentre camminavano.
«Rial» disse l’uomo. «Ponte Tredici.» Il soldato alzò una mano e gli rivolse un saluto preciso, così attento che poteva essere stato fatto da uno degli ufficiali migliori, tranne per il fatto che mantenne la stessa espressione svogliata.
«Be’, sergente Rial, io non ero da solo» disse Dalinar. «Dove hai preso quest’abitudine di mettere in discussione gli ufficiali?»
«Non è un’abitudine se lo fai una volta sola, luminobile.»
«E tu l’hai fatto soltanto una volta?»
«Con voi?»
«Con chiunque.»
«Be’,» disse Rial «quelle non contano, luminobile. Sono un uomo nuovo. Rinato nelle squadre dei ponti.»
Adorabile. «Bene, Rial, sai che ora è? Ho problemi a capirlo in questi folgorati corridoi.»
«Potete usare l’orologio che vi ha mandato luminosità Navani, signore» suggerì Rial. «Credo che siano fatti per quello, sapete.»
Dalinar gli scoccò un’altra occhiataccia.
«Non vi stavo mettendo in discussione, signore» disse Rial. «Non era una contestazione, vedete...»
Dalinar infine si voltò e si avviò di nuovo lungo il corridoio verso le sue stanze. Dov’era quel pacchetto che gli aveva dato Navani? Lo trovò su un tavolino e prese dall’interno un bracciale di cuoio piuttosto simile a quello che avrebbe indossato un arciere. Aveva due quadranti di un orologio fissati sopra. Uno mostrava l’ora con tre lancette: perfino i secondi, come se avessero importanza. L’altro era un folgorologio, che poteva essere impostato per fermarsi all’altempesta successiva prevista.
“Come sono riusciti a farli così piccoli?” si domandò scuotendo il congegno. Fissato nel cuoio c’era anche un dolorial, una gemma fabrial che avrebbe assorbito il suo dolore se vi avesse premuto la mano contro. Navani aveva lavorato su varie forme di fabrial correlati al dolore per uso chirurgico e aveva parlato di usare lui come soggetto su cui provarli.
Dalinar si fissò il congegno all’avambraccio, proprio sopra il polso. Lì si notava parecchio, avvolto attorno all’esterno della manica dell’uniforme, ma dopo- tutto si trattava di un regalo. In ogni caso, aveva un’ora prima del successivo in- contro in programma. Era il momento di dare sfogo a un po’ della sua energia irrequieta. Prese con sé le sue due guardie, poi scese di un piano fino a una delle camere più grandi nelle vicinanze degli alloggiamenti dei suoi soldati.
Quella stanza aveva stratificazioni nere e grigie alle pareti, ed era piena di uomini che si allenavano. Indossavano tutti il blu dei Kholin, anche se era solo una fascia al braccio. Per il momento, sia occhichiari sia occhiscuri si esercitavano nella stessa stanza, simulando scontri all’interno di anelli con tappetini di stoffa imbottita.
Come sempre, i suoni e gli odori delle esercitazioni confortarono Dalinar. L’odore del cuoio oliato era più dolce della fragranza di panpiatto che cuoceva in forno. Il suono delle spade da esercitazione che cozzavano l’una contro l’altra era più accogliente di una melodia di flauti. Ovunque si fosse trovato e qualunque carica avesse ricoperto, un posto del genere sarebbe sempre stato casa sua.
Trovò i maestri spadaccini riuniti presso la parete di fondo, seduti su cuscini a supervisionare i loro studenti. A parte un’illustre eccezione, avevano tutti quanti barbe squadrate, teste rasate e vesti semplici aperte sul davanti che erano legate in vita. Dalinar possedeva ferventi che erano esperti in ogni tipo di disciplina, e per tradizione ogni uomo o donna poteva andare da loro e seguire un apprendistato in una nuova abilità o mestiere. I maestri spadaccini, però, erano il suo orgoglio. Cinque dei sei uomini si alzarono e gli rivolsero un inchino. Dalinar si voltò per esaminare di nuovo la stanza. L’odore di sudore, il clangore delle armi. Erano i segnali di preparativi. Il mondo poteva essere nel caos, ma Alethkar si preparava. “Non Alethkar” pensò. “Urithiru. Il mio regno.” Tempeste, sarebbe stato difficile abituarcisi. Lui sarebbe sempre stato Alethi, ma una volta che l’annuncio di Elhokar fosse stato reso pubblico, Alethkar non sarebbe più stata sua. Ancora non aveva trovato un modo per esporre quel fatto ai suoi eserciti. Voleva dare tempo a Navani e alle sue scrivane di elaborare i termini legali precisi.
«Hai agito bene qui» disse Dalinar a Kelerand, uno dei maestri spadaccini.
«Domanda a Ivis se può espandere le aree di addestramento nelle camere adiacenti. Voglio che teniate occupate le truppe. Temo che diventino irrequiete e causino altre risse.»
«Sarà fatto, luminobile» assicurò Kelerand con un inchino.
«Vorrei trovare anch’io un compagno di esercitazione» disse Dalinar.
«Troverò qualcuno di adeguato, luminobile.»
«Che ne dici di te stesso, Kelerand?» propose Dalinar. Il maestro spadaccino sconfiggeva Dalinar due volte su tre, e anche se quest’ultimo aveva abbandonato le illusioni di diventare un giorno lo spadaccino migliore – era un soldato, non un duellante – gli piaceva la sfida.
«Naturalmente,» disse Kelerand in tono rigido «farò come il mio altoprincipe ordina, anche se avendo una scelta preferirei passare. Con tutto il dovuto rispetto, ritengo che non sarei un abbinamento adeguato per voi oggi.»
Dalinar lanciò un’occhiata verso gli altri maestri spadaccini lì in piedi, che abbassarono lo sguardo. I ferventi maestri di spada in genere non erano come le loro controparti religiose. A volte erano formali, ma con loro si poteva ridere. Di solito.
Ma erano comunque ferventi.
«Molto bene» disse Dalinar. «Trovami qualcuno con cui combattere.»
Anche se il suo congedo era rivolto solo a Kelerand, gli altri quattro si unirono a lui, allontanandosi da Dalinar. Lui sospirò, si appoggiò contro il muro e lanciò un’occhiata da un lato. Un uomo era ancora sdraiato sul suo cuscino. Aveva una barba incolta e vestiti che sembravano un ripensamento: non sporchi, ma laceri e fissati alla vita con una corda.
«Non sei offeso dalla mia presenza, Zahel?» chiese Dalinar.
«Sono offeso dalla presenza di chiunque. Tu non sei più rivoltante degli altri, signor altoprincipe.»
Dalinar si sedette su uno sgabello ad aspettare.
«Non immaginavi questo?» disse Zahel in tono divertito.
«No. Pensavo... be’, sono ferventi che combattono. Spadaccini. Soldati dentro.»
«Sei pericolosamente vicino a minacciarli con una decisione, luminobile: scegliere tra Dio e il loro altoprincipe. Il fatto che tu gli piaccia non rende la decisione più facile, ma più difficile.»
«Il loro disagio passerà» disse Dalinar. «Il mio matrimonio, per quanto ora sembri notevole, nei libri di storia sarà una semplice nota di poco conto.»
«Forse.»
«Non sei d’accordo?»
«Ogni momento delle nostre vite sembra di poco conto» osservò Zahel. «Molti vengono dimenticati, mentre altri, ugualmente modesti, diventano i punti sui quali ruota la storia. Come il bianco sul nero.»
«Bianco... sul nero?» chiese Dalinar.
«Un modo di dire. Non mi importa realmente quello che hai fatto, altoprincipe. Che sia un comportamento libertino da occhichiari oppure un grave sacrilegio, non mi riguarda in alcun modo. Ma c’è chi chiede fino a che punto hai intenzione di spingerti.»
Dalinar grugnì. Sinceramente, si era davvero aspettato che, tra tutti quanti, proprio Zahel potesse essergli d’aiuto? Si alzò e iniziò a camminare avanti e indietro, irritato per la sua stessa energia nervosa. Prima che i ferventi tornassero con qualcuno con cui farlo duellare, si diresse al centro della stanza in cerca di soldati che potesse riconoscere. Uomini che non si sarebbero sentiti a disagio a esercitarsi con un altoprincipe.
Alla fine individuò uno dei figli del generale Khal. Non lo Stratoguerriero, il capitano Halam Khal, che era il maggiore, ma il secondo: un uomo corpulento, con una testa che era sempre sembrata un po’ troppo piccola rispetto al suo corpo. Si stava stiracchiando dopo alcuni scontri.
«Aratin» disse Dalinar. «Ti sei mai esercitato con un altoprincipe?»
L’uomo più giovane si girò, poi scattò immediatamente sull’attenti. «Signore?»
«Non c’è bisogno di formalismi. Sto solo cercando un incontro.»
«Non sono equipaggiato per un duello vero e proprio, luminobile» disse lui.
«Datemi un momento.»
«Non serve» replicò Dalinar. «Mi va bene un incontro di lotta. È passato troppo tempo dall’ultimo.»
Alcuni avrebbero preferito non lottare con un uomo importante come Dalinar per paura di fargli del male. Khal aveva addestrato i suoi figli a non farsi certi scrupoli. Il giovane sorrise, mostrando un buco evidente tra i denti. «Per me va bene, luminobile. Ma sappiate che sono mesi che non perdo un incontro.»
«Bene» disse Dalinar. «Mi serve una sfida.»
I maestri spadaccini finalmente tornarono mentre Dalinar, nudo fino alla cintola, si stava mettendo delle protezioni per le gambe sopra le mutande. Quelle coperture attillate gli arrivavano solo fino alle ginocchia. Fece un cenno col capo ai maestri spadaccini – ignorando gli onorevoli occhichiari che gli avevano trovato come compagni di esercitazione – ed entrò nell’anello della lotta con Aratin Khal. Le sue guardie rivolsero ai maestri spadaccini una specie di scrollata di spalle di scuse, poi Rial fece il conto alla rovescia per l’incontro di lotta. Dalinar si scagliò immediatamente in avanti e andò a sbattere contro Khal, afferrandolo sotto le braccia e sforzandosi di tenere i piedi indietro per far perdere l’equilibrio al suo avversario. Prima o poi l’incontro di lotta sarebbe proseguito per terra, ma ogni lottatore voleva essere quello che avrebbe controllato quando e come ciò sarebbe successo.
In un incontro tradizionale di vehah era vietato afferrare i gambali e, naturalmente, i capelli, perciò Dalinar ruotò cercando di stringere l’avversario in una presa salda ed evitando al contempo che lui lo scansasse. Si mosse rapidamente, i muscoli tesi e le dita che scivolavano sulla pelle dell’altro.
Per quei momenti frenetici, riuscì a concentrarsi solo sull’incontro. La sua forza contro quella dell’avversario. Far scivolare i piedi, ruotare il proprio peso, sforzarsi di trovare un appiglio. C’era una specie di purezza in quella contesa, una semplicità che non sperimentava da quella che sembrava un’epoca.
Aratin strinse forte Dalinar, poi riuscì a ruotare, facendolo inciampare sul- la sua anca. Finirono al tappeto e Dalinar grugnì, sollevando il braccio al col- lo per impedire una presa alla gola e voltando la testa. Il vecchio addestramento lo spronò a girarsi e contorcersi prima che l’avversario potesse riuscire ad afferrarlo per bene.
Troppo lento. Erano passati anni da quando aveva lottato con regolarità. L’altro uomo si mosse assieme alla rotazione di Dalinar, rinunciò alla presa di soffocamento e lo afferrò invece sotto le braccia da dietro, premendolo giù con la faccia contro il tappeto, il suo peso sopra il corpo di Dalinar.
Questi ringhiò e, d’istinto, fece appello a quel serbatoio in più che aveva sempre avuto. Il palpito della lotta, la tensione.
L’Eccitazione. I soldati ne parlavano nel silenzio della notte, attorno ai fuochi da campo. Quella rabbia da battaglia caratteristica degli Alethi. Alcuni la definivano il potere dei loro antenati, altri la vera mentalità da soldato. Aveva guidato il Creasole alla gloria. Era il segreto manifesto del successo degli Alethi.
“No.” Dalinar stava per raggiungerla ma si fermò. Non si sarebbe dovuto preoccupare, però. Erano passati mesi da quando ricordava di aver provato l’Eccitazione, e quanto più ne era restato lontano, tanto più aveva iniziato a riconoscere che in essa c’era qualcosa di profondamente sbagliato.
Così strinse i denti e lottò – in modo giusto e pulito – con l’avversario. E venne bloccato.
Aratin era più giovane e più esperto in quello stile di combattimento. Dalinar non gli rendeva le cose facili, ma era sotto, gli mancava una leva e semplicemente non era più giovane come un tempo. Aratin lo rigirò e in poche mosse egli si ritrovò premuto contro il tappeto, le spalle a terra, completamente immobilizzato. Dalinar sapeva di essere sconfitto, ma non riusciva a decidersi a chiamare la resa. Invece si sforzò contro quella presa, i denti stretti e il sudore che gli colava lungo i lati della faccia. Divenne consapevole di qualcosa. Non l’Eccitazione... ma Folgoluce nella tasca dei pantaloni della sua uniforme, per terra accanto all’anello. Aratin grugnì, le braccia come acciaio. Dalinar sentiva l’odore del proprio sudore, della stoffa grezza del tappeto. I suoi muscoli protestavano per quel trattamento.
Sapeva di poter afferrare il potere della Folgoluce, ma il suo senso di giustizia si opponeva al semplice pensiero. Invece inarcò la schiena, trattenendo il fiato e sollevandosi con le forze che gli rimanevano, poi ruotò cercando di tornare con la faccia verso terra per avere una maggior leva con cui scappare.
L’avversario si mosse. Poi gemette e Dalinar percepì la stretta dell’uomo allentarsi... lentamente.
«Oh, per tutte le tempeste» disse una voce femminile. «Dalinar?» L’avversario lo lasciò andare all’istante, indietreggiando. Dalinar si girò, sbuffando per lo sforzo, e trovò Navani in piedi fuori dell’anello con le braccia incrociate. Le sorrise, poi si alzò e accettò un camicione takama leggero e un asciugamano da un’assistente. Mentre Aratin Khal si allontanava, Dalinar alzò un pugno verso di lui e chinò il capo, un segno che lo considerava il vincitore. «Ben fatto, figliolo.»
«Un onore, signore!»
Dalinar si gettò addosso il takama, poi si voltò verso Navani e si asciugò la fronte con l’asciugamano. «Sei venuta a vedermi esercitare?»
«Sì, proprio quello che ogni moglie adora» disse Navani. «Vedere che nel suo tempo libero al marito piace rotolarsi per terra con uomini sudati e mezzi nudi.» Lanciò un’occhiata ad Aratin. «Non dovresti lottare con avversari più vicini alla tua età?»
«Sul campo di battaglia» ribatté Dalinar «non ho il lusso di scegliere l’età del mio avversario. Meglio combattere in svantaggio qui per prepararmi.» Esitò, poi più piano aggiunse: «Comunque penso di averlo quasi battuto».
«La tua definizione di “quasi” è particolarmente ambiziosa, cuorgemma.» Dalinar accettò un otre da un’assistente. Anche se Navani e le sue assistenti non erano le uniche donne nella stanza, le altre erano ferventi. Comunque Navani, con il suo abito giallo brillante, risaltava come un fiore in un campo di pietra arida.
Mentre Dalinar passava in rassegna la stanza, notò che molti dei ferventi – non solo i maestri spadaccini – non incontravano il suo sguardo. E poi c’era Kadash, il suo ex commilitone, che parlava con i maestri spadaccini.
Lì vicino, Aratin stava ricevendo congratulazioni dai suoi amici. Bloccare al tappeto lo Spinanera era considerato un risultato notevole. Il giovane accettò le loro lodi con un sorrisetto, ma si tenne la spalla e sussultò quando qualcuno gli diede una pacca sulla schiena.
“Avrei dovuto dichiarare la resa” pensò Dalinar. Forzare la competizione li aveva messi in pericolo entrambi. Era irritato con se stesso. Aveva scelto appositamente qualcuno più giovane e più forte per poi diventare un pessimo perdente? Invecchiare era qualcosa che doveva accettare e si stava prendendo in giro se pensava davvero che ciò lo avrebbe aiutato sul campo di battaglia. Aveva ceduto la sua armatura e non portava più una Stratolama. Quando si aspettava esattamente di combattere di nuovo di persona?
“L’uomo con nove ombre.”
All’improvviso l’acqua assunse un sapore stantio nella sua bocca. Si era aspettato di affrontare il campione del nemico di persona, sempre che fosse riuscito a ottenere quella contesa a loro vantaggio. Ma non avrebbe avuto molto più sen- so affidare quel compito a qualcuno come Kaladin?
«Bene,» disse Navani «forse vorrai metterti addosso un’uniforme. La regina di Iri è pronta.»
«All’incontro mancano ancora alcune ore.»
«Lei vuole farlo adesso. A quanto pare, il suo leggimaree ha visto qualcosa nelle onde per cui un incontro anticipato è meglio. Dovrebbe contattarci da un momento all’altro.»
Folgorati Iriali! Tuttavia, lei aveva una Giuriporta... anzi due, se si contava quella nel regno di Rira, che era sotto l’influsso di Iri. Fra i tre monarchi di Iri, attualmente due re e una regina, quest’ultima aveva autorità sulla politica estera, perciò era con lei che dovevano parlare.
«A me sta bene anticipare» disse Dalinar.
«Ti aspetto nella sala di scrittura.»
«Perché?» obiettò Dalinar agitando una mano. «Non è che possa vedermi. Facciamolo qui.»
«Qui» disse Navani in tono piatto.
«Qui» ripeté Dalinar, intestardendosi. «Ne ho avuto abbastanza di camere fredde, silenziose tranne che per il raspare delle penne.»
Navani lo osservò sollevando un sopracciglio, ma ordinò alle sue assistenti di tirar fuori i loro materiali da scrittura. Si avvicinò un fervente preoccupato – forse per tentare di dissuaderla – ma, dopo qualche ordine deciso da parte di Navani, si allontanò di corsa per andarle a prendere una panca e un tavolo.
Dalinar sorrise e scelse due spade da addestramento da una rastrelliera vicino ai maestri spadaccini. Erano comuni spade lunghe di acciaio non affilate. Ne gettò una a Kadash, che la prese con un movimento fluido, ma poi la mise di fronte a sé con la punta verso il basso, appoggiando le mani sul pomolo.
«Luminobile,» disse Kadash «preferirei affidare questo incarico a un altro, dato che non mi sento particolarmente...»
«Però» disse Dalinar «io ho bisogno di un po’ di esercizio, Kadash. Come tuo padrone, esigo che tu me lo faccia fare.»
Kadash fissò Dalinar per un momento prolungato, poi esalò uno sbuffo irritato e lo seguì nell’anello. «Non sarò una grande sfida per voi, luminobile. Ho dedicato i miei anni alle scritture, non alla spada. Ero qui solo per...»
«... controllarmi. Lo so. Be’, forse sono arrugginito anch’io. Sono decenni che non combatto con una semplice spada lunga. Ho sempre avuto qualcosa di meglio.»
«Sì. Ricordo quando otteneste la vostra Lama. Il mondo stesso tremò quel giorno, Dalinar Kholin.»
«Non fare il melodrammatico» disse Dalinar. «Ero semplicemente uno di una lunga fila di idioti a cui è stata data la capacità di uccidere persone troppo facilmente.»
Rial, pur titubante, conteggiò l’inizio dell’incontro e Dalinar partì di scatto con un fendente. Kadash lo respinse con abilità, poi si spostò sul lato dell’anello. «Perdonate, luminobile, ma voi eravate diverso dagli altri. Eravate molto, ma molto più esperto sul fatto di uccidere.»
“Lo sono sempre stato” pensò Dalinar mentre girava attorno a Kadash. Era strano ricordare quel fervente come uno dei suoi soldati scelti. Allora non erano stati amici; lo erano diventati solo durante gli anni di Kadash come fervente. Navani si schiarì la gola. «Odio interrompervi mentre agitate i vostri bastoni,» disse «ma la regina è pronta per parlare con te, Dalinar.»
«Ottimo» disse quello senza distogliere gli occhi da Kadash. «Leggimi cosa dice.»
«Mentre ti stai esercitando?»
«Certo.»
Riuscì praticamente a percepire Navani alzare gli occhi al cielo. Sogghignò e si avventò di nuovo su Kadash. Lei pensava che si stesse comportando in modo sciocco. Forse era proprio così.
Stava anche fallendo. Uno alla volta, i monarchi del mondo lo stavano ignorando. Solo Taravangian di Kharbranth – noto per essere piuttosto tardo – aveva dato il consenso ad ascoltarlo. Dalinar stava sbagliando qualcosa. In una campagna militare prolungata, avrebbe dovuto costringersi a guardare i suoi problemi da una prospettiva nuova. Coinvolgere altri ufficiali perché esprimessero le loro idee. Cercare un approccio alle battaglie su un terreno differente.
Dalinar incrociò le lame con Kadash, sbattendo metallo contro metallo.
«“Altoprincipe,”» lesse Navani mentre lui combatteva «“è con stupefacente meraviglia per la grandezza dell’Unico che mi accosto a voi. Per il mondo è giunto il momento di sottoporsi a una nuova, gloriosa esperienza.”»
«Gloriosa, vostra maestà?» disse Dalinar, spazzando la gamba di Kadash. L’uomo schivò indietreggiando. «Di sicuro non potete dire che questi eventi siano i benvenuti.»
«“Ogni esperienza è la benvenuta”» giunse la risposta. «“Noi siamo l’Unico che sperimenta se stesso, e questa nuova tempesta è gloriosa perfino se porta dolore.”» Dalinar grugnì, bloccando un colpo di rovescio da parte di Kadash. Le spade emisero un forte clangore. «Non mi ero resa conto» disse Navani «che fosse così religiosa.»
«Superstizioni pagane» ribatté Kadash, scivolando all’indietro sul tappeto per allontanarsi da Dalinar. «Almeno gli Azish hanno la decenza di adorare gli Araldi, anche se commettono una blasfemia nel collocarli sopra l’Onnipotente. Gli Iriali non sono migliori degli sciamani shin.»
«Ricordo, Kadash,» disse Dalinar «quando non eri così moralista.»
«Sono stato informato che il mio permissivismo potrebbe aver contribuito a incoraggiarvi.»
«Ho sempre trovato stimolante la tua prospettiva.» Tenne lo sguardo fisso su Kadash, ma parlò a Navani. «Dille: vostra maestà, per quanto mi piacciano le sfide, temo il dolore che queste nuove... esperienze porteranno. Dobbiamo essere uniti di fronte ai pericoli imminenti.»
«Unità» disse Kadash piano. «Se questo è il vostro obiettivo, Dalinar, perché cercate di dividere il vostro stesso popolo?»
Navani cominciò a scrivere. Dalinar si avvicinò, passando la spada lunga da una mano all’altra. «Come lo sai, Kadash? Come sai che sono gli Iriali a essere i pagani?»
Kadash si accigliò. Anche se portava la barba squadrata di un fervente, quella cicatrice sulla sua testa non era l’unica cosa che lo distingueva dai suoi compagni. Loro trattavano la scherma come un’arte qualunque. Kadash aveva gli occhi inquieti di un soldato. Quando duellava, continuava a guardare ai lati, in caso qualcuno cercasse di attaccarlo da quelle parti. Una cosa impossibile in singolar tenzone, ma fin troppo probabile su un campo di battaglia.
«Come potete chiedere questo, Dalinar?»
«Perché è giusto che venga chiesto» rispose quello. «Tu affermi che l’Onnipotente è Dio. Perché?»
«Semplicemente perché lo è
«Questo per me non è sufficiente» disse Dalinar, rendendosi conto per la prima volta che era vero. «Non più.»
Il fervente ringhiò, poi fece un balzo in avanti, stavolta attaccando con vera determinazione. Dalinar saltellò all’indietro, respingendolo, mentre Navani leggeva a voce alta.
«“Altoprincipe, sarò sincera. Il Triumvirato degli Iriali concorda. Alethkar non ha avuto alcuna prominenza nel mondo fin dalla caduta del Creasole. Il potere di coloro che controllano la nuova tempesta, d’altro canto, è innegabile. I termini da loro offerti sono generosi.”»
Dalinar si fermò di colpo, esterrefatto. «Vorreste schierarvi con i Nichiliferi?» chiese rivolto a Navani, ma poi fu costretto a difendersi da Kadash, che non aveva smesso di combattere.
«Cosa c’è?» disse Kadash, facendo cozzare la sua lama contro quella di Dalinar. «Siete sorpreso che qualcuno sia disposto a schierarsi con il male, Dalinar? Che qualcuno scelga oscurità, superstizione ed eresia invece della luce dell’Onnipotente?»
«Io non sono un eretico.» Dalinar sbatté via la lama di Kadash, ma non prima che il fervente mettesse a segno un colpo sul suo braccio. La botta fu forte e, an- che se le spade erano smussate, di sicuro avrebbe formato il livido.
«Avete appena ammesso di dubitare dell’Onnipotente» disse Kadash. «Dopo questo, cosa resta?»
«Non lo so» rispose Dalinar. Si avvicinò. «Non lo so, e questo mi terrorizza, Kadash. Ma Onore mi ha parlato e ha confessato di essere stato sconfitto.»
«Si diceva che i principi dei Nichiliferi» replicò Kadash «fossero in grado di accecare gli occhi degli uomini. Per inviare loro menzogne, Dalinar.»
Si precipitò in avanti agitando la spada, ma l’altro balzò all’indietro, arretrando lungo il margine dell’anello dei duelli.
«“Il mio popolo”» disse Navani, leggendo la risposta della regina di Iri «“non vuole la guerra. Forse il modo per impedire un’altra Desolazione è lasciare che i Nichiliferi prendano ciò che desiderano. Dalle nostre cronache, per quanto frammentarie, pare che questa sia l’unica alternativa che gli uomini non hanno mai esplorato. Un’esperienza voluta dall’Unico che abbiamo rifiutato.”»
Navani alzò lo sguardo, evidentemente sorpresa di leggere quelle parole tanto quanto Dalinar lo era nell’ascoltarle. La penna continuò a scrivere. «“Inoltre”» aggiunse «“abbiamo motivo per non fidarci della parola di un ladro, altoprincipe Kholin.”»
Dalinar mugugnò. Allora era questo il punto: la Stratopiastra di Adolin. Dalinar lanciò un’occhiata a Navani. «Scopri di più, cerca di rabbonirli.»
Lei annuì e cominciò a scrivere. Dalinar digrignò i denti e caricò di nuovo Kadash. Il fervente intercettò la sua spada, poi afferrò il suo takama con la mano libera e lo tirò più vicino, faccia a faccia.
«L’Onnipotente non è morto» sibilò Kadash.
«Un tempo mi avresti dato consigli. Ora mi guardi disgustato. Cos’è successo al fervente che conoscevo? Un uomo che aveva vissuto una vita vera, che non aveva semplicemente osservato il mondo da alte torri e monasteri?»
«Ha paura» disse Kadash piano. «Di aver forse fallito nel suo compito più solenne verso un uomo che ammira profondamente.»
I loro occhi si incontrarono, le spade ancora bloccate, ma nessuno dei due cercava realmente di spingere l’altro. Per un attimo, Dalinar vide in Kadash l’uomo che era sempre stato. Il modello gentile e comprensivo di tutto ciò che c’era di buono nella Chiesa vorin.
«Datemi qualcosa da riportare ai curati della Chiesa» implorò Kadash. «Ritrattate la vostra insistenza sulla morte dell’Onnipotente. Se lo farete, posso convincerli ad accettare il matrimonio. Altri re hanno fatto di peggio e hanno conservato il sostegno della Chiesa vorin.»
L’altoprincipe assunse un’espressione decisa, poi scosse il capo.
«Dalinar...»
«Le bugie non fanno bene a nessuno, Kadash» disse l’altro indietreggiando.
«Se l’Onnipotente è morto, fingere altrimenti è pura stupidità. Ci serve vera speranza, non fede nelle menzogne.»
In giro per la stanza, non pochi uomini avevano interrotto i loro scontri per osservare o ascoltare. I maestri spadaccini si erano avvicinati dietro Navani, che stava ancora scambiando qualche parola diplomatica con la regina di Iri.
«Non gettate via tutto ciò in cui abbiamo creduto a causa di qualche sogno, Dalinar» lo esortò Kadash. «Che ne sarebbe della nostra società, della nostra tradizione
«Tradizione?» ribatté Dalinar. «Kadash, ti ho mai parlato del mio primo maestro di spada?»
«No» disse Kadash accigliandosi e lanciando un’occhiata agli altri ferventi.
«È stato Rembrinor?»
Dalinar scosse il capo. «Quando ero giovane, il nostro ramo della famiglia Kholin non aveva imponenti monasteri e bellissimi terreni per l’allenamento. Mio padre mi trovò un insegnante a due cittadine di distanza. Si chiamava Harth. Un tipo giovane, non un vero maestro spadaccino... ma piuttosto bravo.
«Era molto focalizzato sulle procedure corrette e non voleva lasciarmi allenare finché non avessi imparato come indossare un takama nel modo giusto.» Dalinar fece un gesto verso il camicione takama che stava indossando. «Non mi avrebbe consentito di combattere così. Ti metti la gonna, poi la sovracamicia, poi ti avvolgi attorno la cintura di stoffa per tre volte e la leghi.
«Io lo trovavo sempre irritante. La cintura era troppo stretta, avvolta tre volte: dovevi tirarla così forte da avere abbastanza gioco per legare il nodo. La prima volta che partecipai ai duelli in una città vicina, mi sentivo un idiota. Tutti gli altri avevano le estremità della cintura che pendevano lunghe sul davanti dei loro takama.
«Domandai a Harth perché noi la legassimo diversamente. Lui rispose che era il modo giusto, il modo vero. Così, quando i miei viaggi mi portarono nella città natale di Harth, andai a cercare il suo maestro, un uomo che si era addestrato con i ferventi a Kholinar. Lui insistette che quello era il modo giusto per legare un takama, come aveva appreso a sua volta dal suo maestro.»
A quel punto, avevano attirato una folla ancora più numerosa. Kadash si accigliò. «E qual è il punto?»
«Trovai il maestro del maestro del mio maestro a Kholinar dopo che la conquistammo» disse Dalinar. «Quel fervente attempato e incartapecorito stava mangiando curry e panpiatto, del tutto incurante di chi governasse la città. Glielo chiesi. Perché legare la cintura tre volte quando chiunque altro pensa che si dovrebbe fare due volte?
«Il vecchio rise e si alzò in piedi. Rimasi sorpreso nel vedere che era incredibilmente basso. “Se la lego solo due volte,” esclamò “le estremità pendono così in basso che inciampo!”»
Sulla stanza calò il silenzio. Lì vicino un soldato ridacchiò, ma si interruppe quasi subito: nessuno dei ferventi sembrava divertito.
«Amo la tradizione» disse Dalinar a Kadash. «Ho combattuto per la tradizione. Impongo ai miei uomini di seguire i codici. Difendo le virtù vorin. Ma il solo fatto che una cosa sia tradizione non la rende degna, Kadash. Non possiamo presumere che solo perché una cosa è vecchia sia anche giusta
Si voltò verso Navani.
«Non sta ascoltando» disse lei. «Insiste che sei un ladro di cui non ci si può fidare.»
«Vostra maestà» disse Dalinar. «Sono portato a credere che lascereste cadere nazioni e massacrare uomini a causa di un insignificante dissidio del passato. Se i miei rapporti con il regno di Rira vi stanno portando a considerare il sostegno ai nemici di tutta l’umanità, forse prima potremmo discutere una riconciliazione personale.»
Navani annuì a quelle parole, anche se lanciò un’occhiata agli spettatori e inarcò un sopracciglio. Pensava che tutto questo andasse fatto in privato. E forse aveva ragione. Allo stesso tempo, Dalinar sentiva di avere bisogno di tutto ciò. Non riusciva a spiegare il perché.
Sollevò la spada verso Kadash in segno di rispetto. «Abbiamo finito qui?» In risposta, Kadash si precipitò di corsa verso di lui con la spada alzata. Dalinar sospirò, poi si lasciò toccare sulla sinistra, ma terminò lo scambio con l’ar- ma spianata contro il collo di Kadash.
«Questo non è un colpo valido in un duello» disse il fervente.
«Non sono un granché come duellante di questi tempi.»
Il fervente bofonchiò, poi sbatté via l’arma di Dalinar e si avventò contro di lui. Ma questi afferrò Kadash per il braccio, poi lo fece ruotare con il suo stesso slancio. Lo sbatté a terra e lo tenne fermo lì.
«Il mondo sta finendo, Kadash» disse Dalinar. «Non posso fare semplicemente affidamento sulla tradizione. Ho bisogno di sapere perché. Convincimi. Offrimi la prova di quello che dici.»
«Non dovreste aver bisogno di una prova nell’Onnipotente. Parlate proprio come vostra nipote!»
«Lo prendo come un complimento.»
«E... e gli Araldi?» disse Kadash. «Negate anche quelli, Dalinar? Erano servi dell’Onnipotente e la loro esistenza dimostrava la sua. Avevano potere
«Potere?» disse Dalinar. «Come questo?»
Risucchiò Folgoluce. Un mormorio si levò dagli astanti quando Dalinar cominciò a risplendere, poi fece... qualcos’altro. Diede ordini alla Luce. Quando si alzò, lasciò Kadash bloccato a terra in una pozza di Radiosità che lo tenne lì fermo, legandolo alla pietra. Il fervente si contorse, inerme.
«I Cavalieri Radiosi sono tornati» disse Dalinar. «E sì, io accetto l’autorità degli Araldi. Accetto che un tempo ci sia stato un essere chiamato Onore: l’Onnipotente. Lui ci aiutò e sarei lieto di avere di nuovo il suo aiuto. Se puoi dimostrarmi che il Vorinismo nella sua forma attuale è ciò che gli Araldi insegnarono, parleremo di nuovo.»
Gettò la spada da una parte e si avvicinò a Navani.
«Bello spettacolo» disse lei piano. «Era a beneficio della stanza e non solo di Kadash, presumo?»
«I soldati devono sapere qual è la mia posizione in relazione alla Chiesa. Cosa dice la nostra regina?»
«Nulla di buono» borbottò lei. «Dice che puoi contattarla con un accordo per la restituzione dei beni rubati e lei ci rifletterà.»
«Donna folgorata» esclamò Dalinar. «Vuole la Stratopiastra di Adolin. Quanto è valida la sua rivendicazione?»
«Non molto» disse Navani. «Tu l’hai ottenuta tramite matrimonio, e con una occhichiari di Rira, non di Iri. Sì, gli Iriali affermano che la loro nazione sorella è una vassalla, ma perfino se la rivendicazione non fosse contestata, la regina non ha alcuna reale parentela con Evi o suo fratello.»
Dalinar grugnì. «Rira non è mai stata abbastanza forte da provare a pretendere la restituzione della Piastra. Ma se ciò porterà Iri dalla nostra parte, io lo valuterei. Forse posso acconsentire a...» Si interruppe. «Aspetta. Cos’hai detto?»
«Eh?» disse Navani. «Su... Oh, giusto. Tu non puoi sentire il suo nome.»
«Ripetilo» mormorò Dalinar.
«Cosa?» disse Navani. «Evi?» I ricordi sbocciarono nella testa di Dalinar. Barcollò, poi si afflosciò contro lo scrittoio, sentendosi come se fosse stato colpito in testa con un martello. Navani mandò a chiamare i medici, sottintendendo che il duello lo avesse spossato.
Non era quello. Era invece il bruciore nella sua mente, il trauma improvviso di una parola pronunciata.
Evi. Poteva sentire il nome di sua moglie. E all’improvviso ricordò il suo volto.