Sanderson: Giuramento – Capitolo 15

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 15

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 15:

Giuramento capitolo 15


Enuncerò solo la pura, perfino brutale verità. Dovete sapere cos’ho fatto e cosa quelle azioni mi sono costate.



Da Giuramento, prefazione


«Il corpo del luminobile Perel è stato trovato nella stessa zona di quello di Sadeas» disse Shallan, camminando avanti e indietro per la sua stanza mentre sfogliava le pagine del rapporto. «Questa non può essere una coincidenza. Questa torre è troppo grande. Perciò sappiamo dove si aggira l’assassino.»
«Sì, immagino di sì» confermò Adolin. Era stravaccato con la schiena contro la parete, la giacca sbottonata mentre lanciava una pallina di cuoio piena di grano secco in aria per poi riprenderla al volo. «Penso solo che i delitti possano essere stati compiuti da due persone diverse.»
«Lo stesso preciso metodo di uccisione» obiettò Shallan. «Il corpo posizionato nello stesso modo.»
«Non c’è nient’altro che li colleghi» disse Adolin. «Sadeas era melma, odiato dai più e solitamente accompagnato dalle guardie. Perel era un tipo tranquillo, molto apprezzato e noto per la sua capacità di gestione. Era un amministratore più che un soldato.»
Ormai il sole era tramontato del tutto e avevano messo delle sfere sul pavimento per fare un po’ di luce. I resti del loro pasto erano stati portati via da un servitore e Schema canticchiava allegro sulla parete vicino alla testa di Adolin. Ogni tanto Adolin gli lanciava un’occhiata, sembrando a disagio, cosa che Shallan comprendeva appieno. Lei si era abituata a Schema, ma le sue linee erano strane. “Aspetta finché Adolin non vedrà un Criptico nella forma di Shadesmar,” pensò “con un corpo completo ma forme distorte al posto della testa.”
Adolin lanciò la pallina cucita in aria e la prese con la mano destra... quella che Renarin, sorprendentemente, aveva guarito. Shallan non era l’unica che si stava addestrando con i suoi poteri. Era particolarmente lieta che qualcun altro avesse una Stratolama ora. Quando le altempeste fossero tornate e avessero ricominciato a far funzionare la Giuriporta sul serio, lei avrebbe avuto un aiuto.
«Questi rapporti» disse Shallan, picchiettando il quaderno contro la mano «sono allo stesso tempo esplicativi e inutili. Nulla collega Perel e Sadeas tranne che entrambi erano occhichiari... Quello, e la parte della torre in cui si trovavano. Forse è stata la semplice opportunità a spingere l’assassino a scegliere le sue vittime.»
«Stai dicendo che qualcuno si è trovato a uccidere un altoprincipe» chiese Adolin «per caso? Come... un omicidio in un vicolo fuori da una taverna?»
«Forse. Luminosità Aladar qui propone che tuo padre stabilisca alcune regole per le persone che si spostano da sole attraverso parti vuote della torre.»
«Io continuo a pensare che potrebbero esserci due assassini» disse Adolin.
«Sai... magari qualcuno che ha visto Sadeas morto e ha pensato di poter uccidere qualcun altro e passarla liscia, dando la colpa al primo.»
“Oh, Adolin” pensò Shallan. Era arrivato a una teoria che gli piaceva e ora non voleva lasciarla andare. Era un errore comune da cui i libri scientifici di Shallan mettevano in guardia.
Adolin aveva ragione su una cosa, però: era improbabile che l’assassinio di un altoprincipe accadesse per caso. Non c’era alcun segno che la Stratolama di Sadeas, Giuramento, fosse usata da qualcuno, nemmeno delle voci.
“Forse la seconda morte è una specie di diversivo?” pensò Shallan sfogliando di nuovo il rapporto. “Un tentativo di farle sembrare aggressioni casuali?” No, era troppo arzigogolato, e lei non aveva più prove di quante ne avesse Adolin per la sua teoria.
Questo la induceva a riflettere. Forse tutti stavano prestando attenzione a quelle due morti perché si era trattato di occhichiari importanti. Potevano esserci altre morti che non erano state notate perché avevano riguardato persone meno in vista? Se un mendicante fosse stato trovato nel proverbiale vicolo dietro una taverna suggerito da Adolin, qualcuno vi avrebbe fatto caso, perfino se fosse stato accoltellato all’occhio?
“Devo andar fuori tra loro e vedere cosa riesco a trovare.” Shallan aprì bocca per dirgli che probabilmente era il momento di coricarsi, ma lui si era già alzato e si stava stiracchiando.
«Credo che abbiamo fatto tutto il possibile con quello» disse lui, indicando il rapporto con il capo. «Almeno per stanotte.»
«Sì» confermò Shallan, simulando uno sbadiglio. «Probabilmente.»
«Allora...» disse Adolin, poi prese un respiro profondo. «C’è... qualcos’altro.»
Shallan si accigliò. Qualcos’altro? Perché tutt’a un tratto Adolin aveva l’aria di apprestarsi a fare qualcosa di difficile?
“Sta per rompere il fidanzamento!” pensò una parte della sua mente, anche se Shallan balzò su quell’emozione e la ricacciò dietro le quinte, nel posto che le competeva.
«D’accordo, questo non è facile» disse Adolin. «Non è mia intenzione offendere, Shallan. Ma... sai che ti ho fatto mangiare quel cibo da uomini?»
«Uhm, sì. Se la mia lingua sarà particolarmente pungente nei prossimi giorni, darò la colpa a te.»
«Shallan, c’è qualcosa di analogo di cui dobbiamo parlare. Qualcosa su di te che non possiamo ignorare e basta.»
«Io...» “Io ho ucciso i miei genitori. Ho trapassato il petto di mia madre e ho strangolato mio padre mentre gli cantavo una canzone.”
«Tu» disse Adolin «hai una Stratolama.»
“Non volevo ucciderla. Ho dovuto. Ho dovuto.”
Adolin la afferrò per le spalle e lei sussultò, concentrandosi su di lui. Stava... sorridendo?
«Tu hai una Stratolama, Shallan! Una nuova. È incredibile. Io ho sognato per anni di guadagnarmi la mia Lama! Così tanti uomini coltivano quello stesso sogno per tutta una vita senza mai vederlo realizzato. E invece tu ne hai una!»
«Ed è una cosa buona, giusto?» disse lei, saldamente nella sua stretta con le braccia tenute lungo il corpo.
«Certo che sì!» esclamò Adolin lasciandola andare. «Ma, voglio dire, tu sei una donna.»
«Da cosa l’hai capito? Dal trucco... o forse dal vestito? Oh, è stato il seno, vero? È sempre quello a tradirci.»
«Shallan, questa è una faccenda seria.»
«Lo so» disse lei, calmando i propri nervi. «Sì, Schema può diventare una Stratolama, Adolin. Non capisco cosa abbia a che fare questo con tutto il resto. Non posso cederla... Folgopadre. Tu vuoi insegnarmi come usarla, vero?»
Lui sogghignò. «Hai detto che anche Jasnah era una Radiosa. Donne che ottengono Stratolame. È bizzarro, ma non è qualcosa che possiamo ignorare. E la Piastra? Hai anche quella nascosta da qualche parte?»
«Non che io sappia» disse lei. Il cuore le stava battendo forte, la pelle stava diventando fredda e i muscoli tesi. Cercò di opporsi a quella sensazione. «Non so da dove venga la Piastra.»
«So che non è femminile, ma chi se ne importa? Tu hai una spada: dovresti sapere come maneggiarla e le usanze possono andare alla Dannazione. Ecco, l’ho detto.» Prese un respiro profondo. «Intendo, il piccolo pontiere può aver- ne una, e lui è occhiscuri. Be’, lo era. Comunque, non è così diverso da quello.»
“Grazie” pensò Shallan “per aver considerato tutte le donne allo stesso livello dei popolani.” Ma trattenne la lingua. Era evidente che si trattava di un mo- mento importante per Adolin e lui stava cercando di mostrare apertura mentale. Ma... pensare a quello che aveva fatto la addolorava. Impugnare l’arma sarebbe stato peggio. Molto peggio.
Voleva nascondersi. Ma non poteva. Quella verità rifiutava di staccarsi dalla sua mente. Poteva spiegare? «Sì, hai ragione, ma...»
«Grandioso!» esclamò Adolin. «Grandioso. Ho portato le guardie da lama così non ci faremo male. Le ho lasciate dalle sentinelle. Andrò a prenderle.»
Un attimo dopo era uscito. Shallan rimase con la mano protesa verso di lui, le obiezioni che le morivano sulle labbra. Raggomitolò le dita e si portò la mano al petto, nel quale il cuore palpitava forte.
«Hmmm» disse Schema. «Questo è bene. Questo dev’essere fatto.»
Shallan attraversò di corsa la stanza fino allo specchietto che aveva appeso alla parete. Si guardò: aveva gli occhi sgranati e i capelli erano un completo disastro. Iniziò ad ansimare in modo rapido e brusco. «Non posso...» disse. «Non posso essere questa persona, Schema. Non posso semplicemente impugnare la spada. Essere una specie di cavaliere scintillante su una torre che recita il ruolo del leader.»
Schema canticchiò piano una melodia che lei era giunta a riconoscere come segno di confusione. Il disorientamento di una specie che cercava di compren- dere la mente di un’altra. Il sudore colò lungo il volto di Shallan, scorrendole ac- canto all’occhio mentre si osservava. Cosa si aspettava di vedere? Il pensiero di avere una crisi di fronte a Adolin aumentò la sua tensione. Ogni muscolo si irrigidì e gli angoli della sua visuale iniziarono a oscurarsi. Poteva vedere solo davanti a sé e aveva voglia di correre, di andare da qualche parte. Essere lontana.
“No. No, solo essere qualcun altro.”
Le mani tremanti, si precipitò a tirar fuori il suo taccuino da disegno. Strappò delle pagine, gettandole da una parte per raggiungerne una vuota, poi prese la sua matita di carboncino.
Schema si staccò da lei, una palla fluttuante di linee mutevoli, ronzando di preoccupazione. «Shallan? Per favore. Cosa c’è che non va?»
“Io posso nascondermi” pensò Shallan, disegnando a un ritmo frenetico. “Shallan può fuggire e lasciare qualcuno al suo posto.”
«È perché tu mi odi» disse Schema piano. «Io posso morire Shallan. Posso andarmene. Loro ti manderanno un altro da vincolare.»
Nella stanza cominciò a levarsi un gemito acuto, che Shallan non riconobbe immediatamente come proveniente dal fondo della propria gola. Le parole di Schema erano come coltelli nel suo fianco. “No, per favore. Disegna e basta.”
Veil. Veil non avrebbe avuto problemi a impugnare una spada. Non aveva l’anima spezzata di Shallan e non aveva ucciso i suoi genitori. Sarebbe stata in grado di farlo.
No. No, come avrebbe reagito Adolin se fosse tornato e avesse trovato una donna completamente diversa nella stanza? Lui non poteva sapere di Veil. Le linee che tracciava, grezze e frastagliate per la matita tremante, presto presero la forma della sua stessa faccia. Ma i capelli erano acconciati in una crocchia. Una donna posata, non volubile come Shallan e non così involontariamente sciocca. Una donna che non era stata protetta. Una donna abbastanza dura, abbastanza forte da impugnare questa spada. Una donna come... come Jasnah.
Sì, il sorriso sfuggente di Jasnah, la sua compostezza e la sua sicurezza di sé. Shallan delineò il proprio volto con quegli ideali, creandone una versione più dura. Lei poteva... poteva essere questa donna?
“Devo esserlo” pensò Shallan attingendo Folgoluce dalla sua cartella, poi esa- landola in uno sbuffo attorno a sé. Si mise dritta mentre il cambiamento si consolidava. Il suo cuore rallentò e si asciugò il sudore dalla fronte, poi con calma slacciò la manica della manosalva, gettò da una parte la sciocca tasca ulteriore che aveva legato attorno alla mano all’interno, poi arrotolò la manica all’indietro per mostrare la sua mano ancora guantata.
Poteva andar bene. Adolin non poteva certo aspettarsi che lei si mettesse gli abiti da esercitazione. Acconciò i capelli in una crocchia e la fissò con delle forcine prese dalla cartella.
Quando Adolin tornò nella stanza un attimo dopo, trovò una donna calma e misurata che non era proprio Shallan Davar. “Il suo nome è luminosità Radio- sa” pensò lei. “Si farà chiamare solo con il suo titolo.
Adolin portò due pezzi di metallo lunghi e sottili che in qualche modo potevano fondersi con la parte anteriore delle Stratolame e renderle meno pericolose, così da poterle usare in un’esercitazione. Radiosa le esaminò con occhio cri- tico, poi protese la mano da un lato, evocando Schema. La Lama prese forma: un’arma lunga e sottile alta quasi quanto lei.
«Schema» disse «può modulare la sua forma e smusserà il suo filo a un livello di sicurezza. Non necessiterò di un aggeggio tanto scomodo.» Il bordo di Schema si increspò fino a diventare smussato, proprio come aveva detto.
«Tempeste, questo sì che è comodo. A me però ne servirà comunque uno.» Adolin evocò la propria Lama, un procedimento che gli richiedeva dieci battiti di cuore, durante il quale voltò la testa per guardare Shallan.
Lei abbassò lo sguardo, accorgendosi di aver esaltato il proprio seno in quelle sembianze. Non per lui, naturalmente. Aveva solo cercato di assomigliare più a Jasnah.
Finalmente la spada di Adolin comparve, con una lama più spessa della sua, sinuosa lungo il bordo affilato, con delicate increspature cristalline lungo il retro. Quindi mise una delle guardie sul filo della spada.
Radiosa portò un piede in avanti, la Lama sollevata in alto in una presa a due mani accanto alla testa.
«Ehi» disse Adolin. «Niente male.»
«Shallan ha trascorso parecchio tempo a disegnare voi tutti.»
Adolin annuì pensieroso. Si avvicinò e protese verso di lei il pollice e due dita. Pensava che avesse intenzione di aggiustare la sua presa, ma lui le premette le dita contro la clavicola e spinse piano.
Radiosa barcollò all’indietro e per poco non inciampò.
«Una posa» disse Adolin «non è solo avere un bell’aspetto sul campo di battaglia. Riguarda l’appoggio, il centro di equilibrio e il controllo dello scontro.»
«Annotato. Perciò come la miglioro?»
«Sto cercando di decidere. Tutti quelli con cui ho lavorato prima usavano una spada fin dalla giovane età. Mi domando come Zahel avrebbe cambiato il mio addestramento se non avessi mai nemmeno sollevato una spada.»
«Da ciò che ho sentito di lui,» disse Radiosa «dipende se esistono nei paraggi degli appositi tetti da cui gettarsi.»
«Quello è il modo in cui addestrava con la Piastra» disse Adolin. «Questa è la Lama. Dovrei insegnarti come duellare? Oppure come combattere in un esercito?»
«Mi accontenterò» disse Radiosa «di sapere come evitare di tranciare le mie stesse appendici, luminobile Kholin.»
«Luminobile Kholin?»
“Troppo formale. Giusto.” Radiosa si sarebbe comportata così, naturalmente, ma poteva concedersi una certa familiarità. Jasnah lo aveva fatto.
«Stavo semplicemente» disse Radiosa «tentando di mostrare il rispetto dovuto a un maestro da parte della sua umile allieva.»
Adolin ridacchiò. «Per favore. Non ce n’è bisogno. Ma ecco, vediamo cosa possiamo fare riguardo a quella posa...»
Nel corso dell’ora successiva, Adolin le regolò la posizione delle mani, dei pie- di e delle braccia almeno una dozzina di volte. Scelse per lei una posa base che alla fine avrebbe potuto adattare a diverse delle pose formali: quelle come Ventoposa, che a detta di Adolin non si affidavano a forza o allungo ma a mobilità e capacità.
Shallan non era sicura del perché si fosse preso la briga di recuperare le guaine di metallo da addestramento, dato che loro due non si scambiarono alcun colpo. Oltre a correggere la sua postura diecimila volte, Adolin le parlò dell’arte del duello. Di come trattare la Stratolama, di come considerare un avversario, di come mostrare rispetto alle istituzioni e alle tradizioni del duello stesso. Certe parti erano molto pratiche. Le Stratolame erano armi pericolose, cosa che spiegava le dimostrazioni su come impugnare la sua, su come camminarci, come stare attenti a non tagliare persone o cose mentre ci si girava distrattamente.
Altre parti del suo monologo erano più... mistiche.
«La Lama è parte di te» disse Adolin. «È più di un semplice strumento per te: è la tua vita. Rispettala. Non ti tradirà: se sarai sconfitta, sarà perché tu hai tradito la spada.»
Radiosa rimase in quella che sembrava una posa molto rigida, la Lama tenuta davanti a sé con due mani. Aveva solo graffiato il soffitto con Schema due o tre volte; per fortuna, parecchie delle stanze a Urithiru avevano soffitti molto alti.
Adolin le indicò con un gesto di eseguire un colpo semplice, come avevano provato. Radiosa sollevò entrambe le braccia, inclinando la spada, poi fece un passo in avanti mentre la calava. L’intero angolo di movimento non avrebbe potuto essere superiore a novanta gradi: a malapena un colpo.
Adolin sorrise. «Ci stai riuscendo. Qualche altro migliaio di volte e comincerà a sembrarti naturale. Dovremo lavorare sulla tua respirazione, però.»
«La mia respirazione?» Lui annuì distrattamente.
«Adolin,» disse Radiosa «ti assicuro che respiro – invariabilmente – da tutta la vita.»
«Sì» disse lui. «Ecco perché dovrai disimparare a farlo.»
«Come stare in piedi, come pensare, come respirare. Ho problemi a distinguere ciò che è realmente rilevante e ciò che fa parte della sottocultura e della superstizione degli spadaccini.»
«Tutto quanto è rilevante» disse Adolin.
«Mangiare pollo prima di un incontro?»
Adolin sogghignò. «Be’, forse certe cose sono fissazioni personali. Ma le spade sono parte di noi.»
«Io so che la mia è parte di me» disse Radiosa, posando la Lama al fianco e appoggiandovi sopra la manosalva guantata. «L’ho vincolata. Sospetto che questa sia l’origine della tradizione tra gli Stratoguerrieri.»
«Così accademica» disse Adolin scuotendo il capo. «Devi sentirlo, Shallan. Devi viverlo
Quello non sarebbe stato un compito difficile per Shallan. Radiosa, però, preferiva non provare cose su cui non aveva riflettuto a fondo prima.
«Hai considerato» disse «che la tua Stratolama una volta era uno spren vivo, impugnato da uno dei Cavalieri Radiosi? Questo cambia il modo in cui la guardi?» Adolin lanciò un’occhiata verso la sua Lama, che aveva mantenuto evocata, fissata all’interno del fodero e posata sulle coperte di Shallan. «È come se l’avessi sempre saputo. Non che fosse viva. Questo è sciocco. Le spade non sono vive.
Voglio dire... ho sempre saputo che c’era qualcosa di speciale in esse. Fa parte dell’essere un duellante, ritengo. Tutti quanti lo sappiamo.»
Lei lasciò cadere l’argomento. Da quello che aveva visto, gli spadaccini erano superstiziosi. Proprio come i marinai. Proprio come... be’, praticamente chiunque tranne gli studiosi tipo Radiosa e Jasnah. Le risultava davvero curioso quanto la retorica di Adolin sulle Lame e i duelli le ricordasse la religione.
Com’era strano che questi Alethi spesso trattassero la loro vera religione con leggerezza. A Jah Keved, Shallan aveva passato ore a dipingere lunghi passaggi dalle Argomentazioni. Pronunciavi le parole ad alta voce più e più volte, man- dandole a memoria mentre eri chino o in ginocchio, prima di bruciare infine il foglio. Gli Alethi invece preferivano lasciare che fossero i ferventi a trattare con l’Onnipotente, quasi fosse il fastidioso ospite di un salotto che poteva esse- re tranquillamente distratto da servitori che gli offrissero un tè davvero gustoso. Adolin le lasciò vibrare qualche altro colpo, forse accorgendosi che si stava stancando nel vedere la propria posa aggiustata di continuo. Mentre lei prova- va dei fendenti, prese la propria Lama e le si mise accanto, per farle da esempio per posa e colpi.
Dopo breve tempo di quell’esercizio, lei congedò la Lama, poi prese il quaderno di bozzetti. Lo sfogliò rapidamente fino a superare il disegno di Radiosa, quindi iniziò a rappresentare Adolin nella sua posa. Fu costretta a lasciare che parte di Radiosa la abbandonasse.
«No, resta fermo lì» disse Shallan, indicando Adolin con il carboncino. «Sì, così.»
Disegnò quella posa, poi annuì. «Ora colpisci e mantieni l’ultima posizione.»
Lui lo fece. A quel punto si era tolto la giacca ed era rimasto solo in camicia e pantaloni. A Shallan piaceva il modo in cui quella camicia attillata gli calzava. Perfino Radiosa l’avrebbe ammirata. Non era morta, solo pragmatica. Esaminò i due disegni, poi rievocò Schema e si mise in posizione.
«Ehi, ottimo» disse Adolin mentre Radiosa eseguiva i colpi successivi. «Sì, hai capito benissimo.»
Si mise di nuovo accanto a lei. Il semplice attacco che le aveva insegnato era evidentemente una misera prova per le sue capacità, ma lui lo eseguì comunque con precisione, poi sorrise e iniziò a parlare delle lezioni di base che gli erano state impartite da Zahel molto tempo prima.
I suoi occhi azzurri erano luminosi e a Shallan piaceva vedere quel bagliore in lui. Era quasi come la Folgoluce. Conosceva quella passione: aveva provato cosa significa essere vivi con interesse, essere consumati da qualcosa in maniera così completa da perdersi nella sua meraviglia. Per lei era l’arte ma, guardando Adolin, si rese conto che loro due non erano poi così diversi.
Condividere quei momenti con lui e assorbire il suo entusiasmo le sembrava speciale. Intimo. Ancor più della loro vicinanza di prima quella stessa sera. Si concesse di essere Shallan in alcuni di quei momenti, ma ogni volta che il dolore dell’impugnare la spada iniziava a farsi sentire – quando pensava davvero a quello che stava facendo – era in grado di diventare Radiosa ed evitarlo.
Era sinceramente restia a far terminare quei momenti, perciò lasciò che si pro- lungassero fino a tarda sera, ben oltre il punto in cui si sarebbe dovuta fermare. Alla fine Shallan, stanca e sudata, augurò la buonanotte a Adolin e lo guardò allontanarsi lungo il corridoio con le sue stratificazioni di roccia, il passo scattante, una lampada tra le mani e le guardie per le Lame tenute sulla spalla.
Shallan avrebbe dovuto aspettare un’altra notte per andare a caccia di risposte nelle taverne. Tornò nella stanza, stranamente contenta per tutto ciò che il mondo poteva essere nel bel mezzo della fine. Una volta tanto, quella notte dormì in pace.