Sanderson: Giuramento – Capitolo 12

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 12

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Giuramento Capitolo 12:

Sanderson capitolo 12


Non vi chiedo di perdonarmi. E nemmeno di capirmi.



Da Giuramento, prefazione


Dalinar era in piedi accanto alle finestre di vetro in una stanza ai piani superiori di Urithiru, le mani serrate dietro la schiena. Poteva vedere un accenno del suo riflesso nella finestra, al di là della quale c’era un vasto spazio aperto. Il cielo senza nuvole, il sole che ardeva bianco.
Le finestre erano alte quanto lui: Dalinar non aveva mai visto nulla del genere. Chi avrebbe osato costruire qualcosa di vetro, così fragile, e rivolgerlo verso le tempeste? Ma naturalmente quella città si trovava sopra le tempeste. Quelle finestre sembravano un segno di sfida, un simbolo di ciò che i Radiosi avevano significato. Loro erano stati superiori alle meschinità della politica del mondo. E grazie a quell’altezza erano in grado di vedere così lontano...
Li stai idealizzando, disse una voce distante nella sua testa, come un rombo di tuono. Erano uomini come te. Non migliori. Non peggiori.
«Lo trovo incoraggiante» sussurrò di rimando Dalinar. «Se erano come noi, allora significa che noi possiamo essere come loro.»
Alla fine ci hanno tradito. Non dimenticarlo.
«Perché?» chiese Dalinar. «Cosa accadde? Cosa li cambiò?» Il Folgopadre tacque.
«Per favore» disse Dalinar. «Dimmelo.»
Certe cose è meglio che restino nell’oblio, gli disse la voce. Proprio tu fra tutti quanti dovresti comprenderlo, considerando il buco nella tua mente e la persona che un tempo lo riempiva.
Dalinar prese un brusco respiro, colpito nel vivo da quelle parole.
«Luminobile» lo chiamò luminosità Kalami da dietro. «L’imperatore è pronto per voi.»
Dalinar si voltò. I livelli superiori di Urithiru contenevano diverse stanze particolari, incluso l’anfiteatro in cui si trovava. Quella stanza a forma di mezzaluna aveva finestre in cima – il lato dritto –, poi file di seggi che conducevano fino a un parlatorio sottostante. Curiosamente, ogni seggio aveva accanto un piccolo piedistallo. Il Folgopadre gli aveva spiegato che era per gli spren dei Radiosi. Dalinar iniziò a scendere le scale verso la sua squadra. Aladar e sua figlia May.
Navani, che indossava un havah verde brillante, seduta in prima fila con i piedi distesi davanti a sé, senza scarpe e con le caviglie incrociate. L’anziana Kalami a scrivere e Teshav Khal – una delle più acute menti politiche di Alethkar – a dare consigli. Accanto a lei sedevano le sue due protette più esperte, all’erta per fornire ricerche o traduzioni se necessario.
Un piccolo gruppo, pronto per cambiare il mondo.
«Invia i miei saluti all’imperatore» ordinò Dalinar.
Kalami annuì e si mise a scrivere. Poi si schiarì la gola, leggendo la risposta che la distacanna – scrivendo come da sé – trasmetteva. «Sua maestà imperiale Ch. V. D. Yanagawn primo del suo nome, imperatore di Makabak, re di Azir, signore del palazzo di bronzo, Primo Aqasix, gran ministro ed emissario di Yaezir, ricambia i vostri saluti.»
«Un titolo imponente» osservò Navani «per un quindicenne.»
«Si dice che abbia resuscitato una bambina dai morti,» osservò Teshav «un miracolo che gli ha fatto ottenere il sostegno dei visir. Circola voce che avessero problemi a trovare un nuovo Primo dopo che gli ultimi due erano stati uccisi dal nostro vecchio amico, l’Assassino in Bianco. Così i visir hanno scelto un ragazzo di origini discutibili e hanno inventato una storia sul fatto che abbia salvato la vita di qualcuno per poter dimostrare un mandato divino.»
Dalinar grugnì. «Inventare storie non suona molto da Azish.»
«Per loro va benissimo,» disse Navani «sempre che si possano trovare testimoni disposti a compilare delle deposizioni giurate. Kalami, ringrazia sua maestà imperiale per averci voluto incontrare e i suoi traduttori per i loro sforzi.»
Kalami scrisse e poi levò lo sguardo su Dalinar, che aveva iniziato a muoversi avanti e indietro al centro della stanza. Navani si alzò per unirsi a lui, lasciando perdere le scarpe e camminando solo con i calzini.
«Vostra maestà imperiale,» disse Dalinar «vi parlo dalla cima di Urithiru, la città leggendaria. Il panorama è mozzafiato. Vi invito a farmi visita qui e a fare un giro della città. Siete libero di portare qualunque guardia o seguito riteniate appropriati.»
Guardò verso Navani e lei annuì. Avevano discusso a lungo su come tratta- re con i monarchi e avevano optato per un semplice invito. Azir era il primo, il paese più potente dell’Ovest, e ospitava la Giuriporta più centrale, quella più importante da assicurarsi.
La risposta richiese del tempo. Il governo azish era una specie di bellissimo caos, anche se Gavilar spesso l’aveva ammirato. Ranghi di funzionari riempivano tutti i suoi livelli, dove scrivevano sia gli uomini che le donne. Gli eredi erano piuttosto simili ai ferventi, anche se non erano schiavi, cosa che Dalinar trovava strana. Ad Azir, essere un preteministro del governo era il massimo onore a cui una persona potesse aspirare.
Per tradizione, il Primo degli Azish affermava di essere imperatore di tutta Makabak, una regione che includeva oltre mezza dozzina di regni e principati. In realtà regnava solo su Azir, ma Azir proiettava un’ombra lunga, lunghissima. Mentre aspettavano, Dalinar si accostò a Navani e le posò le dita su una spalla, gliele fece scorrere lungo la schiena, la nuca e poi le fece indugiare sull’altra spalla.
Chi avrebbe mai pensato che un uomo della sua età potesse sentirsi così emozionato?
«“Vostra altezza”» giunse infine la risposta, letta da Kalami. «“Vi ringraziamo per averci avvertiti della tempesta che soffiava dalla direzione sbagliata. Le vostre parole provvidenziali sono state annotate e registrate negli annali ufficiali dell’impero, e siete stato riconosciuto come amico di Azir.”»
Kalami attese altro, ma la distacanna smise di muoversi. Poi il rubino lampeggiò, indicando che avevano terminato.
«Non è stata un granché come risposta» osservò Aladar. «Perché non ha replicato al tuo invito, Dalinar?»
«Essere annotati nelle loro registrazioni ufficiali costituisce un grande onore per gli Azish,» spiegò Teshav «perciò vi hanno rivolto un complimento.»
«Sì,» disse Navani «ma stanno cercando di scansare l’offerta che abbiamo fatto. Incalzali, Dalinar.»
«Kalami, per favore, manda quanto segue» disse Dalinar. «Sono onorato, anche se vorrei che la mia inclusione nei vostri annali fosse stata dovuta a circostanze più liete. Discutiamo assieme il futuro di Roshar, qui. Sono impaziente di conoscervi di persona.»
Attesero una risposta con quanta più pazienza potevano. Alla fine giunse, in lingua alethi. «“Noi della corona azish siamo rattristati nel condividere il lutto per i caduti con voi. Come il vostro nobile fratello fu ucciso dal distruttore shin, così è accaduto ad alcuni amati membri della nostra corte. Ciò crea un legame tra noi.”»
E basta.
Navani schioccò la lingua. «Non hanno intenzione di lasciarsi convincere a rispondere.»
Almeno potrebbero spiegarsi!» sbottò Dalinar. «È come se stessimo tenendo due conversazioni parallele!»
«Agli Azish» disse Teshav «non piace arrecare offesa. Sono deplorevoli quasi quanto gli Emuli sotto quest’aspetto, in particolare con i forestieri.»
Non era solo una caratteristica degli Azish, a giudizio di Dalinar. Era il modo in cui si comportavano i politici in tutto il mondo. Quella conversazione cominciava già ad assomigliare agli sforzi che aveva fatto per portare gli altiprincipi dalla sua parte, nel periodo dei campi militari. Mezza risposta dopo mezza risposta, vaghe promesse che non avevano in sé alcuna sostanza, occhi irridenti che lo schernivano perfino quando fingevano di essere del tutto sinceri.
Tempeste! Era tornato al punto di prima. Stava cercando di unificare popoli che non volevano ascoltarlo. Non poteva permettersi di farlo male, non più.
“C’è stato un tempo,” pensò “in cui unificavo in un modo diverso.” Sentì odore di fumo, udì uomini urlare di dolore. Rammentò di aver portato sangue e cenere a coloro che sfidavano suo fratello.
Di recente quei ricordi erano diventati particolarmente vividi.
«Un’altra tattica, forse?» propose Navani. «Invece di un invito, prova con un’offerta d’aiuto.»
«Vostra maestà imperiale» disse Dalinar. «La guerra sta arrivando; di certo avete notato i cambiamenti nei parshi. I Nichiliferi sono tornati. Sappiate che gli Alethi sono vostri alleati in questo conflitto. Vorremmo condividere informazioni sui nostri successi e fallimenti nel respingere questo nemico, con la speranza che voi farete lo stesso con noi. L’umanità dev’essere unita di fronte a questa minaccia crescente.»
Infine giunse la risposta. «“Conveniamo che l’aiuto reciproco in questa nuova era sarà di importanza cruciale. Siamo lieti di scambiare informazioni. Cosa sapete di questi parshi trasformati?”»
«Li abbiamo affrontati sulle Pianure Infrante» disse Dalinar, sollevato nell’aver fatto qualche passo avanti. «Creature con gli occhi rossi e simili per molti aspetti ai parshi che abbiamo trovato sulle Pianure Infrante... solo più pericolose.
Vi farò preparare dalle mie scrivane dei rapporti ben dettagliati su tutto ciò che abbiamo appreso combattendo i Parshendi nel corso degli anni.»
«“Ottimo”» arrivò infine la risposta. «“Queste informazioni saranno estrema- mente utili nel nostro conflitto attuale.”»
«Qual è la situazione delle vostre città?» domandò Dalinar. «Cos’hanno fatto i parshi lì? Sembra che abbiano uno scopo oltre la distruzione insensata?»
Attesero nervosamente una replica. Finora erano riusciti a scoprire pochissimo sui parshi in giro per il mondo. Il capitano Kaladin aveva inviato dei rapporti dalle cittadine che visitava usando scrivane, ma non sapeva quasi nulla. Le città erano nel caos e le informazioni affidabili scarseggiavano.
«“Per fortuna”» giunse la risposta «“la nostra città resta salda e il nemico non attacca più attivamente. Stiamo negoziando con gli aggressori.”»
«Negoziando?» esclamò Dalinar stupefatto. Si voltò verso Teshav, che scosse il capo dalla sorpresa.
«Vi prego di spiegare, vostra maestà» disse Navani. «I Nichiliferi sono disposti a negoziare con voi?»
«“Sì”» giunse la risposta. «“Stiamo scambiando contratti. Hanno richieste molto dettagliate, con condizioni esorbitanti. Speriamo di riuscire a impedire il conflitto armato per poterci radunare e fortificare la città.”»
«Sanno scrivere?» incalzò Navani. «I Nichiliferi in persona vi stanno mandando dei contratti
«“Il parshi medio non è capace di scrivere, per quanto ne sappiamo”» fu la risposta. «“Ma alcuni sono diversi: più forti, con strani poteri. Non parlano come gli altri.”»
«Vostra maestà» disse Dalinar, avvicinandosi allo scrittoio con la distacanna e parlando con maggiore urgenza... come se l’imperatore e i suoi ministri potessero avvertire la sua passione attraverso la parola scritta. «Ho bisogno di parlarvi subito. Posso venire io stesso, attraverso il portale di cui abbiamo scritto in precedenza. Dobbiamo rimetterlo in funzione.»
Silenzio. Si protrasse così a lungo che Dalinar si ritrovò a digrignare i denti, con la voglia di evocare una Stratolama e congedarla, più e più volte, come era stata sua abitudine da giovane. L’aveva presa da suo fratello.
Finalmente arrivò una risposta. «“Ci duole informarvi che il congegno che menzionate”» lesse Kalami «“non è funzionante nella nostra città. L’abbiamo esaminato e abbiamo scoperto che è stato distrutto molto tempo fa. Noi non possiamo venire da voi, né voi da noi. Molte scuse.”»
«E ce lo dice solo ora?» esclamò Dalinar. «Tempeste! È un’informazione che ci sarebbe stata utile non appena l’ha appresa!»
«È una menzogna» disse Navani. «La Giuriporta sulle Pianure Infrante funzionava dopo secoli di tempeste e accumulo di crem. Quella ad Azimir è un monumento nel Gran Mercato, un’ampia cupola al centro della città.»
O così lei aveva determinato dalle mappe. Quella a Kholinar era stata incorporata nella struttura del palazzo, mentre quella a Thaylen era una specie di monumento religioso. Una stupenda reliquia come quella non poteva semplicemente essere distrutta.
«Concordo con la valutazione di luminosità Navani» disse Teshav. «Sono preoccupati all’idea che voi o i vostri eserciti possiate recarvi lì. Questa è una scusa.» Si accigliò, come se l’imperatore e i suoi ministri fossero poco più che bambini viziati che disobbedivano ai loro tutori.
La distacanna ricominciò a scrivere.
«Cosa dice?» chiese Dalinar, ansioso.
«È una dichiarazione giurata» disse Navani, divertita. «Che la Giuriporta non è operativa, firmata da architetti imperiali e guardatempeste.» Continuò a leggere. «Oh, questo sì che è divertente. Solo gli Azish potrebbero pensare che qualcuno voglia un attestato che qualcosa è rotto.»
«In particolare,» aggiunse Kalami «attesta soltanto che il congegno “non funziona come un portale”. Ma è evidente che non possa farlo, a meno che un Radioso non si rechi lì per azionarlo. Questa dichiarazione praticamente dice che, quando è spento, il congegno non funziona.»
«Scrivi questo, Kalami» ordinò Dalinar. «Vostra maestà. Mi avete ignorato una volta. La distruzione causata dalla Tempesta Infinita è stata il risultato. Vi prego, stavolta ascoltate. Non potete negoziare con i Nichiliferi. Noi dobbiamo unirci, condividere informazioni e proteggere Roshar. Assieme.»
Lei lo scrisse e Dalinar attese, le mani premute contro il tavolo.
«“Ci siamo espressi male quando abbiamo menzionato i negoziati”» lesse Kalami. «“È stato un errore di traduzione. Siamo d’accordo sullo scambio di informazioni, ma ora il tempo è poco. Vi contatteremo di nuovo per discutere ulteriormente. Addio, altoprincipe Kholin.”»
«Bah!» esclamò Dalinar, spingendosi via dal tavolo. «Sciocchi, idioti! Folgorati occhichiari e politici della Dannazione!» Attraversò la stanza a grandi passi, desiderando trovare qualcosa a cui sferrare un calcio prima di imporsi di mettere un freno alla sua collera.
«È un muro più resistente di quanto mi aspettassi» disse Navani, incrociando le braccia. «Luminosità Khal?»
«Nelle mie esperienze con gli Azish,» spiegò Teshav «ho riscontrato che sono estremamente abili nel dire molto poco con quante più parole possibili. Questo non è un esempio insolito di comunicazione con i loro ministri più importanti. Non vi scoraggiate: ci vorrà tempo per arrivare a un risultato.»
«Tempo durante il quale Roshar brucia» disse Dalinar. «Perché hanno fatto marcia indietro sulla loro affermazione di aver negoziato con i Nichiliferi? Stanno forse pensando di allearsi con il nemico?»
«Sono restia a formulare ipotesi» disse Teshav. «Ma direi che hanno ritenuto semplicemente di aver fornito più informazioni del dovuto.»
«Abbiamo bisogno di Azir» disse Dalinar. «Nessuno a Makabak ci darà ascolto se non avremo la benedizione di Azir, per non parlare di quella Giuriporta...» Si interruppe quando un’altra distacanna sul tavolo cominciò a brillare.
«Sono i Thaylenici» disse Kalami. «Sono in anticipo.»
«Vuoi rimandare?» chiese Navani.
Dalinar scosse il capo. «No, non possiamo permetterci di aspettare altri giorni prima che la regina riesca di nuovo a trovare il tempo.» Prese un respiro profondo. Tempeste, parlare con i politici era più sfiancante che marciare per cento miglia in armatura completa. «Procedi, Kalami. Controllerò la mia frustrazione.»
Navani si accomodò su uno dei seggi, Dalinar invece rimase in piedi. La luce si riversava attraverso le finestre, pura e brillante. Cadeva giù e lo inondava. Dalinar inspirò, quasi potesse sentire il profumo della luce solare. Aveva passato troppi giorni all’interno dei tortuosi corridoi di pietra di Urithiru, illuminati dal fragile lume di candele e lampade.
«“Sua altezza reale,”» lesse Kalami «“luminosità Fen Rnamdi, regina di Thaylenah, vi scrive.”» Kalami si fermò. «Luminobile... perdonate l’interruzione, ma questo indica che è la regina stessa a impugnare la distacanna invece di usare una scrivana.»
Per una donna diversa una cosa del genere sarebbe stata sconcertante. Per Kalami era semplicemente una tra le tante note che lei aggiungeva in abbondanza sul fondo della pagina prima di preparare la canna per trasmettere le parole di Dalinar.
«Vostra maestà» disse Dalinar, congiungendo le mani dietro la schiena e percorrendo il palco al centro dei seggi. “Sii migliore. Uniscili.” «Vi invio i nostri saluti da Urithiru, città sacra dei Cavalieri Radiosi, e vi estendo il nostro più umile invito. Questa torre è una vista meravigliosa, pari solo a quella di una fulgida sovrana. Sarei onorato di mostrarla ai vostri occhi.»
La distacanna vergò con rapidità una risposta. La regina Fen stava scrivendo direttamente in lingua alethi. «“Kholin,”» lesse Kalami «“vecchio bestione. Smetti di spargere strame di chull. Cosa vuoi davvero?”»
«Mi è sempre piaciuta» osservò Navani.
«Sono sincero, vostra maestà» disse Dalinar. «Il mio unico desiderio è incontrarci di persona, per parlarvi e mostrarvi ciò che abbiamo scoperto. Il mondo sta cambiando attorno a noi.»
«“Oh,”» giunse la risposta «“il mondo sta cambiando, eh? Cosa ti ha portato a questa incredibile conclusione? È stato il fatto che i nostri schiavi sono diventati all’improvviso Nichiliferi, oppure la tempesta che soffiava dalla direzione sbagliata” – l’ha scritto grande il doppio rispetto alla riga attorno, luminobile – “devastando le nostre città?”»
Aladar si schiarì la gola. «Pare che sua maestà stia avendo una pessima giornata.»
«Ci sta insultando» disse Navani. «In realtà, per Fen questo significa una buona giornata.»
«È stata sempre perfettamente cortese le poche volte che l’ho incontrata» disse Dalinar accigliandosi.
«Si stava comportando come prescritto dal suo ruolo di regina» osservò Navani.
«Ora sta parlando direttamente con te. Fidati, è un buon segno.»
«Vostra maestà,» disse Dalinar «per favore, ditemi dei vostri parshi. Sono stati colpiti dalla trasformazione?»
«“Sì”» rispose lei. «Quei folgorati mostri hanno rubato le nostre navi migliori – quasi tutto quello che c’era al porto, fino alle bagnarole a un solo albero – e hanno lasciato la città.”»
«Hanno... preso le navi?» disse Dalinar, di nuovo stupefatto. «Confermate. Non hanno attaccato?»
«“Ci sono state delle scaramucce,”» scrisse Fen «“ma quasi tutti erano troppo occupati a fare i conti con gli effetti della tempesta. Quando siamo riusciti a mettere un po’ a posto le cose, loro si stavano già allontanando con una grossa flotta di navi da guerra reali e di vascelli commerciali privati.”»
Dalinar prese un respiro. “Sui Nichiliferi non sappiamo nemmeno la metà di quanto credevamo.” «Vostra maestà» continuò. «Forse ricorderete che vi abbiamo avvisata dell’arrivo imminente di quella tempesta.»
«“E io vi ho creduto”» disse Fen. «“Quantomeno perché abbiamo ricevuto notizie da Nuova Natanan che lo confermavano. Abbiamo cercato di prepararci, ma una nazione non può sovvertire quattro millenni di consuetudini a uno schiocco di dita. Thaylen è nel caos, Kholin. La tempesta ha sventrato i nostri acquedotti e sistemi fognari, ha fatto a pezzi i nostri moli... ha distrutto l’intero merca- to esterno! Dobbiamo riparare tutte le nostre cisterne, rinforzare gli edifici per resistere alle tempeste e ricostruire la società... tutto senza più nessun operaio parshi e nel mezzo del folgorato Pianto. Non ho tempo per le visite di piacere.”»
«Non si tratta affatto di una visita di piacere, vostra maestà» replicò Dalinar.
«Sono consapevole dei vostri problemi e, per quanto siano ardui, non possiamo ignorare i Nichiliferi. Intendo indire un consesso generale di sovrani per affrontare questa minaccia.»
«“Guidato da te”» scrisse Fen in risposta. «“Ovviamente.”»
«Urithiru è la sede naturale per un incontro del genere» disse Dalinar. «Vostra maestà, i Cavalieri Radiosi sono tornati: pronunciamo di nuovo i loro antichi giuramenti e vincoliamo a noi i Flussi della natura. Se riusciremo a far funzionare la vostra Giuriporta, potrete essere qui il pomeriggio, poi tornare la sera stessa a sovrintendere ai bisogni della vostra città.»
Navani annuì per quella tattica, Aladar invece incrociò le braccia e assunse un’aria pensierosa.
«Cosa c’è?» gli domandò Dalinar mentre Kalami scriveva.
«Ci occorre un Radioso che viaggi fin lì per attivare la loro Giuriporta, giusto?» chiese Aladar.
«Sì» rispose Navani. «Un Radioso deve sbloccare il portale su questo lato – cosa che possiamo fare in qualunque momento –, poi uno deve viaggiare fino alla città di destinazione e sbloccarlo anche lì. Una volta fatto ciò, un Radioso può avviare un trasferimento da ciascuna delle due posizioni.»
«Allora l’unico che abbiamo che teoricamente sia in grado di arrivare a Thaylen è il Corrivento» disse Aladar. «Ma se gli occorressero mesi per tornare qui? Oppure se venisse catturato dal nemico? Possiamo onorare le nostre promesse, Dalinar?»
Una questione preoccupante, ma per cui Dalinar pensava di avere una risposta. C’era un’arma che aveva deciso di tenere nascosta per il momento. Poteva funzionare quanto la Stratolama di un Radioso per aprire le Giuriporte... e poteva permettere a qualcuno di raggiungere Thaylen volando.
Ma tutto ciò per ora era solo teoria. Per prima cosa gli occorreva un orecchio disponibile dall’altro lato della distacanna.
La risposta di Fen arrivò. «“Ammetto che i miei mercanti sono incuriositi da queste Giuriporte. Qui abbiamo delle tradizioni al riguardo, secondo cui una persona molto Passionale potrebbe far aprire di nuovo il portale dei mondi. Credo che ogni ragazza di Thaylenah sogni di essere colei che lo invocherà.”»
«Le Passioni» disse Navani, incurvando le labbra verso il basso. I Thaylenici avevano una pseudoreligione pagana e quella aveva sempre costituito un aspetto curioso nel trattare con loro. Un attimo lodavano gli Araldi e quello dopo parlavano delle Passioni.
Be’, Dalinar non era certo tipo da biasimare qualcun altro per delle credenze non convenzionali.
«“Se volete mandarmi quello che sapete di queste Giuriporte, be’, mi sembra un’ottima idea”» continuò Fen. «“Ma non sono interessata a nessun consesso generale di sovrani. Fatemi sapere cosa decidete voialtri perché io me ne starò qui a cercare affannosamente di ricostruire la mia città.”»
«Be’,» disse Aladar «almeno abbiamo ricevuto una risposta sincera, finalmente.»
«Non sono convinto che sia sincera» ribatté Dalinar. Si sfregò il mento mentre rifletteva. Aveva incontrato quella donna solo poche volte, ma traspariva qualcosa di stonato nelle sue risposte.
«Sono d’accordo, luminobile» disse Teshav. «Penso che qualunque Thayleni- co non si farebbe sfuggire l’opportunità di tirare le fila a un consesso di sovrani, anche solo per vedere se riesce a trovare un modo per ottenere da loro contratti commerciali. Quasi sicuramente nasconde qualcosa.»
«Offrile delle truppe,» disse Navani «per aiutare con la ricostruzione.»
«Vostra maestà,» riprese Dalinar «sono profondamente rattristato nel sentire delle vostre perdite. Ho molti soldati che al momento non sono impegnati. Sarei lieto di inviarvi un battaglione per aiutarvi a riparare la vostra città.»
La risposta tardò ad arrivare. «“Non so cosa pensare dell’avere truppe alethi sulla mia pietra, benintenzionate o no.”»
Aladar grugnì. «Si preoccupa di un’invasione? Tutti sanno che gli Alethi e le navi non vanno d’accordo.»
«Non è preoccupata che arriviamo sulle navi» disse Dalinar. «Teme che un esercito straniero si materializzi all’improvviso al centro della sua città.»
Una preoccupazione molto razionale. Se Dalinar ne avesse avuto l’intenzione, avrebbe potuto mandare un Corrivento in segreto per aprire la Giuriporta di una città e poi invaderla in un attacco senza precedenti, comparendo proprio dietro le linee nemiche.
Gli servivano alleati, non sudditi, perciò non l’avrebbe fatto... almeno non con una città potenzialmente amichevole. Kholinar, però, era tutta un’altra storia. Ancora non avevano notizie affidabili su cosa stava succedendo nella capitale alethi. Ma se le rivolte erano ancora in corso, aveva pensato che quello potesse essere un modo per far entrare le truppe e ripristinare l’ordine.
Per il momento, aveva bisogno di concentrarsi sulla regina Fen. «Vostra maestà,» disse, indicando con un cenno del capo a Kalami di scrivere «considerate la mia offerta di truppe, per favore. E mentre lo fate, mi permetto di suggerirvi di cominciare a cercare tra il vostro popolo delle persone che possano essere sul punto di diventare Cavalieri Radiosi. Sono la chiave per far funzionare le Giuriporte.
«Tra noi diversi Radiosi si sono palesati vicino alle Pianure Infrante. Si sono costituiti tramite un’interazione con certi spren, che sembrano cercare candidati degni. Posso solo supporre che ciò stia accadendo in tutto il mondo. È assai probabile che, tra gli abitanti della vostra città, qualcuno abbia già pronunciato i giuramenti.»
«Stai rinunciando a un vantaggio importante, Dalinar» osservò Aladar.
«Sto piantando un seme, Aladar» disse Dalinar. «E lo pianterò su qualunque collina io riesca a trovare, a prescindere da chi la possiede. Dobbiamo combattere come un popolo unito.»
«Non discuto questo» ribatté Aladar, alzandosi e stiracchiandosi. «Ma la tua conoscenza dei Radiosi è un punto di contrattazione che forse può attrarre le persone a te... costringerle a lavorare con te. Se cedi troppo, rischi di trovare una “sede centrale” di Cavalieri Radiosi in ogni grande città di Roshar. Invece di indurli a lavorare assieme, li metterai in competizione per essere reclutati.»
Purtroppo aveva ragione. Dalinar detestava trasformare la conoscenza in merce di scambio; ma se fosse stato quello il motivo per cui aveva sempre fallito nei suoi negoziati con gli altiprincipi? Lui voleva essere sincero, diretto e lasciare che i pezzi cadessero dove potevano. Ma sembrava che qualcuno più abile nel gioco – e più disposto a infrangere le regole – ghermisse sempre i pezzi a mezz’aria quando Dalinar li lasciava cadere, poi li disponesse nel modo in cui voleva lui.
«E» si affrettò a far aggiungere a Kalami «saremmo lieti di inviare i nostri Radiosi a addestrare quelli che scoprirete, per poi introdurli al sistema e alla fraternità di Urithiru, a cui ciascuno di loro ha diritto per la natura dei loro giuramenti.» Kalami lo scrisse, poi rigirò la distacanna per indicare che avevano finito e attendevano una risposta.
«“Lo valuteremo”» lesse Kalami quando la distacanna scribacchiò sulla pagina. «“La corona di Thaylenah vi ringrazia per l’interesse che avete mostrato verso il nostro popolo e prenderemo in considerazione dei negoziati riguardo la vostra offerta di truppe. Abbiamo inviato alcune delle nostre lance a rintracciare i parshi in fuga e vi terremo informati sulle nostre scoperte. Alla prossima conversazione, altoprincipe.”»
«Tempeste» esclamò Navani. «È tornata a parlare come una regina. L’abbiamo persa da qualche parte durante la conversazione.»
Dalinar si accomodò sul seggio accanto a lei ed esalò un lungo sospiro.
«Dalinar...» disse lei.
«Sto bene, Navani» replicò. «Non posso aspettarmi entusiastici impegni di cooperazione al mio primo tentativo. Dovremo semplicemente continuare a provare.» Quelle parole erano più ottimiste del suo vero stato d’animo. Desiderava poter parlare con quelle persone faccia a faccia, invece che via distacanna.
Poi contattarono la principessa di Yezier, e infine il principe di Tashikk. Non avevano Giuriporte ed erano meno essenziali per il suo piano, ma voleva almeno delle linee di comunicazione aperte con loro.
Nessuno dei due gli diede qualcosa di più che risposte vaghe. Senza la benedizione dell’imperatore azish, non sarebbe riuscito a ottenere alcun impegno da parte dei regni makabaki più piccoli. Forse gli Emuli o i Tukari gli avrebbero dato ascolto, ma avrebbe ottenuto l’appoggio solo di uno dei due, considerata la loro faida di lunga data.
Al termine dell’ultimo colloquio, Aladar e sua figlia si congedarono mentre Dalinar, sentendosi spossato, si stiracchiò. E non era ancora la fine. Avrebbe dovuto discutere con i monarchi di Iri: stranamente gli Iriali ne avevano tre. La Giuriporta di Rall Elorim era nei loro territori, cosa che li rendeva importanti, e la loro influenza si estendeva anche sulla vicina Rira, dotata di un’altra Giuriporta. E poi, naturalmente, c’erano gli Shin con cui trattare. Loro odiavano usare le distacanne, perciò Navani li aveva contattati tramite un mercante thaylenico disposto a trasmettere informazioni.
Dalinar sentì il lamento delle sue spalle mentre si stiracchiava. Aveva scoperto che la mezza età non era diversa da un assassino: lo pedinava, lenta e silenziosa. Per la maggior parte del tempo, poteva comportarsi come aveva sempre fatto, finché non veniva colpito da un malessere o un dolore improvvisi. Non era più giovane come una volta.
“E che sia benedetto l’Onnipotente per questo” pensò Dalinar distrattamente, congedandosi da Navani, che voleva passare al setaccio i rapporti informativi ricevuti da varie stazioni di distacanne in giro per il mondo. Le scrivane e la figlia di Aladar gliene stavano raccogliendo in gran numero.
Dalinar radunò diverse delle sue guardie, lasciandone altre per Navani nel caso avesse avuto bisogno di qualche mano in più, e salì su per le file di seggi fino all’uscita della stanza in cima. A stazionare appena fuori dalla porta, come un ascigugio bandito dal calore del fuoco, c’era Elhokar.
«Vostra maestà?» disse Dalinar con un sussulto. «Sono lieto che siate riuscito a venire all’incontro. Vi sentite meglio?»
«Perché ti rifiutano, zio?» chiese Elhokar, ignorando la domanda. «Pensano forse che cercherai di usurpare i loro troni?»
Dalinar prese bruscamente un respiro e le sue guardie parvero imbarazzate di trovarsi lì. Arretrarono per dare a lui e al re un po’ di riservatezza.
«Elhokar...» disse Dalinar.
«Probabilmente pensi che lo dica per ripicca» affermò il re, facendo capolino nella stanza e notando sua madre, poi tornando a guardare Dalinar. «Non è così. Tu sei migliore di me. Un soldato migliore, una persona migliore e, sicuramente, un re migliore.»
«Vi date discredito, Elhokar. Dovete...»
«Oh, risparmiami le tue banalità, Dalinar. Per una volta nella vita, sii sincero con me.»
«Pensate che non lo sia stato?»
Elhokar alzò una mano e si toccò delicatamente il petto. «Forse lo sei stato, a volte. Forse il bugiardo qui sono io: mento per dire a me stesso che potrei farcela, che potrei essere anche solo in parte l’uomo che era mio padre. No, non interrompermi, Dalinar. Lasciami parlare. Nichiliferi? Antiche città piene di meraviglie? Le Desolazioni?» Elhokar scosse il capo. «Forse... forse sono un buon re. Non straordinario, ma nemmeno un completo fallimento. Ma di fronte a questi eventi, al mondo non basta un buon re.»
Le sue parole sembravano intrise di fatalismo e ciò fece scorrere un brivido di preoccupazione in Dalinar. «Elhokar, cosa state dicendo?»
Elhokar entrò nella stanza e chiamò coloro che si trovavano in fondo alle file di seggi. «Madre, luminosità Teshav, volete testimoniare qualcosa per me?» “Tempeste, no” pensò Dalinar, correndo dietro a Elhokar. «Non fatelo, figliolo.»
«Tutti quanti dobbiamo accettare le conseguenze delle nostre azioni, zio» disse Elhokar. «L’ho imparato con molta fatica, dato che posso essere lento di comprendonio.»
«Ma...»
«Zio, sono il tuo re?» domandò Elhokar.
«Sì.»
«Be’, non dovrei esserlo.» Si inginocchiò, lasciando sconcertata Navani che si fermò a tre quarti della salita su per i gradini. «Dalinar Kholin,» disse Elhokar ad alta voce «io mi voto a te ora. Ci sono principi e altiprincipi. Perché non re e altiré? Contraggo un giuramento, immutabile e alla presenza di testimoni, di accettarti come mio monarca. Come Alethkar è a me, io sono a te.»
Dalinar esalò un respiro, guardando il volto sbigottito di Navani, poi spostò gli occhi verso suo nipote, inginocchiato a terra come un vassallo.
«Sei stato tu a chiederlo, zio» disse Elhokar. «Non proprio a parole, ma è l’unica soluzione plausibile. Hai preso lentamente il comando fin da quando hai deciso di fidarti di quelle visioni.»
«Ho cercato di coinvolgerti» replicò Dalinar. Parole sciocche, impotenti. Avrebbe dovuto essere migliore di così. «Hai ragione, Elhokar. Mi dispiace.»
«Ti dispiace?» chiese Elhokar. «Ti dispiace davvero?»
«Mi dispiace» confermò Dalinar «per il tuo dolore. Mi dispiace non aver gestito meglio questa faccenda. Mi dispiace che... debba andare così. Prima di con- trarre questo giuramento, dimmi: cosa ti aspetti che comporti?»
«Ho già pronunciato le parole» disse Elhokar, ora rosso in volto. «Davanti ai testimoni. È fatta. Ho...»
«Oh, alzati» disse Dalinar prendendolo per il braccio e tirandolo in piedi.
«Non essere drammatico. Se davvero vuoi pronunciare questo giuramento, te lo permetterò. Ma non fingiamo che tu possa entrare in una stanza, urlare qualche parola e considerarlo un contratto valido.»
Elhokar strappò via il braccio e se lo massaggiò. «Non vuoi nemmeno permettermi di abdicare con dignità.»
«Tu non abdicherai» disse Navani, unendosi a loro. Scoccò un’occhiataccia alle guardie, che erano lì a osservare a bocca aperta, e quelli sbiancarono. Lei puntò l’indice verso di loro come per dire: “Non una parola di questo con nessuno”.
«Elhokar, tu intendi spingere tuo zio in una posizione superiore alla tua. Lui ha il diritto di chiedere. Cosa significherà questo per Alethkar?»
«Io...» Elhokar deglutì. «Dovrebbe cedere le sue terre al suo erede. Dalinar è re di un altro posto, dopotutto. Dalinar, altoré di Urithiru, forse delle Pianure Infrante.» Si erse più dritto, parlando con maggiore sicurezza. «Dalinar non deve intromettersi nella gestione diretta delle mie terre. Può darmi ordini, ma decido io come farli eseguire.»
«Sembra ragionevole» disse Navani, lanciando un’occhiata a Dalinar. Ragionevole ma straziante. Il regno per cui aveva combattuto – e che lui aveva forgiato con dolore, fatica e sangue – ora lo ripudiava.
“Questa è la mia terra ora” pensò Dalinar. “Questa torre ricoperta di freddospren.” «Posso accettare i tuoi termini, anche se a volte avrò bisogno di dare degli ordini ai tuoi altiprincipi.»
«Fintantoché si troveranno nel tuo dominio,» disse Elhokar con un accenno di testardaggine nella voce «li considererò sotto la tua autorità. Mentre saranno in visita a Urithiru o alle Pianure Infrante, potrai impartire loro gli ordini che desideri. Quando torneranno nel mio regno, dovrai passare attraverso me.» Guardò verso Dalinar, poi abbassò gli occhi, come se avanzare richieste lo imbarazzasse.
«Molto bene» disse Dalinar. «Anche se dovremo elaborare tutto questo con le scrivane prima di rendere ufficiali le modifiche. E prima di andare troppo oltre, dovremmo assicurarci che esista ancora una Alethkar che tu possa governare.»
«Stavo pensando la stessa cosa. Zio, voglio guidare le nostre forze ad Alethkar per riconquistare la nostra patria. C’è qualcosa che non va a Kholinar. Più di queste rivolte o del presunto comportamento di mia moglie, più delle distacanne diventate silenziose. Il nemico sta combinando qualcosa nella città. Porterò un esercito per fermarlo e salvare il regno.»
Elhokar? Alla guida di un esercito? Dalinar aveva immaginato se stesso guidare le truppe e aprire un varco tra le file dei Nichiliferi, spazzarli via da Alethkar e marciare dentro Kholinar per ripristinare l’ordine.
La verità era che non aveva molto senso che nessuno di loro due conducesse un assalto del genere. «Elhokar» disse Dalinar, sporgendosi verso di lui. «Ho pensato a una cosa. La Giuriporta è attaccata al palazzo stesso. Non ci occorre far marciare un esercito fino ad Alethkar. Tutto ciò che ci serve è riattivare quel congegno! Quando funzionerà, potremo trasportare le nostre forze dentro la città per mettere in sicurezza il palazzo, ripristinare l’ordine e respingere i Nichiliferi.»
«Entrare in città» disse Elhokar. «Zio, solo per far quello ci servirebbe un esercito!»
«No» replicò Dalinar. «Un piccolo drappello potrebbe raggiungere Kholinar più velocemente di un esercito. Se avessero con loro un Radioso, potrebbero intrufolarsi, riattivare la Giuriporta e aprire la strada al resto di noi.»
Elhokar si ringalluzzì. «Sì. Lo farò io, zio. Guiderò una squadra e riconquisterò la nostra casa. Aesudan è là: se le rivolte sono ancora in corso, lei le sta combattendo.»
Non era quello che avevano lasciato intendere i rapporti a Dalinar, prima che si interrompessero. Semmai, la regina era la causa delle rivolte. E lui sicuramente non aveva preventivato che fosse Elhokar in persona a partecipare a quella missione. “Conseguenze.” Il ragazzo era sincero come sempre. Inoltre, sembrava che Elhokar avesse imparato qualcosa dall’essere stato quasi ucciso per mano degli assassini. Di sicuro era più umile ora di quanto lo fosse stato negli anni passati.
«È giusto» disse Dalinar «che a salvarli sia il loro re. Provvederò affinché tu abbia tutte le risorse di cui hai bisogno, Elhokar.»
Delle sfere lucenti di gloriaspren comparvero attorno a Elhokar. Lui sorrise nel vederle. «Sembra che li veda soltanto quando sono vicino a te, zio. Divertente. Anche se tutto dovrebbe farmi provare risentimento verso di te, non lo sento. È difficile disprezzare un uomo che sta facendo del suo meglio. Agirò. Salverò Alethkar. Mi servirà uno dei tuoi Radiosi. L’eroe, preferibilmente.»
«L’eroe?»
«Il pontiere» precisò Elhokar. «Il soldato. Deve venire con me, così se dovessi mandare tutto a rotoli e fallire, rimarrà qualcuno per salvare comunque la città.»
Dalinar sbatté le palpebre. «Questo è molto... ehm...»
«Ho avuto parecchie opportunità di riflettere di recente, zio» disse Elhokar.
«L’Onnipotente mi ha preservato, nonostante la mia stupidità. Porterò con me il pontiere e lo osserverò. Capirò perché è così speciale. Vedrò se mi insegnerà a essere come lui. E se dovessi fallire...» Scrollò le spalle. «Be’, Alethkar sarà comunque in buone mani, giusto?»
Dalinar annuì, disorientato.
«Devo elaborare i miei piani» disse Elhokar. «Mi sono ristabilito solo da poco dalle mie ferite. Ma non posso comunque partire prima del ritorno dell’eroe. Forse riuscirebbe a far volare me e la squadra che sceglierò fino alla città? Quello sarebbe sicuramente il modo più veloce. Voglio ogni rapporto che abbiamo ricevuto da Kholinar e dovrò studiare il congegno della Giuriporta di persona. Sì, e mi occorrerà che vengano realizzati dei disegni per paragonarlo a quello in città. E...» La sua espressione divenne raggiante. «Grazie, zio. Grazie per aver creduto in me, anche se per una cosa così piccola.»
Dalinar gli rivolse un cenno del capo ed Elhokar si allontanò con andatura felice. Dalinar sospirò: quella conversazione lo aveva sopraffatto. Navani si fermò al suo fianco mentre lui si accomodava in uno dei seggi per i Radiosi, accanto a un piedistallo per un piccolo spren.
Da un lato aveva un re che aveva contratto con lui un giuramento che Dalinar non voleva. Dall’altro un intero gruppo di sovrani che non volevano ascoltare le sue proposte più razionali. Tempeste!
«Dalinar?» disse Kalami. «Dalinar!»
Lui balzò in piedi e Navani si girò. Kalami stava guardando una delle distacanne che aveva cominciato a scrivere. Di cosa si trattava ora? Quale notizia terribile lo attendeva?
«“Vostra maestà,”» lesse Kalami dalla pagina «“considero la vostra offerta generosa e il vostro consiglio saggio. Abbiamo individuato il congegno che chiamate Giuriporta. Una mia suddita si è fatta avanti e, sorprendentemente, afferma di essere una Radiosa. La sua spren le ha detto di rivolgersi a me; pensiamo di usare la sua Stratolama per sperimentare il congegno.
«Se dovesse funzionare, verrò da voi in tutta fretta. È un bene che qualcuno stia tentando di organizzare una resistenza contro i mali che ci affliggono. Le nazioni di Roshar devono mettere da parte i loro bisticci, e la ricomparsa della città sacra di Urithiru per me è la prova che l’Onnipotente guida la vostra mano. Non vedo l’ora di conferire con voi e aggiungere le mie forze alle vostre in un’operazione congiunta per proteggere queste terre.”» Kalami alzò lo sguardo su di lui, stupita. «È stato inviato da Taravangian, re di Jah Keved e Kharbranth.»
Taravangian? Dalinar non si era aspettato che gli rispondesse così in fretta. Si diceva che fosse un uomo gentile, anche se alquanto semplice. Perfetto per governare una città-stato con l’ausilio di un consiglio direttivo. La sua ascesa a re di Jah Keved era vista in larga parte come un atto di ripicca da parte del sovrano precedente, che non aveva voluto dare il trono a nessuna delle casate dei suoi rivali.
Quelle parole confortavano comunque Dalinar. Qualcuno aveva ascoltato. Qualcuno era disponibile a unirsi a lui. Benedetto quell’uomo, che fosse benedetto! Se anche Dalinar avesse fallito con tutti gli altri, almeno avrebbe avuto re Taravangian al suo fianco.