Sanderson: Giuramento – Capitolo 11

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 11

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Ecco il Capitolo 11 della Prima Parte:

TRENTATRÉ ANNI PRIMA

Dalinar spostava il peso da un piede all’altro nella nebbia mattutina, sentendo un potere nuovo, un’energia in ogni passo. La Stratopiastra. La sua Stratopiastra.
Il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Tutti si erano aspettati che un giorno avrebbe avuto una Piastra o una Lama tutta sua, ma lui non era mai riuscito a far tacere il sussurro di incertezza che si insinuava dal fondo della sua mente. E se non fosse mai accaduto?
Ma era accaduto. Folgopadre, era accaduto. L’aveva vinta lui stesso, in com- battimento. Sì, quel combattimento aveva comportato spingere un uomo giù da un dirupo con un calcio, ma comunque sia aveva sconfitto uno Stratoguerriero.
Non riusciva a fare a meno di crogiolarsi in quella sensazione meravigliosa.
«Calma, Dalinar» disse Sadeas accanto a lui nella nebbia. Anch’egli indossava una Piastra, dorata nel suo caso. «Pazienza.»
«Non servirà a nulla, Sadeas» intervenne Gavilar – con indosso una Piastra di un azzurro brillante – dall’altro lato di Dalinar. Tutti e tre avevano le celate alzate per il momento. «I ragazzi Kholin sono come degli ascigugi alla catena, e fiutiamo l’odore di sangue. Non possiamo andare in battaglia prendendo respiri tranquillizzanti, mantenendoci concentrati e sereni, come insegnano i ferventi.» Dalinar si spostò, sentendo la fredda nebbia mattutina sulla faccia. Voleva danzare con gli attesaspren che schizzavano nell’aria attorno a lui. Dietro di loro, l’esercito attendeva in file ordinate; il rumore dei loro passi, i tintinnii, i colpi di tosse e le chiacchiere a mezza voce si sollevavano attraverso la nebbia.
Dalinar aveva quasi la sensazione di non avere bisogno di quell’esercito. Portava sulla schiena un martello enorme, così pesante che un uomo – perfino il più forte di loro – non sarebbe riuscito a sollevarlo senza un aiuto. Lui avverti- va a malapena il peso. Tempeste, che potere! Assomigliava sorprendentemente all’Eccitazione.
«Hai riflettuto sul mio suggerimento, Dalinar?» chiese Sadeas.
«No.»
Sadeas sospirò.
«Se Gavilar me lo ordinerà,» disse Dalinar «mi sposerò.»
«Non mettermi in mezzo» intervenne Gavilar. Continuava a evocare e a congedare la sua Stratolama mentre parlavano.
«Bene» disse Dalinar. «Finché non dirai qualcosa, rimarrò celibe.» L’unica donna che avesse mai desiderato apparteneva a Gavilar. Si erano sposati... tempeste, ora avevano perfino un figlio. Una bambina.
Suo fratello non avrebbe mai dovuto sapere cosa provava.
«Ma pensa ai benefici, Dalinar» disse Sadeas. «Il tuo matrimonio potrebbe portarci alleanze, Strati. Forse ci faresti ottenere un principato, uno che non dovremmo portare sul folgorato orlo della distruzione prima che si unisca a noi!» Dopo due anni di combattimenti, solo quattro dei dieci principati avevano accettato il predominio di Gavilar, e due di quelli – Kholin e Sadeas – erano stati facili da ottenere. Il risultato era una Alethkar unita, ma contro la casata Kholin. Gavilar era convinto di poterli mettere l’uno contro l’altro, che il loro naturale egoismo li avrebbe indotti a pugnalarsi alle spalle a vicenda. Sadeas, a sua volta, spingeva Gavilar a una maggiore efferatezza. Affermava che, quanto più si fossero fatti una reputazione di ferocia, tante più città si sarebbero consegnate a loro di propria volontà piuttosto che rischiare di essere saccheggiate.
«Ebbene?» domandò Sadeas. «Non vuoi considerare almeno un’unione per necessità politica?»
«Tempeste, insisti ancora su questo?» disse Dalinar. «Lasciami combattere.
Tu e mio fratello potete preoccuparvi della politica.»
«Non puoi sfuggire a questo per sempre, Dalinar. Te ne rendi conto, vero? Dobbiamo preoccuparci di nutrire gli occhiscuri, delle infrastrutture cittadine, dei legami con gli altri regni. Di politica.»
«Tu e Gavilar» ripeté Dalinar.
«Tutti noi» insistette Sadeas. «Tutti e tre.»
«Non stavi cercando di farmi rilassare?» lo redarguì Dalinar. Tempeste!
Il sole dell’alba finalmente cominciò a dissipare la nebbia, permettendogli di vedere il loro bersaglio: un muro alto circa dodici piedi. Al di là non c’era nulla. Una distesa di roccia piatta, o così sembrava. La città nel crepaccio era difficile da individuare da quella posizione. Chiamata Rathalas, era anche nota come la Faglia: un’intera città costruita all’interno di uno squarcio nel terreno.
«Il luminobile Tanalan è uno Stratoguerriero, giusto?» chiese Dalinar. Sadeas sospirò e abbassò la sua celata. «Ce lo siamo ripetuti solo quattro volte, Dalinar.»
«Ero ubriaco. Tanalan. Stratoguerriero?»
«Ha solo la Lama, fratello» disse Gavilar.
«È mio» sussurrò Dalinar.
Gavilar rise. «Solo se lo trovi tu per primo! Ho una mezza idea di dare quella Lama a Sadeas. Almeno lui ascolta durante le nostre riunioni.»
«D’accordo» disse Sadeas. «Agiamo con attenzione. Ricordate il piano. Gavilar, tu...»
Gavilar rivolse un sogghigno a Dalinar, calò con forza la celata, poi partì di corsa lasciando Sadeas a metà frase. Dalinar lanciò un urlo e si unì a lui, gli stivali di Piastra che sfregavano contro la roccia.
Sadeas imprecò a gran voce, poi li seguì. L’esercito rimase indietro per il momento.
Iniziarono a piovere rocce: catapulte posizionate dietro il muro scagliavano macigni solitari o gragnole di pietre più piccole. Dei pezzi si andarono a schiantare attorno a Dalinar, facendo tremare il terreno e raggomitolare i viticci dei litobulbi. Un masso atterrò poco più avanti, poi rimbalzò, schizzando pezzetti di pietra. Dalinar lo superò con una sbandata, la Piastra che conferiva elasticità ai suoi movimenti. Sollevò il braccio davanti alla fessura per gli occhi quando una salva di frecce oscurò il cielo.
«Attenti alle baliste!» urlò Gavilar.
In cima al muro, i soldati puntavano enormi congegni simili a balestre montati sulla pietra. Un dardo affusolato grande come una lancia fu scagliato dritto verso Dalinar e si rivelò molto più preciso delle catapulte. Lui si gettò da un lato, con la Piastra che raschiava contro la pietra mentre scivolava via dalla traiettoria. Il dardo colpì il terreno con forza tale da mandare in frantumi il legno.
Altri dardi si tiravano dietro reti e corde, nella speranza di far inciampare uno Stratoguerriero e farlo accasciare in vista di un secondo tiro. Dalinar sogghignò, sentendo l’Eccitazione risvegliarsi dentro di lui, e riacquistò l’equilibrio. Saltò d’un balzo un dardo seguito da una rete.
Gli uomini di Tanalan scagliarono una tempesta di legno e pietre, ma non fu lontanamente sufficiente. Dalinar fu colpito da una pietra alla spalla e barcollò, ma riprese presto il suo slancio. Le frecce erano inutili contro di lui, i macigni lanciati troppo a caso e le baliste troppo lente a ricaricare.
Era così che doveva essere. Dalinar, Gavilar e Sadeas. Assieme. Altre responsabilità non avevano importanza. La vita ruotava attorno al combattimento. Di giorno una bella battaglia, di notte un focolare caldo, muscoli stanchi e un vino di buona annata.
Dalinar raggiunse il muro tozzo e saltò, sospingendosi in un balzo poderoso. L’elevazione fu sufficiente ad afferrare una delle merlature sulla sommità del muro. Gli uomini sollevarono dei magli per colpire le sue dita, ma lui si scagliò oltre il bordo e sopra il camminamento, finendo per atterrare in mezzo ai difensori in preda al panico. Strattonò la corda di rilascio del suo martello – che cadde su un nemico alle sue spalle –, poi lo fece mulinare, lasciando nella sua scia uomini spezzati e urlanti.
Era quasi troppo facile! Afferrò il martello, poi lo sollevò e lo roteò in un arco ampio, gettando giù dalle mura uomini come foglie dinanzi a una raffica di vento. Poco più avanti, Sadeas rovesciò una balista con un calcio, poi distrusse il congegno con un colpo, senza troppo sforzo. Gavilar attaccò con la sua Lama, falciando un corpo dietro l’altro, i loro occhi che bruciavano. Lassù la fortificazione metteva in difficoltà i difensori, costringendoli a stringerli e assieparsi... l’ideale per farsi abbattere dagli Stratoguerrieri.
Dalinar scattò in mezzo a loro e in pochi istanti uccise probabilmente più uomini di quanti ne avesse ammazzati in tutta la sua vita. A quel pensiero, provò un’insoddisfazione sorprendente eppure profonda. Non si trattava della sua abilità, del suo impeto e nemmeno della sua reputazione. Al suo posto avrebbe potuto esserci un vecchio sdentato e avrebbe sortito praticamente lo stesso effetto.
Strinse i denti per controbattere a quell’emozione improvvisa e inutile. Scavò in profondità dentro di sé e trovò l’Eccitazione ad attenderlo. Quella lo riempì, scacciando via l’insoddisfazione. Nel giro di pochi attimi stava ruggendo di piacere. Nulla di ciò che facevano quegli uomini poteva toccarlo. Lui era un distruttore, un conquistatore, un glorioso turbine di morte. Un dio.
Sadeas stava dicendo qualcosa. Quello sciocco gesticolava nella sua Stratopiastra dorata. Dalinar sbatté le palpebre e guardò oltre il muro. Poteva vedere la Faglia vera e propria da quel punto elevato: un crepaccio profondo nel terreno che nascondeva un’intera città, costruita lungo entrambi i lati del dirupo.
«Le catapulte, Dalinar!» urlò Sadeas. «Abbatti quelle catapulte!»
Giusto. Gli eserciti di Gavilar avevano iniziato a caricare le mura. Quelle catapulte – vicino alla discesa nella Faglia vera e propria – stavano ancora lanciando pietre e avrebbero ucciso centinaia di uomini.
Dalinar balzò verso il bordo del muro e afferrò una scala di corda per scendere. Le corde, naturalmente, si spezzarono all’istante e lo fecero ruzzolare a terra. Crollò con uno schianto di Piastra su roccia. Non sentì male, ma il suo orgoglio subì un serio colpo. Sopra di lui, Sadeas lo guardava oltre l’orlo. Dalinar poteva quasi sentirne la voce.
“Sempre a buttarti a capofitto nelle cose. Prenditi un po’ di tempo per pensare una volta ogni tanto, no?”
Era stato in tutto e per tutto un errore da novellino. Dalinar ringhiò e si rimise in piedi, cercando il suo martello. Tempeste! Aveva piegato il manico nella caduta. Come c’era riuscito? Non era fatto dello stesso strano metallo di Lame e Piastre, ma era comunque un buon acciaio.
I soldati a guardia delle catapulte sciamarono verso di lui mentre le ombre dei massi gli passavano sopra. Dalinar assunse un’espressione determinata, saturo di Eccitazione, e allungò una mano verso una porta robusta incassata nella parete lì accanto. La strappò in uno schiocco di cardini e barcollò. Era venuta via con facilità, e non se lo sarebbe aspettato.
L’armatura aveva in sé più di quanto lui avesse mai immaginato. Forse Dalinar non era migliore di un vecchio sdentato con la Piastra indosso, ma era una situazione che avrebbe cambiato. In quel momento, decise che non si sarebbe più fatto sorprendere. Avrebbe indossato quella Piastra mattina e sera... avrebbe perfino dormito in quel folgorato affare finché non si fosse trovato più a suo agio con che senza.
Sollevò la porta di legno e la agitò come un’arma contundente, spazzando via i soldati e aprendosi una strada per le catapulte. Poi scattò in avanti e afferrò il lato di una catapulta. Strappò via la ruota, frantumando il legno e facendo traballare la macchina. Vi salì sopra, afferrò il braccio della catapulta e lo staccò.
Ne restavano solo altre dieci. Era in piedi sul macchinario distrutto quando udì una voce distante chiamare il suo nome. «Dalinar!»
Guardò verso il muro, dove Sadeas si portò una mano alle spalle per sollevare il suo martello da Stratoguerriero. Quello ruotò in volo prima di andarsi a schiantare nella catapulta accanto a Dalinar, conficcandosi nel legno rotto. Sadeas sollevò una mano in segno di saluto e Dalinar gli rivolse un gesto per esprimergli gratitudine, poi afferrò il martello. Dopodiché la distruzione procedette in modo molto più veloce. Colpiva i macchinari, lasciandosi alle spalle solo legno in frantumi. Gli ingegneri – molti dei quali donne – scapparono urlando: «Spinanera, Spinanera!».
Quando si avvicinò all’ultima catapulta, Gavilar si era impossessato dei cancelli e li aveva aperti per i suoi soldati. Entrò una fiumana di uomini, che andarono a unirsi a quelli che avevano scalato le mura. L’ultimo dei nemici vicino a Dalinar fuggì giù nella città, lasciandolo solo. Lui grugnì e diede un calcio all’ultima catapulta distrutta, facendola rotolare all’indietro lungo la roccia verso il bordo della Faglia.
Rimase inclinata, poi cadde. Dalinar avanzò, salendo su una specie di punto di osservazione, una sezione di roccia con una ringhiera per impedire che la gente scivolasse oltre il bordo. Da quel punto elevato, riuscì a dare la sua prima bella occhiata alla città.
“La Faglia” era un nome appropriato. Alla sua destra, il crepaccio si restringeva, ma lì nel mezzo Dalinar avrebbe avuto difficoltà a tirare un sasso dall’altra parte, perfino con la Stratopiastra. E all’interno c’era vita. Giardini che pullulavano di vitaspren. Edifici costruiti praticamente uno sopra l’altro lungo i lati del dirupo a forma di V. Quel posto brulicava di una rete di palafitte, ponti e camminamenti in legno.
Dalinar si voltò e tornò a guardare il muro che correva in un ampio cerchio attorno all’apertura della Faglia su tutti i lati eccetto quello occidentale, dove il canalone continuava fino ad aprirsi in basso sulle rive del lago.
Per sopravvivere ad Alethkar, bisognava trovare riparo dalle tempeste. Una spaccatura così ampia era perfetta per una città. Ma come si poteva proteggerla? Qualunque aggressore avrebbe goduto del vantaggio di una posizione elevata. Molte città percorrevano una linea sottile e rischiosa tra la sicurezza dalle tempeste e la sicurezza dai nemici umani.
Dalinar appoggiò sulla spalla il martello di Sadeas quando alcuni gruppi di soldati di Tanalan sciamarono giù dalle mura, mettendosi in formazione per attaccare l’esercito di Gavilar sia dal lato destro che da quello sinistro. Avrebbero cercato di premere sulle truppe dei Kholin da entrambi i lati, ma dovendo affrontare ben tre Stratoguerrieri erano nei guai. Dov’era l’altonobile Tanalan in persona?
Dietro, Thakka si avvicinò con una piccola squadra di soldati scelti, unendosi a Dalinar sulla piattaforma di osservazione di pietra. Thakka mise le mani sulla ringhiera e fischiò piano.
«C’è qualcosa di strano in questa città» osservò Dalinar.
«Cosa?»
«Non lo so...» Forse Dalinar non prestava attenzione ai piani elaborati che Gavilar e Sadeas ideavano, ma era un soldato. Conosceva i campi di battaglia come una donna conosceva le ricette di sua madre: forse non era in grado di fornire dati precisi, ma riusciva a percepire quando qualcosa non andava.
Dietro di lui il combattimento continuava, i soldati dei Kholin si scontravano con i difensori di Tanalan. Gli eserciti di quest’ultimo non se la passavano bene: demoralizzati dall’avanzata dell’esercito dei Kholin, i ranghi nemici presto andarono in rotta e si ritirarono precipitosamente, affollando le rampe che scendevano nella città. Gavilar e Sadeas non li inseguirono; adesso erano loro a godere della posizione elevata. Non c’era bisogno di buttarsi in una potenziale imboscata. Gavilar percorse la roccia a passi pesanti, Sadeas accanto a lui. Di sicuro volevano ispezionare la città e far piovere frecce sugli occupanti, forse perfino usa- re le catapulte rubate, se Dalinar ne aveva lasciata qualcuna in funzione. Avrebbero assediato quel posto finché non avesse ceduto.
“Tre Stratoguerrieri...” pensò Dalinar “Tanalan deve avere un piano per occuparsi di noi in qualche modo...”
Quella piattaforma di osservazione era il punto migliore per guardare la città. E avevano posizionato le catapulte proprio lì accanto... macchinari che gli Stratoguerrieri avrebbero sicuramente attaccato e disabilitato. Dalinar guardò ai lati e vide delle fratture nel pavimento di pietra della piattaforma di osservazione.
«No!» urlò Dalinar a Gavilar. «Sta’ indietro! È una...»
Il nemico doveva essere lì a osservare, poiché, nel momento in cui urlò, il terreno gli crollò sotto i piedi. Dalinar scorse il fratello – trattenuto da Sadeas – che guardava inorridito mentre lui, Thakka e una manciata di altri soldati scelti precipitavano nella Faglia.
Tempeste! L’intera sezione di roccia dove si trovavano – l’orlo sporgente sopra la Faglia – si era staccata! Mentre il grosso masso di pietra andava a schiantarsi contro i primi edifici, Dalinar fu scagliato nell’aria sopra la città. Attorno a lui girava tutto.
Un attimo dopo, rovinò contro un edificio con un orribile crunch. Qualcosa di duro gli colpì il braccio, un impatto così potente che sentì quella parte di armatura andare in pezzi.
L’edificio non arrestò la sua caduta. Il legno si sbriciolò, e Dalinar continuò a precipitare, con l’elmo che raschiava contro la roccia quando in qualche modo entrava in contatto con il lato della Faglia.
Colpì un’altra superficie con uno schianto fragoroso e per fortuna lì si fermò definitivamente. Gemette, sentendo un dolore acuto provenire dalla mano sinistra. Scosse il capo e si ritrovò a fissare verso l’alto per una cinquantina di piedi attraverso una sezione distrutta della città di legno quasi verticale. Il grosso pezzo di roccia caduta si era creato un varco in mezzo alla città lungo quella pendenza ripida, sfasciando case e camminamenti. Dalinar era stato scagliato poco più a nord e alla fine era atterrato sul tetto di legno di un edificio.
Non vedeva tracce dei suoi uomini. Thakka, gli altri soldati scelti. Ma senza la Stratopiastra... Grugnì mentre i rabbiaspren ribollivano attorno a lui come pozze di sangue. Si spostò sul tetto, ma il dolore alla mano lo fece sussultare. Tutta l’armatura lungo il braccio sinistro si era spezzata e nella caduta sembrava che Dalinar si fosse rotto alcune dita.
La sua Stratopiastra emanava fumo bianco lucente da un centinaio di fratture, ma gli unici pezzi che aveva perso completamente erano quelli di mano e braccio sinistro.
Si alzò con cautela dal tetto, ma mentre si muoveva, vi cadde attraverso e precipitò nella casa. Grugnì quando atterrò e la famiglia che viveva lì urlò e si ritrasse contro la parete. A quanto pareva, Tanalan non aveva detto alla gente del suo piano di distruggere una sezione della città stessa in un disperato tentativo di sbarazzarsi degli Stratoguerrieri nemici.
Dalinar si alzò in piedi, ignorando le persone rannicchiate, spalancò la porta – rompendola con la forza della sua spinta – e uscì su una passerella di legno che correva davanti alle case di quel livello della città.
Una pioggia di frecce cadde immediatamente su di lui. Dalinar girò la spalla destra verso di esse, grugnendo e schermandosi la fessura oculare meglio che poteva mentre verificava l’origine dell’attacco. Cinquanta arcieri erano posizionati su un giardino pensile dal folgorato lato opposto della Faglia. Stupendo!
Riconobbe l’uomo a capo degli arcieri. Alto, con un portamento imperioso e piume bianchissime sull’elmo. Chi metteva delle penne di pollo sul proprio elmo? Erano ridicole. Be’, Tanalan era un tipo abbastanza a posto. Dalinar l’aveva sconfitto una volta a pedine e l’altro aveva pagato la scommessa con cento pezzi di rubino lucenti, ciascuno messo all’interno di una bottiglia di vino tappata. Dalinar l’aveva sempre ritenuto divertente.
Crogiolandosi nell’Eccitazione, che cresceva dentro di lui e scacciava il dolore, Dalinar caricò lungo la passerella, ignorando le frecce. Sopra di lui, Sadeas stava guidando una truppa su una delle rampe fuori dalla traiettoria della sezione di roccia, ma ci avrebbero messo parecchio. Per quando fossero arrivati, Dalinar aveva intenzione di possedere una nuova Stratolama.
Caricò su uno dei ponti che attraversavano la Faglia. Purtroppo, sapeva con esattezza cosa avrebbe fatto lui se avesse dovuto preparare quella città per un attacco. Come previsto, un paio di soldati si precipitarono giù dall’altro lato della Faglia, poi usarono le asce per colpire i pali di sostegno del ponte su cui si trovava Dalinar. Quello era retto da funi di metallo Animutate, ma se fossero riusciti ad abbattere i pali – facendo cadere le funi – di sicuro il suo peso avrebbe fatto precipitare l’intera struttura.
Il fondo della Faglia si trovava almeno altri cento piedi più in basso. Ringhiando, Dalinar fece l’unica scelta possibile. Si gettò oltre il lato della passerella, cadendo per una breve distanza fino a quella sottostante. Sembrava abbastanza resistente. Ciò nonostante, un piede si andò a conficcare tra le assi di legno, quasi seguito dal corpo intero.
Si issò e continuò a correre. Altri due soldati raggiunsero i pali che sostenevano il nuovo ponte e cominciarono a colpirli come forsennati.
La passerella tremò sotto i piedi di Dalinar. Folgopadre! Non aveva molto tempo, ma non c’erano altre passerelle raggiungibili con un salto. Dalinar si lanciò in una corsa, ruggendo mentre i suoi passi incrinavano le assi.
Un’unica freccia nera cadde dall’alto, piombando come un’anguilla celeste. Abbatté uno dei soldati. Fu seguita da un’altra, che colpì il secondo soldato mentre guardava a bocca aperta il compagno morto. La passerella smise di tremare e Dalinar sogghignò, fermandosi. Si voltò e notò un uomo in piedi vicino alla sezione di pietra tranciata più in alto. Quello sollevò un arco nero verso Dalinar.
«Teleb, sei un folgorato miracolo» disse Dalinar.
Raggiunse l’altro lato e strappò un’ascia dalle mani di un morto. Poi caricò su per una rampa verso il punto dove aveva visto l’altonobile Tanalan.
Trovò facilmente il posto, una piattaforma di legno spaziosa costruita su montanti collegati a parte del muro sottostante e ricoperta da rampicanti e litobulbi in boccio. Dei vitaspren si sparpagliarono quando Dalinar la raggiunse.
Al centro del giardino, Tanalan attendeva con una truppa di una cinquantina di soldati. Sbuffando dentro il proprio elmo, Dalinar avanzò per affrontarli. Tanalan era rivestito da un’armatura di semplice acciaio – non una Stratopiastra – anche se nella sua stretta comparve una Stratolama dall’aspetto brutale, ampia e con la punta uncinata.
Tanalan sbraitò ai suoi soldati di farsi indietro e abbassare gli archi. Poi incedette verso Dalinar, impugnando la Stratolama con entrambe le mani.
Tutti erano sempre ossessionati dalle Stratolame. Esistevano intere tradizioni riconducibili ad armi specifiche e la gente annotava quali re o luminobili avevano portato quale spada. Be’, Dalinar aveva usato sia la Lama che la Piastra, e se gli fosse stato detto di sceglierne una, avrebbe optato sempre e comunque per la Piastra. Tutto ciò che gli serviva era assestare un bel colpo a Tanalan e lo scontro sarebbe terminato. Il luminobile, invece, doveva fare i conti con un nemico che poteva resistere ai suoi colpi.
L’Eccitazione infiammava Dalinar. In piedi tra due alberi tozzi, si mise in una posa da combattimento, girando il braccio sinistro scoperto sul lato opposto rispetto all’altonobile mentre teneva stretta l’ascia nella mano destra ricoperta dal guanto d’arme. Anche se era un’ascia da guerra, gli sembrava il giocattolo di un bambino.
«Non saresti dovuto venire qui, Dalinar» disse Tanalan. La sua voce aveva un accento nasale caratteristico, diffuso in quella regione. I Fagliani si erano sempre considerati una popolazione a sé. «Non abbiamo alcuna divergenza con te o con i tuoi.»
«Vi siete rifiutati di sottomettervi al re» contestò Dalinar, le placche dell’armatura che tintinnavano mentre girava attorno all’altonobile cercando al contempo di tenere d’occhio i soldati. Non avrebbe escluso che potessero attaccarlo quando fosse stato distratto dal duello. Era ciò che lui stesso avrebbe fatto.
«Al re?» domandò Tanalan, con rabbiaspren che ribollivano attorno a lui.
«Sono generazioni che non c’è un trono ad Alethkar. Perfino se dovessimo avere di nuovo un re, chi dice che i Kholin meritino quel titolo?»
«Per come la vedo io,» ribatté Dalinar «il popolo di Alethkar si merita un re che sia il più forte e il più capace a guidarli in battaglia. Se solo esistesse un modo per dimostrarlo.» Sogghignò dentro l’elmo.
Tanalan attaccò, spazzando con la sua Stratolama e cercando di sfruttare il suo allungo maggiore. Dalinar danzò all’indietro, aspettando il momento opportuno. L’Eccitazione era un impeto inebriante, una brama di dar prova di sé. Ma doveva essere cauto. Idealmente, Dalinar avrebbe dovuto prolungare quello scontro, facendo affidamento sulla forza superiore della Piastra e sulla resistenza che forniva. Purtroppo, quella Piastra stava ancora perdendo Folgoluce e c’erano tutte quelle guardie con cui fare i conti. Tuttavia, cercò di giocarsela come Tanalan si sarebbe aspettato, schivando attacchi e comportandosi come se avesse intenzione di tirare per le lunghe il combattimento.
Tanalan ringhiò e attaccò di nuovo. Dalinar bloccò il colpo con il braccio, poi agitò la sua ascia in un fendente frettoloso. Tanalan schivò all’indietro facilmente. Folgopadre, quant’era lunga quella Lama! Quasi quanto era alto Dalinar. Questi continuò a girare attorno, sfiorando il fogliame del giardino. Non sentiva più nemmeno il dolore delle dita rotte. L’Eccitazione lo spronava. “Aspetta. Comportati come se stessi prolungando lo scontro il più possibile...”
Tanalan avanzò di nuovo e Dalinar schivò all’indietro, più rapido grazie alla sua Piastra. E poi, quando il luminobile tentò il suo colpo successivo, Dalinar si abbassò verso di lui.
Deviò di nuovo la Stratolama con il braccio, ma stavolta fu colpito duramente e la placca sul braccio andò in pezzi. Tuttavia lo scatto a sorpresa gli permise di abbassare la spalla e sbatterla contro Tanalan. Dall’armatura dell’altonobile risuonò un clangore: l’acciaio si piegò di fronte alla forza della Stratopiastra ed egli inciampò.
Purtroppo, Dalinar era sbilanciato dallo scatto quanto bastava per cadere assieme all’altonobile. La piattaforma tremò quando colpirono terra, il legno che si incrinava e gemeva. Dannazione! Dalinar non aveva voluto andare a terra mentre era circondato dai nemici. Tuttavia doveva restare all’interno dell’allungo di quella Lama.
Dalinar lasciò cadere il guanto d’arme destro – senza il pezzo di braccio a col- legarlo al resto dell’armatura, era solo peso morto – mentre i due si intreccia- vano in un mucchio scomposto. Purtroppo aveva perso l’ascia. Il luminobile lo percosse con il pomolo della spada, inutilmente. Ma con una mano rotta e l’altra privata del potere della Piastra, Dalinar non riusciva ad afferrare per bene il suo avversario.
Rotolò, trovandosi finalmente sopra Tanalan: il peso della Stratopiastra avrebbe tenuto bloccato il nemico. In quel momento, però, gli altri soldati attaccarono. Proprio come si era aspettato. I duelli onorevoli come quello – su un campo di battaglia, almeno – duravano solo finché il tuo occhichiari non stava perdendo. Dalinar rotolò via. Evidentemente i soldati non erano preparati alla rapidità della sua reazione. Lui si alzò in piedi e raccolse l’ascia, poi attaccò. Sul braccio destro aveva ancora lo spallaccio e il rebrace fino al gomito, perciò il colpo che menò aveva potere: uno strano miscuglio di forza aumentata dalla Piastra e fragilità per le braccia scoperte. Dovette stare attento a non rompersi da solo il polso. Abbatté tre uomini con un turbine di fendenti. Gli altri indietreggiarono, tenendolo a bada con armi ad asta mentre i loro compagni aiutavano Tanalan a rialzarsi.
«Tu parli del popolo» disse Tanalan con voce roca, tastandosi con la mano guantata il petto dove la corazza era stata piegata sensibilmente dallo scatto di Dalinar. Sembrava che avesse problemi a respirare. «Come se tutto questo riguardasse loro. Come se fosse per il bene del popolo che rubi, saccheggi, uccidi. Sei una bestia incivile.»
«Non c’è civiltà nella guerra» rispose Dalinar. «Non si può agghindarla e renderla bella.»
«Non devi trascinarti dietro il dolore come una slitta sulle pietre, scorticando e schiacciando quelli che si mettono sulla tua strada. Sei un mostro
«Sono un soldato» ribatté Dalinar, tenendo d’occhio gli uomini di Tanalan, molti dei quali stavano preparando gli archi.
Tanalan tossì. «La mia città è perduta. Il mio piano è fallito. Ma posso rendere un ultimo servizio ad Alethkar. Posso ammazzare te, brutto bastardo.»
Gli arcieri iniziarono a tirare.
Dalinar ruggì e si gettò a terra, colpendo la piattaforma con il peso della Stratopiastra. Il legno si incrinò nel punto dell’impatto, già indebolito dal combattimento, e Dalinar lo sfondò, mandando in frantumi i supporti sottostanti.
L’intera piattaforma crollò attorno a lui e tutti precipitarono verso il livello inferiore. Dalinar udì le urla e colpì la passerella successiva con una forza tale da lasciarlo stordito, perfino con indosso la Stratopiastra. Scosse il capo, gemendo, e scoprì che l’elmo si era incrinato proprio sul davanti: la visuale particolare offerta dall’armatura era rovinata. Si tolse l’elmo con una mano e boccheggiò in cerca di aria. Tempeste, gli faceva male anche il braccio buono. Vi lanciò un’occhiata e trovò la pelle perforata da schegge, tra cui un pezzo lungo quanto un pugnale.
Fece una smorfia. Sotto, i pochi soldati rimasti che si erano posizionati per tagliare i ponti giunsero di corsa verso di lui.
“Fermo, Dalinar. Stai pronto!”
Si alzò in piedi, frastornato ed esausto, ma i due soldati non arrivarono da lui. Si raccolsero attorno al corpo di Tanalan nel punto in cui era caduto dalla piattaforma. Lo presero, poi fuggirono.
Dalinar ruggì e si mise goffamente all’inseguimento. La sua Piastra si muoveva lentamente, costringendolo a barcollare attraverso i resti della piattaforma caduta per cercare di tenere il passo con i soldati.
Il dolore alle braccia lo rendeva folle di rabbia. Ma l’Eccitazione, l’Eccitazione, lo spingeva avanti. Non sarebbe stato sconfitto. Non si sarebbe fermato! La Stratolama di Tanalan non era apparsa accanto al suo corpo. Questo voleva dire che il suo avversario era ancora vivo. Dalinar non aveva ancora vinto.
Per fortuna, molti soldati erano stati posizionati per combattere dall’altro lato della città. Il lato su cui si trovava era praticamente vuoto, tranne che per alcuni abitanti rannicchiati: li intravedeva nascosti nelle loro case.
Dalinar zoppicò sulle rampe lungo il lato della Faglia, seguendo gli uomini che trascinavano il loro luminobile. Vicino alla sommità, i due soldati posarono il loro fardello accanto a una parte scoperta della parete di roccia del dirupo. Fecero qualcosa e una sezione di quel muro si aprì verso l’interno, rivelando una porta segreta. Vi tirarono dentro il luminobile caduto e altri due soldati, in risposta alle loro grida frenetiche, si precipitarono fuori incontro a Dalinar, che arrivò solo qualche istante dopo.
Senza l’elmo, Dalinar vide rosso quando li attaccò. Loro erano armati; lui no. Loro erano riposati; lui aveva ferite quasi invalidanti su entrambe le braccia. Lo scontro terminò comunque con i due soldati a terra, pesti e sanguinanti. Dalinar aprì la porta segreta con un calcio: le gambe ricoperte di Piastra gli consentirono di abbatterla.
Barcollò dentro un piccolo cunicolo con sfere di diamante che brillavano alle pareti. La porta era coperta di crem indurito all’esterno, che la faceva sembrare un pezzo della parete di roccia. Se non li avesse visti entrare, ci sarebbero voluti giorni o forse settimane per individuare quel posto.
Alla fine di un breve tragitto, trovò i due soldati che aveva seguito. A giudicare dalla scia di sangue, avevano depositato il luminobile nella stanza chiusa alle loro spalle.
Si avventarono su Dalinar con la determinazione fatalistica di uomini che sapevano di essere con ogni probabilità ormai morti. Il dolore che Dalinar avvertiva nelle braccia e alla testa sembrava nulla davanti all’Eccitazione. Di rado aveva provato qualcosa di tanto forte come ora, una chiarezza bellissima, un’e- mozione così meravigliosa.
Si tuffò in avanti, incredibilmente veloce, e usò la spalla per schiacciare un soldato contro il muro. L’altro cadde grazie a un calcio ben assestato, poi Dalinar fece irruzione attraverso la porta alle loro spalle.
Tanalan era lì, steso a terra e in una pozza di sangue. Una donna stupenda lo abbracciava in lacrime. Nella stanzetta c’era solo un’altra persona: un bambino. Poteva avere sei o forse sette anni. Il suo volto era rigato dalle lacrime e si sforzava di sollevare la Stratolama del padre con entrambe le mani.
Dalinar torreggiò sulla soglia.
«Non avrai mai il mio papà» disse il ragazzino, le parole distorte dalla disperazione. Dolorespren strisciavano per il pavimento. «Mai. Tu... tu...» La sua voce divenne un sussurro. «Papà ha detto... che combattiamo i mostri. E con la fede noi vinceremo...»

Poche ore dopo, Dalinar sedeva sul bordo della Faglia, dondolando le gambe sopra la città sconfitta lì sotto. Teneva la sua nuova Stratolama posata in grembo, la sua Piastra – spezzata e deformata – era un cumulo accanto a lui. Aveva le braccia bendate, ma aveva cacciato i chirurghi.
Fissò quella che sembrava una pianura vuota, poi spostò lo sguardo verso i segni di vita umana lì sotto. Pile di corpi morti. Edifici distrutti. Frantumi di civiltà. A un certo punto Gavilar si avvicinò, seguito da due guardie del corpo che erano parte dei soldati scelti di Dalinar: oggi erano Kadash e Febin. Gavilar fece loro cenno di allontanarsi, poi gemette mentre si sistemava accanto al fratello e si toglieva l’elmo. Faticaspren ruotavano sopra di lui, anche se, malgrado la spossatezza, Gavilar sembrava pensieroso. Con quegli acuti occhi verde pallido, aveva sempre avuto l’aria di sapere così tanto... Crescendo, Dalinar aveva semplicemen- te presunto che suo fratello avrebbe sempre avuto ragione, qualunque cosa dicesse o facesse. Con la maturità, la sua opinione su quell’uomo non era cambiata.
«Congratulazioni» esordì Gavilar, indicando la Lama con un cenno del capo.
«Sadeas si è infuriato per non averla ottenuta.»
«Prima o poi ne troverà una» disse Dalinar. «Non posso credere altrimenti: è troppo ambizioso.»
Gavilar grugnì. «Questo attacco ci è costato troppo. Sadeas sta dicendo che dobbiamo essere più cauti, non rischiare noi stessi e i nostri Strati in assalti solitari.»
«Sadeas è astuto» disse Dalinar. Allungò con cautela la mano destra, quella meno malandata, e si portò una brocca di vino alle labbra. Era l’unica droga che gli interessava per il dolore, e forse lo avrebbe aiutato anche con la vergogna. Entrambe quelle sensazioni sembravano nette ora che l’Eccitazione era svanita e lo aveva lasciato svuotato.
«Cosa facciamo con loro, Dalinar?» chiese Gavilar, indicando con un gesto del braccio le folle di civili che i soldati stavano radunando. «Decine di migliaia di persone. Non si lasceranno intimidire facilmente; non saranno contenti che tu abbia ucciso il loro luminobile e il suo erede. Quelle persone resisteranno a noi per anni. Riesco a percepirlo.»
Dalinar prese un sorso. «Fanne dei soldati» propose. «Di’ loro che risparmieremo le loro famiglie se combatteranno per noi. Vuoi smettere di ricorrere a un assalto di Stratoguerrieri all’inizio delle battaglie? Allora ci serviranno proprio delle truppe sacrificabili.»
Gavilar rifletté e annuì. «Sadeas ha ragione anche su altre cose, sai. Su di noi.
E su quello che dovremo diventare.»
«Non parlarmene.»
«Dalinar...»
«Ho perso la metà delle mie truppe scelte oggi, capitano incluso. Ho già abbastanza problemi.»
«Perché siamo qui, a combattere? Per l’onore? Per Alethkar?» Dalinar scrollò le spalle.
«Non possiamo continuare a comportarci come un branco di delinquenti» disse Gavilar. «Non possiamo derubare ogni città da cui passiamo, gozzovigliare ogni notte. Ci serve disciplina: dobbiamo mantenere la terra che abbiamo. Ci occorrono burocrazia, ordine, leggi, politica
Dalinar chiuse gli occhi, distratto dalla vergogna che provava. E se Gavilar l’avesse scoperto?
«Dovremo crescere» disse Gavilar piano.
«E rammollirci? Come questi altinobili che uccidiamo? È questo il motivo per cui abbiamo cominciato, giusto? Perché erano tutti pigri, grassi, corrotti?»
«Non lo so più. Ora sono padre, Dalinar. E ciò mi spinge a interrogarmi su cosa faremo una volta che avremo tutto quanto. Come renderemo questo posto un regno?»
Tempeste! Un regno. Per la prima volta in vita sua, Dalinar trovò quell’idea terrificante.
Alla fine Gavilar si alzò per rispondere ad alcuni messaggeri che lo stavano venendo a chiamare. «Almeno» disse al fratello «potresti cercare di essere un po’ meno spericolato nelle prossime battaglie?»
«Questo detto da te?»
«Da un me pensieroso» precisò Gavilar. «Un me... esausto. Goditi Giuramento. Te la sei guadagnata.»
«Giuramento?»
«La tua spada» disse Gavilar. «Tempeste, non hai ascoltato nulla ieri sera? È la vecchia spada del Creasole.»
Sadees, il Creasole. Era stato l’ultimo uomo a unificare Alethkar, secoli addietro. Dalinar mosse la Lama sul suo grembo, lasciando che la luce si rifrangesse sul metallo immacolato.
«È tua ora» disse Gavilar. «Quando avremo finito, farò in modo che nessuno rivolga mai più un pensiero al Creasole. Solo alla casata Kholin e ad Alethkar.» Si allontanò. Dalinar conficcò la Stratolama nella pietra e si appoggiò all’indietro, chiudendo gli occhi e ricordando il suono del pianto di un ragazzino coraggioso.