Sanderson: Giuramento – Capitolo 10

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 10

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Ecco il Capitolo 10 della Prima Parte:

Giuramento capitolo 10


Forse la mia eresia risale a quei giorni della mia fanciullezza quando tali idee presero corpo.



Da Giuramento, prefazione


Kaladin balzò giù dalla sommità di una collina, conservando Folgoluce grazie a una Sferzata verso l’alto appena sufficiente a dargli un po’ di elevazione. Si librò attraverso la pioggia, descrivendo un arco verso un’altra collina.
Sotto di lui, la valle era ingombra di alberi di vivim, che intrecciavano i loro rami esili a creare un tappeto di vegetazione quasi impenetrabile.
Atterrò dolcemente, slittando sulla pietra bagnata accanto a pioggiaspren simili a candele azzurre. Annullò la sua Sferzata e, quando la forza del terreno si riaffermò, passò a una rapida marcia. Aveva imparato a marciare prima di apprendere a usare la lancia o lo scudo. Kaladin sorrise. Riusciva quasi a sentire la voce di Hav che sbraitava ordini dal fondo della fila, dove aiutava quelli che restavano indietro. Hav aveva sempre sostenuto che, una volta imparato a marciare insieme, per gli uomini combattere sarebbe stato semplice.
«Stai sorridendo?» chiese Syl. Aveva assunto la forma di una grossa goccia di pioggia che scorreva per il verso sbagliato nell’aria accanto a lui. Era una forma naturale, ma anche completamente sbagliata. Un’impossibilità plausibile.
«Hai ragione» disse Kaladin, il volto rigato di pioggia. «Dovrei essere più solenne. Stiamo dando la caccia ai Nichiliferi.» Tempeste, quanto suonava strano dirlo!
«Non lo intendevo come un rimprovero.»
«Con te è difficile distinguerlo, a volte.»
«E questo cosa vorrebbe dire?»
«Due giorni fa ho scoperto che mia madre è ancora viva,» ricordò Kaladin «perciò in effetti quella posizione non è vacante. Puoi smettere di provare a riempirla.» Kaladin si Sferzò lievemente verso l’alto, poi si lasciò scivolare giù per la roccia umida di quella collina ripida, girato di lato. Superò litobulbi aperti e viticci che si contorcevano, grassi e rigonfi per le piogge costanti. Dopo il Pianto, attorno alla cittadina spesso trovavano altrettante piante morte quante dopo una forte altempesta.
«Be’, non sto cercando di farti da madre» disse Syl, ancora con l’aspetto di una goccia di pioggia. «Anche se forse ogni tanto ti rimprovero, quando tieni il broncio.»
Kaladin grugnì.
«O quando sei taciturno.» Librandosi accanto a lui, prese la forma di una giova- ne donna con un havah, seduta in aria e con in mano un ombrello. «È mio dovere importante e solenne portare felicità, luce e gioia nel tuo mondo quando ti comporti come un arcigno idiota. Ossia la maggior parte del tempo. Perciò ecco qua.» Kaladin ridacchiò, trattenendo un po’ di Folgoluce mentre risaliva di corsa il fianco della collina successiva, per poi scivolare giù nella valle seguente. Era un territorio coltivato alla perfezione: c’era un motivo per cui la regione di Akanny era così preziosa per Sadeas. Poteva anche essere isolata dal punto di vista culturale, ma quei campi ondulati nutrivano probabilmente mezzo regno con le loro piantagioni di lavis e talleo. Altri villaggi si concentravano sull’allevamento di grossi branchi di suini per ottenere cuoio e carne. I gemmadanti, animali simili a chull, erano bestie da pascolo meno comuni allevate per le loro cuorgemme che, per quanto piccole, permettevano di Animutare carne.
Syl si trasformò in un nastro di luce e sfrecciò di fronte a lui, descrivendo dei cerchi. Era difficile non sentirsi sollevati, perfino in quel clima fosco. Aveva trascorso l’intera corsa fino ad Alethkar preoccupandosi – e poi supponendo – che sarebbe arrivato troppo tardi per salvare Hearthstone. Trovare i suoi genitori vivi... be’, era stata una benedizione inaspettata. Di quelle che nella sua vita erano decisamente mancate.
E così cedette allo sprone della Folgoluce. Correre. Saltare. Anche se aveva passato due giorni a dare la caccia ai Nichiliferi, la spossatezza di Kaladin era scomparsa. Non aveva trovato molti letti vuoti nei villaggi devastati da cui era passato, ma era riuscito a scovare un tetto per stare all’asciutto e qualcosa di caldo da mangiare.
Era partito da Hearthstone procedendo verso l’esterno in una spirale, visitando villaggi e chiedendo dei parshi locali, poi avvisando la popolazione che quella tempesta terribile sarebbe tornata. Finora non aveva trovato nessuna cittadina o villaggio che non fossero stati attaccati.
Kaladin raggiunse la sommità della collina successiva e si fermò. Un pilastro di pietra segnato dalle intemperie indicava un crocevia. Durante la sua giovinezza, Kaladin non era mai arrivato così lontano da Hearthstone, anche se si trovava soltanto a qualche giorno di cammino.
Syl sfrecciò su da lui mentre Kaladin si schermava gli occhi dalla pioggia. I glifi e la semplice mappa sul segnale di pietra dovevano indicare la distanza fino alla cittadina successiva, ma lui non ne aveva bisogno. Riusciva a distinguere una macchia nell’oscurità. Una città piuttosto grande, per i canoni locali.
«Andiamo» disse, avviandosi giù per la collina.
«Credo» osservò Syl, appoggiandosi sulla sua spalla e diventando una giovane donna «che sarei una madre magnifica
«E da cosa nasce questo argomento?»
«Sei stato tu a tirarlo in ballo.»
Quando aveva paragonato Syl a sua madre perché gli dava il tormento? «Sei almeno capace di avere dei bambini? Dei piccoli spren?»
«Non ne ho idea» asserì Syl.
«Tu chiami il Folgopadre... be’, padre, giusto? Perciò è stato lui a generarti?»
«Forse... Credo di sì... Più che altro ha contribuito a plasmarmi. Ci ha aiutati a trovare le nostre voci.» Inclinò la testa. «Sì. Ha creato alcuni di noi. Ha creato me.»
«Perciò forse potresti farlo» disse Kaladin. «Trovare... uh... dei pezzetti di vento? O di Onore? Plasmarli?»
Kaladin utilizzò una Sferzata per balzare sopra un groviglio di litobulbi e spaventò un gruppo di cremling nell’atterrare, facendoli zampettare via da uno scheletro di visone quasi spolpato. Probabilmente gli avanzi di un predatore più grande.
«Hmmm» disse Syl. «Io sarei una madre eccellente. Insegnerei ai piccoli spren a volare, a farsi trasportare dal vento, a darti il tormento...»
Kaladin sorrise. «Ti faresti distrarre da uno scarabeo interessante e voleresti via, lasciandoli in un cassetto da qualche parte.»
«Idiozia! Perché mai lascerei i miei bimbi in un cassetto? Troppo noioso. La scarpa di un altoprincipe, invece...»
Kaladin volò per il resto della distanza fino al villaggio e la vista degli edifici diroccati all’estremità occidentale lo incupì. Anche se la distruzione continuava a essere minore di quanto temesse, ogni cittadina o villaggio aveva perso qualcuno a causa dei venti o di quei fulmini terribili.
Il villaggio – stando alla mappa si chiamava Hornhollow – era in quella che un tempo sarebbe stata considerata una posizione ideale. Il terreno si affossava in una depressione, mentre una collina a est limitava l’impatto delle altempeste. Conteneva circa due dozzine di strutture, inclusi due grossi rifugi per le tempeste dove poter ospitare i viaggiatori; ma c’erano anche molti edifici esterni. Era la terra dell’altoprincipe e un alacre occhiscuri di un nahn abbastanza elevato poteva ottenere l’incarico di lavorare su una collina incolta per conto suo e poi tenere una parte del raccolto.
Alcune lanterne a sfere illuminavano la piazza dove gli abitanti si erano radunati per un consiglio cittadino. Faceva proprio al caso suo. Kaladin piombò verso le luci e tenne la mano da un lato. Syl si trasmutò lì a un ordine silenzioso, assumendo la forma di una Stratolama: una spada sottile e bellissima, con il simbolo dei Corrivento ben in evidenza al centro e delle linee che si diffondevano da esso verso l’elsa, scanalature nel metallo che assomigliavano a trecce di capelli fluenti. Anche se Kaladin preferiva la lancia, la Lama era un simbolo. Toccò terra al centro del villaggio, vicino alla grande cisterna usata per raccogliere acqua piovana e depurarla dal crem. Posò la Syllama sulla spalla e allungò l’altra mano, preparando il suo discorso. “Abitanti di Hornhollow, io sono Kaladin, dei Cavalieri Radiosi. Sono giunto...”
«Lord Radioso!» Un corpulento occhichiari si fece largo tra la folla, con indosso un lungo mantello da pioggia e un cappello a tesa larga. Sembrava ridicolo, ma era il Pianto. La pioggia costante non incoraggiava proprio l’alta moda.
L’uomo batté le mani con un movimento energico e un paio di ferventi si precipitarono accanto a lui, portando calici pieni di sfere lucenti. Attorno al perimetro della piazza, la gente sussurrava e mormorava, con attesaspren che svolazzavano su un vento invisibile. Diversi uomini si misero in spalla dei bambini piccoli perché vedessero meglio.
«Grandioso» disse Kaladin. «Sono diventato un fenomeno da baraccone.» Nella sua mente udì Syl ridacchiare.
Be’, meglio fare buon viso a cattivo gioco. Sollevò la Syllama in alto sopra la testa, suscitando un’acclamazione da parte della folla. Avrebbe scommesso che molte delle persone in quella piazza fossero solite maledire il nome dei Radiosi, ma in quel momento non traspariva nulla di tutto ciò nell’entusiasmo della gente. Era difficile credere che secoli di diffidenza e denigrazione fossero stati dimenticati così rapidamente. Ma con il cielo squarciato e la terra in subbuglio, la gente voleva un simbolo a cui rivolgersi.


Kaladin abbassò la sua Lama. Conosceva fin troppo bene il pericolo dei simboli. Amaram lo era stato per lui, molto tempo addietro.
«Sapevate del mio arrivo» esordì Kaladin rivolto al capocittà e ai ferventi.
«Siete stati in contatto con i vostri vicini. Vi hanno riferito cosa vado dicendo?»
«Sì, luminobile» rispose l’uomo occhichiari, gesticolando con impazienza affinché prendesse le sfere. Mentre lo faceva, sostituendole con quelle ora scariche che aveva scambiato in precedenza, l’espressione dell’uomo si rabbuiò visibilmente. “Ti aspettavi che le scambiassi due a una come ho fatto nelle prime cittadine, vero?” pensò Kaladin divertito. Bene, lasciò cadere qualche sfera spenta in più. Preferiva essere noto come una persona generosa, in particolare se ciò avrebbe aiutato a diffondere la notizia, ma non poteva dimezzare le sue sfere ogni volta che le esauriva.
«Questo è un bene» disse Kaladin, tirando fuori alcune piccole gemme. «Non posso visitare ogni insediamento della zona. Mi occorre che inviate dei messaggi a ciascun villaggio vicino, portando parole di conforto e ordini dal re. Pagherò il tempo dei vostri messaggeri.»
Passò in rassegna quel mare di volti trepidanti e non poté fare a meno di ricordare un giorno simile a Hearthstone, quando lui e il resto degli abitanti avevano atteso con impazienza di dare un’occhiata al loro nuovo capocittà.
«Ma certo, luminobile» disse l’occhichiari. «Ora desiderate riposare e mangiare qualcosa? Oppure preferite visitare immediatamente il luogo dell’attacco?»
«Attacco?» chiese Kaladin, provando un improvviso senso di allarme.
«Sì, luminobile» replicò l’occhichiari corpulento. «Non è questo il motivo per cui siete qui? Per vedere dove i parshi rinnegati ci hanno assalito?»
“Finalmente!” «Portatemi lì. Ora.»

Avevano attaccato un deposito di grano appena fuori città. Schiacciato tra due colline e a forma di cupola, aveva resistito alla Tempesta Infinita senza che si allentasse nemmeno una pietra. Per quel motivo era proprio un peccato che i Nichiliferi avessero sfondato la porta e saccheggiato ciò che conteneva.
Kaladin si inginocchiò all’interno, rigirando tra le mani un cardine rotto. L’edificio odorava di polvere e talleo, ma era troppo umido. Le persone potevano sopportare una dozzina di perdite d’acqua nella propria camera da letto, ma avrebbero sostenuto spese ingenti per tenere il loro grano all’asciutto.
Era strano non sentire la pioggia sulla testa, anche se riusciva ancora a udirla picchiettare di fuori.
«Posso continuare, luminobile?» gli chiese la fervente. Era giovane, carina e nervosa. Era evidente che non sapeva quale fosse il posto di Kaladin nello schema della sua religione. I Cavalieri Radiosi erano stati fondati dagli Araldi, ma erano anche dei traditori. Perciò... lui era un essere divino uscito dalle leggende oppure era un idiota solo un gradino sopra un Nichilifero?
«Sì, prego» disse Kaladin.
«Dei cinque testimoni oculari,» disse la fervente «quattro... ehm... ciascuno indipendentemente, hanno riferito che gli aggressori erano... una cinquantina? Comunque si può tranquillamente affermare che fossero numerosi, considerando quanti sacchi di grano sono riusciti a portar via in così poco tempo. Loro... ehm... non avevano proprio l’aspetto di parshi. Erano troppo alti e indossavano un’armatura. Il disegno che ho fatto... ehm...»
Provò a mostrargli di nuovo il suo schizzo. Non era molto meglio del disegno di un bambino: un mucchio di scarabocchi con forme vagamente umane.
«Comunque» proseguì la giovane fervente, ignara del fatto che Syl le si fosse posata sulla spalla e stesse studiando il suo volto «hanno attaccato appena dopo il tramonto della prima luna. A metà della seconda luna avevano portato fuori il grano e... ehm... non abbiamo udito nulla fino al cambio della guardia. Sot ha dato l’allarme e questo ha fatto allontanare le creature. Hanno lasciato solo quattro sacchi, che abbiamo portato via.»
Kaladin prese un rozzo randello di legno dal tavolo vicino alla fervente. Lei gli lanciò un’occhiata, poi tornò a guardare il suo foglio e arrossì. La stanza, illuminata da lampade a olio, era talmente vuota da risultare deprimente. Quel grano avrebbe dovuto far arrivare il villaggio fino al raccolto successivo.
Per un uomo di un villaggio di contadini, nulla era più angosciante di un silo vuoto al momento della semina.
«Gli uomini che sono stati aggrediti?» chiese Kaladin esaminando il randello che i Nichiliferi avevano lasciato cadere durante la fuga.
«Si sono ripresi entrambi, luminobile» disse la fervente. «Anche se Khem ha un fischio all’orecchio che non accenna a scomparire.»
Cinquanta parshi in forma bellicosa – ovvero quello che gli sembrava più plausibile dalle descrizioni – avrebbero potuto sopraffare facilmente quella cittadina e la sua manciata di miliziani. Avrebbero potuto massacrare tutti quanti e prendere ciò che avessero voluto; invece avevano effettuato un’incursione mirata.
«Le luci rosse» disse Kaladin. «Descrivetele di nuovo.»
La fervente sussultò; era rimasta ferma a fissarlo. «Uhm, tutti e cinque i testimoni hanno menzionato le luci, luminobile. C’erano diverse lucine rosse che brillavano nell’oscurità.»
«I loro occhi.»
«Forse» disse la fervente. «Se quelli erano occhi, erano pochi. Sono andata a chiedere e nessuno dei testimoni afferma di aver visto specificamente degli occhi luminosi... e Khem ha fissato bene in faccia uno dei parshi quando è stato colpito.» Kaladin lasciò cadere il randello e si tolse la polvere dalle mani. Prese il foglio con il disegno dalle mani della giovane fervente e lo esaminò, giusto per far scena, poi annuì alla donna. «Avete agito bene. Grazie per il rapporto.» Lei sospirò e gli rivolse un sorrisetto stupido.
«Oh!» esclamò Syl, ancora sulla spalla della fervente. «Lei ti trova carino!» Le labbra di Kaladin si assottigliarono in una linea. Annuì alla donna e si allontanò, tornando sotto la pioggia diretto verso il centro della cittadina.
Syl gli sfrecciò sulla spalla. «Wow. Dev’essere disperata a vivere da queste par- ti. Voglio dire, guardati. Non ti pettini da quando hai iniziato a volare per tutto il continente, hai l’uniforme macchiata di crem... e quella barba
«Grazie per l’iniezione di fiducia.»
«Immagino che, quando sei circondata soltanto da contadini, i tuoi criteri si abbassino notevolmente.»
«È una fervente» disse Kaladin. «Dovrebbe sposare un altro fervente.»
«Non credo che stesse pensando al matrimonio, Kaladin...» disse Syl, girandosi e guardandosi alle spalle. «So che di recente sei stato occupato a combattere tizi vestiti di bianco e cose del genere, ma io ho fatto delle ricerche. Le persone chiudono a chiave le loro porte, ma sotto rimane parecchio spazio per entrare. Dato che non sembri incline a informarti tu stesso, ho pensato che avrei dovuto studiare. Perciò se hai delle domande...»
«Sono ben consapevole di cosa comporti.»
«Ne sei certo?» chiese Syl. «Forse potremmo farti fare un disegno da quella fervente. Pare davvero ben disposta.»
«Syl...»
«Voglio solo che tu sia felice, Kaladin» disse lei, sollevandosi dalla sua spalla e descrivendo rapidamente alcuni cerchi attorno a lui come un nastro di luce.
«Le persone accoppiate sono più felici.»
«Questo» disse Kaladin «è palesemente falso. Alcune possono esserlo. Ne conosco parecchie che non lo sono.»
«Andiamo» replicò Syl. «E quella Tessiluce? Sembrava che ti piacesse.» Quelle parole andarono scomodamente vicino alla verità. «Shallan è fidanzata con il figlio di Dalinar.»
«E allora? Tu sei migliore di lui. Non mi fido di quell’uomo neanche un po’.»
«Tu non ti fidi di nessuno che porti una Stratolama, Syl» puntualizzò Kaladin con un sospiro. «Ne abbiamo già parlato. Aver vincolato una di quelle armi non è un indice di cattiva reputazione.»
«Sì, bene, troviamo qualcuno che agita a destra e a manca il cadavere delle tue sorelle per i piedi e vedremo se lo consideri un “indice di cattiva reputazione” oppure no. Questa è una distrazione. Come potrebbe esserlo quella Tessiluce per te...»
«Shallan è una occhichiari» disse Kaladin. «E con questo la conversazione è chiusa.»
«Ma...»
«Chiusa» ribadì lui, entrando nella casa dell’occhichiari del villaggio. Poi aggiunse sottovoce: «E smettila di spiare la gente nell’intimità. È inquietante».
Dal modo in cui parlava, pareva che si aspettasse di essere presente quando Kaladin... Be’, lui non ci aveva mai pensato prima, anche se Syl lo accompagnava ovunque. Poteva convincerla ad aspettare fuori? Probabilmente lei lo avrebbe ascoltato, ma poi si sarebbe intrufolata per guardare. Folgopadre! La sua vita stava diventando sempre più strana. Cercò – invano – di scacciare l’immagine di lui che giaceva a letto con una donna, mentre Syl stava seduta sulla testiera a urlargli consigli e incoraggiamenti...
«Lord Radioso?» chiese il capocittà dall’interno dell’atrio della casetta. «Sta- te bene?»
«Ricordi dolorosi» disse Kaladin. «I vostri esploratori sono certi della direzione in cui sono andati i parshi?»
Il capocittà si guardò alle spalle verso un uomo trasandato vestito di cuoio, con un arco in spalla, vicino alla finestra sprangata. Era un cacciatore con un mandato da parte dell’altonobile locale per prendere visoni sulle sue terre. «Li ho seguiti per mezza giornata fuori, luminobile. Non hanno mai deviato. Dritti verso Kholinar, lo giuro su Kelek in persona.»
«Allora è lì che andrò anch’io» disse Kaladin.
«Volete che vi guidi, luminobile Radioso?» chiese il cacciatore.
Kaladin assorbì della Folgoluce. «Temo che mi rallenteresti e basta.» Fece un cenno agli uomini, poi uscì e si Sferzò verso l’alto. La gente intasò la strada e lo acclamò dai tetti mentre si lasciava la cittadina alle spalle.

Gli odori dei cavalli ricordavano a Adolin la sua giovinezza. Sudore, letame e fieno. Odori buoni. Odori veri.
Aveva trascorso molti di quei giorni, prima di essere completamente uomo, in campagne militari con il padre durante le schermaglie ai confini con Jah Keved. Allora Adolin aveva avuto paura dei cavalli, anche se non l’aveva mai ammesso. Erano molto più veloci e intelligenti dei chull.
Così diversi. Creature tutte ricoperte di pelo – solo toccarle gli faceva venire i brividi – con grandi occhi vitrei. E quelli non erano nemmeno stati cavalli veri. Malgrado tutti i loro accoppiamenti selezionati, i cavalli che avevano usato nelle campagne erano stati normali purosangue shin. Costosi, sì. Ma proprio per questo, per definizione non erano inestimabili.
Non come la creatura che aveva davanti in quel momento.
Stavano ospitando il bestiame dei Kholin nella sezione nordoccidentale della torre, al pianterreno, vicino al punto in cui i venti esterni soffiavano lungo le montagne. Alcuni ingegnosi accorgimenti applicati dagli ingegneri reali nei corridoi avevano convogliato gli odori lontano da quelli interni, anche se lasciavano la sezione piuttosto gelida.
Gemmadanti e suini affollavano alcune stanze, mentre i normali cavalli erano alloggiati in altre. Diverse contenevano perfino gli ascigugi di Bashin, animali che non avevano più la possibilità di andare a caccia.
Tali sistemazioni non si confacevano al cavallo dello Spinanera. No, all’imponente stallone Ryshadium era stato assegnato un campo tutto suo. Grande abbastanza per fungere da pascolo, era un posto a cielo aperto e invidiabile, se si ignoravano gli odori degli altri animali.
Quando Adolin uscì dalla torre, il portentoso cavallo nero giunse al galoppo. Talmente grossi da portare uno Stratoguerriero senza sembrare piccoli, i Ryshadium venivano spesso chiamati il “terzo Strato”. Lama, Piastra e Cavalcatura.
Ciò non rendeva loro giustizia. Non si poteva ottenere un Ryshadium semplicemente sconfiggendo qualcuno in combattimento. Erano loro a scegliere da chi lasciarsi cavalcare.
“Ma” pensò Adolin mentre Valoroso gli strusciava il muso contro la mano “suppongo che un tempo fosse così anche con le Lame. Erano spren che sceglievano chi li avrebbe branditi.”
«Ehi» disse Adolin grattando il muso del Ryshadium con la mano sinistra.
«Siamo un po’ soli qua fuori, eh? Mi dispiace. Vorrei che non fossi più so...» Si interruppe quando la voce gli si mozzò in gola.
Valoroso venne più vicino, torreggiando sopra di lui, ma in qualche modo ancora aggraziato.
Il cavallo strofinò il muso contro il collo di Adolin, poi sbuffò all’improvviso.
«Ugh» disse Adolin, voltando la testa del cavallo. «Questo è un odore di cui avrei fatto volentieri a meno.» Diede una pacca sul collo di Valoroso, poi allungò la mano destra all’interno della sacca che portava alla spalla, prima che un dolore acuto gli ricordasse nuovamente la sua ferita. Vi infilò l’altra mano e tirò fuori degli zuccherini, che Valoroso mangiò avidamente.
«Sei goloso proprio come zia Navani» osservò Adolin. «Ecco perché sei venuto di corsa, vero? Hai fiutato i dolciumi.»
Il cavallo girò la testa, guardando Adolin con un acquoso occhio azzurro, la pupilla rettangolare al centro. Sembrava quasi... offeso.
Adolin spesso aveva avuto l’impressione di poter leggere le emozioni del proprio Ryshadium. C’era stato un... legame tra lui e Verosangue. Più delicato e in- definibile di quello tra uomo e spada, ma comunque presente.
Certo, Adolin era proprio il tipo che parlava con la propria spada, a volte, perciò era abituato a quel genere di cose.
«Sono spiacente» disse Adolin. «So che voi due amavate correre assieme. E... non so se mio padre riuscirà a venire a trovarti altrettanto di frequente. Si era già ritirato dalla battaglia prima di assumersi tutte queste nuove responsabilità. Allora ho pensato di passare io ogni tanto.»
Il cavallo sbuffò forte.
«Non per cavalcarti» disse Adolin, leggendo indignazione nei movimenti del Ryshadium. «Immaginavo solo che potesse far piacere a entrambi.»
Il cavallo infilò il muso nella sacca di Adolin fino a tirar fuori un altro zuccherino. Adolin lo considerò come un assenso e gli diede da mangiare, poi si appoggiò con la schiena contro il muro e rimase a osservarlo galoppare per il pascolo. “Si dà delle arie” pensò Adolin divertito mentre Valoroso gli passava accanto con baldanza. Forse l’animale gli avrebbe permesso di spazzolarlo. Sarebbe stata una bella sensazione, come le sere passate con Verosangue nella calma buia delle stalle. O almeno era quello che aveva fatto prima di diventare troppo occupato, con Shallan, i duelli e tutto il resto.
Aveva ignorato Verosangue finché non ne aveva avuto bisogno in battaglia.
E poi, in un lampo di luce, se n’era andato.
Adolin prese un respiro profondo. Tutto pareva folle in quei giorni. Non solo Verosangue, ma ciò che aveva fatto a Sadeas, e adesso l’indagine...
Guardare Valoroso sembrava aiutare un po’. Adolin era ancora lì, appoggiato contro il muro, quando arrivò Renarin. Il Kholin più giovane fece capolino attraverso la porta e si guardò attorno. Non si ritrasse quando Valoroso gli passò davanti al galoppo, ma osservò lo stallone con aria guardinga.
«Ehi» disse Adolin da un lato.
«Ehi. Bashin ha detto che eri quaggiù.»
Stavo solo dando un’occhiata a Valoroso» spiegò Adolin. «Dato che nostro padre è stato così indaffarato di recente.»
Renarin si avvicinò. «Potresti chiedere a Shallan di disegnare Verosangue» propose. «Scommetto... ehm... che sarebbe in grado di fare un buon lavoro. Per ricordare.»
Non era una cattiva idea, in effetti. «Mi stavi cercando, dunque?»
«Io...» Renarin osservò Valoroso quando il cavallo passò di nuovo lì davanti, impettito. «È eccitato.»
«Gli piace avere un pubblico.»
«Non si adattano, sai.»
«Non si adattano?»
«I Ryshadium hanno zoccoli di pietra,» disse Renarin «più forti di quelli dei cavalli normali. Non hanno mai bisogno di essere ferrati.»
«E per questo non si adattano? Io direi che li rende più adattabili...» Adolin fissò Renarin. «Intendi i cavalli normali, giusto?»
Renarin arrossì, poi annuì. A volte la gente aveva problemi a seguirlo, ma era solo perché tendeva a essere molto riflessivo. Pensava a qualcosa di profondo, di geniale, e poi ne menzionava solo una parte. Ciò lo faceva apparire eccentrico, ma quando arrivavi a conoscerlo ti rendevi conto che non stava cercando di essere criptico. A volte le sue labbra non riuscivano semplicemente a stare al passo col cervello.
«Adolin» disse piano. «Io... ehm... devo ridarti la Stratolama che hai vinto per me.»
«Perché?» chiese Adolin.
«Mi fa male impugnarla» disse Renarin. «A essere sincero, l’ha sempre fatto. Pensavo che si trattasse solo di me, perché sono strano. Ma si tratta di tutti noi.»
«Intendi i Radiosi.»
Lui annuì. «Non possiamo usare le Lame morte. Non è giusto.»
«Bene, suppongo che riuscirei a trovare qualcun altro che possa usarla» disse Adolin, passando in rassegna le alternative. «Anche se in effetti dovresti essere tu a scegliere. Per diritto di attribuzione, la Lama è tua e dovresti indicare il successore.»
«Preferirei che fossi tu a farlo. L’ho già data ai ferventi perché la tengano al sicuro.»
«Il che significa che sarai disarmato» disse Adolin. Renarin distolse lo sguardo.
«Oppure no» riprese Adolin, poi pungolò il fratello sulla spalla. «Hai già trovato un rimpiazzo, vero?»
Renarin arrossì di nuovo.
«Che visone!» esclamò Adolin. «Sei riuscito a creare una Lama Radiosa? Perché non ce l’hai detto?»
«È successo e basta. Glys non era certo di riuscirci... ma ci servono più persone a lavorare alla Giuriporta... perciò...»
Prese un respiro profondo, poi allungò la mano da un lato ed evocò una lunga Stratolama lucente. Sottile, quasi priva di guardia, aveva il metallo in pieghe ondulate, come se fosse stata forgiata.
«Stupenda» disse Adolin. «Renarin, è fantastico!»
«Grazie.»
«Allora perché sei imbarazzato?»
«Io non... lo sono?»
Adolin gli scoccò un’occhiata perentoria.
Renarin congedò la Lama. «È solo che... Adolin, stavo cominciando a adattarmi. Con il Ponte Quattro, con l’essere uno Stratoguerriero. Ora sono di nuovo nelle tenebre. Nostro padre si aspetta che io sia un Radioso, affinché lo aiuti a unificare il mondo. Ma come posso imparare?»
Adolin si grattò il mento con la mano sana. «Uhm. Supponevo che ti venisse spontaneo in qualche modo. Non è successo così?»
«In parte. Ma... mi spaventa, Adolin.» Alzò la mano e quella cominciò a brillare, trasudando fili di Folgoluce come esalazioni di fumo da un fuoco. «E se facessi del male a qualcuno o rovinassi qualcosa?»
«Non accadrà» affermò Adolin. «Renarin, quello è il potere dell’Onnipotente stesso.»
Renarin si limitò a fissare quella mano lucente e non parve convinto. Così Adolin allungò la mano sana e prese quella del fratello, tenendola stretta.
«Questo è buono» gli disse Adolin. «Non farai del male a nessuno. Sei qui per salvarci.»
Renarin guardò nella sua direzione, poi sorrise. Un impulso di Radiosità attraversò Adolin e per un istante si vide perfetto. Una versione di lui che in qualche modo era integra e completa, l’uomo che poteva essere.
Scomparve dopo un attimo e Renarin ritirò la mano e mormorò una scusa. Ripeté che la Stratolama andava assegnata a qualcuno, poi si precipitò di nuovo nella torre.
Adolin lo osservò allontanarsi. Valoroso trotterellò da lui e gli diede dei colpetti col muso per avere altro zucchero, così mise distrattamente una mano nella sacca e nutrì il cavallo.
Solo dopo che Valoroso si fu allontanato, Adolin si rese conto di aver usato la mano destra.
La sollevò e mosse le dita, meravigliato. Il suo polso era stato guarito completamente.