Sanderson: Giuramento – Capitolo 1

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 1

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

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Ecco il Capitolo 1 della Prima Parte:

Sanderson capitolo 1

Sono certo che alcuni si sentiranno minacciati da questa testimonianza. Altri potrebbero sentirsi liberati. Molti penseranno semplicemente che non dovrebbe nemmeno esistere.

Da Giuramento, prefazione



Dalinar Kholin apparve nella visione accanto al ricordo di un dio defunto. Erano passati sei giorni da quando le sue forze erano giunte a Urithiru, la leggendaria città-torre sacra dei Cavalieri Radiosi. Erano sfuggiti all’arrivo di una nuova tempesta devastante, cercando rifugio attraverso un anti- co portale. Si stavano sistemando nella loro nuova casa nascosta tra le montagne. Eppure Dalinar aveva l’impressione di non sapere nulla. Non conosceva la forza che stava affrontando, tanto meno come sconfiggerla. Capiva a malapena la tempesta e il suo ruolo nel ritorno dei Nichiliferi, nemici ancestrali degli uomini. Perciò veniva lì, nelle sue visioni. Con l’intento di carpire segreti al dio – chiamato Onore o l’Onnipotente – che li aveva abbandonati. Quella visione in particolare era la prima che Dalinar avesse mai sperimentato. Iniziava con lui in piedi accanto a un’immagine del dio in forma umana, entrambi sul ciglio di un dirupo che si affacciava su Kholinar: la città di Dalinar, sede del governo. In quellaalinar Kholin apparve nella visione accanto al ricordo di un dio defunto. Erano passati sei giorni da quando le sue forze erano giunte a Urithiru, la leggendaria città-torre sacra dei Cavalieri Radiosi. Erano sfuggiti visione, la città era stata distrutta da forze sconosciute.
L’Onnipotente cominciò a parlare, ma Dalinar lo ignorò. Era diventato un Cavaliere Radioso vincolandosi al Folgopadre in persona – anima dell’altempesta, lo spren più potente di Roshar – e aveva scoperto che ora poteva fargli rivi- vere quelle visioni a volontà. Aveva già udito tre volte quel monologo e lo aveva ripetuto parola per parola a Navani affinché lo trascrivesse.
Stavolta, Dalinar si diresse al bordo del dirupo e si inginocchiò per far spaziare lo sguardo sulle rovine di Kholinar. Lì l’aria era asciutta, polverosa e calda. Strinse gli occhi, cercando di strappare qualche dettaglio significativo al caos di edifici di- strutti. Perfino le ventolame – formazioni rocciose un tempo magnifiche e slanciate che mostravano innumerevoli strati e variazioni – erano state ridotte in frantumi. L’Onnipotente continuava il suo discorso. Quelle visioni erano come un diario, una serie di messaggi a immersione totale che il dio aveva lasciato in eredità. Dalinar apprezzava l’aiuto, ma ora voleva dettagli.
Esaminò il cielo e notò un’increspatura nell’aria, come calore che si sollevava dalla roccia in lontananza. Una macchia luccicante grande come un edificio.
«Folgopadre» disse. «Puoi portarmi laggiù, tra le macerie?»
Non dovresti andare lì. Non fa parte della visione.
«Ignora quello che dovrei fare, per il momento» disse Dalinar. «Puoi farlo?
Puoi trasportarmi fino a quelle rovine?»
Il Folgopadre emise un rimbombo. Era uno strano essere, connesso in qualche modo al dio defunto, ma non proprio uguale all’Onnipotente. Almeno oggi non usava una voce tale da far tremare le ossa di Dalinar.
In un batter d’occhio, Dalinar fu trasportato. Non si trovava più in cima al dirupo, ma era giù sulle pianure davanti alle rovine della città.
«Grazie» disse Dalinar, percorrendo con ampie falcate la breve distanza dalle rovine.
Erano passati solo sei giorni da quando avevano scoperto Urithiru. Sei giorni dal risveglio dei Parshendi, che avevano ottenuto strani poteri e occhi rossi luccicanti. Sei giorni dall’arrivo della nuova tempesta: la Tempesta Infinita, una bufera di nuvoloni scuri e fulmini rossi.
Alcuni nei suoi eserciti pensavano che la tempesta fosse passata, che fosse stata un unico, catastrofico evento. Dalinar sapeva che non era così. La Tempesta Infinita sarebbe tornata, e presto avrebbe colpito Shinovar nel remoto Ovest. Dopodiché avrebbe continuato a flagellare la terra.
Nessuno credeva ai suoi avvertimenti. I sovrani di luoghi come Azir e Thaylenah ammettevano che era apparsa una strana tempesta nell’Est, ma ritenevano che non avrebbe fatto ritorno.
Non riuscivano a capire quanto sarebbe stato distruttivo il ricomparire di quella bufera. La prima volta che era venuta, si era scontrata con l’altempesta, creando un cataclisma mai visto prima. C’era da sperare che da sola non fosse così violenta, ma sarebbe stata comunque una tempesta che soffiava dalla direzione sbagliata. E avrebbe svegliato i servitori parshi di tutto il mondo, rendendoli Nichiliferi. Cosa ti aspetti di apprendere? disse il Folgopadre mentre Dalinar raggiungeva le macerie della città. Questa visione è stata fabbricata per attirarti sul crinale a parlare con Onore. Il resto non è che uno sfondo, un dipinto.
«Onore ha messo qui queste macerie» osservò Dalinar, indicando con un gesto le mura distrutte e ammassate davanti a lui. «Sfondo o no, la sua conoscenza del mondo e del nostro nemico non potevano non influenzare il modo in cui ha creato questa visione.»
Dalinar si arrampicò sulle macerie delle mura esterne. Kholinar era stata... Dannazione, Kholinar era... una città imponente, come poche altre al mondo. Invece di nascondersi all’ombra di un dirupo o proteggersi all’interno di un burrone, Kholinar si affidava alle sue enormi mura per smorzare i venti delle altempeste. Sfidava i venti e non si inchinava alle tempeste.
In quella visione, qualcosa l’aveva comunque distrutta. Dalinar salì in cima ai detriti ed esaminò la zona, cercando di immaginare cosa avessero provato a stabilirsi lì così tanti millenni prima. Quando non c’erano ancora le mura. La gente che aveva costruito quel posto doveva essere stata tenace e ostinata.
Scoprì graffi e incavi sulle pietre delle mura cadute, come quelli incisi da un predatore nella carne della preda. Le ventolame erano state frantumate e da vicino Dalinar poteva notare segni di artigli anche su quelle.
«Ho visto creature in grado di fare questo» disse inginocchiandosi accanto a una delle pietre, tastando lo squarcio irregolare nella superficie di granito. «Nelle mie visioni, un mostro di pietra si divincolava per uscire dalla roccia sottostante.
«Non ci sono cadaveri, ma probabilmente perché l’Onnipotente non ha popolato la città in questa visione. Gli serviva solo un simbolo della distruzione imminente. Non pensava che Kholinar sarebbe caduta per la Tempesta Infinita, ma a causa dei Nichiliferi.»
, disse il Folgopadre. La tempesta sarà una catastrofe, ma non si avvicina nemmeno a ciò che seguirà. Puoi trovare rifugio dalle tempeste, Figlio di Onore. Ma non dai nostri nemici.
Ora che i sovrani di Roshar si erano rifiutati di dare ascolto ai suoi avverti- menti sulla Tempesta Infinita che presto li avrebbe colpiti, cos’altro poteva fare Dalinar? Stando agli ultimi rapporti, la vera Kholinar era in preda alle rivolte, e la regina non aveva più dato notizie. Gli eserciti di Dalinar erano usciti malconci dal loro primo confronto con i Nichiliferi e perfino molti degli altiprincipi non si erano uniti a lui in quella battaglia.
Era in arrivo una guerra. Nel risvegliare la Desolazione, il nemico aveva rinfocolato un conflitto millenario di antiche creature con motivazioni imperscrutabili e poteri sconosciuti. Sarebbero dovuti apparire gli Araldi a guidare la carica contro i Nichiliferi. I Cavalieri Radiosi si sarebbero dovuti trovare già al loro posto, preparati e addestrati, pronti ad affrontare il nemico. Avrebbero dovuto poter confidare nella guida dell’Onnipotente.
Invece Dalinar aveva solo una manciata di nuovi Radiosi e non c’era alcun segno di aiuto da parte degli Araldi. E inoltre l’Onnipotente – Dio in persona – era morto.
Dalinar, tuttavia, avrebbe dovuto salvare il mondo.
La terra cominciò a tremare; la visione stava terminando con la terra che scompariva. In cima al dirupo, l’Onnipotente doveva aver appena concluso il suo discorso. Un’ultima ondata di distruzione spazzò la terra come un’altempesta. Una metafora elaborata dall’Onnipotente per rappresentare l’oscurità e la devastazione che si sarebbero presto abbattute sull’umanità. Le vostre leggende dicono che avete vinto, aveva detto. Ma la verità è che abbiamo perso. E stiamo perdendo...
Il Folgopadre rombò. È tempo di andare.
«No» disse Dalinar, in piedi sulle macerie. «Lasciami.»
Ma...
«Lascia che la senta!»
L’ondata di distruzione colpì, andando a sbattere contro Dalinar, e lui urlò in segno di sfida. Non si era inchinato prima davanti all’altempesta; non si sarebbe inchinato davanti a questa! La affrontò di petto e nell’esplosione di potere che squarciò la terra scorse qualcosa.
Una luce dorata, brillante eppure terribile. E in piedi davanti a essa una figura scura in una Stratopiastra nera. La figura aveva nove ombre, ciascuna che si allungava in una direzione diversa, e i suoi occhi risplendevano di un rosso brillante. Dalinar guardò a fondo in quegli occhi e si sentì attraversare da un brivido gelido. Anche se attorno a lui la distruzione infuriava e disintegrava le rocce, quegli occhi lo spaventavano di più. Ci vedeva qualcosa di terribilmente familiare.
Quello era il campione del nemico. E stava arrivando. uniscili. presto.
A Dalinar si mozzò il fiato mentre la visione andava in pezzi. Si ritrovò seduto accanto a Navani in una silenziosa stanza di pietra nella città-torre di Urithiru. Non aveva più bisogno di essere legato per le visioni: aveva acquisito controllo sufficiente su di esse da smettere di recitarle mentre le viveva.
Inspirò a fondo, con il sudore che gli scorreva lungo la faccia e il cuore che gli batteva forte. Navani disse qualcosa, ma per il momento non riusciva a sentirla. Sembrava lontana a paragone del rombo nelle sue orecchie.
«Cos’era quella luce che ho visto?» sussurrò.
Io non ho visto alcuna luce, disse il Folgopadre.
«Era brillante e dorata, ma terribile» continuò Dalinar. «Ammantava tutto del suo calore.»
Odio, rombò il Folgopadre. Il nemico.
Il dio che aveva ucciso l’Onnipotente. La forza dietro le Desolazioni.
«Nove ombre» mormorò Dalinar tremando.
Nove ombre? I Disfatti. I suoi servitori, spren antichi.
Tempeste! Dalinar li conosceva solo dalle leggende. Spren terribili che distorcevano le menti degli uomini.
Tuttavia quegli occhi lo ossessionavano. Per quanto fosse spaventoso contem- plare i Disfatti, temeva di più quella figura con gli occhi rossi. Il campione di Odio. Dalinar sbatté le palpebre e guardò Navani, la donna che amava: il suo volto mostrava un’angosciosa preoccupazione mentre gli teneva il braccio. In quel posto così strano, in quel tempo ancora più strano, lei era reale. Qualcosa a cui aggrapparsi: labbra seducenti, occhi viola chiaro, capelli neri striati d’argento e acconciati in trecce perfette, curve accentuate dall’attillato havah di seta. Nessun uomo avrebbe mai potuto accusare Navani di essere gracile.
«Dalinar?» chiese. «Dalinar, cos’è successo? Stai bene?»
«Sto...» Prese un respiro profondo. «Sto bene, Navani. E so cosa dobbiamo fare.» La fronte di Navani si accigliò ancora di più. «Cosa?»
«Devo unire il mondo contro il nemico più velocemente di quanto lui possa distruggerlo.»
Doveva trovare un modo per indurre gli altri monarchi ad ascoltarlo. Prepararli per la nuova tempesta e i Nichiliferi. E, a parte quello, doveva aiutarli a sopravvivere alle conseguenze.
Ma se ci fosse riuscito, non avrebbe affrontato la Desolazione da solo. Non si trattava di una nazione contro i Nichiliferi. Gli serviva che i regni del mondo si unissero a lui e doveva trovare i Cavalieri Radiosi che venivano creati tra le loro popolazioni.
Unirli.
«Dalinar,» disse lei «credo che sia uno scopo nobile... ma... tempeste, e noi? Il fianco di questa montagna è una terra desolata: cosa daremo da mangiare ai nostri eserciti?»
«Gli Animutanti...»
«Prima o poi esauriranno le gemme» disse Navani. «E possono creare solo i beni di prima necessità. Dalinar, quassù siamo quasi congelati, frammentati e divisi. La nostra struttura di comando è nel caos e...»
«Pace, Navani» disse Dalinar alzandosi. Tirò in piedi anche lei. «Lo so. Dobbiamo combattere comunque.»
Lei lo abbracciò. Lui la strinse forte, sentendo il suo calore e inspirando il suo profumo. Navani preferiva un aroma meno floreale rispetto alle altre donne, una fragranza un po’ speziata come quella di un legno appena tagliato.
«Possiamo farcela» le disse. «La mia tenacia. La tua genialità. Assieme, con- vinceremo gli altri regni a unirsi a noi. Quando la tempesta tornerà capiranno che i nostri avvertimenti erano giusti e si uniranno contro il nemico. Possiamo usare le Giuriporte per spostare le truppe e supportarci a vicenda.»
Le Giuriporte. Dieci portali, antichi fabrial, erano gli accessi per Urithiru. Quando un Cavaliere Radioso attivava uno dei congegni, le persone che si trovavano sulla piattaforma circostante venivano portate a Urithiru, apparendo su un congegno simile lì nella torre.
Al momento avevano solo una coppia di Giuriporte attive: quelle che potevano spostare avanti e indietro le persone tra Urithiru e le Pianure Infrante. In teoria avrebbero potuto farne funzionare altre nove, ma purtroppo la ricerca condotta aveva determinato che bisognava sbloccare un meccanismo interno in ciascuna di esse da entrambi i lati prima di riuscire ad attivarle.
Se volevano viaggiare a Vedenar, Thaylen, Azimir o uno qualunque degli altri luoghi, prima dovevano far andare uno dei loro Radiosi in quella città per sbloccare il congegno.
«D’accordo» disse lei. «Lo faremo. In qualche modo li convinceremo ad ascoltare, perfino se si metteranno con forza le dita nelle orecchie. Chissà come ci riescono con la testa infilata su per il loro stesso sedere.»
Dalinar sorrise e all’improvviso si diede dello stupido per averla idealizzata solo poco prima. Navani Kholin non era un ideale timido e perfetto: era una vera e propria tempesta di donna, sicura di sé, testarda come un macigno che rotolava giù per una montagna e sempre più insofferente alle cose che considerava sciocche. Era la ragione principale per cui la amava.
Perché era aperta e genuina in una società che si fregiava dei segreti. Aveva infranto preconcetti e cuori fin da giovane. Ogni tanto, l’idea che lei lo amasse a sua volta gli sembrava irreale quanto una delle sue visioni.
Qualcuno bussò alla porta della stanza e Navani disse di entrare. Una delle esploratrici di Dalinar fece capolino. Egli si voltò e si accigliò nel notare la postura nervosa della donna e il respiro accelerato.
«Cosa c’è?» domandò.
«Signore» disse la donna, pallida in volto, mentre gli rivolgeva il saluto. «C’è stato... un incidente. È stato scoperto un cadavere nei corridoi.»
Dalinar percepì qualcosa accumularsi, un’energia nell’aria simile alla sensazione di un fulmine sul punto di colpire. «Chi?»
«L’altoprincipe Torol Sadeas, signore» disse la donna. «È stato assassinato.»