Nicola Vitale intervistato da Maurizio Cucchi

a cura di Redazione Oscar

La musica delle immagini e la musica dei versi

MC Poeta e artista. Sono due strade parallele o due realtà espressive, due linguaggi che si intrecciano e si alimentano reciprocamente?

NV L’uno e l’altro. C’è una coerenza di fondo, che però non si manifesta in modo esplicito, con tematiche comuni o un’apparente analogia espressiva.
Questo perché razionalmente penso e istintivamente sento le arti in genere come linguaggi specifici, legati innanzitutto alla materia particolare che li esprime, che ha sue proprie modalità, non traducibili in un altro linguaggio. In pittura è innanzitutto l’evidenza del colore e della forma a guidare la mia sensibilità. Il linguaggio si completa facendo emergere da quella suggestione formale gli elementi simbolici più appropriati. (Ad esempio se sono suggestionato da una grande macchia rossa su sfondo verde, potrei dipingere un bambino con una maglietta rossa che gioca in un giardino). Il risultato è imprevedibile, anche se poi posso cercare di interpretare quello che ho fatto, e queste interpretazioni possono trovare analogie con la mia espressività in poesia. Per la poesia, infatti, se il processo è analogo, la materia di cui mi servo sono le parole, che hanno un’altra evidenza, in quanto si sta giocando innanzitutto con i significati. La parola poi evoca un mondo, sensibilità sensoriali, sogni, pensieri, eccetera, ed è questa la sua “tavolozza”, è il suo specifico ambito espressivo. Cioè, a differenza della pittura che è una suggestione che emerge da forme concrete, qui vi è solo l’evocazione di un’esperienza. A questo livello c’è una sottile relazione tra poesia e pittura, in quanto tutte le esperienze evocate dalla parola, quando coltivate autonomamente diventano elemento di arricchimento della poesia: arti visive, musica, filosofia, psicologia, scienza.
Ma a legare saldamente i due fronti espressivi è l’esperienza del ritmo: la “musica” che pervade le mie immagini e i miei versi. Il ritmo è l’espressione, nella singola parola, nella singola forma e colore, della totalità, ciò che cambia radicalmente il senso dell’elemento simbolico che sto usando. Una totalità circoscritta nel finito della composizione, ma quando gli elementi in gioco raggiungono un equilibrio essenziale tra parte e tutto sono pervasi di un senso di infinito. E ciò si può estendere all’arte in generale.
Nel mio lavoro il ritmo che lega la parte al tutto prevale sempre sul significato specifico delle parole e delle forme, anche quando apparentemente mi sto avventurando in pensieri e contenuti particolari. Si tratta di una propensione mistica, e questo è forse il comune denominatore che caratterizza poesia e pittura. Anche parlando delle cose più comuni, anche raffigurando oggetti semplici, insignificanti, non c’è timore di cadere nel banale, in quanto mi sto piuttosto avvicinando alla totalità, all’essere.

Nicola Vitale quadro

MIELE, 2014, olio su tela cm 40X40 © Nicola Vitale


MC Questo tuo libro si presenta come un poema articolato in varie parti, in prosa e soprattutto in versi. È l’esito di un progetto preciso o si è venuto formando così gradualmente?

NV Le poesie erano già state scritte, quasi tutte, singolarmente, quando mi è stato suggerito di collegarle in un poema (e tu sai chi me lo ha suggerito). L’idea mi è piaciuta subito, in quanto il blocco compatto delle poesie già rivelava un percorso. Un percorso di evoluzione della coscienza, che aveva suoi propri stadi, affrontava temi diversi, livelli diversi della percezione del mondo, come fosse un viaggio di ricognizione del momento presente e di nuove scoperte. In effetti l’operazione di ordinare le poesie e di collegarle con parti in prosa è venuta con facilità, quasi fosse già predisposta. C’è stato poi molto tempo per valutare quanto realizzato. Ora che il libro è pubblicato ne sono contento, e questa è la riprova che è stata la scelta giusta.

MC È questo anche un libro di pensiero. Sei d’accordo?

NV Ho sempre cercato di interpretare razionalmente quanto realizzavo istintivamente nelle arti, e questo mi ha permesso di scoprire qualcosa che oggi emerge con un’evidenza che si va consolidando. Il pensiero è frequentemente viziato da quegli a priori che la cultura intellettuale impone, ma per me è stato diverso, ho formato il mio pensiero sulle esperienze espressive concrete che mi accompagnano da 45 anni. Oggi mi sembra di essere approdato a una visione diversa da quella corrente, non solo dell’arte, ma della nostra stessa vicenda umana. L’arte mi ha permesso di percepire il mondo più in profondità e il pensiero filosofico di diventare consapevole di quell’esperienza. Ne sono usciti diversi saggi che ho cominciato a pubblicare già da diversi anni, che completano la mia esperienza espressiva. Questo pensiero, pur distinto dalla mia espressione estetica, ne è anche connaturato, perché ha la stessa origine, quindi anche le poesie sono pregne di echi di riflessioni. Forse ritrovando quanto Platone andava cercando nell’iperuranio: la coesistenza di bellezza e verità, ma in una concretezza esistenziale ed espressiva che le salva dal vizio metafisico.

 

Chilometri da casa

Nicola Vitale

Nicola Vitale è poeta e pittore e in questo nuovo libro - un vero e proprio poema - convoca, tra le innumerevoli immagini che ci offre, anche l'irrinunciabile presenza degli artefici di una dimensione estetica, nel suo coesistere di verità e bellezza, in un tempo che ci trascina altrove, verso illusorie soluzioni. Compaiono le figure di Hopper e Leopardi, ma soprattutto ci avvince la ricerca,...

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MC Appaiono importanti figure della pittura e della poesia, come Hopper e Leopardi. Sono per te due riferimenti decisivi?

NV Hopper è il pittore che ho posto come capostipite di quella svolta nell’arte che sto teorizzando e diffondendo da diversi anni, con saggi e conferenze, col nome di "solarità", il precursore di quello che intendo come un cambio di paradigma in atto. Un rinnovamento dell’arte che prelude a un modo radicalmente diverso di guardare il mondo. Dunque sono stati inevitabili i fraintendimenti: se leggiamo qualsiasi enciclopedia o libro di storia Hopper è individuato come esponente del Realismo americano, che mette in scena la solitudine dell’uomo contemporaneo nelle grandi città. Negli ultimi tempi ci si sta accorgendo che non si tratta di nulla del genere. Uno degli esempi più illuminati è il libretto del poeta Mark Strand, che ne coglie invece il carattere sapienziale di sospensione del tempo. È infatti proprio nei momenti che appaiono più insignificanti, nella sospensione dell’automatismo compulsivo all’azione, tipico del mondo di oggi, che si aprono interstizi psicologici dove è possibile cogliere ancora il mondo per come è per davvero, nella sua reale pienezza ontologica, momenti di rivelazione che solo l’arte e in questo caso la pittura è in grado di esprimere.
Leopardi è, con Dante e Petrarca, il più grande poeta italiano, a cui tutti i poeti devono un tributo. Ma è anche un filosofo; un poeta filosofo, dunque, e questo connubio credo che gli abbia permesso di affrontare radicalmente i drammi dell’età moderna, andando al di là di quelle facili illusioni che giorno dopo giorno vediamo cadere rovinosamente. Ha compreso qualcosa che noi oggi stiamo sperimentando: le estreme conseguenze della modernità, per cui assistiamo alla nullificazione del mondo. Al di là del fatto che per Leopardi l’unica consolazione possa essere la poesia, credo che solo l’aver toccato con mano quel nulla può permettere una rinascita. Dunque la rinascita che tanto mi sta a cuore non può che passare necessariamente da quella consapevolezza, che oggi il mondo della cultura sta ancora negando, facendo finta di nulla, cercando di stordirsi nel vorticoso turbinare di ipotesi di soluzioni, sempre più vuote. Finte soluzioni a cui si fa finta di credere per salvare il ruolo, una posizione di prestigio, la professione, come se la cultura occidentale esistesse ancora.

NICOLA VITALE QUADRO 2

CAMINETTO, 2017, olio su tela cm 56X77 © Nicola Vitale


MC La tua poesia si fonda anche su una limpidezza della lingua, sull’esigenza di recuperare una naturalezza nobile della pronuncia oggi molto rara. Ci sono esempi importanti di poeti del passato, recente o remoto, che ti hanno aiutato in questa ricerca?

Ho sempre pensato la poesia come un risuonare esemplare del linguaggio, come se tutto dovesse tacere per rinominare il mondo, ogni volta da capo, come fosse la prima. Mi viene in mente il momento in cui un musicista sale sul palco per eseguire un brano: tutti tacciono, quindi comincia quel momento magico: il suono nobile, risplendente, limpido. Questa sublimazione della materia per me è fondante, essenziale, in quanto i nomi, i suoni, le immagini che vengono disposte in quello splendore è come se ne fossero chiamate, come se la musica stessa del verso facesse un appello interiore e ne ordinasse inaspettatamente gli elementi. Il senso stesso di ciò che si dice cambia radicalmente, ha ben poco a che vedere con qualsiasi forma di comunicazione, ne è invece una piena trasfigurazione. E quella forza interna passa, nei grandi poeti, anche in traduzione. È stupefacente. Si dice che la poesia sia intraducibile, e in genere lo è, ma non la grande poesia che tocca zone così profonde e universali da poter essere evocate in tutte le lingue. La maggior parte dei poeti che mi hanno formato e in cui mi sono riconosciuto, infatti, sono stranieri: Baudelaire, Rilke, Anna Achmatova, Kavafis, T.S. Eliot. Degli italiani L’allegria di Ungaretti, Sereni, Giuseppe Piccoli (un grande poeta, scomparso troppo presto, di cui ho citato una breve poesia come epigrafe al libro).
Oggi questa dimensione si è prevalentemente persa, in quanto si è concentrata tutta l’attenzione nell’immanenza del linguaggio, nel cercare di darne ragione in una evoluzione storicistica, in una estenuata e illusoria ricerca del “nuovo”, nel fare reagire i concetti comprimendone i significati in una sorta di disassamento semantico, con l’esito il più delle volte di un verso oscuro, catafratto e inerte. Mentre il nuovo nasce spontaneamente, cercando il “bello”. È tutto molto più semplice… ma proprio per questo “difficile”.

Versi e immagini a confronto: l’incipit di “Ricominciare” e il Trittico del surf

Finita l’era delle novità, c’è poco da dire...
eppure i fili d’erba si danno un gran da fare, senza indizi prestabiliti della primavera. Facciamo finta di nulla, qui tutto non ha mai smesso di ricominciare. Quando si scriveva per essere qualcosa di più della solita cosa. Quando capita di provare: pennelli e colori, o scrivere da capo. Come fare? Si prova e si corregge, non ci sono mezze misure: ricominciare.

Metti questa parola solida
che sembra carne
o quella introflessa
verso sbalzi d’umore.
Metti una parola buona
per sembrare uno che canta di notte.
Metti una parola comunque
per cercare credito in un futuro
senza risultato.
Cosa si può scrivere in permanente ritardo?
Una parola corre
sul crinale che ci divide dal mondo
rovesciando nel contrario le cose.


TRITTICO del SURF, 2013 Olio su tela cm 130x450 © Nicola Vitale

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