Luigi Malerba: tra letteratura e antropologia

a cura di Redazione Oscar

Due opere di Luigi Malerba, assai diverse per genere letterario, vengono proposte – per la prima volta insieme – negli Oscar Moderni.

Si tratta della raccolta di racconti La scoperta dell’alfabeto (pubblicata nel 1963 e ampliata nel 1971) e del saggio-repertorio Le parole abbandonate (1977).

Abbiamo fatto qualche domanda a Paolo Mauri, curatore del volume e studioso che da sempre si occupa di Luigi Malerba, di cui è stato anche grande amico.

Perché abbinare queste due opere?

«La scoperta dell’alfabeto è insieme un capolavoro letterario e un documento antropologico: Malerba vi narra le storie dei contadini che ha conosciuto da ragazzo, negli anni a ridosso della seconda guerra mondiale, nelle campagne intorno a Berceto (Parma) dove la sua famiglia aveva terre e case. Il problema del modo in cui i contadini (o meglio una comunità agricola ben precisa) comunicano, Malerba lo riprende più tardi con Le parole abbandonate, un libro eloquente sin dal bellissimo titolo che mira a recuperare, attraverso un repertorio dialettale, tutto il mondo che ci sta dietro.

Geograficamente la comunità della Scoperta dell’alfabeto coincide perfettamente con quella indagata nelle Parole abbandonate, opera che potrebbe essere definita una Scoperta dell’alfabeto in chiave saggistica e linguistica; o viceversa si potrebbe dire che La scoperta dell’alfabeto anticipa, sotto forma di racconto, l’indagine poi sviluppata in modo più scientifico nelle Parole abbandonate

I luoghi di Malerba

L’atteggiamento di Malerba è nostalgico?

Non credo che Malerba, con i racconti della Scoperta, abbia voluto “denunciare” la fine di un certo mondo contadino, credo piuttosto che tentando di “leggere” il mondo attraverso la testa di quei contadini abbia scoperto che tutto stava inesorabilmente girando a vuoto e abbia quindi conquistato la percezione, perfino dolorosa, che qualcosa di grande e di antico – oltreché di tragico – stava finendo. Nell’introduzione alle Parole abbandonate, Malerba commenta: “Gli uomini passano, ma la terra rimane immobile come la terra”.

La fine di una certa civiltà contadina non è per lui la fine di un idillio. I protagonisti di queste storie somigliano molto, per esempio, ai contadini “medievali” che ha creato più tardi in Millemosche o nel Pataffio. Una “storia di sempre” che mi fa venire in mente l’epopea western, coi suoi coloni rabbiosi attaccati al loro pezzo di terra, con la morìa del bestiame (qui le galline di Pietramagolana), coi torrenti da guadare e l’odio (o almeno la diffidenza) per lo “straniero” che si accampa ai margini del piccolo paese.»

La scoperta dell’alfabeto – Le parole abbandonate

Luigi Malerba

I racconti della Scoperta dell'alfabeto (1963) sono ambientati nelle terre dell'Appennino parmense che hanno dato i natali a Malerba: la culla di una cultura contadina arcaica rimasta immune per secoli a ogni sorta di rinnovamento e infine toccata, e distrutta, dalla società dei consumi. Malerba ne rievoca l'aspra lotta contro fame e fatica, la violenza di rapporti umani basati sulla necessit...

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Qual è il rapporto tra dialetto e italiano nei racconti?

«Nella finzione letteraria tutti i personaggi della Scoperta parlano in dialetto, a eccezione di Armisdo che ha imparato l’italiano in galera e ora lo sfoggia dappertutto. Per paradosso in tutta La scoperta non c’è una sola parola di dialetto, ma noi sappiamo che quella comunità, molto diffidente di chi parla italiano, sa comunicare solo con il proprio dialetto. Dunque proprio con quelle parole abbandonate che verranno messe in chiaro molti anni dopo per descrivere la vita dei contadini e gli attrezzi da loro usati in casa e in campagna. Questi attrezzi c’erano già nei racconti.»

Un esempio?

«Nel racconto L’acqua del mare si cita una macina da mulino però senza il buco in mezzo, e si veda la voce mulèin delle Parole abbandonate, dove il mulino descritto è quello ad acqua. Nello stesso racconto si ricorda il materasso fatto con gli scartocci, ossia le foglie delle pannocchie di granturco, che vanno a riempire il cosiddetto “paglione” (pajòn). Racconta Malerba che questi rudimentali e rumorosi materassi dovevano essere rinnovati ogni anno, anche perché “facile albergo di cimici e pulci”. Da qui l’usanza igienica di bruciare il paglione, espressione che vale anche in senso metaforico per dire di una promessa (magari di matrimonio) mancata.»

La voce più gustosa del dizionario, secondo Calvino

«Una dimensione di civiltà matriarcale è racchiusa nel termine resdùra, reggitrice, colei che regge o governa la casa.

“L’estraneo che arriva in una casa e non conosce il nome della padrona la chiama resdùra (signora e padrona). In Romagna si usa chiamare rezdùr il padrone di casa, ma qui l’uso maschile è del tutto ignorato. La resdùra fa da mangiare e amministra il cibo, decide quando si deve incominciare a affettare il prosciutto (linsèr al persütt) e fa durare le scorte di farina per il pane e per la polenta fino al nuovo raccolto..."

L’elenco delle mansioni della reggitrice continua per tutta una pagina e alla fine quest’immagine di dominio matriarcale si trasforma in quella d’una schiena sempre curva a sgobbare, di giornate cariche di lavoro in ogni stagione.»

 

Guarda l’intervista di Doriano Fasoli a Luigi Malerba

In questa intervista del 2004 Luigi Malerba parla di Parma, del Gruppo 63, del cinema, della scrittura, di Omero, della fisica e della filosofia.

Guarda anche la seconda parte dell'intervista

Luigi Malerba intervistato da Doriano Fasoli (2004)

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