“Loop”: memorie di un futuro passato

a cura di Redazione Oscar

Un’epoca che non abbiamo mai vissuto

Loop

Se apriamo una pagina a caso di Loop, il libro illustrato di Simon Stålenhag uscito per Oscar Ink, veniamo risucchiati in un mondo rarefatto e suggestivo dove proviamo nostalgia per un’epoca che non abbiamo mai vissuto. Perché non è mai esistita. Nella migliore tradizione dell’ucronia fantascientifica, Loop ci offre una serie di sguardi su una Svezia anni ’80 trasfigurata dalla costruzione di un acceleratore di particelle, l’“anello” del titolo, nonché di una serie di isole artificiali sul lago Mälaren. Una Svezia tecnologica, decadente e misteriosa, costellata da costruzioni gargantuesche e abitata da robot, animali cibernetici e persino dinosauri.

Loop

In Loop, il nostro sguardo arriva in ritardo. La gloria dello sviluppo tecnologico – anzi, fantascientifico – si è esaurita in fretta, lasciando dietro di sé una scia di rottami e ruggine. Il libro trae forza dalla tensione dialettica tra creazione e abbandono, tra ordine antropico e entropia naturale. Gli anni ’80 sono per Stålenhag un deposito immaginifico da cui attingere e in cui proiettare ambizioni retrofuturiste che, nell’atto di venire alla luce, sono già esaurite. La sua è modernità solida, tanto effimera quanto incompleta.

Loop

I racconti e le illustrazioni di Stålenhag aprono squarci su un passato alieno e allo stesso tempo riconoscibile, che rimanda alla tradizione della sci-fi anni '70-80, al cyberpunk e al videogame. Ma di queste tradizioni molto spesso urbane – pensiamo alla Los Angeles di Philip Dick o allo Sprawl di William Gibson – l’autore propone una versione rurale, in cui la speculazione fantascientifica si lega a doppio filo con il genius loci scandinavo e con la dimensione solitaria dei protagonisti, quasi tutti bambini. Troviamo così campi innevati, laghi deserti, biciclette e vecchie Volvo tra mecha che non sfigurerebbero in Ghost in the Shell. E poi ancora portali spaziotemporali alla Star Trek, e vecchie glorie del Sega Mega Drive come Sonic The Hedgehog.

Loop

La melancolia per il passato utopico sfuma nel ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza. Come scrive Lorenzo Pedrazzi su Doppiozero,

«Di fatto, Loop sfrutta l’ucronia per oggettivare l’idea di un’infanzia irripetibile, destinata a sbiadirsi nella memoria dell’adulto – e soprattutto dell’autore adulto – per sublimarsi nel Mito, con tutta l’idealizzazione romantica che ne consegue. È quindi inevitabile che la narrazione abbia una qualità rarefatta e sospesa, poiché “simula” i meccanismi del ricordo e il potere della nostalgia»

Loop

Simon Stålenhag

Tra il 1954 e il 1969 il governo svedese fa costruire il più grande acceleratore di particelle del mondo, un'enorme struttura circolare sotterranea, estesa per decine di chilometri nelle profondità della campagna attorno al lago Mälaren. La gente del posto chiama questo portento della tecnologia di fine secolo "il Loop".

Vent'anni dopo, la vita quotidiana di un gruppo di ragazzini scorre sull...

Scopri di più

Le fonti

In Loop, lo straniamento cognitivo causato dal novum è solo negli occhi del lettore, mai delle figure che popolano le vicende. Non c’è sense of wonder, ma solo ruggine e neve. La meraviglia tecnologica rimane sullo sfondo, come elemento scenografico di abbacinante ordinarietà. Nelle parole di Giuseppe Carrara, ricercatore dell’Università di Siena,

«L’effetto che così si produce è quello di una familiarità straniata e perturbante, nella quale però i personaggi si muovono con assoluta naturalezza»

In questo senso Stålenhag riprende la lezione del grande illustratore statunitense Ralph Mcquarrie, i cui concept per la saga di Star Wars hanno rivoluzionato il nostro modo di intendere il futuro. Mcquarrie ha sovvertito il paradigma estetico proprio della fantascienza classica, cristallizzatosi con 2001: Odissea nello spazio, secondo cui la tecnologia è manifestazione di un design asettico e utopico. Tradotte poi in immagini da George Lucas, le visioni di Mcquarrie ci presentano infatti un universo caotico e decadente, in cui i le astronavi sono polverosi ammassi di ferraglia.

Non è un caso che Stålenhag menzioni proprio l’illustratore americano tra le sue fonti d’ispirazione. Intervistato dal sito Abduzeedo, identifica «pittori di paesaggi e vita selvaggia come Bruno Liljefors, Anders Zorn e Lars Jonsson. Anche molti paesaggisti russi. E per il design meccanico e dei veicoli mi sono ispirato molto ad artisti come Syd Mead e Ralph Mcquarrie, ma sono anche debitore di concept artists contemporanei come Ian Mcque, Scott Robertson e Ryan Church».

Oltre "Loop"

Il progetto creato da Stålenhag non può certo esaurirsi con la pubblicazione del solo Loop. Come ogni universo fictional che si rispetti, si espande per generare sequel, spin-off e adattamenti. Ad esempio, una campagna Kickstarter di fine 2016 ha portato alla creazione del gioco di ruolo Tales from the Loop – disponibile per ora solo in lingua inglese – in cui i giocatori possono creare il proprio personaggio e risolvere misteri per tutto il Mälaren.

La prosecuzione delle vicende raccontate in Loop si trova invece nel libro illustrato Flood, che uscirà prossimamente per Oscar Ink. Il sequel prosegue l’esplorazione dell’ucronia scandinava attraverso gli anni ’90, e ci racconta l’inondazione di un misterioso liquido nero proveniente da una struttura sotterranea, altro residuato di una tecnologia abbandonata.

Mondadori porterà in Italia anche The Electric State, ambizioso progetto narrativo che trasporta le visioni retrofuturiste di Stålenhag in un’America distopica di fine anni ’90. In piena tradizione on the road, il libro racconta il viaggio di una bambina e del suo robot attraverso una realtà post-apocalittica che riporta alla mente modelli ludo-narrativi come Fallout e Ready Player One.

The Electric State è stato anche opzionato per un film dalla casa di produzione dei fratelli Russo, registi di Captain America: The Winter Soldier, Civil War e Infinity War. I Russo sono attualmente in trattativa per affidare l’adattamento ad Andy Muschietti, già dietro la telecamera per il fortunato remake di IT.

Siamo certi che questi creativi sapranno tradurre in pellicola la straordinaria evocatività delle opere di Stålenhag. E mostrarci ancora una volta la nostalgia di un mondo che sarebbe potuto essere, e non è mai stato.