LIBIA: una graphic novel per capire davvero la questione libica

a cura di Redazione Oscar

Qual è la Libia vera?
Quella che esiste fuori dai servizi dei telegiornali e dai post sui social?


La risposta sta nel nuovo libro di Francesca Mannocchi Gianluca Costantini, LIBIA, una graphic novel da poco entrata nella collana Oscar INK che dà notizia di una Libia diversa, una Libia vera.

I due autori, lei giornalista d'inchiesta che ha lavorato in Libia, Tunisia, Iraq, Siria ed Egitto dedicandosi soprattutto ai temi della guerra e dei migranti, lui attivista per i diritti umani che ha messo il proprio talento artistico al servizio di importanti cause umanitarie, hanno voluto affrontare una questione che da decenni si rivela tra le più divisive all'interno dell'opinione pubblica italiana e internazionale.

Proprio in questi giorni il tema ha massima attenzione all'interno dei dibattiti politici e dei giornali poiché l'Italia ha rinnovato il discusso accordo con la Libiail Memorandum d’intesa Italia-Libia sui migranti stipulato dai due governi nel 2017.
A essere messo sotto accusa è soprattutto l'utilizzo di fondi pubblici per finanziarlo, considerate le continue denunce di violazioni dei diritti umani sia da parte della guardia costiera libica che all’interno dei centri di detenzione governativi.

Uno sguardo dentro Libia


Mannocchi e Costantini, forti della loro esperienza di professionisti che hanno realmente lavorato sul campo o lottato in prima linea per cause umanitarie di rilievo, ci consegnano un fumetto che nei suoi potenti bianco e nero e nella rievocazione di episodi passati e recenti della storia libica (a partire dal massacro di Abu Salim che compare in prima pagina), ci permette di andare oltre una visione parziale di questo tema.

Il risultato è una graphic novel dall'anima politica, o un'inchiesta in forma di fumetto che sembra definire sempre di più una nuova modalità espressiva e narrativa per parlare del presente.

Tra le pagine c'è la Libia dei libici, la Libia delle code fuori dalle banche per procurarsi una moneta che non ha più valore. La Libia dei ragazzi che hanno combattuto il regime di Gheddafi e ora lo rimpiangono perché almeno, “quando c’era lui”, si sentivano sicuri e non mancavano soldi, corrente elettrica, benzina.

La Libia delle madri ferme alla finestra in attesa di figli che non torneranno. La Libia degli anziani che hanno attraversato decenni di dittatura e si guardano sempre le spalle. La Libia della gente comune che subisce ogni giorno ricatti dei militari, abusi, rapimenti, e vive perennemente nel terrore.

Ci sono persone che guardano il mare sperando nel futuro e poi lo attraversano cercando di raggiungerlo; deserti dove si cammina con la fame e con la sete; brigate che controllano le città, gli affari, le vite delle persone.

 

 

Com'è nato Libia?
Tre domande a Gianluca Costantini


Nella cornice di Lucca Comics & Games 2019 abbiamo incontrato Gianluca Costantini, che ha partecipato con una serie di eventi in cui ha raccontato il suo impegno civile e le sue numerose esperienze (tra cui il premio Arte e diritti umani di Amnesty International). 

Lucca Comics

Arte e impegno umanitario: sono due elementi che convivono strettamente nel tuo lavoro. Ci racconti come e quando queste due dimensioni si sono incrociate?

I due mondi si sono uniti all'incirca quindici anni anni fa. Prima ero un disegnatore che si muoveva tra l'underground e la ricerca artistica che lavorava soltanto su argomenti molto privati, autobiografici, più che altro estetici. 
Dal 2004-2005 ho cominciato a interessarmi sempre di più al mondo e volevo uscire dallo studio, dalla classica vita da artista, perché intendevo fare delle cose insieme alle altre persone, fare cose per le persone.
Quindi ho iniziato a usare i network, disegnando, senza una committenza, avvenimenti, accadimenti da ogni parte del mondo, persone, luoghi. Da lì è iniziata un po' tutta questa storia.

Contemporaneamente in altre parti del mondo succedeva la stessa cosa: disegnatori, americani, russi, francesi iniziavano a muoversi nella stessa direzione. È stato un momento in cui una piccola parte di disegnatori ha deciso di cambiare, di creare fumetti sulla realtà, raccontando la realtà entrandovi prima dentro. Non si tratta più di creare libri o disegni, ma di fare qualcosa che le persone possano usare, anche come forma di attivismo.
Quindi un po' alla volta è nata una struttura di disegnatori e attivisti e io ho iniziato a lavorare in particolar modo con i giornalisti che sono affascinati da questo nuovo medium - il fumetto - che pian piano entrava all'interno dei giornali.
Questa struttura si è costruita e rafforzata nel tempo, tanto che ho lavorato per un anno con Pagina 99 e i miei lavori stavano nelle prime pagine del settimanale. Ero equiparato ai giornalisti, agli scrittori e agli attivisti. 


In una graphic novel parola e disegno diventano un tutt'uno di significati. Come ha preso forma Libia? Quale aspetto del lavoro con Francesca Mannocchi è stato per te più interessante o sfidante?

L'aspetto più sfidante è stato che Francesca Mannocchi è una persona che ha vissuto davvero la realtà della Libia, quindi è a tutti gli effetti il personaggio della storia, del fumetto.
Volevo che diventasse un personaggio dei fumetti, ma un personaggio fuori dagli stereotipi dell'avventura; ero affascinato dall'idea che Francesca facesse cose spericolate che io non avrei mai fatto. Vedendo i suoi video online e i suoi reportage, ho deciso di contattarla e anche lei è stata entusiasta di provare un nuovo linguaggio. Così abbiamo iniziato a lavorare a questo libro molto difficile partendo dai suoi racconti e dalle sue interviste. 


Libia è stata una sfida perché non esiste un immaginario libico, non c'è cinematografia, né turismo, né foto o video a cui potersi ispirare. È un immaginario che anche per gli italiani, che sono vicini dei libici o hanno vissuto in Libia, è inesistente.
Non sanno com'è Tripoli, o il deserto libico, dove lavorano gli italiani nelle aziende del gas o del petrolio. È uno scenario oscuro, si conosce solo Gheddafi, ma più per il folklore di Gheddafi o per la visione naïf di lui (il suo abbigliamento, il rapporto con le donne e temi simili...), che per le azioni concrete - anche quelle intelligenti - che ha fatto Gheddafi in Libia.


Quindi abbiamo cercato di costruire un ritratto di tutto il paese attraverso i personaggi che Francesca ha incontrato, nonostante questi fossero completamente diversi tra di loro: dal terrorista al migrante, dallo scafista al trafficante di esseri umani e alla guardia carceraria. Tutti gli strati sociali, insomma, tutte vittime di questo folle contesto libico. 

Qual è l'aspetto della Libia contemporanea che è meno conosciuto o quello più incompreso dall'opinione pubblica?

La cosa più interessante che io personalmente ho conosciuto disegnando questo libro è legata ai migranti e alle loro origini.
L'eritreo, il somalo, il nigeriano hanno tutti delle storie diverse e motivi diversi per cui arrivano in Libia. Per esempio, quando si parla degli eritrei in Italia adesso so il perché sono qui: una dittatura molto forte li opprime e loro scappano perché vogliono vivere. Oppure c'è chi scappa dalla povertà o dalla guerra. Ognuno ha le sue ragioni e tutti vanno a finire in quel luogo che si chiama "Libia", un contenitore di tutta l'Africa che si muove.


Conoscere il motivo per cui salgono su quelle barche potrebbe essere molto utile per comprenderli e accoglierli, anche per gli italiani più resistenti che si schierano contro il loro arrivo.
Conoscere approfonditamente le loro origini e le radici della presenza italiana nei loro paesi può essere un avvicinamento.

LIBIA

Gianluca Costantini, Francesca Mannocchi

Da circa un decennio la questione libica divide profondamente l'opinione pubblica italiana.

Da un lato chi è stato favorevole all'intervento armato nel 2011, dall'altro i contrari. Da un lato - soprattutto - chi pensa che il flusso dei migranti verso le nostre coste vada fermato con ogni mezzo, e che i centri di detenzione "legali" e illegali in Libia siano una soluzione, dall'altro chi ritiene...

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