Jemisin: La Quinta Stagione – Prologo

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a cura di Redazione Oscar

La Quinta Stagione - La Terra Spezzata. Libro 1

La quinta stagione prologo

N. K. Jemisin è entrata nel pantheon della narrativa fantastica vincendo tre premi Hugo consecutivi, tra il 2016 e il 2018, con la trilogia “La Terra Spezzata”, un’opera che si candida fin d’ora a diventare un classico e che Oscar Fantastica è orgogliosa di presentare ai lettori italiani.
Un’ampia porzione de La Quinta Stagione, primo volume della trilogia, viene qui pubblicata a puntate con cadenza settimanale.
Buona lettura!

A quanti devono combattere per ottenere quel rispetto che agli altri è garantito.

Ciò che devi ricordare è questo: la fine di una storia è solo l’inizio di un’altra. È già accaduto, dopo tutto. La gente muore. I vecchi ordini passano. Nascono nuove società. Quando diciamo: «È la fine del mondo», di solito è una bugia, perché in realtà il pianeta sta bene.
Ma è così che finisce il mondo.
È così che finisce il mondo.
È così che finisce il mondo.
Per l’ultima volta.

PROLOGO.
Tu sei qui

Cominciamo dalla fine del mondo, perché no? Chiudiamo la questione e passiamo ad argomenti più interessanti.
Innanzitutto una fine privata. C’è una cosa a cui lei non smetterà mai di pensare nei giorni a venire, mentre s’immaginerà com’è morto suo figlio e cercherà di dare un senso a qualcosa di congenitamente insensato. Stenderà una coperta sul corpicino straziato di Uche – ma non sul viso, perché lui ha paura del buio – e gli siederà accanto intorpidita, insensibile alla fine del mondo che si sta consumando di fuori. Dentro di lei il mondo è già finito. Ed entrambe le fini sono già accadute. Ormai ci ha fatto l’abitudine.
Allora, e dopo di allora, penserà: “Ma lui era libero”.
E ogni volta che il suo io confuso e sconvolto riuscirà a pronunciare questa quasi domanda, il suo io amareggiato e stanco risponderà:
“No, non lo era. Non del tutto. Ma adesso lo sarà.”

E ora, il contesto. Ripartiamo dalla fine, del continente, questa volta.
Ecco una terra.
È una terra ordinaria come tutte le terre. Montagne e altopiani, canyon e foci di fiumi: le solite cose. Usuale in tutto, tranne che per dimensioni e dinamismo. Si muove molto, questa terra. Come un vecchio che giace irrequieto nel letto, si solleva e sospira, si contrae e scoreggia, sbadiglia e deglutisce. Allora, gli abitanti di questo continente l’hanno chiamato l’Immoto. È una terra di pacata, amara ironia.
L’Immoto ha avuto altri nomi. Un tempo c’erano molte terre. Ora è un unico continente ininterrotto, ma in un imprecisato futuro tornerà a essere diviso.
Molto presto, in realtà.
La fine comincia in una città: la più antica, grande e magnifica città vivente del mondo. Il suo nome è Yumenes e un tempo era il cuore di un impero. È ancora il cuore di molte cose, benché l’impero sia appassito negli anni, dopo il rigoglio della prima fioritura, come fanno gli imperi.
Non è la dimensione a rendere unica Yumenes. Ci sono molte grandi città in questa parte del mondo, inanellate intorno all’equatore come una cintura continentale. Altrove, i paesi crescono di rado fino a diventare cittadine e le cittadine si trasformano di rado in città, perché è difficile tenere in vita tutte queste entità organizzate quando la terra cerca continuamente di inghiottirle… Ma Yumenes è rimasta stabile per la maggior parte dei suoi ventisette secoli.
Yumenes è unica perché soltanto qui gli esseri umani hanno osato costruire non per la sicurezza, non per le comodità, e nemmeno per la bellezza, bensì per audacia. Le mura della città sono un capolavoro di delicati mosaici e bassorilievi che raccontano la lunga, brutale storia della sua gente. I numerosi agglomerati di edifici sono punteggiati da alte torri simili a dita di pietra, da lanterne lavorate a mano e alimentate da quella meraviglia moderna che è l’energia idroelettrica, da ponti che disegnano archi di cristallo leggeri e temerari e da strutture architettoniche chiamate “balconi”, così semplici e al tempo stesso così ardite e mozzafiato che, a quanto risulta dalla storia scritta, nessuno le aveva mai costruite prima. (Ma gran parte della storia non è mai stata scritta: non bisogna dimenticarlo.) La pavimentazione delle strade non è di ciottoli facili da sostituire, ma di una miracolosa sostanza liscia e senza soluzione di continuità che i locali hanno soprannominato “asfalto”. Persino le baracche di Yumenes sono coraggiose, perché hanno muri così sottili che una tempesta di vento le farebbe crollare, per non parlare di un terremoto. Eppure continuano a restare in piedi, come fanno da generazioni.
Nel cuore della città ci sono molti grandi edifici, e forse per questo non è sorprendente che ce ne sia uno più grande e più audace di tutti gli altri messi insieme: una struttura massiccia la cui base è una piramide di ossidiana tagliata con la massima precisione a forma di stella. Le piramidi sono la forma architettonica più stabile e questa è cinque volte una piramide; d’altra parte, perché no? E visto che ci troviamo a Yumenes, in cima alla piramide è collocata una grande sfera geodetica le cui superfici sfaccettate paiono d’ambra traslucida, e che sembra tenersi in un equilibrio effimero, mentre in realtà ogni elemento della struttura è destinato all’unico scopo di sostenerla. Ha un aspetto precario: questo è ciò che conta.
La Stella Nera è il luogo in cui s’incontrano i capi dell’impero per le loro incombenze capesche. La sfera d’ambra è dove tengono l’Imperatore, accuratamente preservato e in condizioni perfette. Lui percorre i corridoi dorati con aristocratica disperazione, facendo ciò che gli viene detto e paventando il giorno in cui i padroni decideranno che sua figlia è più ornamentale di lui.
Non che questi luoghi e queste persone abbiano alcuna importanza, comunque. Li presento solo per fornire un contesto.
Ma ecco un uomo che d’importanza ne avrà molta.
Puoi provare a immaginarti il suo aspetto, per il momento. Puoi anche immaginare ciò che sta pensando. Potresti sbagliarti, fare mere congetture, ma esiste sempre un certo grado di probabilità. In base alle sue azioni successive, solo alcuni pensieri possono attraversargli la mente in questo istante.
È su una collina, non lontano dalle facce di ossidiana della Stella Nera. Da qui riesce a vedere quasi tutta la città, a odorarne il fumo, a perdersi nel suo brusio. C’è un gruppo di giovani donne che camminano su uno dei sentieri d’asfal­to sotto di lui; la collina è all’interno di un parco molto amato dai residenti della città. (“Tenete il verde all’interno delle mura” esorta la litodottrina, ma nella maggior parte delle comunità la terra è trattata con legumi e altre colture fertilizzanti. Solo a Yumenes si modella il verde per la sua grazia.) Una delle giovani dice qualcosa che fa ridere le altre e il suono fluttua fino all’uomo su un refolo di brezza. Lui chiude gli occhi e assapora il tremolo tenue delle loro voci, l’eco ancora più tenue dei loro passi, come un battito d’ali di farfalla contro le sue sensipinae. Non può sensire i sette milioni di abitanti della città, badate: è bravo, ma non fino a questo punto. Comunque sì, la maggior parte di loro è lì. Qui. Lui respira a fondo e diventa tutt’uno con la terra. Calpestano i filamenti dei suoi nervi; le loro voci gli vellicano la peluria sulla pelle; i loro respiri increspano l’aria che gli scende nei polmoni. Sono sopra di lui. Sono dentro di lui.
Ma sa che non è, e non sarà mai, uno di loro.
«Lo sapevi» dice in tono discorsivo «che la prima litodottrina fu veramente incisa sulla pietra? Perché non la si potesse cambiare per adeguarla alla moda o alla politica. E perché non si potesse cancellare.»
«Lo so» dice la sua compagna.
«Già. Probabilmente c’eri quando è stato stabilito, me ne dimenticavo.» Sospira guardando le donne che si allontanano. «Amarti è una sicurezza. Non mi abbandonerai. Non morirai. E conosco il prezzo in anticipo.»
La sua compagna non risponde. Lui non si aspettava davvero una risposta, benché un po’ ci sperasse. È stato molto solo.
Ma la speranza è irrilevante, come molti altri sentimenti che gli causerebbero solo disperazione se ci si soffermasse di nuovo. Lo ha già fatto abbastanza. Il tempo dell’esita­zione è finito.
«Un comandamento» dice allargando le braccia «è inciso nella pietra.»
Immaginate che il suo viso sia indolenzito dal sorriso. Sorride da ore a denti stretti, le labbra tirate indietro, gli occhi strizzati che mostrano una raggiera di zampe di gallina. Sorridere in modo che gli altri ti credano è un’arte. Devono sorridere anche gli occhi, altrimenti sapranno che li odi.
«Le parole cesellate sono assolute.»
Non si rivolge a nessuno in particolare, anche se accanto all’uomo c’è una donna… più o meno. La sua imitazione del genere umano è solo superficiale, di cortesia. Così come l’abito morbidamente drappeggiato che indossa non è di tessuto. Ha semplicemente modellato una parte della sua sostanza rigida per soddisfare le preferenze delle fragili creature mortali tra le quali si muove al momento. Da una certa distanza l’illusione che si tratti di una donna immobile funzionerebbe, almeno per un po’. Da vicino, tuttavia, qualunque ipotetico osservatore noterebbe che la sua pelle è porcellana bianca, non in senso metaforico. Una bella scultura, se fosse tale, benché realistica in modo troppo indelicato per il gusto locale. La maggior parte degli abitanti di Yumenes preferisce l’astrazione garbata alla volgare realtà.
Quando si volta verso l’uomo – lentamente: i mangiapietra sono lenti sulla terra, tranne quando non lo sono – il movimento trasforma la sua artificiosa bellezza in qualcosa di completamente diverso. L’uomo ci si è abituato, ma evita di guardarla lo stesso. Non vuole che la repulsione rovini questo momento.
«Che cosa farai?» le chiede. «Quando sarà successo. La tua specie sorgerà dalle macerie e prenderà il mondo al posto nostro?»
«No» dice lei.
«Perché no?»
«Pochi di noi sono interessati a questo. Comunque, tu sarai ancora qui.»
L’uomo capisce che non parla solo di lui. La tua specie. Il genere umano. Lo tratta spesso come se rappresentasse la sua intera specie. Lui fa lo stesso con lei.
«Sembri molto sicura.»
A questo lei non risponde. I mangiapietra si danno raramente la pena di dichiarare l’ovvio. Lui ne è contento, perché la sua parlata lo infastidisce: non fa vibrare l’aria come la voce umana. Non sa come avviene. Non gli importa saperlo, vuole solo che stia in silenzio.
Vuole che tutto sia silenzio.
«Basta» dice. «Per favore.»
E poi si tende, con tutto il capillare controllo che il mondo gli ha estorto attraverso il lavaggio del cervello, le pugnalate alle spalle e l’abbrutimento; con tutta la sensibilità che i suoi padroni gli hanno instillato attraverso generazioni di stupri, coercizione e selezione altamente innaturale. Le sue dita si aprono e fremono mentre lui sente i diversi punti che si riverberano sulla mappa della sua consapevolezza: i suoi compagni schiavi. Non può liberarli, non concretamente. Ci ha già provato e ha fallito. Tuttavia, può fare in modo che la loro sofferenza serva una causa più grande dell’arroganza di una città e della paura di un impero.
Allora s’inabissa e afferra la vastità animata, pulsante, accesa, multiforme della città e il letto di roccia più quieto al di sotto e il ribollire tumultuoso di calore e pressione ancora più giù. Poi si espande e abbraccia il grande puzzle in movimento che è la crosta terrestre su cui siede il continente.
Infine si erge. Per il potere.
Prende tutto questo – gli strati e il magma e la gente e il potere – nelle sue mani immaginarie. Ogni cosa. La tiene. Non è solo. La terra è con lui.
Poi la spezza.
Ecco l’Immoto, che non è immoto nemmeno nelle giornate buone.
Adesso ondeggia, rimbomba, nel cataclisma. Ora c’è una linea, approssimativamente da est a ovest, troppo diritta, quasi perfetta nella sua evidente anomalia, che corre lungo la circonferenza dell’equatore. Il punto di origine della linea è la città di Yumenes.
La linea è profonda: una ferita fino alla carne viva del pianeta. Il magma sgorga nella sua scia, nuovo e incandescente. La terra è brava a guarire se stessa. Questa ferita si chiuderà in fretta in termini geologici, poi l’oceano purificatore userà la sua cicatrice per dividere l’Immoto in due terre. Fino a quel momento, tuttavia, la ferita suppurerà non solo per il calore, ma anche per il gas e la cenere scura e granulosa, così tanta da soffocare il cielo sulla faccia del­l’Immoto in poche settimane. Ovunque le piante avvizziranno e gli animali che se ne nutrono moriranno di fame. L’inverno sarà precoce e rigido e durerà molto, molto tempo. Finirà, naturalmente, come ogni inverno, e il mondo tornerà al suo vecchio sé. Alla fine.
Alla fine.
Gli abitanti dell’Immoto vivono perennemente pronti al disastro. Hanno costruito muri e scavato pozzi e messo da parte viveri e possono sopravvivere senza difficoltà cinque, dieci, persino venticinque anni in un mondo senza sole.
Alla fine in questo caso significa fra qualche migliaio di anni.
Ecco, le nuvole di cenere si stanno già propagando.

Mentre parliamo del continente, del pianeta, dovremmo prendere in considerazione gli obelischi, che fluttuano sopra tutto questo.
Un tempo, quando furono costruiti, dispiegati e utilizza­ti, gli obelischi avevano altri nomi, ma nessuno ricorda i loro nomi o il loro scopo. I ricordi sono fragili come ardesia nell’Immoto. In realtà, di questi tempi nessuno fa molto caso agli obelischi, benché siano congegni immensi, affascinanti e terribili: enormi frammenti di cristallo che si librano fra le nuvole, ruotando lentamente su incomprensibili rotte di volo, mentre la loro immagine si sfoca di tanto in tanto come se non fossero del tutto reali… Ma questo potrebbe essere solo un gioco di luce. (Non lo è.) È ovvio che gli obelischi non sono niente di naturale.
È altresì ovvio che sono irrilevanti. Maestosi, ma inutili: solo un’altra reliquia dell’ennesima civiltà distrutta con successo grazie agli sforzi instancabili di Padre Terra. Ci sono molti altri cairn simili in giro per il mondo: un migliaio di città in rovina, un milione di monumenti a dèi ed eroi che nessuno ricorda, decine di ponti verso il nulla. Non sono cose da ammirare, dice la saggezza dell’Immoto. Le genti che le hanno costruite erano deboli e sono morte, come succede inevitabilmente ai deboli. Ma la loro vera colpa è il fallimento. Coloro che hanno costruito gli obelischi hanno fallito più degli altri.
Tuttavia, gli obelischi esistono e giocano un ruolo nella fine del mondo; dunque, sono degni di nota.

Torniamo al privato. Bisogna restare con i piedi per terra, ah ah.
La donna che ho menzionato, quella cui è morto il figlio, non era a Yumenes, per fortuna, altrimenti questo sarebbe un racconto molto breve. E tu non esisteresti.
Vive in una città che si chiama Tirimo. Nel linguaggio dell’Immoto, una città è una forma di comunità, o com, ma Tirimo è a malapena abbastanza grande da meritarsi questo nome. Si trova nella valle omonima ai piedi delle montagne Tirimas. Il bacino d’acqua più vicino è un ruscello intermittente che i locali chiamano Piccolo Tirika. In una lingua che non esiste più se non in questi pochi frammenti rimasti, eatiri significa “tranquillo”. Tirimo è lontana dalle città stabili e scintillanti delle Equatoriali, quindi le persone di qui costruiscono pensando agli inevitabili sismi. Non ci sono torri o cornicioni artistici, solo muri di legno ed economici mattoni locali, posati su fondamenta di pietra sgrossata. Nessuna strada asfaltata, solo pendii erbosi attraversati da sentieri sterrati; e solo su alcuni di questi sentieri sono stati posati assi di legno o ciottoli. È un luogo tranquillo, anche se il cataclisma appena avvenuto a Yumenes manderà presto onde sismiche a sud che raderanno al suolo l’intera regione.
In questa città c’è una casa uguale a tutte le altre. Si trova su uno dei pendii ed è poco più di una buca scavata nella terra, rivestita di argilla e mattoni per renderla impermeabile e coperta con un tetto di zolle e legno di cedro. I sofisticati abitanti di Yumenes ridono (ridevano) di questi scavi primitivi, sempre che si degnino (si degnassero) di parlarne, ma per la gente di Tirimo vivere nella terra è tanto saggio quanto semplice. Si mantiene il fresco d’estate e il tepore d’inverno, si resiste ai terremoti come alle tempeste.
Il nome della donna è Essun. Ha quarantadue anni. Assomiglia alla maggior parte delle donne delle Midlat: alta quando si alza in piedi, con la schiena dritta e il collo lungo, fianchi che hanno partorito facilmente due bambini e seni che facilmente li hanno nutriti, e mani grandi, agili. Di aspetto forte e ben tornita: caratteristiche di valore nel­l’Immoto. I capelli le pendono intorno al viso in ciocche di ricci fibrosi grosse come il suo mignolo, di un nero che si schiarisce sulle punte. La sua pelle è sgradevolmente marrone ocra secondo un certo canone e sgradevolmente olivastra secondo un altro. Gli abitanti di Yumenes chiamano (chiamavano) meticci delle Midlat gli individui come lei, con evidenti tratti Sanze, ma non abbastanza.
Il bambino era suo figlio. Si chiamava Uche, aveva quasi tre anni. Era piccolo per la sua età, con gli occhi grandi e il nasino a patata, precoce, un sorriso dolce. Non gli mancava nessuno dei vezzi che usano i bambini per conquistarsi l’amore dei genitori da quando la specie umana si è evoluta verso una sembianza di ragione. Era sano e intelligente e dovrebbe essere ancora vivo.
Questa stanza era il soggiorno della loro casa. Era accogliente e tranquilla: una stanza dove poteva raccogliersi tutta la famiglia a chiacchierare, mangiare o giocare, a coccolarsi e scherzare. Le piaceva allattare Uche in quella stanza. Lei crede che sia stato concepito lì.
E lì suo padre lo ha picchiato a morte.

E ora l’ultimo tassello di contesto: il giorno seguente, nella valle che circonda Tirimo. A quest’ora i primi echi del cataclisma si sono già propagati, anche se più tardi ci saranno altre scosse.
All’estremità settentrionale della valle c’è la devastazione: alberi spezzati, rocce rotolate giù, una coltre di polvere sospesa che non si è dissipata nell’aria immobile che odora di zolfo. Dove la prima onda d’urto ha colpito non è rimasto in piedi niente: è stato quel genere di sommovimento che scuote e distrugge ogni cosa e poi sbatacchia i pezzi come sassolini. Ci sono anche cadaveri: piccoli animali che non sono riusciti a scappare, cervi e altre bestie di grosse dimensioni che hanno esitato nella fuga e sono stati schiacciati dalle macerie. E anche alcune persone abbastanza sfortunate da viaggiare sulla strada dei commerci nel giorno sbagliato.
I ricognitori di Tirimo venuti in questa direzione non hanno scavalcato le macerie: le hanno solo guardate attraverso occhilunghi da ciò che rimaneva della strada. Si sono meravigliati che il resto della valle – la parte tutt’intorno a Tirimo: un cerchio quasi perfetto con un raggio di parecchie miglia – fosse indenne. Be’, in realtà non si sono proprio meravigliati. Si sono guardati con cupa inquietudine, perché tutti sanno che cosa significa una tale apparente fortuna. “Cerca al centro del cerchio” ammonisce la litodottrina. A Tirimo, da qualche parte, c’è un rogga.
Un pensiero terrificante. Ma ancora più terrificanti sono i segni che provengono da nord e il fatto che il capovillaggio di Tirimo abbia ordinato loro di raccogliere quante più carcasse fresche di animali possibile sulla via del ritorno. La carne che non è andata a male si può essiccare; le pelli si possono conciare. Casomai. I ricognitori alla fine se ne vanno, preoccupati dal pensiero di quel “casomai”. Se non fossero stati così preoccupati, avrebbero potuto notare, ai piedi di una roccia spezzatasi da poco, l’oggetto incuneato in modo discreto fra un abete sghembo e un cumulo di massi. L’oggetto sarebbe stato degno di nota per forma e dimensioni: oblungo come un rene, di calcedonio screziato grigioverde scuro, sensibilmente diverso dall’arenaria pallida crollata tutt’intorno. Se si fossero avvicinati, si sarebbero accorti che arrivava all’altezza del petto ed era lungo quasi come un corpo umano. Se lo avessero toccato, forse sarebbero rimasti affascinati dalla compattezza della sua superficie. È un oggetto massiccio ed emana un odore di ferro che ricorda la ruggine e il sangue. Si sarebbero sorpresi nel sentirlo caldo al tatto.
Invece, non c’è più nessuno intorno quando l’oggetto geme debolmente e poi si spacca, dividendosi in modo netto lungo l’asse longitudinale come se fosse stato segato a metà. Allora, la fuoriuscita di calore e gas in pressione provoca un sibilo acuto che fa scappare in cerca di un nascondiglio ogni creatura della foresta sopravvissuta e rimasta nei paraggi. Con un bagliore quasi istantaneo, dai margini della spaccatura filtra una luce, simile a una fiamma e a qualcosa di liquido, lasciando dei vetri anneriti dal fuoco intorno alla base dell’oggetto. Allora l’oggetto torna immobile per una lunga pausa. Si sta raffreddando.
Passano parecchi giorni.
Poi qualcosa lo apre dall’interno e striscia per pochi metri prima di crollare. Passa un’altra giornata.
Ora che l’oggetto si è raffreddato e diviso, è visibile uno strato irregolare di cristalli, alcuni striati di bianco, altri rossi come sangue venoso, che ne rivestono la superficie interna. Del liquido pallido si raccoglie sul fondo cavo delle due metà, anche se la maggior parte del fluido che il geode conteneva è stato assorbito dal terreno sottostante.
Il corpo che stava all’interno giace prono fra le rocce, nudo e ormai asciutto, ma ansima ancora come se fosse esausto. A poco a poco, tuttavia, si solleva. Ogni movimento è studiato e molto, molto lento. È un’operazione lunga. Quando infine è in piedi, si dirige barcollando – lentamente – verso il geode e si appoggia alla sua mole per sostenersi. Puntellandosi, si piega – lentamente – e allunga una mano all’interno. Poi, con un gesto improvviso, secco, spezza la punta di un cristallo rosso. È un frammento all’incirca della dimensione di un acino, frastagliato come vetro rotto.
Il ragazzo – è questo che sembra – se lo mette in bocca e lo mastica rumorosamente, con scrocchi e stridii che riecheggiano intorno alla radura. Dopo qualche istante lo inghiotte. Poi inizia a tremare violentemente. Si abbraccia per un momento con un gemito flebile, come se si fosse accorto all’improvviso di essere nudo e di avere freddo e di che cosa terribile sia.
Poi, con uno sforzo, recupera il controllo di sé. Infila la mano nel geode – adesso si muove più in fretta – e prende altri cristalli. Ne fa una piccola pila a mano a mano che li stacca. I frammenti spessi si sbriciolano sotto le sue dita come se fossero di zucchero, ma in realtà sono duri, molto duri. Del resto lui non è un vero bambino, quindi ci riesce facilmente.
Infine si raddrizza vacillando, con le braccia piene di pietra di un rosso sangue lattiginoso. Il vento soffia forte per un istante e la pelle gli formicola in risposta. Allora si contorce, questa volta in fretta e a scatti come un burattino meccanico. Poi si guarda aggrottando la fronte. Quando si concentra i suoi movimenti diventano più sciolti, più fluidi. Più umani. Come per sottolinearlo, annuisce a se stesso, forse soddisfatto.
Allora si volta e si avvia verso Tirimo.
Ciò che devi ricordare è questo: la fine di una storia è solo l’ini­zio di un’altra. È già accaduto, dopo tutto. La gente muore. I vecchi ordini passano. Nascono nuove società. Quando diciamo: “È la fine del mondo”, di solito è una bugia, perché in realtà il pianeta sta bene.
Ma è così che finisce il mondo.
È così che finisce il mondo.
È così che finisce il mondo.
Per l’ultima volta.

 

Copyright © 2015 by N. K. Jemisin.
Estratti pubblicati in accordo con Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency (PNLA).
Map © Tim Paul.
© 2019 Mondadori Libri S.p.A., Milano.

La Quinta Stagione. La terra spezzata – Libro 1

N.K. Jemisin

È iniziata la stagione della fine. Con un'enorme frattura che percorre l'Immoto, l'unico continente del pianeta, da parte a parte, una faglia che sputa tanta cenere da oscurare il cielo per anni. O secoli. Comincia con la morte, con un figlio assassinato e una figlia scomparsa. Comincia con il tradimento e con ferite a lungo sopite che tornano a pulsare.

L'Immoto è da sempre abituato alle cat...

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