Jemisin: La Quinta stagione – Capitolo 6

a cura di Redazione Oscar

La Quinta Stagione - Capitolo 6

La Quinta stagione Capitolo 6

N. K. Jemisin è entrata nel pantheon della narrativa fantastica vincendo tre premi Hugo consecutivi, tra il 2016 e il 2018, con la trilogia “La Terra Spezzata”, un’opera che si candida fin d’ora a diventare un classico e che Oscar Fantastica è orgogliosa di presentare ai lettori italiani.

Un’ampia porzione de La Quinta Stagioneprimo volume della trilogia, viene qui pubblicata a puntate con cadenza settimanale.
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Buona lettura!

6
Damaya ha una stridente battuta d’arresto

I primi giorni di viaggio con Schaffa scorrono tranquilli. Non noiosi. Ci sono parti noiose, come quando la Strada Imperiale che percorrono attraversa campi interminabili di steli di kirga o samishet o quando i campi lasciano il posto a distese di foresta così buia e silenziosa e vicina che Damaya non osa quasi aprir bocca per paura di fare arrabbiare gli alberi. (Nei racconti gli alberi sono sempre arrabbiati.) Ma anche questa è una novità, perché Damaya non ha mai superato i confini di Palela, nemmeno fino a Brevard con il padre e Chaga nei giorni di mercato. Cerca di non sembrare una completa campagnola, che rimane a bocca aperta ogni volta che vede qualcosa di strano, ma non sempre ci riesce, anche se sente i risolini di Schaffa dietro la sua schiena. Non riesce a darle fastidio che rida di lei.
Brevard è alta, stretta e affollata come non ha mai visto; così Damaya si curva sulla sella mentre fanno il loro ingresso, lanciando occhiate agli edifici che incombono su entrambi i lati della strada e domandandosi se capita mai che crollino sui passanti. Nessun altro sembra notare che quegli edifici sono alti e ammassati uno contro l’altro in modo ridicolo, quindi dev’essere stato fatto di proposito. In giro ci sono decine di persone anche se il sole è tramontato e, secondo la sua esperienza, tutti dovrebbero essere pronti per andare a dormire.
Invece non lo fa nessuno. Oltrepassano un edificio così illuminato da lanterne a olio e roboante di risate che Damaya non riesce a resistere alla curiosità e chiede che cos’è. «Una specie di locanda» risponde Schaffa, poi ridacchia come se lei gli avesse fatto la vera domanda che ha in mente. «Ma non ci fermeremo lì.»
«È davvero molto rumorosa» dice Damaya, cercando di sembrare esperta.
«Be’, sì, anche per questo. Ma il motivo principale è che non è un buon posto per portarci dei bambini.» Damaya resta in attesa, ma lui non dà altre spiegazioni. «Andiamo in un posto dove sono già stato molte volte. Il cibo è discreto, i letti sono puliti e i nostri effetti personali non dovrebbero sparire prima che faccia giorno.»
Così passano la prima notte di Damaya in una locanda. Lei è sconcertata da tutto: cenare in una stanza piena di estranei, mangiare del cibo diverso da quello che preparavano i suoi genitori o Chaga, immergersi in un grosso catino di ceramica con sotto un fuoco invece che nel mezzo barile d’acqua fredda in cucina, dormire in un letto più grande del suo e di quello di Chaga messi insieme. Il letto di Schaffa è ancora più grande, ed è adatto al suo fisico imponente, ma Damaya lo fissa lo stesso a bocca aperta mentre lui lo trascina dentro la stanza. (Questo, per lo meno, le è familiare: a volte il padre lo faceva quando circolavano voci di senzacom in giro per le strade intorno alla città.) Schaffa deve aver pagato un extra per il letto più grande. «Dormo come un terremoto» dice sorridendo, quasi fosse una sorta di scherzo. «Se il letto è troppo stretto rotolo giù.»
Damaya non ha idea di che cosa voglia dire fino a quando si sveglia nel cuore della notte, sentendo Schaffa che geme e si dimena nel sonno. Se è un incubo, dev’essere terribile, e per un po’ si chiede se dovrebbe alzarsi e cercare di svegliarlo. Odia gli incubi. Ma Schaffa è un adulto e gli adulti hanno bisogno del loro sonno: glielo diceva sempre il padre quando lei o Chaga facevano qualcosa che lo svegliava. Il padre si arrabbiava sempre per questo e lei non vuole che Schaffa si arrabbi. È l’unica persona al mondo che si preoccupi per lei. Così rimane nel suo letto, ansiosa e indecisa, finché lui urla qualcosa di incomprensibile e sembra quasi che stia morendo.
«Sei sveglio?» Lo chiede sottovoce, perché è ovvio che non lo sia… Eppure, nello stesso istante in cui apre bocca, lui si sveglia.
«Cosa c’è?» dice con voce rauca.
«Stavi…» Non sa bene che cosa dire. “Avendo un incubo” suona come qualcosa che le avrebbe detto sua madre. Ma si dicono cose del genere agli adulti grandi e forti come Schaffa? «Facendo dei versi» dice allora per finire la frase.
«Russando?» Schaffa fa un lungo sospiro stanco nel buio. «Scusa.» Poi cambia posizione e rimane in silenzio per il resto della notte.
Al mattino Damaya se ne dimentica, almeno per un po’. Si alzano e mangiano una parte del cibo che è stato lasciato per loro in un cestino davanti alla stanza, portando via quello che resta quando riprendono il viaggio verso Yumenes. Nella luce che segue l’alba Brevard appare meno strana e spaventosa, forse perché ora Damaya vede cumuli di escrementi di cavallo nei canali di scolo, bambini con le canne da pesca e stallieri che sbadigliano mentre sollevano cassette o balle di fieno. Ci sono giovani donne che portano secchi d’acqua al bagno pubblico locale per farla scaldare e giovanotti a torso nudo che fanno il burro o battono il riso nelle baracche dietro i grossi edifici. Tutte queste cose sono familiari e l’aiutano a vedere che Brevard è solo una versione più grande di una piccola città. I suoi abitanti non sono diversi da Muh Dear o Chaga e per le persone che ci vivono Brevard è probabilmente ordinaria e noiosa come era Palela per lei.
Cavalcano per mezza giornata, poi si fermano a riposare prima di continuare fino alla sera, finché Brevard è lontana alle loro spalle e intorno a loro non resta che brutta terrarotta rocciosa per miglia e miglia. C’è una faglia attiva nelle vicinanze, spiega Schaffa, che sforna nuova terra per anni e anni, così che a tratti il terreno sembra sollevato e nudo. «Dieci anni fa queste rocce non esistevano» dice, indicando un grosso cumulo di pietra grigioverde sgretolata che sembra tagliente e, per qualche motivo, anche umida. «Ma poi ci fu una brutta scossa di nono grado. Così ho sentito dire: io ero in circuito in un altro quartente. Tuttavia, a giudicare da quello che vedo qui, non c’è da dubitarne.»
Damaya annuisce. Qui il vecchio Padre Terra sembra molto più vicino che a Palela… in realtà “più vicino” non è la definizione giusta, ma lei non sa come esprimerlo meglio. Più facile da toccare, forse, se dovesse farlo. E la terra che li circonda sembra… fragile, in un certo senso. Come un guscio d’uovo cosparso di linee sottili quasi invisibili, che tuttavia significano morte imminente per il pulcino all’interno.
Schaffa le dà un colpetto con la gamba. «Non farlo.»
Sconcertata, Damaya non pensa di mentire. «Non stavo facen­do niente.»
«Stavi ascoltando la terra. Questo è fare qualcosa.»
Come fa Schaffa a saperlo? Curva un po’ la schiena sulla sella, domandandosi se si deve scusare. Imbarazzata, mette le mani sul pomo della sella, che è scomodo perché è grosso, come tutto ciò che appartiene a Schaffa. (A parte lei.) Ma ha bisogno di fare qualcosa per distrarsi e impedirsi di ascoltare di nuovo. Dopo un momento Schaffa sospira.
«Immagino di non potermi aspettare di più» dice, e la delusione nel suo tono di voce la infastidisce immediatamente. «Non è colpa tua. Senza addestramento sei come… legna secca e in questo momento noi stiamo passando accanto a un fuoco roboante che scocca scintille in cielo.» Sembra riflettere. «Una storia ti sarebbe d’aiuto?»
Ascoltare una storia sarebbe fantastico. Damaya annuisce, cercando di non sembrare troppo impaziente.
«D’accordo» dice Schaffa. «Hai sentito parlare di Shemshena?»
«Chi?»
Schaffa scuote la testa. «Fuochi di Terra, queste piccole com delle Midlat! Non ti hanno insegnato niente in quel tuo nido? Niente a parte la dottrina e i calcoli, immagino, e i secondi solo per tempificare semina e raccolto e roba del genere.»
«Non c’è il tempo per fare di più» dice Damaya, sentendosi stranamente obbligata a difendere Palela. «Probabilmente i ragazzi delle com Equatoriali non devono aiutare nel raccolto…»
«Lo so, lo so. Ma è lo stesso una vergogna.» Si sposta sulla sella, mettendosi più comodo. «Molto bene. Non sono un dottrinologo, ma ti racconterò di Shemshena. Molto tempo fa, durante la Stagione dei Denti – che è, vediamo, la terza Stagione dopo la fondazione di Sanze, più o meno milleduecento anni fa, direi – un orogeno di nome Misalem decise di uccidere l’Imperatore. Erano i tempi in cui l’Imperatore faceva ancora delle cose, bada, molto prima che nascesse il Fulcro. Allora la maggior parte degli orogeni non riceveva un addestramento adeguato: le rare volte in cui riuscivano a sopravvivere all’infanzia, agivano solo sull’onda delle emozioni e degli istinti, come te. In qualche modo Misalem era riuscito non solo a sopravvivere ma a addestrarsi. Aveva un controllo superbo, forse a livello di quattro o cinque anelli…»
«Cosa?»
Schaffa le dà un altro colpetto alla gamba. «È la classificazione usata nel Fulcro. Smettila di interrompermi.» Damaya arrossisce e rimane in silenzio.
«Un controllo superbo, dicevo,» continua Schaffa «che Misalem usò prontamente per uccidere ogni essere vivente in parecchie città grandi e piccole e persino in alcune zone affollate di senzacom. In tutto, migliaia di persone.»
Damaya inspira, inorridita. Non le è mai venuto in mente che i rogga… Si blocca. Lei. Lei è una rogga. Quella parola, che ha sentito per la maggior parte della sua vita, tutto a un tratto non le piace. È una parolaccia che lei non dovrebbe dire, anche se gli adulti la usano liberamente, e all’improvviso le sembra ancora più brutta.
Orogeni, quindi. È terribile sapere che gli orogeni possono uccidere così tante persone, e così facilmente. D’altra parte, è per questo che la gente li odia, suppone.
Lei. È per questo che la gente odia lei.
«Perché lo ha fatto?» chiede, dimenticandosi che non dovrebbe interrompere.
«Perché, davvero. Forse era un po’ pazzo.» Schaffa si chi­na in avanti perché lei possa vedergli il viso, incrocia gli occhi e muove le sopracciglia. È così comico e inaspettato che Damaya ridacchia e lui le rivolge un sorriso cospiratore. «O forse Misalem era semplicemente malvagio. In ogni caso, mentre si avvicinava a Yumenes, mandò a dire che avrebbe distrutto l’intera città se non avessero mandato l’Imperatore a incontrarsi con lui, e a morire. Quando l’Imperatore annunciò che accettava l’accordo, la gente si rattristò, ma provò anche sollievo, perché che cos’altro si poteva fare? Non avevano idea di come combattere un orogeno così potente.» Sospira. «Ma quando l’Imperatore arrivò, non era da solo: con lui c’era una donna di nome Shemshena, la sua guardia del corpo.»
Damaya si agita sulla sella, eccitata. «Doveva essere davvero brava per diventare la guardia del corpo dell’Imperatore.»
«Oh, lo era: una famosa combattente della più pura stirpe Sanze. Inoltre apparteneva alla casta d’uso degli Innovatori e quindi aveva studiato gli orogeni e compreso in parte come funzionava il loro potere. Così, prima che Misalem arrivasse, aveva fatto lasciare la città a tutti gli abitanti di Yumenes, che avevano portato via anche tutto il bestiame e il raccolto. Avevano persino abbattuto gli alberi e gli arbusti e li avevano bruciati, avevano bruciato anche le loro case, spegnendo infine le fiamme perché rimanesse solo cenere fredda e bagnata. È questa la natura del tuo potere, capisci: l’energia cinetica, la catalisi della sensienza. Non si sposta una montagna con la sola forza di volontà.»
«Che cos’è…»
«No, no.» Schaffa la interrompe gentilmente. «Devo insegnarti molte cose, piccola, ma quella parte la imparerai al Fulcro. Lasciami finire.» Con riluttanza Damaya ubbidisce.
«Ti dico solo questo: parte della forza di cui hai bisogno verrà da dentro di te, quando avrai imparato a usare il tuo potere nel modo corretto.» Schaffa le tocca la nuca, come ha già fatto nel fienile: mette due dita appena sopra l’attaccatura dei capelli e lei sobbalza perché, quando lo fa, scatta una sorta di scintilla, come di elettricità statica. «La maggior parte di quella forza, tuttavia, l’attingerai altrove. Se la terra si sta già muovendo o se il fuoco sottoterra è vicino alla superficie, potrai usare la loro forza. Sei fatta per usarla. Quando Padre Terra si risveglia, rilascia una tale quantità di energia grezza che prenderne una parte non danneggia né te né nessun altro.»
«L’aria non diventa fredda?» Damaya cerca, cerca davvero, di contenere la curiosità, ma quella storia è troppo bella. E l’idea di usare l’orogenia in un modo sicuro, senza nuocere a nessuno, è troppo affascinante. «Non muore nessuno?»
Lo sente annuire. «No, se usi il potere della terra. Ma naturalmente Padre Terra non si muove mai quando uno vorrebbe. E se non ci sono moti vicini da cui trarre il potere, un orogeno può far muovere lo stesso la terra, ma solo traendo il calore e la forza necessaria da ciò che ha intorno. Da qualunque cosa si muova o possieda calore: fuochi di bivacco, acqua, aria, persino rocce. E naturalmente esseri viventi. Shemshena non poteva portare via la terra o l’aria, ma tutto il resto sì, ed è ciò che fece. Quando lei e l’Imperatore incontrarono Misalem ai cancelli di ossidiana di Yumenes, erano gli unici esseri viventi della città, di cui non restava niente a parte le mura.»
Damaya ascolta sbigottita, cercando invano di immaginarsi Palela deserta e denudata di ogni arbusto e di ogni animale da cortile. «E se ne sono andati tutti… così? Perché lo aveva detto Shemshena?»
«Be’, perché lo aveva detto l’Imperatore, però sì, è andata così. Per quanto a quei tempi Yumenes fosse molto più piccola, era lo stesso un vasto territorio. Tuttavia, l’alternativa ad andarsene era permettere a un mostro di prenderli in ostaggio.» Schaffa si stringe nelle spalle. «Misalem aveva dichiarato che non aveva nessun desiderio di prendere il posto dell’Imperatore, ma come si poteva credergli? Un uomo disposto a minacciare un’intera città per ottenere ciò che vuole non si ferma davanti a niente.»
In effetti, era sensato. «E non seppe che cosa aveva fatto Shemshena fino a quando arrivò a Yumenes?»
«No, infatti. Al suo arrivo era già tutto bruciato e la gente si era dispersa in direzioni diverse. Così, quando Misalem si trovò davanti all’Imperatore e a Shemshena, cercò il potere per distruggere la città, ma non trovò quasi niente. Nessun potere, nessuna città da distruggere. In quel momento, mentre Misalem, in difficoltà, tentava di usare quel po’ di calore che poteva estrarre dal suolo e dall’aria, Shemshena lanciò un coltello di vetro nel torus del suo potere. Non lo uccise, ma lo distrasse abbastanza da spezzare la sua orogenia, e Shemshena fece il resto con un secondo coltello. Così fu eliminata la più grande minaccia del Vecchio Impero Sanze… no, pardon… dell’Affiliazione Equatoriale Sanze.»
Damaya ha un brivido di piacere. Era da molto tempo che non sentiva una storia così bella. Ed era vera? Ancora meglio. Sorride timidamente a Schaffa. «Mi è piaciuta la tua storia.» E lui è anche bravo a raccontare. Ha una voce profonda e vellutata. Riusciva a vederla scorrere nella mente mentre lui parlava.
«Immaginavo che potesse piacerti. Ed è così che sono nati i Custodi, sai. Il Fulcro è un ordine di orogeni e noi siamo l’ordine che controlla il Fulcro. Perché sappiamo, come lo sapeva Shemshena, che nonostante tutto il vostro terribile potere, voi non siete invincibili. Potete essere battuti.»
Dà dei colpetti sulle mani di Damaya, strette intorno al pomo della sella; lei non è più sulle spine e la storia non le piace più come prima. Mentre Schaffa la raccontava, si è immaginata nei panni di Shemshena, che aveva affrontato con coraggio un terribile nemico e lo aveva sconfitto con intelligenza e abilità. A ogni “voi” e “vostro” di Schaffa, tuttavia, comincia a capire. Lui non la vede come una potenziale Shemshena.
«E così noi Custodi ci prepariamo» continua Schaffa, forse senza accorgersi che lei è ammutolita. Ora si sono addentrati nella zona di terrarotta; rocce dritte e appuntite, alte come gli edifici di Brevard, fiancheggiano la strada su entrambi i lati a perdita d’occhio. Chiunque abbia costruito la strada deve averla scavata nella terra stessa. «Ci prepariamo» ripete Schaffa «come fece Shemshena. Impariamo come funziona il potere orogeno e troviamo modi per usare queste conoscenze contro di voi. Individuiamo quelli della vostra specie che potrebbero diventare i prossimi Misalem e li eliminiamo. Degli altri ci prendiamo cura.» Si china per sorriderle di nuovo, ma questa volta Damaya non ricambia il sorriso. «Adesso sono il tuo Custode ed è mio dovere accertarmi che tu sia sempre utile e mai dannosa.»
Quando si raddrizza e rimane in silenzio, Damaya non gli chiede di raccontare un’altra storia, come avrebbe fatto all’inizio. Non le piace quella che ha appena sentito, non più. E all’improvviso, non sa come, ne è certa: lui non voleva che le piacesse.
Il silenzio perdura anche quando finalmente le terre frantumate si diradano, per poi cedere il posto a colline verdi e ondulate. Non c’è niente quaggiù: né fattorie né pascoli né foreste né città. Però ci sono tracce lasciate da persone che hanno vissuto qui: Damaya vede da lontano una protuberanza sgretolata e coperta di muschio, che potrebbe essere un silo caduto, se i silos fossero grandi come montagne. E anche altre strutture, troppo regolari e appuntite per essere naturali, e troppo deteriorate e strane perché lei possa riconoscerle. Rovine di una qualche città che dev’essere scomparsa molte Stagioni fa, immagina, perché non ne resta quasi più nulla. E oltre le rovine, contro l’orizzonte solcato dalle nuvole, un obelisco del colore di una nube temporalesca appare e scompare ruotando lentamente su se stesso.
Sanze è l’unica nazione che sia mai sopravvissuta intatta a una Quinta Stagione… non solo una bensì sette volte. Damaya lo ha appreso al nido. Sette epoche in cui la terra si è spezzata da qualche parte e ha eruttato cenere o gas letali nel cielo, provocando un inverno senza luce durato per anni o decenni invece di mesi. Singole com sono spesso sopravvissute alle Stagioni, se erano preparate. E fortunate. Damaya conosce la litodottrina che insegnano a tutti i bambini persino in un buco isolato come Palela. “Prima proteggere i cancelli”. Tenere le scorte pulite e asciutte. Ubbidire alla dottrina, fare le scelte difficili, e forse alla fine della Stagione ci sarà gente che ricorderà come dovrebbe essere la civiltà.
Ma solo una volta nella storia conosciuta è sopravvissuta un’intera nazione, fatta di molte com che lavoravano insieme. E prosperavano persino, diventando più forti e più grandi a ogni cataclisma. Perché la gente di Sanze è più forte e più intelligente di tutte le altre.
Osservando l’obelisco che scintilla in lontananza, Damaya pensa: “Più intelligente persino di chi ha costruito quello?”.
Dev’essere così. Sanze è ancora qui, mentre l’obelisco è solo un’altra reliquia di una civiltà scomparsa.
«Sei diventata silenziosa» dice Schaffa dopo un po’, picchiettandole le mani sul pomo della sella per risvegliarla dalle sue fantasticherie. La mano di Schaffa è grande più del doppio della sua, calda e rassicurante nel suo essere smisurata. «Pensi ancora alla storia?»
Lei ha cercato di non farlo, ma naturalmente ci ha pensato. «Un po’.»
«Non ti piace che Misalem sia il cattivo del racconto. E che tu sia come Misalem: una minaccia potenziale senza una Shemshena che ti controlli.» Lo dice come un dato di fatto, non è una domanda.
Damaya è a disagio. Com’è possibile che sappia sempre quello che sta pensando? «Non voglio essere una minaccia» dice sottovoce. Poi, con grande audacia, aggiunge: «Ma non voglio nemmeno essere… controllata. Voglio essere…». Le mancano le parole, poi però ricorda qualcosa che le ha detto una volta suo fratello su cosa significa crescere. «Voglio essere responsabile di me stessa.»
«Un desiderio ammirevole,» dice Schaffa «ma la realtà dei fatti, Damaya, è che tu non sai controllarti. Non è nella tua natura. Sei come il fulmine, pericoloso se non viene catturato da fili metallici. Sei fuoco… di certo una luce calda in una notte buia e fredda, ma anche una deflagrazione che può distruggere tutto sul suo cammino…»
«Io non distruggerò nessuno! Non sono così cattiva!» All’improvviso per lei è troppo. Damaya cerca di voltarsi a guardarlo, ma questo la fa sbilanciare e scivolare sulla sella. Schaffa le spinge immediatamente la schiena perché torni a guardare in avanti; è un gesto deciso che le dice senza parole: “Sta’ seduta bene”. Damaya ubbidisce e afferra più saldamente il pomo, frustrata. E poi, siccome è stanca e arrabbiata e le fa male il sedere dopo tre giorni a cavallo, e siccome la sua vita è andata in malora e lei tutto d’un tratto si rende conto che non sarà mai più di nuovo normale, dice più di quanto vorrebbe. «E comunque non ho bisogno che mi controlli. Sono capace di controllarmi da sola!»
Schaffa tira le redini e il cavallo si ferma sbuffando.
Damaya si irrigidisce per la paura. Gli ha mancato di rispetto. Sua madre la picchiava sulla testa quando lo faceva a casa. Ora Schaffa la picchierà? Ma Schaffa sembra affabile come sempre quando dice: «Davvero ne sei capace?».
«Di fare cosa?»
«Di controllarti. È una domanda importante. La più importante, in verità. Ne sei capace?»
Damaya risponde sottovoce: «Io… non…».
Schaffa mette una mano sulle sue, che tengono il pomo della sella. Pensando che voglia tenersi per scendere dalla sella, Damaya molla la presa per lasciarla a lui. Ma Schaffa le stringe la mano destra per bloccarla, lasciandole andare la sinistra. «Come ti hanno scoperto?»
Capisce che cosa le vuole dire senza bisogno di fare domande. «Al nido» risponde con un filo di voce. «A pranzo. Ero… un bambino mi ha spinto.»
«Ti ha fatto male? Eri spaventata o arrabbiata?»
Damaya cerca di ricordare. Le sembra passato così tanto tempo da quel giorno nel cortile. «Arrabbiata.» Ma non era finita lì, vero? Zab era più grosso di lei. La tormentava sempre. E le aveva fatto un po’ male, ma solo poco, quando l’aveva spinta. «Spaventata.»
«Sì. L’orogenia è una cosa istintiva, che nasce dalla necessità di sopravvivere a una minaccia mortale. È questo il pericolo. La paura di un bullo, la paura di un vulcano: il potere che hai dentro di te non fa distinzioni. Non riconosce gradazioni
Mentre parla, Schaffa aumenta la stretta sulla sua mano.
«Il vostro potere agisce sempre nello stesso modo per proteggervi quando percepisce una minaccia: che sia seria o lieve non fa differenza. Dovresti sapere quanto sei fortunata, Damaya. Succede spesso che un orogeno scopra di esserlo uccidendo un familiare o un amico. Le persone che amiamo sono quelle che ci feriscono di più, dopo tutto.»
È sconvolto, pensa Damaya all’inizio. Forse pensa a qualcosa di terribile, a ciò che lo fa dimenare e gemere di notte, qualunque cosa sia. Forse qualcuno aveva ucciso un suo familiare o un suo caro amico? È per questo che le schiaccia la mano così forte? «Schaffa» balbetta, improvvisamente spaventata. Non sa perché.
«Ssh» dice lui, e sposta le dita, allineandole bene alle sue. Poi schiaccia più forte, in modo che il peso della mano prema le ossa del palmo di Damaya. Lo fa deliberatamente.
«Schaffa!» Fa male. Lui sa che fa male, ma non si ferma.
«Su, su… calmati piccola.» Quando Damaya geme e cerca di tirare via la mano – le fa male quella stretta incessante, il metallo freddo e duro del pomo, le sue stesse ossa che premono sulla carne – Schaffa sospira e le passa il braccio libero intorno alla vita. «Stai ferma e sii coraggiosa. Ora ti romperò la mano.»
«Co…»
Schaffa è intento a qualcosa che gli fa contrarre le cosce per lo sforzo e spingere in fuori il petto buttandola in avanti, ma lei lo nota di sfuggita. Ha la mente concentrata sulla sua mano e su quella di Schaffa, sullo schiocco gorgogliante e lo scontro di parti che non si sono mai mosse prima e che le provocano un dolore acuto, immediato, così intenso da farla gridare. Gli artiglia la mano con quella che ha libera, disperata e inconsapevole, cercando di graffiarlo. Lui la strappa via e gliela preme sulla coscia, così che graffia solo se stessa.
Poi, attraverso il dolore, Damaya si accorge d’un tratto della pace fredda, rassicurante della pietra sotto gli zoccoli del cavallo.
La pressione si allenta. Schaffa le alza la mano spezzata, tenendola in modo che possa vedere il danno. Lei continua a gridare, soprattutto per l’orrore puro di vedere la propria mano piegata come non dovrebbe, la pelle sollevata e violacea in tre punti che sembrano tre nuove nocche, le dita già irrigidite dagli spasmi.
La pietra la chiama. Nelle sue profondità ci sono calore e forza che possono farle dimenticare il dolore. Sta per afferrare quella promessa di sollievo. Ma poi esita.
Sei capace di controllarti?
«Potresti uccidermi» le sussurra Schaffa all’orecchio e, a dispetto di tutto, lei ammutolisce per ascoltarlo. «Prendi il fuoco dalla terra o assorbi la forza da tutto ciò che ti circonda. Io sono seduto all’interno del tuo torus.» Damaya non ha idea di che cosa significhi. «Questo è un brutto posto per l’orogenia, considerando che non sei addestrata: un errore e farai spostare la faglia sotto di noi, provocando un sisma. Potrebbe uccidere anche te. Ma se riesci a sopravvivere, sarai libera. Potresti trovare una com da qualche parte e pregare che ti facciano entrare o unirti a un gruppo di senzacom e tirare avanti meglio che puoi. Se agisci con furbizia puoi nascondere quello che sei. Per un po’. Non dura mai e sarà solo un’illusione, ma per qualche tempo potrai sentirti normale. So che è questo che vuoi più di tutto.»
Damaya lo sente a malapena. Il dolore le pulsa nella mano, nel braccio, nei denti, annullando qualunque sensazione più sottile. Quando Schaffa smette di parlare, Damaya fa un verso e cerca di nuovo di sottrarre la mano alla sua presa. Le dita di Schaffa si stringono a mo’ di avvertimento e lei si blocca all’istante.
«Molto bene» dice Schaffa. «Ti sei controllata durante il dolore. La maggior parte dei giovani orogeni non riesce a farlo prima di essere addestrato. Ora viene la vera prova.» Sistema la presa, avvolgendo con la sua grande mano quella piccola di Damaya. Damaya fa una smorfia, ma questa volta il gesto è delicato. Per il momento. «La tua mano è rotta in almeno tre punti, direi. Se la stecchiamo e tu stai attenta, probabilmente guarirà senza danni permanenti. Se però la frantumo…»
Damaya non riesce a respirare. La paura le ha invaso i polmoni. Emette l’ultima aria che ha in gola e riesce a concentrarla in una parola: «No!».
«Non dire mai di no a me» dice Schaffa. Le parole le bruciano sulla pelle. Lui si è chinato per sussurrargliele al­l’orecchio. «Gli orogeni non hanno il diritto di dire di no. Io sono il tuo Custode. Spezzerò ogni osso della tua mano, ogni osso del tuo corpo, se lo riterrò necessario per proteggere il mondo da te.»
Non le frantumerà la mano. Perché dovrebbe? Non lo farebbe. Mentre trema in silenzio, Schaffa le sfiora con il pollice i nodi gonfi che hanno cominciato a formarsi sul dorso della mano. C’è qualcosa di contemplativo in quel gesto, qualcosa di curioso. Damaya non riesce a guardare. Chiude gli occhi, sentendo le lacrime che sgorgano liberamente tra le ciglia. Ha la nausea e sente freddo. Il sangue le pulsa nelle orecchie.
«Per… perché?» Ha la voce interrotta. Respirare le richiede un grande sforzo. Sembra impossibile che stia accadendo questo, su una strada in mezzo al nulla, in un tranquillo pomeriggio assolato. Non capisce. La sua famiglia le ha mostrato che l’amore è una bugia. Non è solido come roccia: si piega e si sgretola, debole come metallo arrugginito. Ma lei aveva creduto di piacere a Schaffa.
Schaffa continua ad accarezzarle la mano rotta. «Ti voglio bene» dice.
Damaya trasalisce e lui la conforta sottovoce, parlandole al­l’orecchio, mentre continua a sfiorare con il pollice la mano che ha appena spezzato. «Non dubitarne mai, piccola. Povera creatura rinchiusa in un fienile, così spaventata da te stessa da non avere il coraggio di parlare. E tuttavia c’è il fuoco dell’intuito in te, accanto al fuoco della terra, e io non posso che ammirare entrambi, per quanto il secondo possa essere nefasto.» Scuote la testa e sospira. «Odio farti questo. Odio che sia necessario. Ma cerca di capire, per favore: ti ho fatto del male perché tu non lo faccia a nessun altro.»
La mano le pulsa dolorosamente, all’unisono col martellare del cuore. Che bella sensazione le darebbe spegnere quel dolore, sussurra la pietra sotto di lei. Ma significherebbe uccidere Schaffa… l’ultima persona al mondo che le vuole bene.
Schaffa annuisce, come in una conversazione con se stesso. «Devi sapere che non ti mentirò mai, Damaya. Guarda sotto il tuo braccio.»
Aprire gli occhi e poi muovere il braccio di lato le richiede uno sforzo infinito. Mentre lo fa, tuttavia, vede che nella mano libera Schaffa tiene un lungo pugnale di ossidiana. La punta acuminata è appoggiata al tessuto della sua camicetta, appena sotto le costole. Mira al cuore.
«Un conto è resistere a un riflesso, tutt’altro è resistere al consapevole, deliberato desiderio di uccidere un’altra persona per autodifesa o per qualunque altra ragione.» Come per esemplificare quel desiderio, Schaffa le picchietta il fianco con il pugnale. La punta è abbastanza aguzza da pungere anche attraverso gli indumenti. «Ma sembra che tu sia capace di controllarti, come hai detto.»
Con queste parole Schaffa allontana il coltello dal suo fianco, lo ruota abilmente tra le dita e lo fa scivolare nel fodero, senza guardare. Poi prende la sua mano rotta fra le proprie. «Fatti forza.»
Ma lei non può, perché non capisce che cosa voglia fare. La dicotomia fra le sue parole gentili e gli atti crudeli l’ha troppo confusa. Poi grida di nuovo quando Schaffa comincia a ridurre metodicamente a una a una le fratture della mano. Ci mette solo qualche secondo. Sembra molto di più.
Quando si accascia contro di lui, stordita, debole e tremante, Schaffa fa ripartire il cavallo, questa volta a un trotto vivace. Ora Damaya ha superato il dolore, nota a malapena che Schaffa le tiene la mano ferita tra le sue, appoggiandogliela al corpo per minimizzare gli scossoni accidentali. Lei non si fa domande. Non pensa a niente, non fa niente, non dice niente. Non le è rimasto niente da dire.
Si lasciano le verdi colline alle spalle e la terra torna piatta. Damaya non presta attenzione; guarda il cielo e il lontano obelisco grigio fumo, che non sembra aver cambiato posizione nemmeno dopo le miglia che hanno percorso. Intorno, il cielo diventa più blu e comincia a scurire, virando verso il nero, finché persino dell’obelisco non resta altro che uno sbaffo scuro sulle stelle che cominciano a spuntare. Alla fine, quando l’ultima luce abbandona la sera, Schaffa guida il cavallo appena fuori dalla strada e smonta per accamparsi. Solleva Damaya dalla sella e la posa a terra, e lei rimane ferma lì, mentre lui libera il terreno e forma un cerchio di sassi per accendere un fuoco. Non c’è legna nei dintorni, ma lui tira fuori dalla borsa dei pezzi di qualcosa e usa quelli per accendere. Carbone, a giudicare dalla puzza, o torba essiccata. Damaya non guarda con attenzione. Se ne sta lì ferma, mentre lui toglie la sella al cavallo e gli dà da mangiare e ancora mentre srotola il sacco a pelo e mette un pentolino sul fuoco. L’aro­ma del cibo che cuoce copre presto il tanfo oleoso delle fiamme.
«Voglio andare a casa» dice Damaya di botto. Si tiene ancora la mano contro il petto.
Schaffa smette di cucinare per guardarla. Nella luce tremolante del fuoco i suoi occhi biancoghiaccio sembrano danzare. «Non hai più una casa, Damaya. Ma ne avrai presto un’altra a Yumenes. Lì avrai insegnanti e amici. Una vita tutta nuova.» Sorride.
La mano di Damaya è diventata quasi insensibile da quando lui ha sistemato le ossa, ma è rimasto un pulsare sordo. Chiude gli occhi, sperando che scompaia. Che scompaia tutto. Il dolore. La sua mano. Il mondo. Un aroma gustoso si diffonde nell’aria, ma lei non ha appetito. «Non voglio una nuova vita.»
Le risponde il silenzio per qualche secondo, poi Schaffa si alza sospirando e si avvicina. Damaya si ritrae, ma lui si inginocchia davanti a lei e le posa le mani sulle spalle.
«Hai paura di me?» chiede.
Per un momento sente montare il desiderio di mentirgli. Non gli farà piacere, pensa, ascoltare la verità. Ma sente ancora troppo male ed è troppo intorpidita per provare paura o desiderio di compiacere. Così, dice la verità: «Sì».
«Bene. È giusto così. Non mi dispiace di averti causato dolore, piccola, perché era necessario che imparassi la lezione di quel dolore. Che cosa hai capito di me, ora?»
Lei scuote la testa. Poi si costringe a rispondere, perché è questo il punto, naturalmente. «Devo fare quello che dici altrimenti mi farai del male.»
«E…?»
Damaya chiude gli occhi più stretti. Nei sogni, facendo così scaccia le creature malvage.
«E» aggiunge «mi farai del male persino quando obbedisco. Se pensi di doverlo fare.»
«Sì.» Riesce persino a sentirlo sorridere. Lui le allontana dalla guancia una treccina sfuggita, lasciando che il dorso delle dita le sfiori la pelle. «Ciò che faccio non è casuale, Damaya. Riguarda il controllo. Non darmi motivo di dubitare del tuo e non ti farò mai più del male. Hai capito?»
Non vuole sentire le parole, ma le sente malgrado se stessa. E malgrado se stessa una parte di lei comincia a rilassarsi, appena un po’. Tuttavia non risponde, e lui dice: «Guardami, Damaya».
Lei apre gli occhi. Con la luce del fuoco alle spalle, la testa di Schaffa è una sagoma scura incorniciata da capelli ancora più scuri. Damaya gira la faccia.
Lui gliela afferra e la costringe a guardarlo. «Hai capito?»
È chiaro che è un avvertimento.
«Ho capito» risponde.
Soddisfatto, Schaffa molla la presa. Poi la trascina vicino al fuoco e le fa segno di sedersi su una roccia che ha fatto rotolare fin lì; lei ubbidisce. Quando le dà un piattino di metallo pieno di zuppa di lenticchie, Damaya mangia, anche se goffamente perché non è mancina. Beve dalla borraccia che lui le porge. Fare la pipì è difficoltoso. Si allontana dal fuoco, inciampando al buio sul terreno irregolare che le fa dolere la mano, ma ce la fa. C’è solo un sacco a pelo, perciò si sdraia accanto a Schaffa, che la invita a farlo. Appena le dice di dormire, chiude di nuovo gli occhi, ma resta sveglia a lungo.
Quando infine si addormenta, i suoi sogni sono pieni di fitte di dolore e di conati della terra e di un grande buco di luce bianca che cerca di inghiottirla; le sembra passato solo un istante quando Schaffa la scuote per svegliarla. È ancora notte, anche se le stelle si sono spostate. Dapprima non si ricorda che le ha rotto la mano; in quel momento gli sorride istintivamente. Lui batte le palpebre e ricambia il sorriso con genuino piacere.
«Stavi facendo un verso» le dice.
Lei si lecca le labbra senza più sorridere, perché si è ricordata e perché non vuole dirgli quanto l’ha terrorizzata quell’incubo. E il risveglio.
«Stavo russando?» chiede. «Mio fratello dice che lo faccio un sacco.»
Schaffa la guarda per un istante in silenzio, e il sorriso gli svanisce dalle labbra. Cominciano a infastidirla quei suoi piccoli silenzi. E il fatto che non sono semplici pause nella conversazione o momenti in cui raccoglie i pensieri: sono prove, anche se non sa bene di cosa. Sta sempre mettendola alla prova.
«Russando, sì» dice Schaffa alla fine. «Ma non preoccuparti. Non ti prenderò in giro per questo come faceva tuo fratello.» Sorride, come se fosse divertente. Il fratello che non ha più. Gli incubi che hanno ossessionato la sua vita.
Ma Schaffa è l’unica persona che le è rimasta da amare, così annuisce e chiude di nuovo gli occhi, rilassandosi al suo fianco. «Buonanotte, Schaffa.»
«Buonanotte, piccola. Che i tuoi sogni possano essere sempre quieti.»

STAGIONE ROVENTE: 1842-1845 Imperiale. Un punto caldo sotto il Lago Tekkaris ha eruttato, nebulizzando abbastanza vapore e particolati da scatenare una pioggia acida e ostruire il cielo sopra le Sumidlat, le Antartidi e le com Costiere orientali. Le Equatoriali e le latitudini settentrionali non hanno subito danni, tuttavia, grazie ai venti prevalenti e alle correnti oceaniche; per questo gli storici non sono concordi sul fatto che si tratti di una “vera” Stagione.

Le Stagioni di Sanze, libro di testo del nido per i 12 anni

La Quinta Stagione. La terra spezzata – Libro 1

N.K. Jemisin

È iniziata la stagione della fine. Con un'enorme frattura che percorre l'Immoto, l'unico continente del pianeta, da parte a parte, una faglia che sputa tanta cenere da oscurare il cielo per anni. O secoli. Comincia con la morte, con un figlio assassinato e una figlia scomparsa. Comincia con il tradimento e con ferite a lungo sopite che tornano a pulsare.

L'Immoto è da sempre abituato alle cat...

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