Jemisin: La Quinta Stagione – Capitolo 5

a cura di Redazione Oscar

La Quinta Stagione - Capitolo 5

La quinta stagione capitolo 5

N. K. Jemisin è entrata nel pantheon della narrativa fantastica vincendo tre premi Hugo consecutivi, tra il 2016 e il 2018, con la trilogia “La Terra Spezzata”, un’opera che si candida fin d’ora a diventare un classico e che Oscar Fantastica è orgogliosa di presentare ai lettori italiani.
Un’ampia porzione de La Quinta Stagioneprimo volume della trilogia, viene qui pubblicata a puntate con cadenza settimanale.
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Buona lettura!

5
Non sei sola

È scesa la notte e tu siedi al buio a ridosso di una collina.
Sei molto stanca. Ti sfinisce uccidere così tante persone. Peggio, perché non hai fatto nemmeno lontanamente quanto avresti potuto per com’eri sconvolta. L’orogenia è una strana equazione. Si sottraggono il movimento e il calore e la vita all’ambiente intorno, si amplificano con un processo indefinibile di concentrazione o la catalisi o una quasi prevedibile casualità, si attingono movimento e calore e morte dalla terra. Energia che entra, energia che esce. Ma tenerla dentro, per non trasformare la falda acquifera della valle in un geyser o frantumare la terra, richiede un tale sforzo che ti fanno male i denti e il fondo degli occhi. Hai camminato a lungo per cercare di bruciare una parte di quella che hai assorbito, ma straripa ancora da sotto la tua pelle anche con il corpo stanco e i piedi indolenziti. Sei un’arma fatta per spostare montagne. Una semplice camminata non può cancellare questo.
Tuttavia, hai camminato fino al calare del buio e poi hai proseguito ancora un po’, e ora sei qui, sola, rannicchiata al limitare di un campo incolto. Hai paura di accendere un fuoco, anche se sta scendendo il freddo. Senza un fuoco non riesci a vedere molto, ma allo stesso tempo nessuno può vedere te: una donna sola con un sacco pieno e soltanto un coltello per difendersi. (Non sei indifesa, ma un aggressore lo scoprirebbe troppo tardi e tu preferiresti non uccidere nessun altro per oggi.) In lontananza vedi l’arco scuro della strada sopraelevata che si erge sulle pianure come una provocazione. Le strade maestre di solito hanno lanterne elettriche, gentile concessione di Sanze, ma non ti sorprende che questa sia buia: anche se non ci fosse stata la scossa dal Nord, la procedura Stagionale standard prevede di chiudere tutti gli impianti idroelettrici e geotermici non indispensabili. Non vale la pena, comunque, fare una deviazione così lunga.
Indossi una giacca e non c’è niente da temere nel campo a parte i topi. Dormire senza un fuoco non ti ucciderà. Riesci a vedere relativamente bene anche senza fuochi o lanterne. Il cielo si è rivestito di nastri increspati di nuvole, simili ai filari che piantavi in giardino. Si vedono nitidamente perché qualcosa a nord ha illuminato le nuvole dal basso, striandole di bagliori rossi e ombre.
Quando guardi in quella direzione, vedi la fila irregolare di montagne che si staglia all’orizzonte settentrionale; dove la cima più bassa fa capolino da un grumo di nuvole c’è lo sfarfallio grigio bluastro di un lontano obelisco, ma queste cose non ti dicono niente. Più vicino a te svolazza quella che potrebbe essere una colonia di pipistrelli a caccia. È tardi per i pipistrelli, ma “tutto cambia durante una Stagione”, avverte la litodottrina. Tutti gli esseri viventi fanno ciò che devono per prepararsi e cercare di sopravvivere.
La fonte dei bagliori è oltre le montagne, come se il sole al tramonto avesse preso la strada sbagliata e fosse rimasto intrappolato laggiù. Sai bene che cos’è. Dev’essere una cosa grandiosa da vicino, quello squarcio terribile che erutta fuoco nel cielo, ma tu non vuoi vederlo mai.
E non lo vedrai, perché sei diretta a sud. Anche se Jija avesse preso un’altra direzione, avrebbe senz’altro piegato a sud dopo il passaggio della scossa da nord. È l’unica strada sensata da prendere.
Anche se un uomo che ha percosso a morte il suo bambino non si può più etichettare come “sensato”. E la madre che ha trovato quel bambino e ha smesso di pensare per tre giorni… be’, nemmeno tu sei sensata. Non resta altro da fare che dare ascolto alla tua follia, quindi.
Hai mangiato qualcosa del tuo sacco: pasta salata di akaba spalmata sul pane di scorta. L’hai presa dal vasetto che hai infilato nel sacco una vita e una famiglia fa. L’akaba si mantiene bene dopo l’apertura, ma non per sempre, e adesso che hai iniziato il vasetto dovrai finirla nel giro di qualche pasto. Non è un problema, perché ti piace. Hai bevuto acqua dalla borraccia che hai riempito con la pompa del pozzo di una cantoniera incontrata qualche chilometro prima.
Lì hai visto gente, decine di persone, alcune accampate intorno alla cantoniera e altre che si erano fermate solo brevemente. Tutte avevano un’espressione che stai cominciando a identificare come di panico in progressivo aumento. Perché tutti stanno finalmente capendo che cosa significano la scossa sismica e i bagliori rossi e il cielo nuvoloso, e a lungo termine essere fuori dai cancelli di una comunità in un momento come questo è una condanna a morte, tranne che per i pochi disponibili a diventare abbastanza brutali o depravati da fare ciò che devono. E anche loro hanno solo una possibilità di sopravvivere.
Nessuna delle persone alla cantoniera voleva credere di essere così: lo hai capito guardandoti intorno, valutando visi e corpi, indumenti e minacce. Non c’era nessuno che sembrasse un feticista della sopravvivenza o un aspirante signore della guerra. Quelle che hai visto nella cantoniera erano persone comuni, alcune ancora coperte di sporcizia dopo aver scavato per emergere da una colata di fango o da un edificio crollato, altre ancora insanguinate per ferite bendate malamente o non curate affatto. Viaggiatori rimasti coinvolti lontano da casa; sopravvissuti le cui case non esistevano più. Hai visto un vecchio con ancora indosso la camicia da notte, mezza strappata e polverosa su un lato, seduto accanto a un ragazzo coperto solo da una lunga tunica e da macchie di sangue, entrambi con gli occhi scavati dal dolore. Hai visto due donne abbracciate che si cullavano a vicenda per cercare conforto. Hai visto un uomo della tua età con l’aspetto di un Ferrigno che si fissava le grosse mani e forse si domandava se era abbastanza sano e abbastanza giovane per farsi accogliere da qualche parte.
È per storie come queste, per quanto tragiche, che ti ha preparato la litodottrina. Ma da nessuna parte parlava di mariti che uccidono i figli.
Sei appoggiata a un vecchio palo che qualcuno ha incastrato contro la collina, forse ciò che resta di una palizzata che finiva qui, e ti stai appisolando con le mani infilate nelle tasche della giacca e le ginocchia piegate. Poi, lentamente, ti accorgi che qualcosa è cambiato. Non ci sono suoni che ti mettano in allarme, solo il vento e i sommessi fruscii dell’erba. Nessun odore copre il lieve sentore di zolfo cui sei ormai abituata. Ma c’è qualcosa. Qualcos’altro. Laggiù.
Qualcun altro.
I tuoi occhi si aprono di scatto e metà della tua mente è già nella terra, pronta a uccidere. L’altra metà resta paralizzata, perché a pochi metri da te, seduto a gambe incrociate sull’erba, c’è un bambino che ti guarda.
Non capisci subito cos’è. La notte è scura. Lui è scuro. Ti chiedi se provenga da una com Costiera orientale. Ma il vento stormisce di nuovo, muovendogli i capelli, e tu vedi che in parte sono dritti come i fili d’erba intorno a te. Un Costiero occidentale, quindi? Il resto dei capelli sembra… impomatato, o qualcosa del genere. No. Tu sei una madre. È sporcizia. Il bambino è coperto di sporcizia.
È più grande di Uche, ma non quanto Nassun: potrebbe avere sei o sette anni. In realtà non sei sicura che sia un maschio: la conferma verrà più tardi. Per ora è un’ipotesi plausibile. È seduto curvo in avanti in un modo che sembrerebbe strano in un adulto, ma che è perfettamente normale per un bambino cui non è stato detto di tenere la schiena dritta. Lo fissi per un momento. Lui ti fissa di rimando. Vedi il pallido luccichio dei suoi occhi.
«Ciao» dice. Ha una voce da maschietto, alta e limpida. Giusta ipotesi.
«Ciao» rispondi dopo un po’. Girano racconti orrendi su bande di piccoli senzacom randagi che si rivelano cannibali. Un po’ presto per quel genere di cose, però, a Stagione appena iniziata. «Da dove arrivi?»
Lui fa spallucce. Non lo sa, o forse non gli importa. «Come ti chiami?» dice. «Io sono Hoa.»
È un nome breve, strano, ma il mondo è grande e altrettanto strano. La cosa più strana, tuttavia, è che abbia detto solo un nome. È piccolo e potrebbe non avere ancora il nome della com, ma deve avere ereditato la casta d’uso del padre. «Solo Hoa?»
Lui annuisce con un verso, si gira di lato e posa per terra una specie di pacco, accarezzandolo come per sincerarsi che sia al sicuro. «Posso dormire qui?»
Tu ti guardi intorno, usi le sensipinae e resti in ascolto. Non si muove nulla a parte l’erba, non c’è nessuno a parte il bambino. Non si spiega come abbia fatto ad avvicinarsi a te senza farsi sentire… D’altronde è piccolo, e tu sai per esperienza che i bambini piccoli possono essere molto silenziosi, se vogliono. Di solito, però, significa che stanno combinando qualcosa. «Chi c’è con te, Hoa?»
«Nessuno.»
È davvero troppo buio perché ti veda stringere gli occhi, eppure reagisce lo stesso, chinandosi in avanti. «È vero! Sono solo io. Ho visto delle altre persone per strada, ma non mi piacevano e mi sono nascosto.» Fa una pausa. «Tu mi piaci.»
Che tesoro.
Infili di nuovo le mani nelle tasche, sospirando, e riemergi dalla terra dove ti eri preparata a colpire. Il bambino si rilassa un po’ – questo riesci a vederlo – e fa per sdraiarsi sulla terra nuda.
«Aspetta» dici, e prendi il tuo sacco. Poi gli lanci un sacco a pelo. Lui lo afferra e sembra confuso per qualche secondo, poi capisce. Lo srotola allegramente e ci si raggomitola sopra come un gatto. Ma non ti dai la pena di correggerlo.
Magari mente. Magari è una minaccia. Al mattino gli dirai di andarsene perché non vuoi un bambino al seguito; ti rallenterebbe. E qualcuno lo starà cercando. Una madre, da qualche parte, il cui figlio non è morto.
Per il tempo di una notte, tuttavia, puoi riuscire a essere umana. Così, ti appoggi al palo e chiudi gli occhi per dormire.
Al mattino comincia a piovere cenere.

Sono qualcosa di arcano, capite, di alchemico. Come l’orogenia, se l’orogenia potesse manipolare la struttura infinitesimale della materia invece delle montagne. Chiaramente possiedono una sorta di affinità con gli esseri umani, che scelgono di riconoscere assumendo le sembianze statuarie che vediamo il più delle volte, ma ne consegue che possono prendere anche forme diverse. Non ci è dato saperlo.

Umbl Innovatore Allia, Trattato sui Non-Umani senzienti, Sesta Università, 2323 Imperiale / Anno Due Stagione Acida

La Quinta Stagione. La terra spezzata – Libro 1

N.K. Jemisin

È iniziata la stagione della fine. Con un'enorme frattura che percorre l'Immoto, l'unico continente del pianeta, da parte a parte, una faglia che sputa tanta cenere da oscurare il cielo per anni. O secoli. Comincia con la morte, con un figlio assassinato e una figlia scomparsa. Comincia con il tradimento e con ferite a lungo sopite che tornano a pulsare.

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