Jemisin: La Quinta Stagione – Capitolo 4

a cura di Redazione Oscar

La Quinta Stagione - Capitolo 4

La quinta stagione capitolo 4

N. K. Jemisin è entrata nel pantheon della narrativa fantastica vincendo tre premi Hugo consecutivi, tra il 2016 e il 2018, con la trilogia “La Terra Spezzata”, un’opera che si candida fin d’ora a diventare un classico e che Oscar Fantastica è orgogliosa di presentare ai lettori italiani.
Un’ampia porzione de La Quinta Stagioneprimo volume della trilogia, viene qui pubblicata a puntate con cadenza settimanale.
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Buona lettura!

4
Syenite, tagliata e levigata

“Stronzate” pensa Syenite dietro la maschera del suo amabile sorriso.
Tuttavia, non lascia che l’affronto traspaia sul suo viso. E non fa neppure un minimo movimento sulla sedia. Tiene le mani sulle ginocchia, le dita anellate con quattro semplici fasce di corniola, opale bianco, oro e onice. Sono sotto il bordo della scrivania, fuori dalla visuale di Feldspar. Potrebbe serrarle senza che lei se ne accorga. Non lo fa.
Le barriere coralline sono impegnative, lo capisci.» Feldspar, con una grossa tazza di legno di innocua tra le mani, sorride portandosela alle labbra. Sa perfettamente che cosa si nasconde dietro l’espressione soave di Syenite. «Non sono rocce comuni. Il corallo è poroso, flessibile. È difficile raggiungere il sottile controllo che serve per frantumarlo senza scatenare uno tsunami.»
E Syen potrebbe farlo dormendo. Un due anelli ci riuscirebbe. Un granello ci riuscirebbe… anche se, a dire il vero, non senza sostanziali danni collaterali. Prende anche lei la sua tazza di innocua, girando la semisfera di legno fra le dita per non farle tremare, prima di bere un sorso. «Apprezzo che tu mi abbia assegnato un mentore, senior.»
«No, non è vero.» Anche Feldspar sorride, e sorseggia l’innocua sollevando il mignolo anellato. Sembra una contesa privata, a colpi di etichetta, in cui il sorriso più ipocrita vince tutto. «Se può consolarti, non perderai la stima di nessuno.»
Perché tutti sanno di che cosa si tratta veramente. Questo non cancella l’affronto, ma dà a Syen una piccola consolazione. Per lo meno il suo nuovo “mentore” è un dieci anelli. Anche questo è confortante: che abbiano un’opinione così alta di lei. Le servirà a racimolare tutta l’autostima che riesce a ricavarne.
«Ha completato di recente un circuito delle Sumidlat» dice Feldspar gentilmente. Non c’è nessuna vera gentilezza nell’argomento della conversazione, ma Syen apprezza lo sforzo della donna più anziana. «In condizioni ordinarie, gli concederemmo più tempo per riposarsi prima di rimetterlo in marcia, ma il governatore del quartente ha insistito che intervenissimo per rimuovere l’ostruzione del porto di Allia il prima possibile. Farai tu il lavoro; lui sarà lì solo per la supervisione. Arrivare sul posto richiederà circa un mese di viaggio, tenendo un’andatura tranquilla e senza fare molte deviazioni… E non c’è fretta, considerando che la barriera corallina non è certo un problema improvviso.»
Mentre dice questo Feldspar sembra fuggevolmente, ma sinceramente, infastidita. Il governatore del quartente di Allia, o forse l’Elite di Allia, dovevano essere stati particolarmente indisponenti. Negli anni da quando Feldspar le è stata assegnata come senior, Syen non ha mai visto l’anziana mostrare un’espressione più dura di un sorriso freddo. Conoscono entrambe le regole: gli orogeni del Fulcro – Orogeni Imperiali, giacche nere, quelli che probabilmente non dovresti uccidere e qualsivoglia altro nome con cui la gente sceglie di chiamarli – devono essere sempre cortesi e professionali. Gli orogeni del Fulcro devono comunicare sicurezza e competenza ogni volta che sono in pubblico. E non devono mai mostrare rabbia perché innervosisce gli immoti. Ma Feldspar non sarebbe mai così inappropriata da usare un termine ingiurioso come “immoti”… Del resto è per questo motivo che è una senior con responsabilità di supervisione, mentre Syenite sta ancora smussando gli spigoli del suo carattere. Dovrà dimostrare più professionalità se vuole il lavoro di Feldspar. E fare anche qualche altra cosa, a quanto pare.
«Quando devo incontrarlo?» chiede Syenite. Beve un sorso di innocua per far sembrare casuale la domanda. Come in una conversazione leggera fra vecchie amiche.
«Quando vuoi.» Feldspar alza le spalle. «Ha i suoi alloggi nel palazzo dei senior. Gli abbiamo mandato le informazioni e la richiesta di partecipare a questo incontro…» Di nuovo quell’espressione di leggera irritazione. L’intera situazione dev’essere terribile per lei, proprio terribile. «…Ma è possibile che non abbia visto il messaggio, perché, come ho detto, si sta riposando dopo il lungo circuito. Raggiungere le montagne Likesh da soli è difficile.»
«Da soli?»
«Dai cinque anelli in su non è più obbligatorio avere un compagno o un Custode quando si viaggia fuori dal Fulcro.» Feldspar sorseggia l’innocua, ignara dello sconcerto di Syenite. «A quel punto siamo giudicati abbastanza solidi nella nostra padronanza dell’orogenia perché ci concedano un pizzico di autonomia.»
Cinque anelli. Lei ne ha quattro. Sono stronzate che c’entri la padronanza dell’orogenia: se un Custode ha dei dubbi sulla volontà di un orogeno di seguire le regole, quel­l’orogeno non arriva neppure al primo anello, figuriamoci al quinto. Ma… «Quindi saremo solo lui e io.»
«Sì. L’abbiamo ritenuta la soluzione più efficace in circostanze come questa.»
Naturalmente.
Feldspar continua: «Lo troverai alla Prominenza Plasmata». È il complesso di edifici che ospita la maggior parte dei senior del Fulcro. «Torre principale, ultimo piano. Non ci sono alloggi separati per gli orogeni più senior, perché ce ne sono pochissimi – lui è il nostro unico dieci anelli, al momento –, ma lassù abbiamo almeno potuto riservargli un po’ più di spazio.»
«Grazie» dice Syen, rigirando di nuovo la tazza fra le mani. «Andrò da lui quando avremo finito qui.»
Feldspar rimane in silenzio per un lungo momento, con un’espressione sul viso persino più piacevolmente imperscrutabile del solito, e per Syenite è un avvertimento. Poi dice: «Essendo un dieci anelli, ha il diritto di rifiutare qualunque missione che non risponda a un’emergenza dichiarata. Questo dovresti saperlo».
Un momento. Le dita di Syen smettono di far girare la tazza e i suoi occhi guizzano a incontrare quelli dell’anziana. Feld sta dicendo quello che sembra stia dicendo? Non può essere. Syen stringe gli occhi, senza più darsi la pena di nascondere la diffidenza. E tuttavia. Feldspar le ha offerto una via d’uscita. Perché?
Feldspar abbozza un sorriso. «Io ho sei figli.»
Ah.
Non resta nient’altro da dire, allora. Syen beve un altro sorso, cercando di non fare smorfie per la graniglia gessosa sul fondo della tazza. L’innocua è nutriente, ma non è una bevanda che piace a tutti. È a base di un latte vegetale che cambia colore in presenza di qualunque contaminante, persino uno sputo. Viene servita agli ospiti e durante le riunioni perché, appunto, è innocua. Un gesto cortese che dice: “Non ti sto avvelenando. Non adesso, per lo meno”.
Poi Syen si congeda da Feldspar ed esce dal Maggiore, l’edificio amministrativo. Il Maggiore è situato al centro di un grappolo di edifici più bassi all’estremità della distesa semiselvaggia di terreno che comprende il Giardino ad Anello. Il giardino corre con un’ampia striscia di vari ettari intorno al Fulcro per parecchie miglia. È quella la dimensione del Fulcro, una città a sé stante annidata dentro il grande corpo di Yumenes come… vabbè. Syenite stava per continuare il pensiero con “come un bambino nella pancia della madre”, ma oggi quel paragone sembra particolarmente grottesco.
Fa un cenno di saluto ai compagni junior che riconosce per strada. Alcuni sono in giro a chiacchierare, in piedi o seduti a gruppetti; altri sono sdraiati su spiazzi d’erba o di fiori a leggere, flirtare o dormire. Per gli anellati la vita è facile, tranne che durante le missioni fuori dalle mura del Fulcro, brevi e infrequenti. Un piccolo gruppo di granelli cammina in una fila ordinata sul sentiero acciottolato, sotto la supervisione di junior che si sono offerti come istruttori volontari, ma ai granelli non è ancora permesso godersi il giardino: è un privilegio riservato solo a coloro che hanno superato la prova per il primo anello e sono stati ammessi all’iniziazione dai Custodi.
Quasi che quel pensiero li avesse evocati, Syen scorge un capannello di figure con l’uniforme color borgogna vicino a uno dei molti laghetti dell’Anello. C’è un altro Custode sull’altro lato del laghetto, disteso sotto una pergola circondata di arbusti di rose e all’apparenza intento ad ascoltare educatamente un giovane junior che canta per una piccola platea. Forse il Custode sta davvero solo ascoltando educatamente: a volte lo fanno. A volte hanno anche loro bisogno di rilassarsi. Tuttavia, Syen nota che il suo sguardo si sofferma su uno degli astanti in particolare: un giovane diafano, esile, che non sembra prestare molta attenzione al cantante. Si guarda le mani, invece, che tiene incrociate in grembo. C’è una benda intorno a due dita, che le mantiene attaccate e dritte.
Syen procede.
Si ferma prima allo Scudo Curvo, uno dei tanti gruppi di edifici che ospitano centinaia di orogeni junior. Le sue compagne di stanza non sono a casa e lei è amaramente grata che nessuno la veda prendere i pochi oggetti che le servono dalla sua cassettiera. Verranno a sapere del compito che le è stato assegnato abbastanza presto, comunque, attraverso la girandola dei pettegolezzi. Poi esce di nuovo e si dirige alla Prominenza Plasmata. La torre è uno degli edifici più vecchi del complesso del Fulcro; è larga e bassa, fatta di pesanti blocchi di marmo bianco e freddi spigoli, atipica nell’architettura disordinata e fantasiosa di Yumenes. Le grandi porte doppie si aprono su un ampio ingresso elegante; sulle pareti e sui pavimenti sono impresse in rilievo scene della storia Sanze. Syen procede senza affrettare il passo, salutando con un cenno i senior che incontra, anche se non li riconosce: vuole il lavoro di Feldspar, dopo tutto… Sale con calma l’ampia scala, fermandosi di tanto in tanto ad ammirare i motivi di luce e ombra proiettati ad arte dalle strette finestre. Non sa esattamente che cosa renda tanto speciali quei motivi, in realtà, ma tutti dicono che sono stupefacenti opere d’arte, quindi è meglio farsi vedere intenti ad ammirarli.
All’ultimo piano, dove sul lussuoso tappeto che corre lungo l’intero corridoio il sole proietta un disegno a spina di pesce, Syen si ferma a riprendere fiato e ad apprezzare sinceramente qualcosa: il silenzio. La solitudine. Non c’è nessuno nel corridoio, nemmeno qualche junior di basso rango incaricato delle pulizie o di altri compiti. L’aveva sentito dire e adesso sa che è vero: il dieci anelli ha l’intero piano per sé.
È questa, quindi, la vera ricompensa per l’eccellenza: la privacy. E la possibilità di scegliere. Dopo aver chiuso gli occhi per un istante struggendosi di desiderio, Syen percorre il corridoio fino all’unica porta con uno zerbino davanti.
In quel momento, tuttavia, esita. Non sa niente di quel­l’uomo. Ha raggiunto il rango più alto che esiste nel loro ordine, il che significa che nessuno bada più a ciò che fa, a patto che mantenga il riserbo su eventuali comportamenti imbarazzanti. Ed è un uomo che non ha avuto potere per la maggior parte della sua vita e che solo di recente ha ottenuto autonomia e privilegi. Nessuno lo declasserà per qualcosa di banale come la perversione o l’abuso. Soprattutto se la sua vittima è solo un altro orogeno.
Riflessione inutile. Tanto, non ha scelta. Con un sospiro, Syen bussa.
E poiché non si aspetta tanto una persona quanto una prova da superare, resta davvero sorpresa quando all’interno una voce infastidita sbotta: «Che c’è?».
Sta ancora domandandosi come rispondere quando dei passi risuonano sulla pietra – veloci e infastiditi – e la porta si apre di colpo. L’uomo che si trova davanti e che la fissa con sguardo rabbioso porta una vestaglia stropicciata, ha i capelli appiattiti su un lato e sulla guancia una mappa improbabile disegnata dalle pieghe del tessuto. È più giovane di quanto si aspettasse. Non proprio giovane: almeno quarant’anni, quasi il doppio della sua età, ma lei aveva pensato… Be’, aveva conosciuto così tanti sei e sette anelli sessantenni e settantenni che si era aspettata che un dieci anelli fosse un vecchio. Oltre che più calmo, dignitoso e controllato. Qualcosa, insomma. Non ha nemmeno indosso gli anelli, anche se Syen vede una striscia appena più chiara su alcune dita, mentre lui gesticola rabbiosamente.
«Che c’è, in nome di tutte le scosse della terra?» Quando Syen si limita a fissarlo, lui si mette a parlare in un’altra lingua che non ha mai sentito prima e il cui suono è vagamente da Costiero e decisamente seccato. Poi l’uomo si strofina la testa con la mano e Syen scoppia quasi a ridere. Ha i ricci folti e stretti, il genere di capelli che bisogna acconciare perché abbiano stile, mentre lui con quel gesto li ha scompigliati ancora di più.
«Ho comunicato a Feldspar» dice, tornando a parlare con scioltezza in Sanze-bla e chiaramente a corto di pazienza «e agli altri impiccioni starnazzanti del comitato consultivo dei senior di lasciarmi in pace. Ho appena terminato il circuito, nell’ultimo anno non ho avuto nemmeno due ore per me che non dovessi condividere con un cavallo o un estraneo e se sei qui per darmi altri ordini ti ghiaccio all’istante.»
Syen è abbastanza sicura che sia solo un’iperbole. Ma è il genere di iperbole che non si dovrebbe utilizzare: gli orogeni del Fulcro non scherzano su certi argomenti. È una delle regole non dette… Ma forse un dieci anelli è superiore a queste cose.
«Non sono proprio ordini» riesce a rispondere, e lui fa una smorfia.
«Allora non voglio sentire niente di ciò che sei venuta a dirmi. Vattene a ossidarti!» E fa per chiuderle la porta in faccia.
Syen non riesce a crederci. Che genere di…? È un affronto che si aggiunge all’affronto: è già abbastanza brutto essere costretta in quella situazione, ma dover subire anche quella mancanza di rispetto!
Infila un piede nella porta prima che si chiuda e si affaccia all’interno dicendo: «Sono Syenite».
Il suo nome non significa niente per lui: lo capisce dal suo sguardo ormai furibondo. L’uomo prende un respiro per mettersi a gridare qualcosa, ma Syen non vuole starlo a sentire e, prima che lo faccia, sbotta: «Sono qui per scoparti, per tutto il fuoco di Terra. Ti basta per interrompere il tuo riposo ristoratore?».
Una parte di lei inorridisce per il suo stesso linguaggio e la sua rabbia. Però è soddisfatta, perché gli ha chiuso la boccaccia ossidata.
Lui la fa entrare.
Il momento è imbarazzante. Syen si siede a un tavolino della suite – quell’uomo ha una serie di stanze ammobiliate tutte per lui – e lo guarda; lui è irrequieto. È appollaiato sul bordo di uno dei divani, quello più lontano – nota Syen –, come se temesse di starle troppo vicino.
«Non credevo che sarebbe ricominciato così presto» dice guardandosi le mani che ha intrecciato davanti a sé. «Voglio dire, mi ripetono sempre che è necessario, ma così…» Sospira.
«Quindi non è la prima volta per te» dice Syenite. Ha conquistato il diritto di rifiutare solo con il decimo anello.
«No, no, ma… non lo sapevo sempre.»
«Non sapevi cosa?»
Lui fa una smorfia. «Le prime donne… pensavo che fossero interessate a me
Allora Syen capisce. Certo, c’è sempre la possibilità di fingere di non sapere come stanno le cose. Anche Feldspar non ha mai detto apertamente: “Il tuo compito è procreare un figlio con quest’uomo nel giro di un anno”. La mancanza di un’ammissione esplicita dovrebbe renderlo in qualche modo più facile. Lei non ne vede il motivo: perché fingere che la situazione sia diversa da quella che è? Ma lui non finge, a quanto pare, e questo la sorprende perché, insomma, come può essere così ingenuo?
Lui la guarda con un’espressione afflitta. «Sì, lo so.»
Lei scuote la testa. «Capisco.» Ma non ha importanza. Qui la sua intelligenza non c’entra. Syen si alza e si slaccia la cintura dell’uniforme.
Lui la fissa. «In questo modo? Non ti conosco neppure.»
«Non ce n’è bisogno.»
«Non mi piaci
Il sentimento è reciproco, ma Syen si astiene dal puntualizzare l’ovvio. «Mi sono finite le mestruazioni una settimana fa. È un momento propizio. Se preferisci, puoi stenderti e lasciar fare a me.» Lei non è molto esperta, ma d’altronde non è tettonica delle placche. Si toglie la giacca dell’uniforme, poi tira fuori dalla tasca un oggetto e glielo mostra: è una boccetta di lubrificante, ancora quasi piena. Lui sembra vagamente inorridito. «Sì, probabilmente è meglio se non ti muovi. Sarà già abbastanza difficile così.»
Lui si alza in piedi e arretra. L’espressione tesa del suo viso è… be’, non proprio divertente, ma Syenite non può fare a meno di sentire un filo di sollievo alla sua reazione. No, non solo sollievo. È lui il debole, qui, a dispetto dei suoi dieci anelli. Lei è quella che dovrà portare in grembo un figlio che non vuole, che potrebbe ucciderla e che, anche se non lo fa, cambierà il suo corpo per sempre, se non la sua vita… Ma qui e ora, per lo meno, tutto il potere è nelle sue mani. Questo rende la cosa, se non giusta, più accettabile, in qualche modo, perché è lei ad avere il controllo.
«Non siamo obbligati a farlo» sbotta lui. «Io posso rifiutarmi.» Fa una smorfia. «So che tu non puoi, ma io sì. Quindi…»
«Non rifiutare» dice lei con rabbia.
«Cosa? Perché no?»
«Lo hai detto tu: io devo farlo, tu no. Se non sei tu, sarà qualcun altro.» Feldspar aveva sei figli. Ma Feldspar non era mai stata un’orogena particolarmente promettente. Syenite lo è. Se non sta attenta, se rompe le scatole alla gente sbagliata, se lascia che le affibbino l’etichetta di “persona difficile”, le stroncheranno la carriera e l’assegneranno a tempo indeterminato al Fulcro, con l’unico compito di mettersi supina e trasformare in neonati i grugniti e i peti degli uomini. Sarà fortunata ad averne solo sei se le cose andranno così.
Lui la fissa come se non capisse, ma Syen sa che non è vero. Così, dice: «Facciamolo e basta».
Allora lui la sorprende. Invece di balbettare e protestare come si aspettava, serra i pugni e distoglie lo sguardo, contraendo la mascella. Ha ancora un’aria ridicola con quella vestaglia e i capelli sghembi, ma l’espressione nei suoi occhi… è quella di un uomo che deve affrontare la tortura. Syen sa di non essere una bellezza, per lo meno non secondo i canoni Equatoriali. C’è troppo della meticcia delle Midlat in lei. Ma nemmeno lui è un purosangue: quei capelli, e la pelle così nera da sembrare quasi blu, e poi è piccolo. Alto come lei, in realtà, che è più alta della media di uomini e donne, ma esile, per nulla imponente o minaccioso. Se fra i suoi antenati ci sono dei Sanzi, devono essere lontani nel tempo, e non gli hanno lasciato nulla della loro superiorità fisica.
«Facciamolo e basta» ripete in un bisbiglio. «D’accordo.» Il muscolo della mascella va su e giù e lui digrigna i denti così forte che… Ehi, non la sta guardando, e all’improvviso lei ne è contenta. Perché è odio quello che vede sulla sua faccia. L’ha già visto in altri orogeni, porca ossidazione, e lo ha provato lei stessa quando ha potuto concedersi il lusso della solitudine e della sincerità senza limitazioni, ma non l’ha mai mostrato così apertamente. Poi lui la guarda e Syen cerca di non indietreggiare.
«Non sei nata qui» dice freddamente. Lei capisce in ritardo che è una domanda.
«No.» Non le piace la parte di chi risponde alle domande. «Tu sì?»
«Oh, sì. Sono stato procreato per comandare.» Sorride, ed è strano vedere un sorriso spalmato su tutto quell’odio. «E non a casaccio come sarà per nostro figlio. Sono il prodotto di due delle più vecchie e promettenti stirpi del Fulcro, o così mi hanno detto. Praticamente ho avuto un Custode fin dalla nascita.» Infila le mani nelle tasche della vestaglia sgualcita. «Tu sei una randagia.»
E questo cosa significa? Syen passa qualche secondo a domandarsi se sia un nuovo modo per dire rogga e alla fine capisce che cosa significa davvero. Oh, ha superato il limite. «Senti, non mi importa niente di quanti anelli hai sulle dita…»
«Voglio dire che è così che ti chiamano loro.» Sorride di nuovo e la sua amarezza entra in risonanza con quella di Syen, facendola ammutolire. «Forse non lo sapevi. I randagi – quelli che vengono da fuori – spesso non lo sanno o non ci badano. Ma quando un orogeno nasce da genitori che non lo sono, da una stirpe familiare che non ha mai mostrato prima la maledizione, è così che viene considerato. Un mezzosangue selvatico tra i purosangue addomesticati; un incidente nei loro piani.» Scuote la testa e la voce gli trema. «Il vero significato è che non sono stati in grado di prevederti. Sei la prova che non comprenderanno mai l’oro­genia. Non è scienza, è qualcos’altro. E non ci controlleranno mai veramente. Non del tutto.»
Syen non sa cosa dire. Non sapeva dei randagi, di essere in qualche modo diversa, anche se, ora che ci pensa, la maggior parte degli orogeni che conosce sono nati nel Fulcro. E sì, ha notato come la guardano. Pensava che fosse perché loro sono Equatoriali e lei viene dalle Nomidlat o perché aveva preso il suo primo anello prima di loro. E tuttavia, ora che lui glielo ha detto… essere un randagio è una brutta cosa?
Dev’essere così. Se il problema è che i randagi non sono prevedibili… be’, gli orogeni devono dimostrarsi affidabili. Il Fulcro ha una reputazione da preservare; questo ne fa parte. Come l’addestramento, l’uniforme e le infinite regole che devono seguire, ma anche la riproduzione, altrimenti perché lei è qui?
In un certo senso è lusinghiero sapere che, a dispetto del suo status di randagia, vogliano infondere qualcosa di lei nella loro stirpe. Poi si domanda perché una parte di lei stia cercando di dare valore all’umiliazione.
È così persa nei pensieri che si sorprende di sentirlo capitolare con un verso stanco.
«Hai ragione» dice lui brevemente in tono pragmatico perché, dopo tutto, c’era un unico modo in cui poteva andare a finire. E restare pragmatici permetterà a entrambi di mantenere una sembianza di dignità. «Mi dispiace… Ossido di Terra. Sì, facciamolo e basta.»
Vanno in camera da letto, lui si spoglia e si distende, cercando di eccitarsi da solo, ma non funziona. È il rischio che si corre quando si fa con un uomo più vecchio, pensa Syen, anche se, in realtà, dipende piuttosto dal fatto che il sesso di solito non funziona quando non se ne ha voglia. Si siede al suo fianco e gli sposta le mani con espressione incolore. Lui sembra a disagio e lei impreca dentro di sé perché, se si imbarazza, ci vorrà tutto il giorno.
Ma quando Syen prende l’iniziativa, lui cede, forse perché può chiudere gli occhi e immaginare che le sue mani appartengano a chiunque voglia. Allora Syen stringe i denti e lo monta, cavalcandolo finché le dolgono le cosce e il seno è indolenzito per il tanto ballonzolare. Il lubrificante aiuta un po’. Non le dà il piacere di un vibratore o delle proprie dita. Tuttavia le sue fantasie devono bastargli, perché a un certo punto emette una sorta di gemito forzato e allora è fatta.
Syen si sta infilando gli stivali quando lui sospira, si mette a sedere e la guarda con aria così desolata che lei prova una vaga vergogna per ciò che gli ha fatto.
«Come hai detto di chiamarti?» le chiede.
«Syenite.»
«È il nome che ti hanno dato i tuoi genitori?» Quando lei gli lancia uno sguardo fulminante, le sue labbra si arricciano quasi in un sorriso. «Scusa. È solo gelosia.»
«Gelosia?»
«Sono nato nel Fulcro, ricordi? Ho avuto sempre solo un nome.»
Oh.
Lui esita. Pare che sia difficile per lui. «Puoi, ehm, puoi chiamarmi…»
Lei lo interrompe, perché conosce già il suo nome e in ogni caso non ha intenzione di chiamarlo in nessun modo a parte tu. Basterà quello a distinguerlo dai cavalli che useranno. «Feldspar dice che dobbiamo partire per Allia domani.» S’infila il secondo stivale e si alza per sistemare il calcagno con un calcio.
«Un’altra missione? Di già?» Sospira. «Avrei dovuto saperlo.»
Sì, avrebbe dovuto. «Devi farmi da mentore e aiutarmi a eliminare dei coralli da un porto.»
«Giusto.» Pure lui sa che quella missione è una stronzata. C’è solo una ragione per cui ci manderebbero uno come lui. «Ieri mi hanno dato un dossier informativo. Immagino che a questo punto dovrò leggerlo. Appuntamento alle scuderie a mezzogiorno?»
«Sei tu il dieci anelli.»
Lui si strofina il viso con entrambe le mani. Lei si sente un po’ in colpa, ma solo un pochino.
«Bene» dice lui, di nuovo pragmatico. «Allora a mezzogiorno.»
Così Syen se ne va, indolenzita, stanca, seccata perché ha addosso una lieve scia del suo odore. Forse è lo stress che la sta logorando: l’idea di un mese di viaggio con un uomo che non sopporta, a fare cose che non vuole fare, per conto di gente che disprezza ogni giorno di più.
Ma questo è ciò che significa essere civilizzati: fare quello che i suoi superiori le dicono, apparentemente per il bene di tutti. E non è che lei non ottenga benefici da questo: solo un anno di disagio, più o meno, e poi un bambino che non dovrà darsi la pena di crescere, perché sarà affidato al nido inferiore appena nasce, e una missione di alto profilo completata con un senior potente come mentore. Con questa esperienza e questa spinta alla sua reputazione, sarà molto più vicina al quinto anello. Che significa avere il proprio appartamento, senza più compagne di stanza. E anche missioni migliori, licenze più lunghe e più voce in capitolo nella sua vita. Ne vale la pena. Per tutto il fuoco di Terra, , ne vale la pena.
Continua a ripeterselo mentre ritorna alla sua stanza. Poi si prepara alla partenza, pulisce e riordina, così quando tornerà troverà ordine e pulizia, e si fa una doccia, strofinando metodicamente ogni centimetro del suo corpo che riesce a raggiungere finché le brucia la pelle.

Di’ loro che un giorno potranno essere grandi come noi. Che il loro posto è in mezzo a noi, non importa come li trattiamo. Di’ loro che devono guadagnarsi il rispetto che tutti gli altri ottengono senza far niente. Che c’è uno standard per essere accettati e che quello standard è semplicemente la perfezione. Uccidi quelli che deridono queste contraddizioni e di’ agli altri che i morti meritavano l’annientamento per la loro debolezza e i loro dubbi. Allora si distruggeranno alla ricerca di ciò che non potranno mai ottenere.

Erlsset, ventitreesimo Imperatore della Affiliazione Equatoriale Sanze, nel tredicesimo anno della Stagione dei Denti. Commento trascritto a un ricevimento, poco prima della fondazione del Fulcro

La Quinta Stagione. La terra spezzata – Libro 1

N.K. Jemisin

È iniziata la stagione della fine. Con un'enorme frattura che percorre l'Immoto, l'unico continente del pianeta, da parte a parte, una faglia che sputa tanta cenere da oscurare il cielo per anni. O secoli. Comincia con la morte, con un figlio assassinato e una figlia scomparsa. Comincia con il tradimento e con ferite a lungo sopite che tornano a pulsare.

L'Immoto è da sempre abituato alle cat...

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