Jemisin: La Quinta Stagione – Capitolo 3

a cura di Redazione Oscar

La Quinta Stagione - Capitolo 3

La Quinta Stagione capitolo 3

N. K. Jemisin è entrata nel pantheon della narrativa fantastica vincendo tre premi Hugo consecutivi, tra il 2016 e il 2018, con la trilogia “La Terra Spezzata”, un’opera che si candida fin d’ora a diventare un classico e che Oscar Fantastica è orgogliosa di presentare ai lettori italiani.
Un’ampia porzione de La Quinta Stagioneprimo volume della trilogia, viene qui pubblicata a puntate con cadenza settimanale.
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Buona lettura!

3
Vai per la tua strada

Stai ancora cercando di decidere chi essere. La persona che sei stata ultimamente non ha più senso; quella donna è morta con Uche. Non è più utile, discreta com’è, tranquilla com’è, ordinaria com’è. Non dopo le cose straordinarie che sono accadute.
Ma tu non sai ancora dov’è sepolta Nassun, sempre che Jija si sia dato la pena di seppellirla. Fino a che non avrai detto addio a tua figlia, devi rimanere la madre che amava.
Così, decidi di non aspettare che la morte venga a cercarti.
Sta venendo da te, forse non subito, ma presto. Anche se la grande scossa dal Nord ha mancato la città di Tirimo, tutti sanno che avrebbe dovuto colpirla. Le sensipinae non mentono, non con una forza così snervante che stride e rimbomba nella testa. Tutti, dai neonati agli anziani con la mente già confusa, l’hanno sentita arrivare. E ormai, con gli sfollati dalle città e dai villaggi meno fortunati che vagano per le strade, tutti diretti a sud, gli abitanti di Tirimo avranno cominciato a sentire storie. Avranno notato lo zolfo nel­l’aria. Avranno guardato il cielo sempre più strano e visto quel cambiamento come un cattivo presagio. (Lo è.) Forse il capovillaggio Rask ha finalmente mandato qualcuno a vedere cos’è successo a Sume, la città nella valle vicina. La maggior parte degli abitanti di Tirimo hanno lì dei familiari; le due città si sono scambiate merci e persone per generazioni. La com viene prima di tutto il resto, naturalmente, ma finché non c’è nessuno che muore di fame, anche la parentela e la razza significano qualcosa. Rask può ancora permettersi di essere generoso, per il momento. Forse.
E quando i ricognitori torneranno e riferiranno della devastazione che – come sai – troveranno a Sume, e dei sopravvissuti che – come sai – non troveranno, o almeno non in grande numero, non sarà più possibile negarlo. Resterà posto solo per la paura. E le persone spaventate cercano capri espiatori.
Quindi ti sforzi di mangiare, attenta a non pensare ad altri momenti e ad altri pasti con Jija e i bambini. (Lacrime incontrollabili sarebbero meglio del vomito incontrollabile, ma, ehi, non si può scegliere la forma del proprio dolore.) Poi esci silenziosamente dalla porta del giardino di Lerna e torni a casa. Non c’è nessuno in giro. Devono essere tutti da Rask, in attesa di notizie o di incarichi.
A casa, in uno dei nascondigli sotto i tappeti c’è il sacco fuga della famiglia. Ti siedi sul pavimento della stanza dove Uche è stato picchiato a morte e lì vagli il contenuto del sacco, tirando fuori tutto ciò che non ti serve. Il cambio di vecchi, comodi abiti da viaggio è ormai fuori misura per Nassun; tu e Jija avete preparato il sacco insieme prima che nascesse Uche e siete stati negligenti a non rinnovarlo. Una mattonella di frutta secca mostra una patina di muffa biancastra; potrebbe essere ancora commestibile, ma non sei così disperata. (Non ancora.) Il sacco contiene i documenti che dimostrano che tu e Jija siete i proprietari della vostra casa e altre carte che attestano che siete in regola con i pagamenti delle tasse del vostro quartente ed entrambi registrati come membri della com di Tirimo e della casta d’uso dei Resistenti. Lasci tutto questo – la tua intera esistenza legale e finanziaria degli ultimi dieci anni – in una piccola pila di scarti, insieme alla frutta ammuffita.
Il rotolo di banconote nel portafoglio di gomma – soldi di carta, dato che quella abbonda – sarà inutile quando la gente si renderà conto di quanto è brutta la situazione, ma fino a quel momento può essere prezioso. Buono come esca per il fuoco quando non lo sarà più. Il coltello in ossidiana per scuoiare che Jija ha insistito per mettere nel sacco, e che tu probabilmente non userai mai – hai armi naturali migliori –, lo tieni: merce da vendere o quantomeno deterrente visivo. Anche gli scarponi di Jija si possono vendere, perché sono in buone condizioni. Lui non li indosserà più, perché tu lo troverai presto, e lo finirai.
Rifletti. Modifichi quel pensiero in uno che si addica meglio alla donna che hai scelto di essere. Quindi: lo troverai e gli chiederai perché ha fatto ciò che ha fatto. Come ha potuto farlo. E, soprattutto, gli chiederai dov’è vostra figlia.
Richiuso il sacco fuga, lo infili in una delle casse da imballaggio che Jija usava per le consegne. Nessuno si farà domande vedendotela portare in giro per la città, perché fino a pochi giorni fa lo facevi spesso per aiutare Jija nel suo commercio di ceramiche e utensili di pietra. Alla fine qualcuno si domanderà perché stai consegnando merce quando il capovillaggio è probabilmente in procinto di dichiarare la Legge Stagionale. Ma all’inizio la maggior parte della gente non ci farà caso, ed è questo che conta.
Mentre te ne vai, passi dove Uche è stato disteso per giorni. Lerna ha portato via il corpo, ma ha lasciato la coperta. Gli schizzi di sangue non si vedono. Ma non guardi lo stesso in quella direzione.
La tua casa, una di molte in questo angolo della città, è annidata tra l’estremità sud delle mura e il verde della città. Avete scelto questa casa, al tempo in cui tu e Jija decideste di comprarla, perché è isolata e immersa tra gli alberi di una stradina. Basta attraversare il verde e si arriva nel centro della città, cosa che a Jija era sempre piaciuta. Era spesso motivo di discussione tra di voi, perché a te non piaceva stare in mezzo alla gente più del necessario, mentre Jija era socievole e irrequieto, frustrato dal silenzio.
L’ondata di rabbia assoluta, greve, martellante ti coglie di sorpresa. Devi fermarti sulla soglia di casa, appoggiarti allo stipite della porta e respirare più volte, a fondo, per non metterti a gridare o forse colpire qualcuno (te stessa?) con il maledetto coltello per scuoiare. O, peggio, far crollare la temperatura.
D’accordo, avevi torto. La nausea non è la peggior risposta al dolore, relativamente parlando.
Ma tu non hai né tempo né forza per questo, così ti concentri su altre cose. Qualunque altra cosa. Il legno dello stipite sotto la tua mano. L’aria, che senti di più adesso che sei fuori. L’odore di zolfo non sembra peggiorare, almeno per ora: cosa positiva, forse. Tu sensisci che non ci sono sfiati vulcanici aperti nelle vicinanze. Questo significa che la sciagura arriva dall’estremo nord, dove si trova la ferita: il grande squarcio in suppurazione che va da costa a costa. Tu sai che è lì, anche se chi viaggiava lungo la Strada Imperiale finora ha riportato solo voci al riguardo. Speri che la concentrazione di zolfo non peggiori troppo, perché se succede la gente comincerà ad avere conati di vomito e a soffocare e la prossima volta che pioverà i pesci del torrente moriranno e il terreno diventerà troppo acido…
Sì. Va meglio. Dopo un momento riesci finalmente a incamminarti, con la tua patina di calma di nuovo saldamente al suo posto.
Non c’è molta gente in giro. Rask deve essersi deciso a dichiarare ufficialmente lo stato d’isolamento. Durante l’iso­lamento i cancelli della com sono chiusi e, vedendo delle persone intorno a una delle torri di guardia delle mura, immagini che Rask abbia preso la precauzione di metterci le guardie. Di solito avviene solo quando è stata dichiarata una Stagione; maledici dentro di te la prudenza di Rask. Speri che non abbia fatto nient’altro che ti renda più difficile sgattaiolare via.
Il mercato è chiuso, almeno per il momento, in modo che nessuno accumuli merci o cambi i prezzi. Al crepuscolo parte il coprifuoco e tutte le attività che non sono cruciali per la protezione o l’approvvigionamento della città devono fermarsi. Tutti sanno come ci si aspetta che vadano le cose. A ciascuno è assegnato un compito, ma molti compiti si possono svolgere all’interno: intrecciare cesti per le scorte, essiccare e mettere in conserva tutto il cibo deperibile della casa, riutilizzare vecchi indumenti e attrezzi. Tutto è Imperialmente efficiente e rispetta alla lettera la dottrina, seguendo regole e procedure che hanno il doppio scopo di essere funzionali e di tenere occupato un folto gruppo di persone ansiose. Casomai.
Tuttavia, mentre percorri il sentiero intorno al prato – nessuno lo calpesta durante l’isolamento, non perché ci siano regole al riguardo, ma perché questi momenti ricordano a tutti che il verde è futura terra da coltivare, non solo una graziosa distesa di trifogli e fiori di campo –, scorgi alcuni abitanti di Tirimo indaffarati all’esterno. Per lo più Ferrigni. Un gruppo sta costruendo un recinto e un riparo che separeranno un angolo di prato destinato al bestiame. La costruzione è faticosa e chi ci sta lavorando è troppo impegnato nel compito per prestare attenzione a una donna sola che trasporta una cassetta. Mentre cammini riconosci vagamente qualche viso, persone che hai già visto al mercato o per via del lavoro di Jija. Anche da parte loro cogli qualche sguardo, ma solo fuggevole. Conoscono la tua faccia abbastanza da non considerarti un’estranea. Ma per il momento sono troppo impegnati per ricordarsi che potresti essere la madre del rogga.
O per chiedersi da quale genitore abbia ereditato la maledizione il tuo bambino rogga morto.
Nel centro della città c’è più gente in giro. Qui cerchi di passare inosservata camminando allo stesso passo di tutti gli altri, rispondendo ai cenni di saluto, cercando di non pensare a niente in modo che la tua faccia assuma un’espres­sione annoiata, indifferente. C’è fermento intorno all’ufficio del capovillaggio: i capigruppo e i portavoce delle caste vanno a riferire quali compiti sono stati eseguiti per l’isolamento, prima di tornare a organizzarne altri. Qualcuno bighellona in giro, chiaramente nella speranza di venire a sapere che cosa è accaduto a Sume e altrove, ma anche qui nessuno si accorge di te. E perché dovrebbero? L’aria brucia di terra squarciata e ogni cosa oltre un raggio di venti miglia è stata distrutta da una scossa più forte di quella che qualunque creatura vivente abbia mai conosciuto. Le persone hanno cose più importanti di cui preoccuparsi.
La situazione può cambiare in fretta, tuttavia. Non ti rilassi.
L’ufficio di Rask in realtà è una piccola casa annidata tra il deposito di cereali rialzato e l’officina per i carri. Quando ti metti in punta di piedi per guardare al di sopra della folla, non ti sorprende vedere che Oyamar, il secondo di Rask, è sulla veranda a parlare con due uomini e una donna con addosso più malta e fango che indumenti. Hanno puntellato il pozzo, probabilmente: è una delle misure consigliate dalla litodottrina in caso di scosse sismiche, che anche la procedura Imperiale dell’isolamento incoraggia a adottare. Se Oyamar è qui, allora Rask è altrove a lavorare o – conoscendolo – a dormire, dopo essersi sfiancato negli ultimi tre giorni in seguito all’evento. Non a casa, perché lì la gente può trovarlo troppo facilmente. Ma poiché Lerna parla troppo, tu sai dove si nasconde Rask quando non vuole essere disturbato.
La biblioteca di Tirimo è un impaccio. L’unico motivo per cui ne hanno una è che il nonno del marito di una ex capovillaggio aveva sollevato un polverone e scritto lettere al governatore del quartente, finché questi ne aveva finalmente finanziata una per metterlo a tacere. L’ha usata poca gente da quando il vecchio è morto, ma anche se nelle riunioni plenarie della com ci sono sempre mozioni per chiuderla, i voti non bastano mai per poter procedere. Così è rimasta: una vecchia baracca sgangherata non molto più grande del soggiorno di casa tua, stipata di scaffali con libri e pergamene. Un bambino magro potrebbe camminare tra gli scaffali senza contorcersi; tu non sei né una bambina né magra, quindi devi procedere di lato muovendoti come i granchi. Portarsi la cassetta è fuori questione: la posi sul pavimento vicino alla porta. Ma non ha importanza, perché non c’è nessuno che possa curiosare… a parte Rask, rannicchiato su un piccolo pallet in fondo alla baracca, dove il ripiano più basso lascia al suo corpo lo spazio appena sufficiente.
Quando finalmente riesci a farti strada tra gli scaffali, Rask smette di colpo di russare e sbatte le palpebre, pronto a guardare in cagnesco chiunque lo abbia disturbato. Poi riflette, perché è un tipo assennato ed è per questo che Tirimo lo ha eletto; allora, gli leggi in viso il momento in cui da moglie di Jija diventi madre di Uche, poi madre del rogga e, oh Terra, una rogga anche tu.
Va bene così. Rende più facili le cose.
«Non farò del male a nessuno» dici in fretta, prima che possa indietreggiare o gridare o fare qualunque altra cosa abbia in mente. E con tua stessa sorpresa, a quelle parole Rask sbatte di nuovo le palpebre e riflette ancora, mentre il panico svanisce dalla sua faccia. Si mette seduto, appoggiando la schiena a una parete di legno, e ti osserva per un lungo, pensieroso momento.
«Non sei venuta qui solo per dirmi questo, immagino» dice.
Ti lecchi le labbra e cerchi di accovacciarti. È scomodo perché c’è poco spazio. Devi appoggiare il sedere contro uno scaffale e le tue ginocchia invadono lo spazio di Rask più di quanto vorresti. Lui fa un mezzo sorriso vedendo il tuo ovvio imbarazzo, ma il sorriso svanisce dalla sua faccia appena si ricorda che cosa sei; allora si corruccia, come infastidito dalle sue stesse reazioni.
Tu dici: «Sai dove potrebbe essere andato Jija?».
Rask fa una smorfia. È abbastanza vecchio da poter essere tuo padre, ma è l’uomo meno paterno che tu abbia mai conosciuto. Hai sempre desiderato sederti da qualche parte con lui a bere una birra, anche se questo non corrisponde all’immagine di donna ordinaria, mite, che ti sei costruita. La maggior parte della gente della città pensa la stessa cosa di lui, a dispetto del fatto che, per quanto tu ne sappia, non beve. L’espressione che gli compare sulla faccia in questo momento, tuttavia, ti fa pensare per la prima volta che sarebbe un buon padre, se avesse mai dei figli.
«Quindi è così» dice. Ha la voce arrochita dal sonno. «Ha ucciso lui il bambino? È quello che pensa la gente, ma Lerna ha detto che non ne era sicuro.»
Annuisci. Non sei riuscita a rispondere “sì” nemmeno a Lerna.
Gli occhi di Rask ti scrutano il viso. «E il bambino era…?»
Annuisci di nuovo e Rask sospira. Noti che non ti chiede se anche tu lo sei.
«Nessuno ha visto in che direzione è andato Jija» dice, spostandosi per sollevare le ginocchia e posarci sopra un braccio. «La gente ha parlato della… uccisione… perché era più facile che parlare di…» Solleva le mani, poi le lascia ricadere in un gesto impotente. «Un sacco di pettegolezzi, voglio dire, di cui molti sono più fango che pietra. Alcuni hanno visto Jija che caricava il vostro carretto con attaccato il cavallo e si allontanava con Nassun…»
I tuoi pensieri s’inceppano. «Con Nassun?»
«Sì, con lei. Perché…?» Poi Rask capisce. «Oh, merda, anche lei lo è?»
Cerchi di non metterti a tremare. Stringi i pugni per impedirlo e la terra più profonda sembra per un momento vicina, l’aria improvvisamente più fredda, prima che tu riesca a contenere gioia e disperazione, orrore e furia.
«Non sapevo che fosse viva» è tutto ciò che dici, dopo quello che è sembrato un lungo momento.
«Oh.» Rask sbatte le palpebre e gli compare lo sguardo compassionevole di prima. «Be’, sì, lo era quando se ne sono andati, comunque. Nessuno pensava ci fosse qualcosa che non andava o qualcosa di strano. Sembrava solo un padre che cercava di insegnare il mestiere alla primogenita o di tenere una figlia annoiata lontana dai guai: le solite cose. Poi è successo quel casino al Nord e tutti se ne sono dimenticati finché Lerna ha detto di aver trovato te e… e il tuo bambino.» Qui fa una pausa, contraendo la mascella. «Non avrei mai immaginato che Jija fosse quel tipo d’uomo. Ti ha picchiato?»
Scuoti la testa. «Mai.» Potrebbe essere più facile da sopportare, in qualche modo, se Jija fosse stato violento in passato. Potresti sentirti responsabile di non averlo saputo valutare o di essere stata compiacente e non solo della colpa di aver procreato.
Rask respira a fondo, lentamente. «Merda. Solo… merda.» Scuote la testa, si passa una mano sui capelli grigi, arruffati. Non è nato così, come Lerna e altri con i capelli turbine di cenere; ti ricordi di quando era castano. «Vuoi inseguirlo?» Il suo sguardo guizza avanti e indietro. Non è esattamente speranza, ma tu capisci ciò che il tatto gli impedisce di dire: “Lascia la città prima possibile, per favore”.
Annuisci, felice di accontentarlo. «Ho bisogno che tu mi dia un lasciapassare.»
«Consideralo fatto.» Fa una pausa. «Sai che non potrai tornare indietro.»
«Lo so.» Ti costringi a sorridere. «Non voglio farlo, in realtà.»
«Non ti biasimo.» Sospira e si sposta di nuovo, a disagio. «Mia sorella…»
Non sapevi che Rask avesse una sorella. Poi capisci. «Che cosa le è successo?»
Lui si stringe nelle spalle. «Il solito. Allora vivevamo a Sume. Qualcuno capì che cos’era, lo disse a un manipolo di altri e una notte vennero a prenderla. Non mi ricordo molto; avevo solo sei anni. Poi i miei genitori si trasferirono qui con me.» Arriccia le labbra, ma non è un vero sorriso. «È per questo che non ho mai voluto figli.»
Anche tu provi a sorridere. «Anch’io non volevo.» Ma Jija sì.
«Dannato ossido di Terra.» Rask chiude gli occhi per un momento, poi si alza bruscamente in piedi. Lo fai anche tu, altrimenti ti troveresti con la faccia appiccicata ai suoi vecchi pantaloni macchiati. «Ti accompagnerò ai cancelli, se vuoi andartene adesso.»
Questo ti sorprende. «Me ne vado adesso, ma non sei tenuto a farlo.» Non sei sicura che sia una buona idea, in realtà. Potrebbe attirare più attenzione di quanto vorresti. Ma Rask scuote la testa, con la mascella decisa e l’espressione seria.
«Sì, invece. Andiamo.»
«Rask…»
Lui ti guarda e questa volta sei tu a trasalire. Non si tratta più di te. La folla che ha preso sua sorella non avrebbe osato farlo se, a quel tempo, fosse stato un uomo.
O forse avrebbero ucciso anche lui.
Porta la tua cassetta mentre percorrete tutta la Sette Stagioni, la strada centrale della città, fino alla Porta Principale. Sei nervosa, perché cerchi di sembrare tranquilla e rilassata sentendoti tutto il contrario. Non avresti scelto quella strada, in mezzo a tutta quella gente. All’inizio Rask attira l’attenzione su di sé e tutti gli fanno cenni di saluto o lo chiamano o si avvicinano per chiedergli se ci sono novità… Ma poi si accorgono di te. Smettono di salutare. Smettono di avvicinarsi e cominciano a guardare, da lontano, a gruppetti di due o tre. E alcuni vi seguono. Non c’è niente in questo, eccetto la solita mancanza di discrezione delle piccole città, per lo meno in superficie. Ma vedi quei crocchi di persone che sussurrano, senti i loro sguardi addosso, e tutto ti fa venire i nervi a fior di pelle nel modo peggiore.
Mentre vi avvicinate, Rask saluta le guardie al cancello. Una dozzina di Ferrigni, che in circostanze ordinarie sono probabilmente minatori o contadini, si muove davanti al cancello senza un vero coordinamento. Due sono ai posti di vedetta costruiti in cima alle mura, da dove possono sorvegliare i cancelli; due sono a terra vicino allo spioncino del cancello. Gli altri sono lì e basta, con l’aria annoiata, oppure intenti a chiacchierare e scherzare. Rask deve averli scelti per la loro capacità di intimidire, perché sono tutti grossi come i Sanzi e hanno l’aria di sapersela cavare anche senza il coltello di vetro vulcanico e la balestra che portano con sé.
Quello che si fa avanti a salutare Rask è il più piccolo di loro, un uomo che conosci anche se non ti ricordi il suo nome. I suoi figli sono stati nelle tue classi al nido della città. Anche lui si ricorda di te, te ne accorgi quando ti fissa stringendo gli occhi.
Rask si ferma, posa a terra la cassetta, la apre e ti passa il sacco fuga. «Karra,» dice all’uomo che conosci «tutto a posto qui?»
«Finora sì» risponde Karra, senza toglierti gli occhi di dosso. Il modo in cui ti guarda ti fa accapponare la pelle. Anche altri due Ferrigni osservano la scena, spostando lo sguardo da Karra a Rask e viceversa, pronti a seguire gli ordini di qualcuno. Una donna ti fissa apertamente con astio, mentre gli altri si accontentano di sferzarti con rapide occhiate.
«È una buona notizia» dice Rask. Vedi che si acciglia appena, forse perché legge gli stessi segnali che stai captando tu. «Di’ ai tuoi di aprire il cancello per un minuto, d’accordo?»
Karra non distoglie lo sguardo da te. «Pensi che sia una buona idea, Rask?»
Rask aggrotta la fronte e si avvicina bruscamente a Karra, a un passo dalla sua faccia. Rask non è robusto – è un Innovatore, non un Ferrigno, non che questo abbia più importanza – e in questo momento non gli serve esserlo. «Sì» risponde con voce così bassa e tesa che Karra adesso sposta l’attenzione su di lui, irrigidendosi per la sorpresa. «Lo penso. Apri il cancello, se non ti dispiace. Se non sei troppo fottutamente impegnato
Pensi a una riga della litodottrina, in Strutture, verso due: “Il corpo appassisce. Un capo che dura si affida ad altro”.
Karra contrae la mascella, ma un momento dopo annuisce. Cerchi di sembrare intenta a metterti sulle spalle il sacco fuga. Le cinghie sono lunghe: è stato Jija l’ultimo a regolarle.
Karra e gli addetti al controllo si mettono all’opera al sistema di pulegge che facilita l’apertura del cancello. Le mura di Tirimo sono fatte quasi interamente di legno. Non è una com ricca, non ha le risorse per importare pietra di buona qualità e per ingaggiare la manodopera necessaria, benché se la passi meglio delle com gestite malamente o di quelle nuove che non hanno ancora nemmeno le mura. Il cancello, però, è di pietra, perché le aperture sono il punto debole delle mura di tutte le com. Basta che lo aprano appena per farti passare; dopo qualche lungo, opprimente momento e qualche scambio gridato fra chi manovra le pulegge e chi controlla che non si avvicinino estranei, si fermano.
Rask si volta verso di te, chiaramente a disagio. «Mi spiace per… per Jija» dice. Non dice “per Uche”, ma forse è meglio così. Hai bisogno di restare lucida. «Mi spiace per tutto, merda. Spero che trovi quel bastardo.»
Tu scuoti solo la testa. Hai un nodo in gola. Tirimo è stata la tua casa per dieci anni. Hai cominciato a sentirla tale – una casa – quando è nato Uche, ma è più di quanto ti fossi mai aspettata. Ti ricordi quando inseguivi Uche sul prato, dopo che aveva imparato a correre. Ti ricordi di Jija che aiutava Nassun a costruire un aquilone e a farlo volare, ma nel modo sbagliato; i resti dell’aquilone sono ancora su un qualche albero nel lato orientale della città.
Tuttavia, andarsene non è difficile come credevi. Non ora che gli sguardi dei tuoi ex vicini ti scivolano sulla pelle come olio rancido.
«Grazie» sussurri, ed è un ringraziamento che include molte cose, perché Rask non era tenuto ad aiutarti. Facendolo, ha danneggiato se stesso. Gli addetti al cancello ora lo rispettano di meno; lo diranno in giro. Presto tutti sapranno che gli piacciono i rogga, e questo è pericoloso. I capivillaggio non possono permettersi simili debolezze quando è in arrivo una Stagione. Ma in questo momento, ciò che conta di più per te è la dimostrazione pubblica di rispetto: una gentilezza e un onore che non ti aspettavi di ricevere. Non sai bene come reagire.
Rask annuisce, a disagio quanto te, e si volta mentre tu ti avvii verso l’apertura nel cancello. Forse non vede il cenno di Karra a un altro dei sorveglianti; forse non vede la donna di prima che si mette in spalla l’arma e la punta su di te. Forse, penserai in seguito, se Rask avesse visto, avrebbe fermato la donna o impedito in qualche modo gli avvenimenti successivi.
Tu la vedi, però, quasi fuori dal tuo campo visivo. Poi tutto accade troppo in fretta per pensare. E dato che non pensi, dato che ti sei sforzata a lungo di non pensare e quindi hai perso l’abitudine di farlo – perché pensare significa ricordare che la tua famiglia è morta e che tutto ciò che rappresentava la felicità ora è una menzogna, e questo pensiero ti farebbe crollare e cominceresti a gridare, gridare e gridare –
e dato che in un tempo passato e in un’altra vita hai imparato a reagire alle minacce improvvise in un modo molto particolare,
afferri l’aria intorno a te e tiri,
e spingi i piedi contro la terra sotto di te, ti ancori e ti fai piccola,
e quando la donna scocca la balestra, il dardo guizza sfocato verso di te. Appena prima di colpire, il dardo scoppia in un milione di granelli ghiacciati, scintillanti.
(“Cattiva, cattiva” grida una voce nella tua testa. La voce della tua coscienza, profonda e maschile. Ti dimentichi di questo pensiero quasi all’istante. Quella voce appartiene a un’altra vita.)
Vita. Guardi la donna che ha appena cercato di ucciderti.
«Cosa… merda!» Karra ti fissa, come sbalordito che tu non sia caduta a terra morta. Si accovaccia, le mani chiuse a pugno, e quasi salta su e giù per l’agitazione. «Tira di nuovo! Uccidila! Tira, dannazione di Terra, prima che…»
«Che cazzo stai facendo?» Accorgendosi finalmente di ciò che sta succedendo, Rask torna indietro. Troppo tardi.
Sotto i tuoi piedi e sotto i piedi di tutti gli altri parte una scossa sismica.
Al principio è difficile rendersene conto. Non c’è il tintinnio di avvertimento della sensienza, come quando il movimento viene dalla terra. Ecco perché gente come loro teme gente come te, perché siete oltre la percezione e la possibilità di prepararsi. Siete una sorpresa, come un mal di denti improvviso, come un attacco di cuore. La vibrazione che stai provocando aumenta in fretta, fino a diventare un rombo teso che si può avvertire con le orecchie e i piedi e la pelle oltre alle sensipinae, ma a questo punto è troppo tardi.
Karra aggrotta la fronte guardando il terreno sotto i suoi piedi. La donna con la balestra si ferma mentre sta caricando un altro dardo e fissa con gli occhi dilatati la corda della sua arma che vibra.
Tu sei circondata da un turbinio di fiocchi di neve e frammenti del dardo disintegrato. Intorno ai tuoi piedi c’è un cerchio di brina di mezzo metro che ricopre la terra battuta. I tuoi riccioli ondeggiano dolcemente nella brezza che sale.
«Non puoi.» Rask sussurra quelle parole, spalancando gli occhi davanti all’espressione del tuo viso. (Non sai qual è in questo momento, ma dev’essere brutta.) Lui scuote la testa come se il diniego potesse fermare tutto questo, mentre arretra di un passo e poi di un altro. «Essun.»
«Lo hai ucciso» dici a Rask. Non è una cosa razionale. Ti rivolgi a lui al singolare, anche se è agli altri che ti riferisci. Rask non ha cercato di ucciderti, non ha avuto niente a che fare con Uche, ma l’attentato alla tua vita ha scatenato qualcosa di primitivo, rabbioso e freddo. “Voi vigliacchi. Voi animali, che guardate un bambino e vedete una preda.” È Jija il colpevole per Uche, una parte di te lo sa… ma Jija è cresciuto qui a Tirimo. Il genere di odio che può indurre un uomo a uccidere il proprio figlio è nato da tutti quelli che ti circondano.
Rask inspira. «Essun…»
E poi il fondo della valle si spacca.
L’onda d’urto iniziale è abbastanza violenta da buttare a terra chiunque sia in piedi e far oscillare ogni casa di Tirimo. Poi le case vibrano e sbatacchiano mentre l’onda si trasforma in un tremito costante, continuo. Il negozio di Saider, che ripara i carri, è il primo a crollare: la vecchia struttura di legno dell’edificio si stacca dalle fondamenta e scivola di lato. Da dentro arrivano grida e una donna riesce a correre fuori prima che la porta si abbatta all’interno. Al confine orientale della città, più vicino alle montagne che incorniciano la valle, le rocce cominciano a franare. Una parte delle mura orientali della com e tre case vengono sepolte da un’improvvisa, travolgente cascata di fango e alberi e rocce. Sottoterra, dove nessuno a parte te può percepirlo, le pareti di argilla della falda acquifera che rifornisce i pozzi del villaggio si incrinano. La falda comincia a prosciugarsi. Passeranno settimane prima che capiscano che in questo momento hai ucciso la città, ma se ne ricorderanno quando resteranno senz’acqua.
O meglio, se ne ricorderà chi sopravvivrà ai prossimi brevi momenti. Dai tuoi piedi il cerchio di gelo e neve vorticante comincia a espandersi. In fretta.
Colpisce per primo Rask. Lui cerca di scappare mentre il tuo torus si allarga, ma è troppo vicino. Lo coglie a metà di un balzo, gli brina i piedi, gli solidifica le gambe e risale la spina dorsale finché, nell’arco di un respiro, Rask cade a terra stecchito e la pelle gli diventa grigia come i capelli. Dopo di lui il cerchio divora Karra, che sta ancora urlando che qualcuno ti uccida. Il grido gli muore in gola e lui cade, congelato all’istante, mentre l’ultimo respiro caldo gli esce sibilando dai denti serrati e brina il terreno quando tu gli sottrai il calore.
Non stai infliggendo la morte solo ai tuoi compaesani, naturalmente. Anche un uccello appollaiato su uno steccato vicino cade a terra congelato. L’erba ghiaccia, il terreno s’indurisce e l’aria sibila e geme mentre umidità e densità le vengono sottratte… Ma nessuno ha mai pianto la morte dei lombrichi.
L’aria turbina vivace lungo tutta la Sette Stagioni, facendo frusciare gli alberi e gridare allarmato chiunque all’intorno, non appena comprende che cosa sta accadendo. La terra non ha smesso di muoversi. Tu ondeggi con lei, ma conosci il suo ritmo e per te è facile restare in equilibrio. Lo fai senza pensare, perché nella tua mente c’è posto solo per un pensiero.
Questa gente ha ucciso Uche. Il loro odio, la loro paura, la loro violenza immotivata. Loro.
(Lui.)
Hanno ucciso tuo figlio.
(Jija ha ucciso tuo figlio.)
La gente esce di casa e corre per le strade, gridando e domandandosi perché non ci sia stato alcun avvertimento, e tu uccidi tutti quelli così stupidi o terrorizzati da avvicinarsi.
Jija. Loro sono Jija. L’intera ossidata città è Jija.
Due cose, tuttavia, salvano la com, o almeno quasi tutta. La prima è che la maggior parte degli edifici restano in piedi. Tirimo poteva essere troppo povera per costruire in pietra, ma i suoi costruttori lavorano per lo più eticamente e sono pagati abbastanza da poter usare solo le tecniche raccomandate dalla litodottrina: la struttura sospesa, la trave centrale. La seconda è che la linea di faglia della valle che tu stai aprendo con un pensiero è qualche miglio a ovest. Per questi motivi, gran parte di Tirimo sopravvivrà, almeno finché i pozzi non si prosciugheranno.
Per questi motivi. E perché senti echeggiare l’urlo terrorizzato di un bambino, mentre il padre esce di corsa da un edificio che oscilla follemente.
Ruoti verso quel suono all’istante, per abitudine, orientandoti con le orecchie di una madre. L’uomo tiene stretto il bambino con entrambe le braccia. Non ha nemmeno un sacco fuga: la prima e unica cosa che ha pensato di afferrare è stata suo figlio. Il bambino non assomiglia per nulla a Uche, ma tu lo fissi mentre lui si slancia indietro verso la casa in cerca di qualcosa che il padre ha dimenticato (il giocattolo preferito? La mamma?), e tutto d’un tratto, finalmente, rifletti.
E allora ti fermi.
Perché, oh Terra indifferente, guarda cos’hai fatto.
La scossa si arresta. L’aria sibila di nuovo, questa volta più tiepida e umida, e affluisce rapida nello spazio intorno a te. Il terreno e la tua pelle s’inumidiscono subito di condensa. Il boato della valle si affievolisce, lasciando solo le grida e lo scricchiolio del legno che cade e la sirena antiscosse che ha cominciato a ululare vanamente, tardivamente.
Chiudi gli occhi, disperata e tremante, e pensi: “No, ho ucciso io Uche, per il fatto di essere sua madre”. Hai il viso rigato di lacrime. E credevi di non poter piangere.
Ma ora non c’è più nessuno fra te e il cancello. I sorveglianti che ci sono riusciti sono scappati; oltre a Rask e Karra parecchi altri sono stati troppo lenti a fuggire. Metti in spalla il sacco fuga e ti dirigi all’apertura nel cancello, strofinandoti la faccia con una mano. Stai anche sorridendo, però, ed è un sorriso amaro, doloroso. Solo che non puoi fare a meno di riconoscere l’ironia della situazione. Non volevi aspettare che la morte venisse a cercarti. Già.
Stupida, stupida donna. La morte è sempre stata qui. La morte sei tu.

Non dimenticare mai ciò che sei.

Tavola Uno, Sulla sopravvivenza, verso dieci

La Quinta Stagione. La terra spezzata – Libro 1

N.K. Jemisin

È iniziata la stagione della fine. Con un'enorme frattura che percorre l'Immoto, l'unico continente del pianeta, da parte a parte, una faglia che sputa tanta cenere da oscurare il cielo per anni. O secoli. Comincia con la morte, con un figlio assassinato e una figlia scomparsa. Comincia con il tradimento e con ferite a lungo sopite che tornano a pulsare.

L'Immoto è da sempre abituato alle cat...

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