Jemisin: La Quinta Stagione – Capitolo 2

a cura di Redazione Oscar

La Quinta Stagione - Capitolo 2

La Quinta Stagione capitolo 2

N. K. Jemisin è entrata nel pantheon della narrativa fantastica vincendo tre premi Hugo consecutivi, tra il 2016 e il 2018, con la trilogia “La Terra Spezzata”, un’opera che si candida fin d’ora a diventare un classico e che Oscar Fantastica è orgogliosa di presentare ai lettori italiani.

Un’ampia porzione de La Quinta Stagioneprimo volume della trilogia, viene qui pubblicata a puntate con cadenza settimanale.
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Buona lettura!

2
Damaya, in inverni passati

La paglia è così calda che Damaya non vuole venire fuori. Come una coperta, pensa nello stato confuso del dormiveglia, come la trapunta che la sua bisnonna aveva cucito per lei un tempo con scampoli di tessuto delle uniformi. Allora, prima di morire, Muh Dear lavorava come sarta per la milizia Brevard e poteva tenersi i ritagli di ogni riparazione che richiedeva nuova stoffa. La coperta che aveva fatto per Damaya era scura e screziata: blu e grigia e verde, a strisce ondulate come colonne di uomini in marcia, ma usciva dalle mani di Muh Dear, perciò a Damaya non era mai importato che fosse brutta. Aveva un odore dolce, antico e un po’ stantio, quindi adesso è facile immaginare che la paglia – con il suo odore mucido di letame vecchio e una traccia di dolce aroma fungino – sia la coperta di Muh. La vera coperta è rimasta nella stanza di Damaya, sul letto dove lei l’ha lasciata. Il letto in cui non dormirà mai più.
Sente delle voci fuori dal pagliaio: la mamma e qualcun altro si avvicinano parlando. Un rumore secco e uno scricchiolio quando aprono la porta del fienile, poi entrano. Un altro colpo secco quando la porta si chiude alle loro spalle. Allora la mamma alza la voce e chiama: «DamaDama?».
Damaya si rannicchia più stretta e stringe i denti. Odia quello stupido nomignolo. Odia il modo in cui la madre lo pronuncia, tutto lieve e dolce come se fosse davvero un segno d’affetto e non una bugia.
Damaya non risponde e la madre dice: «Non può essere uscita. Mio marito ha controllato personalmente tutte le serrature del fienile».
«Purtroppo la sua razza non si può bloccare con una serratura.» È la voce di un uomo. Non suo padre o suo fratello maggiore, e nemmeno il capovillaggio della com o qualcuno che conosce. La voce di quest’uomo è profonda e ha un accento che Damaya non ha mai sentito: secco e marcato, con lunghe o e a strascicate, mentre l’inizio e la fine delle parole risuonano nitide. Sembra una persona brillante. Cammina con un lieve tintinnio, tanto che Damaya si chiede se abbia con sé un grosso mazzo di chiavi. O forse molte monete nelle tasche? Ha sentito dire che la gente usa denaro di metallo in alcune parti del mondo.
Il pensiero di chiavi e monete la fa raggomitolare su se stessa, perché naturalmente ha anche sentito i compagni del nido che bisbigliavano di commerci di bambini in città lontane di pietra smussata. Non tutti i posti del mondo sono civilizzati come le Nomidlat. Allora aveva riso di quelle dicerie sussurrate, ma ora è tutto diverso.
«Qui» dice la voce dell’uomo, ora più vicina. «Tracce fresche, credo.»
La mamma fa un verso di disgusto e Damaya avvampa per la vergogna, perché capisce che hanno trovato l’angolo che ha usato come bagno. Lì c’è un odore orribile, anche se l’ha coperto di paglia ogni volta. «Accovacciarsi a terra come un animale. L’ho cresciuta meglio di così.»
«C’è un gabinetto qui dentro?» chiede il compratore di bambini con un tono di educata curiosità. «Le avete dato un secchio?»
La madre resta in silenzio e il silenzio si protrae; allora Damaya capisce che con quelle domande pacate l’uomo ha rimproverato sua madre. Non è il genere di rimprovero cui Damaya è abituata. L’uomo non ha alzato la voce o insultato qualcuno. Eppure la madre è ammutolita, scossa come se dopo quelle parole lui le avesse dato uno scappellotto.
Le gorgoglia in gola una risatina e Damaya si infila subito il pugno in bocca per non farla uscire. La sentiranno ridere dell’imbarazzo di sua madre e allora il compratore saprà che bambina terribile è. Sarebbe poi così grave? Forse i suoi genitori guadagneranno meno dalla sua vendita. Basta quel pensiero a far quasi esplodere la risata, perché Damaya odia i suoi genitori, li odia, e qualunque cosa li faccia soffrire la farà sentire meglio.
Poi Damaya affonda i denti nella mano, con forza, e odia se stessa, perché è ovvio che mamma e papà la venderanno se lei ha pensieri come quelli.
I passi si avvicinano. «Fa freddo qui» dice l’uomo.
«L’avremmo tenuta in casa se avesse fatto così freddo da congelare» dice la madre, e Damaya scoppia quasi a ridere di nuovo per il suo tono risentito, sulle difensive.
Ma il compratore di bambini la ignora. I suoi passi si avvicinano e sono… strani. Damaya riesce a sensire i passi. La maggior parte delle persone non è in grado di farlo: possono sensire cose forti come le scosse di un terremoto, ma niente di così flebile. (Damaya conosce da sempre questa sua capacità, ma si è resa conto solo da poco che è un avvertimento, un allarme.) È più difficile farlo quando non è a diretto contatto con la terra, come ora che tutto è trasmesso attraverso la struttura di legno del fienile e il metallo dei chiodi che la tengono insieme, e tuttavia, persino da lassù, sa che cosa aspettarsi. Il tonfo-tonfo di ogni passo e del suo riecheggiare nelle profondità. I passi del compratore di bambini, tuttavia, non vanno da nessuna parte e non riecheggiano. Li può udire, ma non sensire. Non le è mai accaduto prima.
E ora è sulla scala a pioli e sta salendo di sopra, dove lei si è acciambellata sotto la paglia.
«Ah,» dice quando arriva in cima «quassù fa più caldo.»
«DamaDama!» La madre la chiama di nuovo, ma il suo tono adesso è furioso. «Scendi giù!»
Damaya si fa più piccola sotto la paglia e rimane in silenzio. I passi del compratore di bambini si avvicinano.
«Non devi avere paura» dice con la sua voce modulata. Più vicina. Lei ne sente l’eco attraverso il legno, giù fino al terreno e dentro la roccia e ritorno. Più vicina. «Sono venuto per aiutarti, Damaya Ferrigna.»
Un’altra cosa che odia, il suo nome d’uso. Non è affatto ferrigna, e nemmeno sua madre. “Ferrigna” significa solo che le sue antenate sono state abbastanza fortunate da unirsi a una comunità, ma troppo mediocri per guadagnarsi un posto più sicuro al suo interno. «I Ferrigni vengono scaricati come i senzacom quando i tempi si fanno duri» le aveva detto una volta suo fratello Chaga per stuzzicarla. Poi aveva riso come se fosse stato divertente. Come se non fosse stato vero. Ovvio, Chaga è un Resistente, e anche il loro padre. A tutte le com piace avere intorno dei Resistenti, non importa quanto siano duri i tempi, in caso di epidemie o carestie o simili.
I passi dell’uomo si fermano appena al di là del cumulo di paglia. «Non devi avere paura» ripete, questa volta con voce sommessa. La madre è ancora di sotto e probabilmente non può sentirlo. «Non permetterò a tua madre di farti del male.»
Damaya inspira.
Non è stupida. Quell’uomo è un compratore di bambini e i compratori di bambini fanno cose terribili. Ma poiché ha detto quelle parole e poiché una parte di lei è stanca di provare paura e rabbia, si apre un varco nella calda, morbida paglia e si mette seduta, fissando l’uomo attraverso ciocche di capelli e fili di paglia sporca.
Ha un aspetto strano quanto la sua voce e di sicuro non viene da un posto vicino a Palela. La pelle è quasi bianca, pallida come carta, che sotto un sole forte deve fumare e arricciarsi. I capelli lunghi e lisci, insieme alla pelle, potrebbero indicare che è un Artide, benché il loro colore – un nero intenso, assoluto, come il suolo vicino a una vecchia esplosione – non combaci. I capelli dei Costieri dell’Est sono neri come i suoi, ma ondulati, non lisci, e la pelle della gente dell’Est è scura come i capelli. Il compratore di bambini è grande, più alto di suo padre e con le spalle più larghe. Ma dove le grosse spalle del padre si uniscono a un grosso petto e a una grossa pancia, quest’uomo sembra assottigliarsi. Ogni cosa di lui appare esile e attenuata. Non c’è niente che ne definisca la razza.
Ma ciò che colpisce di più Damaya sono i suoi occhi. Sono bianchi, o quasi. Vede il bianco degli occhi e un disco grigio argento che si distingue a malapena dal bianco, anche da vicino. Le pupille sono grandi nell’oscurità del fienile e sorprendenti in mezzo a quel deserto incolore. Ha sentito parlare di occhi come quelli, chiamati “biancoghiaccio” nei racconti e nella litodottrina. Sono rari e sempre un cattivo presagio.
Ma poi il compratore di bambini le sorride e Damaya ricambia il sorriso senza pensarci due volte. Si fida di lui immediatamente. Sa che non dovrebbe, ma si fida.
«Eccoci qui» dice, parlando ancora sottovoce perché la madre non senta. «DamaDama Ferrigna, immagino?»
«Solo Damaya» risponde lei in modo automatico.
Lui piega la testa con grazia e le porge la mano. «Annotato. Ti unirai a noi, quindi, Damaya?»
Damaya non si muove e lui non cerca di afferrarla. Rimane dov’è, paziente come una roccia, offrendole la mano senza prendere la sua. Passa il tempo di dieci respiri. Venti. Damaya sa che dovrà andare con quell’uomo, ma le piace che lui la faccia sembrare una scelta. Così, alla fine, gli prende la mano e si fa aiutare ad alzarsi. Lui continua a tenerle la mano, mentre Damaya si toglie di dosso la paglia, poi la tira più vicino a sé, appena un po’. «Un momento.»
«Eh?» Ma l’altra mano del compratore di bambini è già dietro la sua testa e preme due dita alla base del cranio così abilmente e in fretta che lei non fa in tempo a spaventarsi. L’uomo chiude gli occhi per un momento, trema in modo quasi impercettibile e poi la lascia andare, espirando.
«Prima il dovere» dice cripticamente. Damaya si tocca la nuca, confusa, avvertendo ancora la pressione delle sue dita. «Adesso possiamo scendere.»
«Che cos’hai fatto?»
«Solo un piccolo rituale, per così dire. Qualcosa che renderà più facile trovarti, se mai dovessi perderti.» Damaya non ha idea di che cosa significhi. «Andiamo, ora. Devo dire a tua madre che vieni via con me.»
Allora è vero. Damaya si morde il labbro e quando l’uomo si volta per scendere lo segue a un paio di passi di distanza.
«Ecco fatto» dice il compratore di bambini quando raggiungono la madre di sotto. (Lei sospira vedendo Damaya, forse per l’esasperazione.) «Se potete mettere insieme un bagaglio per lei – un paio di cambi di indumenti, qualsiasi cibo da viaggio disponibile, un cappotto – siamo pronti a partire.»
La madre si blocca, sorpresa. «Abbiamo dato via il suo cappotto.»
«Dato via? D’inverno?»
Lo dice gentilmente, ma la madre sembra di nuovo a disagio. «Ha una cugina che ne aveva bisogno. Non abbiamo tutti dei guardaroba pieni di bei vestiti a disposizione. E…» La madre esita, guardando Damaya. Damaya distoglie lo sguardo. Non vuole vedere se la madre è dispiaciuta per aver dato via il suo cappotto. Soprattutto non vuole vedere se non è dispiaciuta.
«E ha sentito dire che gli orogeni non sentono il freddo come gli altri» dice l’uomo con un sospiro stanco. «È un mito. Immagino che abbia visto sua figlia infreddolita in passato.»
«Oh, io…» La madre sembra nervosa. «Sì, ma pensavo…»
Che Damaya potesse fingere. Glielo aveva detto quel giorno, quando Damaya era tornata a casa dal nido, mentre la chiudevano nel fienile. La madre era andata su tutte le furie, le guance rigate di lacrime, mentre il padre era rimasto seduto, in silenzio e con le labbra livide.
Damaya glielo aveva tenuto nascosto, aveva detto la madre, aveva taciuto tutto, fingendo di essere una bambina mentre in realtà era un mostro; era questo che facevano i mostri, e lei aveva sempre saputo che c’era qualcosa di sbagliato in Damaya: era sempre stata una tale piccola bugiarda
L’uomo scuote la testa. «In ogni caso, avrà bisogno di proteggersi dal freddo. Farà più caldo quando ci avvicineremo alle Equatoriali, ma abbiamo settimane di strada per arrivarci.»
La mascella della madre si contrae. «La porterà davvero a Yumenes, allora.»
«Certo, io…» L’uomo la fissa. «Ah.» Lancia un’occhiata a Damaya. La guardano entrambi, e il loro sguardo brucia. Damaya è sulle spine. «Quindi, anche pensando che sarei venuto a uccidere sua figlia, mi ha fatto chiamare dal capovillaggio.»
La madre si irrigidisce. «Basta. Io non…» Apre e chiude le mani lungo i fianchi. Poi china la testa, come se si vergognasse, ma Damaya sa che non è così. La madre non si vergogna di niente di ciò che ha fatto. Se si vergognasse, perché lo farebbe?
«Le persone comuni non possono prendersi cura di… di bambini come lei» dice la madre sottovoce. Guarda negli occhi Damaya con un rapido guizzo, una volta sola, e li distoglie subito. «Ha quasi ucciso un bambino a scuola. Abbiamo un altro figlio e dei vicini e…» All’improvviso raddrizza le spalle e alza il mento. «E questo è il dovere di ogni cittadino, non è così?»
«Vero, vero, tutto vero. Il vostro sacrificio renderà migliore il mondo per tutti.» Le sue parole sono una frase fatta, una lode preconfezionata. Il suo tono no. Damaya lo guarda di nuovo; adesso è confusa, perché i compratori di bambini non li uccidono. Sarebbe una contraddizione. E che cos’era la storia delle Equatoriali? Quelle sono terre lontane, nel remoto Sud.
Il compratore di bambini le lancia un’occhiata e in qualche modo comprende che lei non comprende. Il suo sguardo si addolcisce, anche se dovrebbe essere impossibile con occhi spaventosi come i suoi.
«A Yumenes» dice, rivolto alla madre e a Damaya. «È abbastanza giovane, perciò la porterò al Fulcro. Lì sarà addestrata a usare la sua maledizione. Anche il suo sacrificio renderà migliore il mondo.»
Damaya lo fissa di rimando, comprendendo ora quanto si è sbagliata. La madre non l’ha venduta. Lei e il padre l’hanno regalata. E la madre non la odia; in realtà la teme. C’è una differenza? Forse. Damaya non sa come sentirsi di fronte a queste rivelazioni.
Quanto all’uomo, non è affatto un compratore di bambini. È un…
«Sei un Custode?» chiede, anche se ormai lo sa. Lui sorride di nuovo. Damaya non pensava che i Custodi fossero così. Se li immaginava alti, con l’espressione glaciale, pieni di armi e informazioni segrete. Alto lo era, per lo meno.
«Esatto» risponde l’uomo e le prende la mano. Gli piace un sacco toccare la gente, pensa Damaya. «Sono il tuo Custode.»
La madre sospira. «Posso darvi una coperta per lei.»
«Andrà bene, grazie.» Poi l’uomo resta in silenzio, in attesa. Dopo il tempo di qualche respiro, la madre capisce che sta aspettando che lei vada a prendere la coperta. Allora annuisce bruscamente ed esce impettita dal fienile. L’uomo e Damaya rimangono da soli.
«Tieni» dice, portandosi le mani alle spalle. Indossa qualcosa che dev’essere un’uniforme: spalle squadrate, maniche e gambe dei pantaloni lunghe e rigide, tessuto color borgogna dall’aspetto robusto ma ruvido. Come la trapunta di Muh. Ha anche una mantellina, più decorativa che utile, ma lui se la toglie e l’avvolge intorno alle spalle di Damaya. Su di lei è lunga quanto un vestito e ha il calore del corpo dell’uomo.
«Grazie» dice Damaya. «Chi sei?»
«Il mio nome è Schaffa Custode Garante.»
Lei non ha mai sentito parlare di un posto chiamato Garante, ma deve esistere, perché a che cosa servirebbe il nome di una com, altrimenti? «Custode è un nome d’uso?»
«Lo è per i Custodi.» Lo dice strascicando le parole e Damaya arrossisce per l’imbarazzo. «Non siamo di grande utilità nelle com, dopo tutto, nel corso ordinario delle cose.»
Damaya aggrotta la fronte, confusa. «Come? Quindi vi cacciano quando viene una Stagione? Ma…» I Custodi sono molte cose, lo ha saputo dai racconti: grandi guerrieri e cacciatori e a volte – spesso – assassini. Le com hanno bisogno di gente così quando vengono i tempi difficili.
Schaffa si stringe nelle spalle, allontanandosi per sedersi su una vecchia balla di fieno. Ce n’è un’altra alle spalle di Damaya, ma lei rimane in piedi, perché le piace essere al suo stesso livello. Persino da seduto è più alto, ma per lo meno non così tanto.
«Gli orogeni del Fulcro sono al servizio del mondo» dice l’uomo. «Non avrai nessun nome d’uso d’ora in poi, perché la tua utilità risiede in ciò che sei, non in una qualche attitudine ereditaria. Un bambino orogeno può fermare una scossa di terremoto fin dalla nascita. Anche senza un addestramento, tu sei un’orogena. Con o senza una com, tu sei un’orogena. Con l’addestramento, tuttavia, e sotto la guida di altri orogeni esperti del Fulcro, potrai essere utile non solo a una singola com, ma all’intero Immoto.» Schaffa allarga le braccia. «Come Custode, attraverso gli orogeni sotto la mia tutela, mi sono fatto carico di questo obiettivo in tutta la sua vastità. Perciò è appropriato che condivida la possibile sorte di chi mi è affidato.»
Damaya è così curiosa, così piena di domande che non sa da dove cominciare. «Quindi hai…» Si inceppa sul concetto, sui termini, sull’accettazione di se stessa. «Altri… come me.» Le mancano le parole.
Schaffa ride, come se avvertisse la sua impazienza e ne fosse soddisfatto. «Sono il Custode di sei in questo momento» dice, piegando la testa per far capire a Damaya che quello è il modo giusto di dirlo, di pensarlo. «Inclusa te.»
«E li hai portati tutti a Yumenes? Li hai trovati nello stesso modo, come hai trovato me?»
«Non esattamente. Alcuni, nati nel Fulcro, mi sono stati affidati o li ho ereditati da altri Custodi; alcuni li ho trovati da quando sono stato incaricato di fare un giro di ricognizione in questa parte delle Nomidlat.» Schaffa la fissa. «Quando i tuoi genitori hanno denunciato la loro figlia orogenica al capovillaggio di Palela, lui ha telegrafato il messaggio a Brevard, che l’ha trasmesso a Geddo che a sua volta l’ha trasmesso a Yumenes… e loro l’hanno mandato a me.» Sospira. «È stato per pura fortuna che sono passato dalla stazione nodo vicino a Brevard il giorno dopo l’arrivo del messaggio. Altrimenti non lo avrei visto prima di due settimane.»
Damaya conosce Brevard, mentre Yumenes è solo un nome leggendario e l’altro posto che Schaffa ha menzionato solo una parola che ha letto in un libro di testo del nido. Brevard è la città più vicina a Palela ed è molto più grande. È lì che il papà e Chaga vanno a vendere le quote agricole all’inizio di ogni stagione di crescita. D’un tratto Damaya coglie il senso delle parole di Schaffa. Altre due settimane in quel fienile, a congelare e fare la cacca in un angolo. Anche lei è contenta che abbia trovato il messaggio a Brevard.
«Sei molto fortunata» le dice, forse leggendoglielo nello sguardo. Quello di Schaffa si è fatto serio. «Non tutti i genitori fanno la cosa giusta. A volte non isolano i bambini, come raccomandano il Fulcro e i Custodi. Altre volte lo fanno, ma riceviamo il messaggio troppo tardi e quando il Custode arriva la folla li ha già portati via e picchiati a morte. Non pensare male dei tuoi genitori, Dama. Sei viva e stai bene, e questo non è poca cosa.»
Damaya si dimena un po’, riluttante ad accettarlo. Lui sospira. «E a volte» continua «i genitori di un’orogena cercano di nascondere la figlia, di tenerla non addestrata, senza un Custode. E va sempre a finire male.»
È su questo che ha rimuginato nelle ultime due settimane, dopo quel giorno a scuola. Se i suoi genitori le volessero bene, non l’avreb­bero chiusa nel fienile. Non avrebbero chiamato quell’uomo. La madre non avrebbe detto quelle cose terribili.
«Perché non possono…?» sbotta, prima di rendersi conto che lui l’ha detto apposta, per vedere se “perché non possono semplicemente nascondermi e tenermi qui” è proprio ciò che sta pensando. E adesso lui sa che è così. Damaya serra le mani sulla mantellina che si stringe addosso, ma Schaffa si limita ad annuire.
«Prima di tutto perché hanno un altro figlio e la punizione minima per chiunque venga scoperto a dare asilo a un orogeno non registrato è l’espulsione dalla com.» Damaya lo sa, ma non le importa. Se i suoi genitori le volessero bene correrebbero il rischio, no? «I tuoi genitori non potevano mettersi nella condizione di perdere la casa, i mezzi di sostentamento e la custodia di entrambi i figli. Hanno scelto di conservare qualcosa invece di perdere tutto. Ma il pericolo più grande consiste in ciò che sei, Dama. Non puoi nasconderlo più di quanto tu possa nascondere il tuo sesso o la tua mente giovane e acuta.» Damaya arrossisce, domandandosi se sia un complimento. Lui le sorride, e lei capisce che lo è.
Schaffa riprende: «Ogni volta che la terra si muove tu sentirai la sua chiamata. In ogni momento di pericolo cercherai istintivamente la fonte più vicina di calore e di movimento. Questa capacità è per te quello che sono i pugni per un uomo forte. Quando una minaccia è imminente, farai il possibile per proteggerti, com’è naturale. E quando lo farai delle persone moriranno».
Damaya trasalisce. Schaffa sorride di nuovo, sempre con gentilezza. Allora Damaya ripensa a quel giorno.
Era dopo pranzo, nell’area gioco. Aveva mangiato il suo panino ai fagioli seduta sulla riva del laghetto con Limi e Shantare, come faceva sempre quando gli altri bambini giocavano o si lanciavano addosso il cibo. Alcuni erano ammassati in un angolo a scavare per terra e bisbigliare tra loro; quel pomeriggio avevano il test di geomestria. E poi Zab si era avvicinato a loro tre, fissando soprattutto Damaya, e aveva detto: «Fammi copiare».
Limi aveva ridacchiato: pensava che a Zab piacesse Damaya. Ma a Damaya lui non piaceva, perché era orribile… La prendeva sempre di mira, la offendeva, la infastidiva, finché lei gli urlava di smetterla e finiva nei guai con l’insegnante. Così gli aveva risposto: «Non mi metterò nei pasticci per aiutarti».
«Non succederà, se lo fai bene. Basta che sposti il foglio…»
«No,» aveva ripetuto Damaya «non lo farò bene. Non lo farò e basta. Vattene.» Poi si era rivolta di nuovo a Shantare, che stava parlando prima che Zab la interrompesse.
Senza rendersene conto si era ritrovata a terra. Zab l’ave­va spinta giù dalla roccia con entrambe le mani. Lei era letteralmente andata a gambe all’aria, cadendo sulla schiena. In seguito – aveva avuto due settimane chiusa nel fienile per ripensare a quel momento – si sarebbe ricordata l’espres­sione scioccata di Zab, come se non avesse immaginato che lei potesse cadere così facilmente. Ma in quel momento Damaya aveva pensato solo che era per terra. Terra fangosa. Che aveva la schiena fredda, bagnata e lurida, e tutto puzzava di pantano putrescente ed erba schiacciata, anche i suoi capelli e la sua divisa migliore… La madre si sarebbe inferocita e lei era inferocita; così aveva afferrato l’aria e…
Damaya rabbrividisce. “Della gente morirà.” Schaffa annuisce come se avesse udito il suo pensiero.
«Sei vetro della montagna di fuoco, Dama» dice sottovoce. «Sei un dono della terra… Ma Padre Terra ci odia, non dimenticarlo mai, e i suoi doni non sono né gratuiti né sicuri. Se ti raccogliamo, perfezioniamo la tua capacità, ti trattiamo con la cura e il rispetto che meriti, diventi preziosa. Ma se ti lasciamo libera, farai a pezzi la prima persona che ti taglierà la strada. O peggio… perderai il controllo e farai del male a molti.»
Damaya ricorda l’espressione sul viso di Zab. L’aria era diventata fredda per un solo istante, vorticandole intorno come un palloncino rotto. Tanto era bastato a formare una crosta di ghiaccio sull’erba sotto di lei e a congelare le gocce di sudore sulla pelle di Zab. Avevano sussultato e si erano guardati, immobili.
Lei ricorda la sua faccia. “Mi hai quasi ucciso” aveva letto nei suoi occhi.
Schaffa la sta osservando attentamente senza smettere di sorridere. «Non è colpa tua» dice. «La maggior parte di ciò che dicono dell’orogenia non è vera. Non c’è niente che tu abbia fatto per nascere così, niente che abbiano fatto i tuoi genitori. Non essere arrabbiata con loro o con te stessa.»
Damaya scoppia a piangere, perché lui ha ragione. Su tutto. Ogni cosa che dice è vera. Odia la madre per averla chiusa nel fienile; ha odiato il padre e Chaga per averglielo lasciato fare. Odia se stessa per essere nata così e per aver deluso tutti. E adesso anche Schaffa sa quanto è debole e terribile.
«Ssh» dice lui alzandosi e avvicinandosi. S’inginocchia e le prende le mani; lei si mette a piangere più forte. Ma Schaffa le stringe le mani energicamente, abbastanza da farle male, e lei trasalisce, inspira e lo guarda attraverso le lacrime. «Non devi, piccola. Tua madre tornerà presto. Non piangere mai quando possono vederti.»
«Cosa…?»
Schaffa sembra molto triste – per Damaya? – quando le prende il viso tra le mani. «Non è prudente.»
Non ha idea di che cosa significhi.
Comunque, smette di piangere. Dopo che si è asciugata le guance, lui cancella con il pollice l’ultima lacrima rimasta, fa un rapido controllo e annuisce. «Probabilmente tua madre se ne accorgerà, ma con chiunque altro dovrebbe funzionare.»
La porta del fienile cigola e la madre ritorna, questa volta con il padre al seguito. Il padre ha la mascella serrata e non guarda Damaya, benché non l’abbia più vista da quando la madre l’ha rinchiusa nel fienile. Entrambi si concentrano su Schaffa, che si alza in piedi e si sposta appena, mettendosi davanti a Damaya e prendendo con un cenno di ringraziamento la coperta piegata e il pacco chiuso con lo spago che gli porge la madre.
«Abbiamo dato da bere al suo cavallo» dice il padre freddamente. «Deve portare con sé del foraggio?»
«Non ce n’è bisogno» risponde Schaffa. «Se non abbiamo intoppi, dovremmo raggiungere Brevard poco dopo l’imbrunire.»
Il padre aggrotta la fronte. «Una dura cavalcata.»
«Sì, ma così a nessuno di questo villaggio verrà la bella idea di venirci a cercare per strada per dire addio a Damaya in modo più rude.»
Damaya non capisce subito, poi afferra che cosa vuol dire: la gente di Palela vuole ucciderla. Ma è sbagliato, vero? Non possono farlo sul serio, vero? Pensa a tutte le persone che conosce. Le insegnanti del nido. Gli altri bambini. Le vecchie signore della cantoniera che erano amiche di Muh prima che morisse.
Anche il padre sta pensando a questo – glielo legge in faccia –, si acciglia e apre la bocca per dire ciò che pensa: “Non farebbero una cosa simile”. Ma si ferma prima che le parole gli escano dalle labbra. Lancia uno sguardo pieno di angoscia a Damaya, uno solo, poi si ricorda di guardare altrove.
«Ecco qui» dice Schaffa a Damaya, porgendole la coperta. Era di Muh. Lei la fissa, poi guarda la madre, ma la madre non ricambia il suo sguardo.
Piangere non è prudente. Persino quando si toglie la mantellina di Schaffa e lui le avvolge la coperta familiare intorno alle spalle, stantia e ruvida e perfetta, rimane impassibile. Gli occhi di Schaffa guizzano ai suoi; lui annuisce appena, in segno di approvazione. Poi la prende per mano e la guida verso la porta del fienile.
La madre e il padre li seguono in silenzio. Anche Damaya resta in silenzio. Lancia un’occhiata alla casa, una sola, e intravede qualcuno attraverso uno spiraglio delle tende, prima che si chiudano di scatto. Chaga, suo fratello maggiore, che le ha insegnato a leggere e a cavalcare un asino e a far rimbalzare i sassi sullo stagno. Non le fa nemmeno un cenno di saluto… Ma non è perché la odia, ormai lo ha capito.
Schaffa mette Damaya sul cavallo più grande che abbia mai visto, un grosso baio lucente con il collo lungo, poi è subito in sella dietro di lei e le avvolge la coperta intorno alle gambe e alle scarpe, così non sentirà l’attrito e non le verranno i geloni; ed eccoli partiti.
«Non guardarti indietro» la ammonisce Schaffa. «È più facile così.» Damaya ubbidisce. Tempo dopo capirà che aveva ragione anche su questo.
Molto tempo dopo, desidererà averlo fatto lo stesso.

[indecifrabile] gli occhi biancoghiaccio, i capelli turbine di cenere, il naso filtratore, i denti affilati, la lingua biforcuta.

Tavola Due, La verità incompleta, verso otto

La Quinta Stagione. La terra spezzata – Libro 1

N.K. Jemisin

È iniziata la stagione della fine. Con un'enorme frattura che percorre l'Immoto, l'unico continente del pianeta, da parte a parte, una faglia che sputa tanta cenere da oscurare il cielo per anni. O secoli. Comincia con la morte, con un figlio assassinato e una figlia scomparsa. Comincia con il tradimento e con ferite a lungo sopite che tornano a pulsare.

L'Immoto è da sempre abituato alle cat...

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