Jemisin: La Quinta Stagione – Capitolo 1

a cura di Redazione Oscar

La Quinta Stagione - Capitolo 1

La Quinta Stagione capitolo 1

N. K. Jemisin è entrata nel pantheon della narrativa fantastica vincendo tre premi Hugo consecutivi, tra il 2016 e il 2018, con la trilogia “La Terra Spezzata”, un’opera che si candida fin d’ora a diventare un classico e che Oscar Fantastica è orgogliosa di presentare ai lettori italiani.
Un’ampia porzione de La Quinta Stagioneprimo volume della trilogia, viene qui pubblicata a puntate con cadenza settimanale.
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Buona lettura!

1
Tu, alla fine

Tu sei lei. Lei è te. Sei Essun. Ricordi? La donna cui è morto il figlio.
Sei un’orogena che vive nell’insignificante cittadina di Tirimo da dieci anni. Solo tre persone sanno che cosa sei e due di loro le hai messe al mondo tu.
Bene. Ne rimane una sola che sa, ora.
Sono dieci anni che vivi la vita più ordinaria possibile. Sei arrivata a Tirimo da altrove, ma agli abitanti della città non importa da dove o perché. Era evidente che fossi istruita, così sei diventata un’insegnante del nido locale per i bambini dai dieci ai tredici anni. Non sei né la migliore né la peggiore insegnante: quando se ne vanno, i bambini si dimenticano di te, però imparano. La macellaia probabilmente sa come ti chiami perché le piace flirtare con te. Il panettiere no, perché sei silenziosa e – come per chiunque altro in città – per lui sei solo la moglie di Jija. Jija è un uomo di Tirimo fatto e finito, uno scalpellino della casta d’uso dei Resistenti; lo conoscono e lo apprezzano tutti. Così, incidentalmente, apprezzano anche te.
Lui è in primo piano nel quadro della vostra vita insieme; tu sei lo sfondo. A te va bene così.
Sei madre di due figli, ma uno di loro è morto e l’altra è scomparsa. Forse è morta anche lei. Scopri tutto questo un giorno quando torni a casa dal lavoro. Casa vuota, troppo silenziosa, il piccolo insanguinato e pieno di lividi sul pavimento del soggiorno.
E tu… stacchi la spina. Non era tua intenzione. Ma è un po’ troppo, no? Troppo. Ne hai passate tante, sei molto forte, ma c’è un limite a ciò che persino tu puoi sopportare.
Passano due giorni prima che qualcuno venga a cercarti.
Li hai trascorsi in casa con il tuo bambino morto. Ti sei alzata, sei andata in bagno, hai preso qualcosa da mangiare dalla dispensa refrigerata, hai bevuto l’ultimo goccio d’acqua dal rubinetto. Queste cose sei riuscita a farle senza riflettere, in modo meccanico. Poi sei tornata al fianco di Uche.
(In uno dei tuoi andirivieni, hai preso una coperta e gliel’hai stesa sul corpo fino al mento livido. Un’abitudine. I tubi del vapore hanno smesso di gorgogliare e in casa fa freddo. Potrebbe ammalarsi.)
Il giorno seguente, sul tardi, qualcuno bussa alla porta d’ingresso. Non ti smuovi per rispondere. Comporterebbe domandarsi chi è e decidere se aprire. Pensare a questo ti obbligherebbe a considerare il cadavere di tuo figlio sotto la coperta, e perché dovresti farlo? Ignori i colpi alla porta.
Qualcuno bussa alla finestra del soggiorno. Insiste. Ignori anche questo.
Alla fine rompono il vetro della porta sul retro della casa. Senti i passi in corridoio fra la stanza di Uche e quella di Nassun, tua figlia.
(Nassun, tua figlia.)
I passi raggiungono il soggiorno e si fermano. «Essun?»
Conosci quella voce. Maschile, giovane. Familiare e rassicurante in modo familiare. Lerna, il figlio di Makenba che vive in fondo alla strada. Se n’è andato per qualche anno ed è tornato medico. Non è più un ragazzo, non lo è più da tempo, così ricordi a te stessa ancora una volta che devi iniziare a pensare a lui come a un uomo.
Ops, pensare. Cauta, ti blocchi.
Lui inspira e la tua pelle vibra del suo orrore quando si avvicina abbastanza da vedere Uche. Sorprendentemente non si mette a gridare. E nemmeno ti tocca, anche se si sposta sull’altro lato di Uche e ti osserva con attenzione. Cerca di vedere che cosa succede dentro di te? Niente, niente. Poi abbassa la coperta per vedere il corpo di Uche. Niente, niente. Tira di nuovo su la coperta, questa volta fin sopra il viso di tuo figlio.
«Non gli piace» dici. Sono le tue prime parole da due giorni a questa parte. Ti danno una strana sensazione. «Ha paura del buio.»
Dopo un momento di silenzio, Lerna abbassa di nuovo la coperta appena sotto gli occhi di Uche.
«Grazie» dici.
Lerna annuisce. «Hai dormito?»
«No.»
Allora Lerna gira intorno al corpo e ti prende il braccio per farti alzare. Lo fa gentilmente, ma le sue mani sono salde e lui non cede, anche se dapprima tu non ti muovi. Esercita solo un po’ più di forza, in modo inesorabile, finché sei costretta ad alzarti o a cadere in avanti. È l’unica scelta che ti lascia. Ti alzi. Poi, con la stessa gentile fermezza, ti guida verso la porta d’ingresso. «Puoi dormire a casa mia» dice.
Tu non vuoi pensare, quindi non protesti, non gli dici che va benissimo il tuo letto, grazie tante. E nemmeno dichiari che stai bene e non hai bisogno del suo aiuto. Del resto, non è vero. Ti accompagna fuori e attraverso l’isolato, tenendoti stretta per il gomito per tutto il tempo.
C’è qualcun altro in giro per la strada. Alcuni si avvicinano e dicono qualcosa a cui Lerna risponde; tu non senti niente. Le loro voci sono un brusio confuso che la tua mente non si dà la pena di tradurre. Lerna parla al posto tuo, e gli saresti grata per questo, se solo riuscisse a importartene.
Ti porta a casa sua, dove aleggia un odore di erbe, sostanze chimiche e libri, e ti infila in un lungo letto con sopra un grasso gatto grigio. Il gatto si sposta quel tanto che basta perché tu possa distenderti e si accoccola contro di te appena resti immobile. Ti sarebbe di conforto se il calore e il peso non ti ricordassero Uche quando si appisola con te.
Si appisolava con te. No, cambiare tempo verbale richiede pensiero. Si appisola.
«Dormi» dice Lerna, e acconsentire è facile.

Dormi a lungo. A un certo punto ti svegli. Lerna ha messo del cibo su un vassoio accanto al letto: brodo, frutta tagliata e una tazza di tè, tutto ormai da tempo a temperatura ambiente. Mangi e bevi, poi vai in bagno. Non va lo sciacquone. Al suo posto, di fianco al water, c’è un secchio pieno d’acqua che deve aver messo Lerna. Rimani perplessa, poi senti l’imminenza del pensiero e devi lottare, lottare, lottare per rimanere nel dolce silenzio caldo dell’incoscienza. Versi dell’acqua nel water, abbassi il coperchio e torni a letto.


Nel sogno sei nella stanza mentre Jija lo fa. Lui e Uche sono come li hai visti l’ultima volta: Jija ride, tenendo Uche su un ginocchio e giocando alla “scossa terrestre”, mentre il bambino lancia risolini, stringendo le gambe e agitando le braccia per tenersi in equilibrio. Poi, all’improvviso, Jija smette di ridere, si alza – scaraventando Uche sul pavimento – e inizia a prenderlo a calci. Sai che non è così che è avvenuto. Hai visto il pugno di Jija stampato sulla faccia e la pancia di Uche: un livido con quattro segni paralleli. Nel sogno Jija lo prende a calci perché nei sogni non c’è logica.
Uche continua a ridere e ad agitare le braccia, come se fosse ancora un gioco, persino quando il sangue gli copre la faccia.
Ti svegli urlando e gli urli si spengono in singhiozzi che non riesci a fermare. Lerna entra nella stanza, cerca di dire qualcosa, cerca di abbracciarti e infine ti fa bere un tè forte dal sapore cattivo. Ti addormenti di nuovo.


«È successo qualcosa al Nord» ti dice Lerna.
Sei seduta sul bordo del letto. Lui è su una sedia di fronte a te. Bevi ancora quel tè sgradevole; ti fa male la testa più che per i postumi di una sbronza. È notte, ma nella stanza c’è una luce tenue. Lerna ha acceso metà delle lanterne. Solo in quel momento noti lo strano odore nell’aria, non del tutto coperto dal fumo delle lampade: forte e acre, di zolfo. L’odore è lì da tutto il giorno e sta peggiorando a poco a poco. È più forte quando Lerna rientra.
«Da due giorni la strada fuori città è intasata di gente che viene da quella direzione.» Lerna sospira e si strofina la faccia. Ha quindici anni meno di te, ma non si vedono più. Ha i capelli grigio naturale come molti Cebaki, ma sono le nuove rughe sul suo viso a farlo sembrare più vecchio… quelle e le nuove ombre nei suoi occhi. «C’è stata una specie di scossa, una forte, un paio di giorni fa. Qui non abbiamo sentito niente, ma a Sume…» Sume è nella valle vicina, a un giorno di cavallo. «L’intera città è…» Lerna scuote la testa.
Annuisci, ma sai tutto questo senza che ti venga detto, o almeno puoi immaginarlo. Due giorni fa, quando eri seduta a fissare il corpo straziato di tuo figlio, qualcosa ha investito la città: una convulsione della terra così potente che non ne avevi mai sensita una uguale. La parola “scossa” non è adeguata. Qualunque cosa fosse avrebbe fatto crollare la casa addosso a Uche; così l’hai “arginata”, per così dire, con una combinazione di volontà mirata e di energia cinetica sottratta alla cosa stessa. Farlo non ti ha richiesto di pensare. Ci riuscirebbe anche un neonato, benché forse non in modo così preciso. La scossa si è divisa e si è propagata intorno alla valle, poi ha proseguito oltre.
Lerna si lecca le labbra. Ti guarda, poi distoglie lo sguardo. È lui l’altra persona, oltre ai tuoi figli, che sa che cosa sei. Lo sa da tempo, ma è la prima volta che si trova di fronte alla realtà di questo fatto. Non puoi pensare neanche a questo, però.
«Rask non lascia entrare né uscire nessuno.» Rask è Rask Innovatore Tirimo, che è stato eletto capovillaggio. «Non è un isolamento completo, dice, non ancora, ma quando stavo per dirigermi a Sume per dare una mano, Rask ha detto di no e ha piazzato i dannati minatori alle mura in aggiunta ai Ferrigni, mentre i ricognitori vanno in giro. Ha detto loro esplicitamente di tenermi dentro i cancelli.» Lerna stringe i pugni, ha un’espressione amara. «Ci sono persone là fuori, sulla Strada Imperiale. Molte di loro sono malate, ferite, e quel bastardo ossidato non mi permette di aiutarle.»
«Proteggete prima i cancelli» sussurri. Sei rauca. Hai urlato molto dopo quel sogno di Jija.
«Cosa?»
Bevi dell’altro tè per alleviare il bruciore. «Litodottrina.»
Lerna ti fissa. Conosce gli stessi brani. Si imparano da bambini, al nido. Si cresce tutti ascoltando i racconti intorno al fuoco di dottrinologi saggi e brillanti geomestri che avvertono gli scettici quando appaiono i primi segnali, senza essere ascoltati, e salvano la gente quando la dottrina si dimostra vera.
«Pensi che si sia arrivati a questo, quindi» dice in tono grave. «Fuoco di Terra, Essun, non puoi dire sul serio.»
Dici sul serio. Si è arrivati a questo. Ma sai che non ti crederà se cerchi di spiegare, perciò scuoti la testa.
Scende un silenzio stagnante, doloroso. Dopo un lungo istante, Lerna dice con delicatezza: «Ho portato qui Uche. È nell’infermeria, nella… cella frigorifera. Mi occuperò io del… da farsi».
Annuisci lentamente.
Lui esita. «È stato Jija?»
Annuisci di nuovo.
«Tu… l’hai visto?»
«Tornavo a casa dal nido.»
«Oh.» Un’altra pausa imbarazzata. «La gente diceva che eri mancata un giorno, prima della scossa. Hanno dovuto mandare a casa i bambini: non riuscivano a trovare qualcuno che ti sostituisse. Nessuno sapeva se fossi a casa ammalata o cos’altro.» Sì, già. Probabilmente ti hanno licenziata. Lerna prende un respiro profondo, poi espira. Con quel preavviso, sei quasi pronta per ciò che ti dirà. «La scossa non ci ha colpito, Essun. È passata intorno alla città. Ha sradicato qualche albero e fatto crollare a faccia in giù una roccia vicino al torrente.» Il torrente si trova all’estremità settentrionale della valle, dove nessuno ha notato un grosso geode di calcedonio fumante. «Dentro e intorno alla città è tutto a posto, invece. In un cerchio quasi perfetto. Bene.»
Un tempo avresti dissimulato. Avevi motivi per nasconderti, una vita da proteggere, allora.
«Sono stata io» dici.
La mascella di Lerna si contrae, ma lui annuisce. «Non l’ho mai detto a nessuno.» Esita. «Che sei… be’, orogenica.»
È così gentile e a modo. Hai sentito tutti i termini peggiori per quello che sei. Anche lui li conosce, ma non li direbbe mai. Persino Jija non li usava. “Non voglio che i bambini sentano un simile linguaggio” diceva sempre, quando qualcuno si lasciava sfuggire con noncuranza un rogga
Arriva improvviso. Ti pieghi in avanti in preda ai conati di vomito. Lerna sobbalza e scatta per prendere qualcosa lì vicino… il vaso da notte che non hai usato. Ma dal tuo stomaco non esce niente e dopo poco i conati finiscono. Fai un respiro cauto, poi un altro. Lerna ti porge un bicchier d’acqua, senza parlare. Stai per respingerlo, ma cambi idea e lo prendi. Hai in bocca il sapore della bile.
«Non è stato per me» dici alla fine. Lui aggrotta la fronte confuso e capisci che pensa che tu stia ancora parlando della scossa. «Jija. Non ha scoperto di me» aggiungi. Rifletti. Non dovresti riflettere. «Non so come, cosa, ma Uche… è piccolo, non ha ancora molto controllo. Deve aver fatto qualcosa e Jija ha capito che…»
Che i tuoi figli sono come te. È la prima volta che dai forma completa a questo pensiero.
Lerna chiude gli occhi, emette un lungo respiro. «È questo, dunque.»
Non lo è. Non avrebbe mai dovuto indurre un padre a uccidere il proprio bambino. Niente dovrebbe farlo.
Lui si passa la lingua sulle labbra. «Vuoi vedere Uche?»
Perché dovresti? Sei rimasta a guardarlo per due giorni. «No.»
Lerna si alza con un sospiro, strofinandosi la testa con la mano. «Lo dirai a Rask?» chiedi. Ma Lerna ti rivolge uno sguardo che ti fa sentire a disagio. È arrabbiato. Un ragazzo così pacato e riflessivo, non pensavi che potesse arrabbiarsi.
«Non dirò niente a Rask» sbotta. «Non ho detto niente per tutto questo tempo e non lo farò ora.»
«Allora cosa…»
«Vado a cercare Eran.» Eran è la portavoce della casta d’uso dei Resistenti. Per nascita Lerna era un Ferrigno, ma quando è tornato a Tirimo dopo essere diventato un medico, lo hanno adottato i Resistenti: la città aveva già abbastanza Ferrigni e gli Innovatori avevano perso al lancio delle schegge. Anche tu hai affermato di essere una Resistente. «Dirò a Eran che stai bene e lei lo riferirà a Rask. Tu devi riposarti.»
«Quando Eran ti chiederà perché Jija…»
Lerna scuote la testa. «L’hanno già capito tutti, Essun. Sono capaci di leggere una mappa. È chiaro come il diamante che il centro del cerchio era questo quartiere. Sapendo quello che ha fatto Jija, non era difficile saltare alle conclusioni sul perché. I tempi non corrispondono, ma nessuno arriva a pensarci.» Mentre tu lo fissi e cominci a capire, Lerna fa una smorfia. «Metà di loro sono inorriditi, ma gli altri sono contenti che Jija l’abbia fatto. Perché, naturalmente, un bambino di tre anni ha il potere di scatenare un terremoto a Yumenes, a mille miglia di distanza da qui!»
Scuoti la testa; in parte sei sconcertata dalla rabbia di Lerna, in parte non riesci a conciliare l’immagine del tuo bambino radioso e allegro con quella della gente che lo credeva capace di… Ma del resto anche Jija lo ha creduto.
Ti torna la nausea.
Lerna prende un altro respiro profondo. Lo ha fatto ripetutamente per tutta la conversazione; è un gesto abituale che avevi già notato, il suo modo di calmarsi. «Rimani qui e riposati. Tornerò presto.»
Esce dalla stanza. Lo senti affaccendarsi con modi decisi all’ingresso della casa. Poco dopo se ne va per partecipare all’incontro. Prendi in considerazione l’idea di riposare e la scarti. Allora ti alzi e vai nel bagno di Lerna a lavarti la faccia, fermandoti quando il rubinetto comincia a sputacchiare e l’acqua diventa all’improvviso marrone rossiccio, maleodorante, e poi si riduce a uno sgocciolio. Un tubo rotto da qualche parte.
Lerna ha detto che è successo qualcosa al Nord.
“I figli sono la nostra rovina” ti ha detto qualcuno una volta, molto tempo fa.
«Nassun» sussurri al tuo riflesso. Nello specchio vedi gli occhi che tua figlia ha ereditato da te: grigi come l’ardesia e un po’ malinconici. «Ha lasciato Uche nel soggiorno. Dove ha messo te?»
Silenzio. Chiudi il rubinetto. Poi, rivolta a nessuno, aggiungi: «Ora devo andare». Perché è così. Devi trovare Jija, e in ogni caso non è consigliabile indugiare, lo sai bene. Gli abitanti della città verranno presto a cercarti.

La scossa che passa si ripeterà. L’onda che si ritrae ritornerà. La montagna che brontola ruggirà.

Tavola Uno, Sulla sopravvivenza, verso cinque

La Quinta Stagione. La terra spezzata – Libro 1

N.K. Jemisin

È iniziata la stagione della fine. Con un'enorme frattura che percorre l'Immoto, l'unico continente del pianeta, da parte a parte, una faglia che sputa tanta cenere da oscurare il cielo per anni. O secoli. Comincia con la morte, con un figlio assassinato e una figlia scomparsa. Comincia con il tradimento e con ferite a lungo sopite che tornano a pulsare.

L'Immoto è da sempre abituato alle cat...

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