Il castello delle stelle

a cura di Redazione Oscar

1869: La conquista dello spazio

Storia, fantascienza e avventura: queste sono le coordinate intorno alle quali si muove Il castello delle stelle, bande dessinée del francese Alex Alice pubblicata in Italia da Oscar Ink. La serie a fumetti ripercorre infatti l’immaginario europeo della seconda metà dell’Ottocento – diciamo gli anni intorno alla guerra franco-prussiana – e lo filtra attraverso la cornice narrativa del roman scientifique, del voyage extraordinaire e di tutte quelle opere che hanno fondato il nostro senso romanzesco del futuro.

Il castello delle stelle è, per usare un termine un po’ tecnico, un’ucronia fantascientifica. Significa che prende le mosse da un contesto storico più o meno verosimile e stabilisce un “punto di divergenza”, da cui gli eventi prendono una piega differente. Nello specifico, il fumetto immagina cosa sarebbe successo se il primo viaggio sulla luna fosse avvenuto… cent’anni prima dello sbarco di Neil Armstrong e Buzz Aldrin. In piena tradizione steampunk e retrofuturista, ci ri-trasporta così nel mondo dei viaggi spaziali immaginati da autori come Jules Verne e H.G. Wells. Un mondo fatto di macchine fantastiche, prodigi tecnologici e profonda fascinazione per la scienza e l’ignoto.

Il castello delle stelle

Alex Alice

XIX secolo, l'età del progresso. Dall'Antartide al cuore di tenebra dell'Africa, per terra e per mare gli esploratori espandono senza sosta i confini del mondo conosciuto. Avidi di nuove scoperte, volgono lo sguardo verso l'alto, verso le stelle, verso mondi ignoti e cieli pieni di meravigliose promesse. È il 1868, l'esploratrice Claire Dulac è dispersa, sparita nel corso di un viaggio in mo...

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Per giustificare tale salto tecnologico, l’autore riprende la vecchia teoria scientifica dell’etere luminifero. Questo sarebbe un mezzo invisibile attraverso cui transitano le onde elettromagnetiche, compresa la porzione visibile che noi percepiamo come “luce”. La teoria dell’etere luminifero (cioè portatore di luce) era ancora molto in voga durante l’Ottocento, per giustificare ad esempio il transito dei fotoni nel vuoto assoluto dello spazio (che poi tanto vuoto non è). Ma l’etere ha una storia antica. La sostanza era già stata trattata da Platone e soprattutto da Aristotele, il quale lo considerava la quinta essenza (oltre quindi a fuoco, aria, acqua e terra) di cui è composto il mondo celeste. Come ci ricorda l’ingegnere Archibald, il padre del giovane protagonista Séraphin, «L’idea dell’etere l’hanno avuta più di duemila anni fa, e dai tempi di Socrate nessuno l’ha mai trovato!» Tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo, una serie di esperimenti dimostrarono la non-esistenza dell’etere, che infatti non trova spazio nella teoria della relatività ristretta di Albert Einstein. Lavorando a posteriori, Alice decide così di recuperare questo elemento immaginario [ma ritenuto esistente ai tempi in cui è ambientato il racconto], di collocarlo nella stratosfera, a 13.000 metri sul livello del mare, e di dotarlo di fantastiche proprietà propulsive. Riesce così a immaginare portentose macchine in grado di usare l’etere per spostarsi all’interno di esso, navicelle spaziali che anticipano di trent’anni i timidi esperimenti dei fratelli Wright.

Il castello “La Pietra del Cigno” esiste davvero

L’altro aspetto estrapolato dalla storia europea del diciannovesimo secolo riguarda l’ambientazione bavarese. Il castello “La Pietra del Cigno” esiste davvero – è noto come Castello di Neuschwanstein – e si trova effettivamente nei pressi di Füssen. Si tratta di una costruzione sfarzosa, principesca, che sembra essere uscita da un libro illustrato piuttosto che da un progetto architettonico. Oggi è un’ambita meta turistica: il sito ufficiale lo definisce uno «fra i castelli e le fortezze più visitati in Europa. Ogni anno circa 1,4 milioni di persone visitano “il castello del re delle fiabe”. In estate in media più di 6.000 visitatori al giorno affollano le stanze, destinate in origine a una sola persona».



Il Castello di Neuschwanstein fu commissionato da Re Ludwig II di Baviera, che ritroviamo anche nel Castello delle stelle. Il personaggio del fumetto non è dissimile dal Ludwig reale, una figura complessa, misteriosa e stravagante. Grande amante di Wagner e procugino della Principessa Sissi, commissionò diversi costosissimi palazzi fiabeschi, tra cui appunto il Neuschwanstein o il Castello di Herrenchiemsee, noto come la Versailles bavarese per via della somiglianza con la reggia di Luigi XIV. Nell’introduzione al fumetto, Alice lo definisce

«Un visionario, al contempo affascinato dal passato e molto in avanti sui tempi… Un animo artistico che sfruttava i grandi mezzi a sua disposizione per realizzare i propri sogni. Una figura enigmatica, reclusa, l’immagine dell’anima insondabile di un romantico assoluto»

Oggi viene ricordato come “re pazzo”, deposto il 10 giugno del 1886 a causa di una presunta malattia mentale mai accertata da visite mediche. Morì in circostanze misteriose il giorno successivo. Molti contestano però le accuse rivolte al Re, ritenendolo vittima di un complotto del governo che voleva liberarsi di un regnante eccentrico, forse omosessuale, sicuramente dilapidatore. Nella bande dessinée tali circostanze sono trasposte nella scena della rocambolesca fuga dal Neuschwanstein, quando la malvagia spia prussiana lo accusa di follia per via della dispendiosa costruzione dell’«etermobile».

L'eredità di Jules Verne

Il carattere sognatore di Ludwing lo rende perfetto per la vicenda narrata nel Castello delle stelle, in bilico tra fantascienza e fantastico avventuroso. La natura ibrida di questo roman scientifique è riflessa nell’eterogeneità delle fonti impiegate da Alice, il quale menziona innanzitutto Jules Verne, ma anche il cineasta giapponese Hayao Miyazaki e i fumettisti Hergé e Jacques Tardi.

Il debito più evidente è proprio quello nei confronti di Verne, il cui avvenirismo tecnologico e la fascinazione per il viaggio spaziale costituiscono il deposito immaginifico da cui attinge Alice. Squisitamente verniano è anche il gusto per il dettaglio (pseudo-)scientifico, il dato empirico e la misurazione che ritroviamo a più riprese nel fumetto:

«Avevamo dato il via alla manovra più rischiosa prima del volo: il gonfiamento del pallone. Bisognava mettere in contatto 15 tonnellate di limatura di ferro con 8.000 litri di acido, per avere 100.000 metri cubi di gas altamente infiammabile»

In questo senso, le mappe e gli schemi progettuali – presenti anche a fine volume – incrementano il senso di plausibilità dell’impianto narrativo, e ci regalano uno sguardo privilegiato sui meccanismi di produzione romanzesca.

Molti sono i voyage extraordinaire ripresi a piene mani dal fumettista francese. Alice si appropria di opere relativamente sconosciute come Padrone del mondo (1904), in cui ritroviamo la paura per le potenziali applicazioni tiranniche della tecnologia, ma anche di classici del genere come Dalla Terra alla Luna (1865) e soprattutto il sequel Intorno alla Luna (1870). È da quest’ultimo testo che l’autore riprende la centralità dell’etere, quivi descritto - nella traduzione di Marta Gallone - come
«un’agglomerazione di atomi imponderabili che, relativamente alle loro dimensioni (insegnano i testi di fisica molecolare), sono distanti gli uni dagli altri quanto lo sono i corpi celesti nello spazio […]. Sono questi atomi che, con il loro movimento vibratorio, creano la luce e il calore, producendo, al secondo, quattrocentotrenta trilioni di ondulazioni aventi quattro o al massimo sei decimillesimi di millimetro di ampiezza»

C’è un aspetto fondamentale che distingue però Alice da Verne. Mentre questi si basava sulle conoscenze scientifiche e tecnologiche della propria epoca, approcciandole con un certo grado di verisimiglianza e un evidente intento didattico/divulgativo, il fumettista utilizza un espediente che non ha corrispettivo nel mondo reale. Precursore della cosiddetta hard science-fiction, Verne difficilmente avrebbe messo al centro del proprio racconto un meccanismo tecnologico che sapeva essere completamente inverosimile.

I libri di Jules Verne negli Oscar Classici

L'eredità del "scientific romance" di H.G. Wells

È attraverso questo piccolo ma fondamentale scarto che Il castello delle stelle si sposta dal filone verniano di plausibilità scientifica verso le possibilità narrative della fantascienza speculativa. A partire dal quarto capitolo del primo volume, il fumetto sembra infatti riallacciarsi più alla tradizione del scientific romance di H.G. Wells, in cui l’esattezza scientifica è sacrificata in nome dell’espressione letteraria e immaginifica. Com’è noto, Wells – in particolare all’inizio della carriera – usava la scienza come specchio distorcente per riflettere sulle ansie della fin de siècle, sulle contraddizioni del discorso scientifico, sulle grandi questioni etiche legate alla Teoria dell’Evoluzione. Più che il focus precipuo della costruzione narrativa, la tecnologia e la scienza diventano un ambiguo meccanismo straniante attraverso cui reinventare la grande tradizione del fantastico e, nel contempo, aprire un dibattito su problematiche attuali.

È quindi possibile identificare un romance wellsiano come modello per la seconda parte della bande dessinée, I primi uomini sulla Luna (1901), di cui non a caso vengono a più riprese citati gli alieni “seleniti”. Anche la cavorite – il fittizio metallo antigravitazionale – viene richiamato dall’«eterite, o cristallo di etere», che allo stesso modo è in grado di «sconvolgere la gravità tutt’intorno». A tale proposito ci piace ricordare che proprio la cavorite fu motivo di contesa tra Verne e Wells. In una celebre intervista del 1903, lo scrittore francese rimproverò il collega britannico:

«Io uso la fisica, lui inventa. Io vado sulla Luna in una palla sparata da un cannone. Qui non c'è invenzione. Lui va su Marte in un'astronave che ha costruito con un metallo che elimina la legge gravitazionale. Questo è molto divertente, ma mostratemi questo metallo. Lasciateglielo creare.»

Diverse sono le caratteristiche della protofantascienza wellsiana che Alice riprende e traduce nel medium fumettistico. Tra queste ritroviamo l’attenzione nei confronti della divulgazione scientifica come imperativo deontologico, nel rifiuto dell’egoismo e dell’individualismo etico di impronta spenceriana. Nel 1894, Wells scrisse persino un articolo su «Nature» in merito alla necessità di popolarizzare la scienza. Questo aspetto qui si riflette nel conflitto tra i membri della spedizione e Re Ludwig, ad esempio nella sequenza in cui questi si rifiuta di condividere con gli altri popoli della terra le recenti scoperte:
«Ma allora non avete nessuna immaginazione? Una volta svelato il segreto dell’etere, non vedete grosse macchine da guerra alzarsi dai quattro angoli del cielo per far piovere morte e distruzione sui bambini della vostra preziosa Terra?»

Questo passaggio si collega a un altro nodo centrale mutuato da Wells più che da Verne, ossia la profonda ambiguità nei confronti della tecnologia, che è alternativamente – o, spesso, simultaneamente – mezzo di conoscenza e strumento mortifero. Esemplificato nella sequenza finale di questo primo volume del fumetto, questo dualismo caratterizza molte opere del primo Wells, come Il risveglio del dormiente (1910) e soprattutto La guerra nell’aria (1908). Quest’ultimo, guarda caso, parla proprio di una rivoluzionaria invenzione aeronautica che viene sottratta a un inglese dal malvagio Impero Germanico, che la usa per distruttivi scopi guerreschi.

L'eredità del cinema di Hayao Miyazaki

La fascinazione per la macchina e la contemporanea paura nei confronti delle applicazioni militari è anche uno dei mots-clés dell’altra grande fonte del Castello delle stelleil cinema di Hayao Miyazaki. La complessa e spesso problematica coesistenza tra natura, uomo e tecnologia è infatti al centro di capolavori d’animazione come Nausicaä della Valle del Vento (1984), Principessa Mononoke (1997) e, in chiave più realistica, Si alza il vento (2013). Nel graphic novel i riferimenti diretti ai lungometraggi del cineasta giapponese sono molteplici, e lasciamo a voi il piacere di individuarli. Ci limitiamo soltanto a notare la somiglianza tra Hans e Marco Pagot, cioè il “porco rosso” dell’omonimo film, ma anche con il pingue Markl del Castello errante di Howl (2004). E Re Ludwig non ricorda forse un po’ Howl, un mago sognatore e affascinante, trovando anch’egli un castello fantastico su cui viaggiare?



Possiamo salire quindi anche noi sul castello errante di Ludwig, e farci trasportare in un mondo fatto di sogni, speranze e amicizia. Un mondo in cui la scienza non è un noioso libro di scuola, ma una serie di avventure e scoperte emozionanti. Un mondo in cui è possibile viaggiare dalla Terra alla Luna su un’astronave a forma di cigno, «frutto dell’incontro tra scienza e sogno», e trovare un Castello delle Stelle con cui volare verso nuovi universi fantastici. Poco male quindi se l’etere non esiste. È l’immaginazione che ci porta sempre più lontano.