La Grande Guerra: una retrospettiva in poesia

a cura di Redazione Oscar

"Tra parentesi" di David Jones

Per ricordare il centesimo anniversario della fine della Grande Guerra, gli Oscar pubblicano un poema inglese finora mai tradotto in Italia. Si tratta di Tra parentesi, del poeta inglese di origini gallesi David Jones.

Thomas Stearns Eliot, che lo scoprì e lo pubblicò da Faber & Faber nel 1937, ci dice:

«Leggendo il libro in dattiloscritto rimasi profondamente commosso.
Lo considerai, e ancora lo considero, un’opera di genio.
È un’opera letteraria che usa la lingua in un modo nuovo e per un nuovo fine.
Abbiamo di fronte un libro sulle esperienze di un unico soldato nella Guerra del 1914-18. È anche un libro sulla Guerra, e su molto altro, come la Britannia romana, la Leggenda di Re Artù e vari argomenti che vengono associati e legati insieme dalla mente dello scrittore. Quanto a lui, è un londinese di origini gallesi e inglesi. È decisamente britannico. È anche cattolico romano, ed è un pittore che ha realizzato alcuni splendidi quadri e disegnato splendidi caratteri di scrittura.
L’opera di David Jones ha qualche affinità con quella di James Joyce (mi sembrano entrambi dotati dell’orecchio celtico per la musica delle parole) e con le ultime opere di Ezra Pound, nonché con le mie.»

Una forma con le parole...

Ho tentato di creare una forma con le parole, usando a mo’ di dati il complesso di visioni, suoni, paure, speranze angosce, odori, cose esteriori e interiori, il paesaggio e i paraphernalia di quel tempo singolare e di quegli uomini particolari.

David Jones

Tra parentesi

David Jones

«Questo scritto ha a che fare con alcune cose che ho visto, sentito e a cui ho preso parte»: così David Jones inizia la sua ricostruzione "in presa diretta" della vita dei fanti durante la guerra del 1914-18. Pubblicato nel 1937 da T.S. Eliot e accolto entusiasticamente da Yeats, Auden, Dylan Thomas, Tra parentesi fonde prosa e poesia, linguaggio colloquiale e musicalità profonda, il terror...

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La Terra Desolata

Penso che la vita quotidiana nella Terra Desolata, le violenze improvvise e le lunghe pause di inazione, i contorni taglienti e i vuoti informi di quella misteriosa esistenza abbiano influenzato profondamente l’immaginazione di coloro che li hanno sopportati. Era un luogo di incantesimo.

David Jones

La parola al traduttore di "Tra parentesi"

E il nostro traduttore, Fabio Pedone, scrive:

«Le cronache e gli storici ci dicono che fu senza dubbio la guerra più letteraria della storia: in nessun altro conflitto vennero letti più libri. Assieme ai pacchetti di Fortnum & Mason inviati al fronte dalle famiglie, i soldati portavano nello zaino l’Oxford Book of English Verse come fosse un testo sacro. Riviste e fogli stampati prosperavano, dando anche origine a un nuovo tipo di satira. I soldati avevano letto William Morris e Swinburne, portavano in mente le reminiscenze fresche di poesie e romanzi. Graves racconta di aver ricordato assurdamente una poesia di Skelton guardando una gabbia con un pappagallo morto e rinsecchito usata come porta per giocare a cricket: È il pappagallo un augello che si addice a una signora. / Dio nella sua bontà lo ha forgiato e modellato. / Quando il pappagallo muore non va in putrefazione…

Insieme alle filastrocche gallesi, a Coleridge e ai cavalieri di Malory, Jones ripensa in modo ossessivo all’Enrico V di Shakespeare e lo usa come pattern interiore per leggere la guerra

Il senso ultimo di questo testo, secondo Fabio Pedone

«Se è vero che dalla guerra non si può imparare nulla, perché la guerra non si può insegnare, un’opera di poesia come In Parenthesis non potrà restituire l’esperienza ma solo ripresentarla.
"Avanziamo dal noto all’ignoto" era una delle massime preferite di Jones. E forse allora andando verso gli altri incontriamo diversi noi-stessi. In un’opera così appartata e originale, ma dalle enormi ambizioni, emerge con evidenza un aspetto che riguarda anche la guerra vissuta dagli italiani: l’incontro, ricco di contraddizioni, fra ragazzi di parti diverse del Paese nel momento in cui l’evento bellico squarcia i confini del “campanile” e amplia come mai prima la carta geografica di queste esistenze.
In Parenthesis invita il lettore a pensare al proprio Altro; lo conduce a ricreare la storia di una nazione, ridefinendone l’identità, defamiliarizzandone i miti imperialistici.
In verità questa lingua della dissonanza, di un mondo rotto e alla deriva, propone un ideale di inclusione. Nell’epigrafe iniziale il poeta fissa una dedica anche ai nemici, a quei tedeschi contro cui si è trovato a combattere "per disgrazia".
Nel caos vociferante del mondo, l’unico modo per salvare la memoria è nominare, dare e dire il nome. Sembra poco, invece è tutto.»

I poeti e la guerra

Umberto Saba, Bersaglio

Del mare sulle iridescenti arene,
dove in trincee si ammucchiano, mi getto;
e con una repressa ansia il grilletto
premo. Va la terribile frustata

e una sagoma cade. Immaginata
non ho in essa una più bella che buona,
non una testa che porti corona,
non il nemico che più mai non viene.

Se qui l’occhio non falla e il colpo è certo,
egli è che nel bersaglio ognor figuro
l’orrore che i miei occhi hanno sofferto.

Tutto che di deforme hanno veduto,
di troppo ebraico, di troppo panciuto,
di troppo lamentosamente impuro.

Giuseppe Ungaretti, Immagini di guerra

Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
delle mie strade
e io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia

Valloncello di Cima il 6 Agosto 1916

Clemente Rebora, Voce di vedetta morta

C’è un corpo in poltiglia
Con crespe di faccia, affiorante
Sul lezzo dell’aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
Affar di chi può, e del fango.
Però se ritorni
Tu uomo, di guerra
A chi ignora non dire;
Non dire la cosa, ove l’uomo
E la vita s’intendono ancora.
Ma afferra la donna
Una notte, dopo un gorgo di baci,
Se tornare potrai;
Sóffiale che nulla del mondo
Redimerà ciò ch’è perso
Di noi, i putrefatti di qui;
Stringile il cuore a strozzarla:
E se t’ama, lo capirai nella vita
Più tardi, o giammai.

Trilussa, Fra cent’anni

Da qui a cent’anni, quanno
ritroveranno ner zappà la terra
li resti de li poveri sordati
morti ammazzati in guerra,
pensate un po’ che montarozzo d’ossa,
che fricandò de teschi
scapperà fòra da la terra smossa!
Saranno eroi tedeschi,
francesi, russi, ingresi,
de tutti li paesi.
O gialla o rossa o nera,
ognuno avrà difesa una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella,
sarà morto per quella.

Ma lì sotto, però, diventeranno
tutti compagni, senza
nessuna differenza.
Nell’occhio vôto e fonno
nun ce sarà né l’odio né l’amore
pe’ le cose der monno.
Ne la bocca scarnita
nun resterà che l’urtima risata
a la minchionatura de la vita.
E diranno fra loro: – Solo adesso
ciavemo per lo meno la speranza
de godesse la pace e l’uguajanza
che cianno predicato tanto spesso!

31 gennaio 1915

Andrea Zanzotto, Rivolgersi agli ossari

Rivolgersi agli ossari. Non occorre biglietto.
Rivolgersi ai cippi. Con il più disperato rispetto.
Rivolgersi alle osterie. Dove elementi paradisiaci aspettano.
Rivolgersi alle case. Dove l’infinitudine del desìo
(vedila ad ogni chiusa finestra) sta in affitto.

E la radura ha accettato più d’un frondoso colloquio
ormai, dove, ahi,
si esibì la più varia mostra dei sangui
il più mistico circo dei sangui. Oh quanti numeri, e rancio speciale. Urrah.
Vorrei bucarmi di ogni chimica rovina
per accogliere tutti, in anteprima,
nello specchio medicato d’infinitudini e desii
di quel circo i fermenti gli enzimi
dentro i succhi più sublimi dell’alba, dell’azione, in piena diana. E si va.
E si va per ossari. Essi attendono
gremiti di mortalità lievi ormai, quasi gemme di primavera,
gremiti di bravura e di paura. A ruota libera, e si va.

Buoni, ossari – tante morti fuori del qualitativo divario onde si sale a sicurezze di cippo,
fuori del gran bidone (e la patria bidonista,
che promette casetta e campicello
e non li diede mai, qui santità mendica, acquista).
Hanno come un fervore di fabbrica gli ossari.
Vi si ricevono ordini, ordinazioni eterne. Vi si smista.
All’asilo, certi pazzi-di-guerra, ancora vivi
allevano maiali; traffici con gli ossari.
Mi avete investito, lordato tutto, eternizzato tutto, un fiotto di sangue.
Arteria aperta il Piave, né calmo né placido
ma soltanto gaiamente sollecito oltre i beni i mali e simili
e tutto solletichìo di argenti, nei suoi intenti, a dismisura.
Padre e madre, in quel nume forse uniti
tra quell’incoercibile sanguinare
ed il verde e l’argenteizzare altrettanto incoercibili,
in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili
voi mi combinaste, sotto quelle caterve di
os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie
rivomitate ma come in un più alto, in un aldilà d’erbe e d’enzimi erbosi assunte,
in un fuori-luogo che su me s’inclina e domina
un poco creandomi, facendomi assurgere a
Così che suono a parlamento
per le balbuzie e le più ardue rime,
quelle si addestrano e rincorrono a vicenda,
io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi
mi trascino dietro, dolcissimamente, senza o con flauto magico
Sempre più con essi, dolcissimamente, nella brughiera
io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,
si avvicenda un fiore a un cielo
dentro le primavere delle ossa in sfacelo,
si avvicenda un sì a un no, ma di poco
differenziati, nel fioco
negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco.

Scopri i libri che contengono queste poesie

Nostra madre la guerra

Maël, Kris

Gennaio 1915.

Da sei mesi la guerra infiamma l'Europa.

E da sei mesi ogni giorno i morti si contano a migliaia.

Sul fronte francese, però, tre cadaveri preoccupano particolarmente lo Stato maggiore.

Sono i corpi di tre donne scoperti in una trincea: non sono vittime dei combattimenti, ma di un omicida.

Su ciascuno di quei cadaveri viene ritrovata una lettera. Una lettera d'addio, scritta dall'assas...

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