Sanderson: Giuramento – Capitolo 27

a cura di Redazione Oscar

"Cronache della Folgoluce"
Giuramento. Capitolo 27

Brandon Sandersonacclamato campione della narrativa fantastica contemporanea è autore della Saga «Cronache della Folgoluce», la più ambiziosa e spettacolare saga epic fantasy del secolo.
Oscarmondadori.it propone ai fedeli lettori della saga la Prima Parte di Giuramento.

Ti sei perso i precedenti capitoli? Clicca Qui!

Giuramento Capitolo 27:

Giuramento capitolo 27


Confesserò la mia eresia. Non ritratto le cose che ho detto, a prescindere da ciò che pretendono i ferventi.



Da Giuramento, prefazione


Le voci di politici che discutevano arrivarono alle orecchie di Shallan mentre disegnava. Occupava un seggio di pietra sul fondo della grande sala riunioni vicino alla cima della torre. Aveva portato un cuscino su cui sedersi, e Schema ronzava allegramente sul piccolo piedistallo.
Sedeva con i piedi sollevati, le cosce che sorreggevano il blocco da disegno, le dita dei piedi avvolti nelle calze arricciate sopra il bordo della panca di fronte. Non era una posizione molto decorosa; Radiosa ne sarebbe stata mortificata. Sul davanti dell’auditorium, Dalinar era in piedi di fronte alla mappa luccicante che lui e Shallan – combinando in qualche modo i loro poteri – erano in grado di creare. Aveva invitato Taravangian, gli altiprincipi, le loro mogli e le caposcrivane. Elhokar era venuto con Kalami, che di recente gli stava facendo da scrivana. Renarin era accanto al padre nella sua uniforme del Ponte Quattro; aveva l’aria di sentirsi a disagio... perciò, in pratica, aveva la stessa aria di sempre. Adolin era stravaccato lì vicino, e sussurrava ogni tanto una battuta a uno dei membri del Ponte Quattro.
Radiosa si sarebbe dovuta trovare laggiù, impegnata in quella importante discussione sul futuro del mondo. Invece Shallan disegnava. La luce era così buona lassù, con quelle ampie vetrate. Era stanca di sentirsi intrappolata nei corridoi scuri dei piani inferiori, con la costante impressione che qualcosa la stesse osservando.
Terminò il bozzetto, poi lo inclinò verso Schema, tenendo il blocco con la manosalva dentro la manica. Lui si increspò staccandosi dal piedistallo per esaminare il disegno: la fessura ostruita da una figura schiacciata con occhi disumani strabuzzati.
«Hmmm» disse Schema. «Sì, è corretto.»
«Dev’essere qualche tipo di spren, giusto?»
«Ho la sensazione che dovrei saperlo» rispose Schema. «Questa... è una cosa di molto tempo fa. Molto, molto tempo fa.»
Shallan rabbrividì. «Perché è qui?»
«Non so dirlo» replicò Schema. «Non appartiene a noi. Appartiene a lui.»
«Un antico spren di Odio. Delizioso.» Shallan rigirò la pagina passando a quella successiva del blocco e iniziò un nuovo disegno.
Gli altri continuavano a parlare della coalizione, con Thaylenah e Azir che venivano nominate di continuo come le nazioni più importanti da convincere, ora che Iri aveva messo in chiaro una volta per tutte di essersi unita al nemico.
«Luminosità Kalami» stava dicendo Dalinar. «L’ultimo rapporto. Elencava un raduno di nemici in gran numero a Marat, giusto?»
«Sì, luminobile» confermò la scrivana dalla sua posizione presso il banco di lettura. «Marat meridionale. La vostra ipotesi era che la scarsa popolosità della regione avesse indotto i Nichiliferi a radunarsi lì.»
«Gli Iriali hanno colto l’opportunità di colpire a est, come hanno sempre voluto» disse Dalinar. «Occuperanno Rira e Babatharnam. Nel frattempo, regioni come Triax – nella zona centro-meridionale di Roshar – continuano a non dare notizie.»
Luminosità Kalami annuì e Shallan si picchiettò le labbra con la matita. Quella domanda conteneva un’implicazione. Come potevano delle città non dare alcuna notizia? In quel momento, le città principali, in particolare i porti, avevano centinaia di distacanne operative. Ogni occhichiari o mercante che volesse controllare i prezzi o tenersi in contatto con tenute distanti doveva possederne una. Quelle a Kholinar avevano cominciato a funzionare non appena le altempeste erano tornate... e poi si erano interrotte una a una. I loro ultimi rapporti affermavano che alcuni eserciti si stavano radunando vicino alla città. Poi... nulla.
Il nemico sembrava in qualche modo capace di individuare le distacanne.
Almeno avevano ricevuto notizie da Kaladin. Un unico glifo che indicava tempo, ovvero la richiesta di pazientare. Non era riuscito ad arrivare a una cittadina per trovare una donna che scrivesse per lui e voleva semplicemente che sapessero che era sano e salvo. Sempre che qualcun altro non si fosse impadronito della distacanna e non avesse simulato il glifo per sviarli.
«Il nemico sta provando a conquistare le Giuriporte» stabilì Dalinar. «Tutti i loro movimenti, a eccezione del raduno a Marat, indicano questo. L’istinto mi dice che quell’esercito sta progettando di colpire Azir, oppure di attraversare e provare ad attaccare Jah Keved.»
«Mi fido della valutazione di Dalinar» aggiunse l’altoprincipe Aladar. «Se lui crede che questo sia lo sviluppo probabile, dovremmo ascoltarlo.
«Bah» esclamò l’altoprincipe Ruthar. Quell’uomo viscido era appoggiato contro la parete dall’altro lato rispetto agli altri e prestava a malapena attenzione.
«A chi importa cosa dici tu, Aladar? È sorprendente che tu riesca perfino a vedere, considerando in che posto sei andato a ficcare la testa di questi tempi.»
Aladar ruotò e protese la mano come per sfidarlo a farsi avanti. Dalinar lo fermò, come Ruthar doveva aver immaginato che avrebbe fatto. Shallan scosse il capo e si concentrò sempre più sul suo disegno. Alcuni creazionespren apparvero in cima al blocco: uno aveva la forma di una minuscola scarpa, l’altro di una matita simile a quella che usava lei.
Il disegno rappresentava l’altoprincipe Sadeas, ritratto senza una Memoria specifica. Shallan non aveva mai voluto aggiungere lui alla propria collezione. Terminò il rapido bozzetto, poi passò a un disegno del luminobile Perel, l’altro uomo che avevano trovato morto nei corridoi di Urithiru. Aveva cercato di ricreare il suo volto senza ferite.
Sfogliò il blocco avanti e indietro tra i due. “Si assomigliano” stabilì. “Stesse fattezze bulbose. Medesima corporatura.” Le due pagine successive al ritratto di Perel erano immagini dei due Mangiacorno. Anche loro sembravano grosso modo simili. E le due donne uccise? Perché mai l’uomo che aveva strangolato sua moglie avrebbe confessato quel delitto, per poi giurare di non aver ucciso la seconda donna? Una era già sufficiente per essere giustiziato.
“Quello spren sta copiando la violenza” pensò. “Uccidere o ferire in modo simile alle aggressioni dei giorni precedenti. Una specie di imitazione?”
Schema canticchiò piano, attirando la sua attenzione. Shallan alzò lo sguardo e vide qualcuno dirigersi verso di lei: una donna di mezz’età con corti capelli neri tagliati quasi fino al cuoio capelluto. Indossava una gonna lunga e una ca- micia a bottoni con un farsetto. Abiti da mercante thaylenico.
«Cosa state disegnando, luminosità?» chiese la donna in veden.
Udire la propria lingua così all’improvviso fu strano per Shallan e la sua mente ci mise un attimo a elaborare le parole. «Persone» rispose chiudendo il blocco da disegno. «Mi piace il disegno figurativo. Voi siete venuta con Taravan- gian. La sua Vincolaflussi.»
«Malatha» disse lei. «Anche se non sono sua. Sono andata da lui per comodità, dato che Scintilla ha suggerito che potevamo rivolgerci a Urithiru, ora che è stata riscoperta.» Esaminò il grande auditorium. Shallan non riusciva a vedere alcun segno del suo spren. «Davvero abbiamo riempito questa intera camera?»
«Dieci ordini,» disse Shallan «con centinaia di persone nella maggior parte di essi. Sì, suppongo che riuscissimo a riempirla... in effetti, dubito anzi che po- tesse contenere tutti gli appartenenti agli ordini.»
«E ora siamo solo quattro» osservò l’altra pigramente, fissando Renarin che se ne stava rigido accanto a suo padre e sudava sotto lo sguardo esaminatore di chi ogni tanto gli lanciava un’occhiata.
«Cinque» precisò Shallan. «Da qualche parte là fuori c’è un pontiere in grado di volare, e stiamo calcolando solo noi riuniti qui. Devono esserci altri come voi, che stanno ancora cercando un modo per raggiungerci.»
«Se lo vogliono» disse Malatha. «Le cose non devono essere come un tempo. Perché dovrebbero? Non ha funzionato così bene per i Radiosi l’ultima volta, giusto?»
«Forse» rispose Shallan. «Ma forse questo non è nemmeno il tempo di sperimentare. La Desolazione è ricominciata. Potrebbe capitarci di peggio che affidarci al passato per sopravvivere a tutto questo.»
«Curioso» disse la donna «che abbiamo solo la parola di qualche pomposo Alethi su tutta questa faccenda della “Desolazione”, eh, sorella?»
Shallan sbatté le palpebre per il modo informale di quelle parole, accompagnate da una strizzatina d’occhio. Malatha sorrise e si avviò a grandi passi verso il davanti della stanza.
«Be’,» sussurrò Shallan «è davvero irritante.»
«Hmmm...» disse Schema. «Sarà peggio quando inizierà a distruggere le cose.»
«Distruggere?»
«Fiammifero» spiegò Schema. «Il suo spren... hmm... a loro piace rompere quello che hanno attorno. Vogliono scoprire cosa c’è dentro.»
«Piacevole» commentò Shallan mentre sfogliava a ritroso i suoi disegni. La cosa nella fessura. Gli uomini morti. Sarebbe dovuto bastare per presentare la sua idea a Dalinar e Adolin, cosa che progettava di fare in giornata, ora che ave- va terminato quei ritratti.
E poi?
“Devo prenderlo” pensò. “Sorveglierò il mercato. Prima o poi qualcuno verrà ferito. E pochi giorni dopo, questa cosa cercherà di copiare quell’aggressione.”
Forse poteva pattugliare le parti inesplorate della torre? Cercare lo spren invece di aspettare che fosse quello ad attaccare?
I corridoi bui. Ciascun cunicolo come la linea impossibile di un disegno...
Sulla stanza era calato il silenzio. Shallan si riscosse dal suo sogno a occhi aperti e alzò lo sguardo per vedere cosa stava succedendo: Ialai Sadeas era giunta all’in- contro, trasportata su un palanchino. Era accompagnata da una figura familiare: Meridas Amaram era un uomo alto, con gli occhi marrone chiaro, una faccia quadrata e una figura massiccia. Era anche un assassino, un ladro e un traditore. Era stato colto nel tentativo di rubare una Stratolama, prova che le afferma- zioni del capitano Kaladin su di lui erano vere.
Shallan strinse i denti, ma trovò che la sua rabbia era... fredda. Non era svanita. No, non avrebbe perdonato quell’uomo per aver ucciso Helaran. Ma la spiacevole verità era che non sapeva come o perché suo fratello fosse caduto per mano di Amaram. Poteva quasi udire Jasnah che le sussurrava: “Non giudicare senza maggiori dettagli”.
Sotto, Adolin si era alzato e si era diretto verso Amaram, proprio al centro della mappa illusoria, rompendone la superficie e facendola increspare da ondate di Folgoluce brillante. Fissò Amaram con sguardo omicida, anche se Dalinar posò la mano sulla spalla del figlio per trattenerlo.
«Luminosità Sadeas» esordì Dalinar. «Sono lieto che abbiate acconsentito a unirvi all’incontro. La vostra saggezza potrebbe esserci utile per i nostri progetti.»
«Non sono qui per i vostri progetti, Dalinar» disse Ialai. «Sono qui perché era l’occasione per trovarvi tutti quanti assieme. Sono stata in riunione con i miei consiglieri che si trovano nelle nostre tenute e concordano tutti sul fatto che l’erede, mio nipote, è troppo giovane. Non è il momento adatto perché la casa Sadeas sia senza una guida, perciò ho preso una decisione.»
«Ialai» intervenne Dalinar, entrando nell’illusione accanto al figlio. «Parliamone. Per favore. Ho un’idea che, per quanto non tradizionale, potrebbe...»
«La tradizione è nostra alleata, Dalinar» ribatté Ialai. «Non credo che l’abbiate mai compreso come avreste dovuto. L’altomaresciallo Amaram è il generale più decorato e illustre della nostra casa. È amato dai soldati e conosciuto in tutto il mondo. Io lo nomino reggente ed erede del titolo della casata. Ora egli è a tutti gli effetti l’altoprincipe Sadeas. Vorrei chiedere al re di ratificarlo.»
A Shallan si mozzò il fiato. Re Elhokar alzò lo sguardo dal suo posto dove, all’apparenza, era stato perso nei suoi pensieri. «È legale?»
«Sì» confermò Navani, le braccia incrociate.
«Dalinar» disse Amaram scendendo diversi gradini verso il resto di loro sul fondo dell’auditorium. La sua voce diede i brividi a Shallan. Quella dizione raffinata, quel volto perfetto, quell’uniforme elegante... quell’uomo era tutto ciò che ogni soldato aspirava a essere.
“Non sono l’unica che è brava a recitare una parte” pensò.
«Spero» continuò Amaram «che il nostro recente... attrito non ci impedirà di lavorare assieme per le esigenze di Alethkar. Ho parlato con luminosità Ialai e credo di averla convinta che le nostre differenze sono secondarie rispetto al bene superiore di Roshar.»
«Il bene superiore» ripeté Dalinar. «Proprio tu pensi di poter parlare di cosa è il bene?»
«Tutto ciò che ho fatto è stato per il bene superiore, Dalinar» disse Amaram con voce tesa. «Tutto. Per favore. So che intendete muovere un’azione legale contro di me. Mi presenterò in giudizio, ma rinviamo il processo a dopo che Roshar sarà stata salvata.»
Dalinar osservò Amaram per un momento teso e prolungato. Alla fine guardò verso il nipote e annuì con un gesto brusco.
«Il trono riconosce il vostro atto di reggenza, luminosità» disse Elhokar a Ialai.
«Mia madre vorrà però un mandato formale, con sigillo e testimoni.»
«Già fatto» disse Ialai.
Dalinar incontrò gli occhi di Amaram dall’altra parte della mappa fluttuante.
«Altoprincipe» disse infine Dalinar.
«Altoprincipe» rispose Amaram, inclinando il capo.
«Bastardo» disse Adolin.
Dalinar sussultò visibilmente, poi indicò l’uscita. «Forse, figlio, dovresti prenderti un momento per stare da solo.»
«Già. Sicuro.» Adolin si staccò dalla stretta del padre e si diresse verso l’uscita.
Shallan ci pensò solo un istante, poi prese le sue scarpe e il blocco da disegno e si precipitò dietro di lui. Raggiunse Adolin nel corridoio lì fuori, vicino al punto dove erano parcheggiati i palanchini per le donne, e lo prese per il braccio.
«Ehi» gli disse delicatamente.
Lui le lanciò un’occhiata e la sua espressione si addolcì.
«Vuoi parlare?» chiese Shallan. «Sembri più arrabbiato per lui rispetto a prima.»
«No» borbottò Adolin. «Sono solo irritato. Finalmente ci siamo sbarazzati di Sadeas e adesso quello prende il suo posto?» Scosse il capo. «Quando ero giovane, per me era un punto di riferimento. Quando crebbi, cominciai a diventare sospettoso, ma immagino che parte di me desiderasse comunque che fosse come dicevano. Un uomo superiore alle meschinità e alla politica. Un vero soldato.»
Shallan non sapeva cosa pensare dell’idea che un “vero soldato” fosse il tipo a cui non importava della politica. Forse che la ragione delle azioni di un uomo non aveva importanza per lui?
I soldati non parlavano a quel modo. C’era un qualche ideale che lei non riusciva ad afferrare del tutto, una specie di culto dell’obbedienza, una concentrazione a curarsi solo del campo di battaglia e della sfida che presentava.
Salirono sull’ascensore e Adolin tirò fuori una gemma libera – un piccolo diamante non circondato da una sfera – e la mise in una fessura lungo la ringhiera. La Folgoluce cominciò a essere estratta dalla pietra e il balcone tremò, poi prese lentamente a scendere. Togliere la gemma avrebbe comunicato all’ascensore di fermarsi al piano successivo. Una semplice leva, spinta dall’una o dall’altra parte, determinava se l’ascensore dovesse muoversi verso l’alto o verso il basso.
Scesero oltre il livello superiore e Adolin prese posizione presso la ringhiera, guardando fuori verso il condotto centrale con la finestra che occupava un intero lato. Stavano cominciando a chiamarlo l’atrio, anche se saliva per dozzine e dozzine di piani.
«A Kaladin non piacerà» disse Adolin. «Amaram un altoprincipe? Noi due abbiamo passato settimane in prigione a causa di ciò che ha combinato quell’uomo.»
«Credo che Amaram abbia ucciso mio fratello.» Adolin si girò per fissarla. «Cosa?»
«Amaram ha una Stratolama» spiegò Shallan. «In precedenza l’avevo vista nelle mani di mio fratello Helaran. Era più grande di me e lasciò Jah Keved anni fa. Da quello che ho potuto ricostruire, lui e Amaram hanno combattuto a un certo punto; Amaram l’ha ucciso e gli ha preso la Lama.»
«Shallan... quella Lama. Sai dove l’ha presa Amaram, giusto?»
«Sul campo di battaglia?»
«Da Kaladin.» Adolin si portò la mano alla testa. «Il piccolo pontiere insisteva di aver salvato la vita di Amaram sconfiggendo uno Stratoguerriero. Amaram poi sterminò la squadra di Kaladin e prese gli Strati per sé. È praticamente l’unica ragione per cui quei due si odiano.»
A Shallan si serrò la gola. «Oh.» “Mettilo da parte. Non pensarci.”
«Shallan» disse Adolin, avvicinandosi a lei. «Perché tuo fratello avrebbe cercato di uccidere Amaram? Forse aveva scoperto che l’altonobile era corrotto? Tempeste! Kaladin non sapeva nulla di tutto ciò. Povero piccolo pontiere. Tutti sarebbero stati meglio se avesse semplicemente lasciato morire Amaram.»
“Non affrontarlo. Non pensarci.”
«Sì» rispose lei. «A-ha.»
«Ma come faceva tuo fratello a saperlo?» domandò Adolin mettendosi a camminare su e giù per il balcone. «Ti aveva detto qualcosa?»
«Noi non parlavamo molto» disse Shallan, come tramortita. «Lui se ne andò quando ero piccola. Non lo conoscevo bene.»
Qualunque cosa pur di lasciar cadere quell’argomento. Poiché poteva ancora riporlo in fondo al suo cervello. Lei non voleva pensare a Kaladin e Helaran... Il resto della corsa fino ai piani inferiori della torre fu lungo e silenzioso. Adolin intendeva tornare a far visita al cavallo del padre, ma lei non era interessata a starsene lì a sentire l’odore di sterco. Scese al secondo piano per dirigersi verso le sue stanze.
Segreti. “Ci sono cose più importanti in questo mondo” aveva detto Helaran a suo padre. “Più importanti perfino di te e dei tuoi crimini.”
Mraize sapeva qualcosa al riguardo. Le stava negando i segreti come se fossero caramelle per indurre un bambino all’obbedienza. Ma tutto ciò che voleva da lei era che indagasse sulle stranezze di Urithiru. Era una cosa buona, giusto? Lei l’avrebbe fatta comunque.
Shallan vagò per i corridoi, seguendo un percorso in cui gli operai di Sebarial avevano affisso delle lanterne a sfere ad alcuni ganci sulle pareti. Chiuse a chiave e riempite solo con le più economiche sfere di diamante, non valeva la pena di scardinarle: la luce che davano era piuttosto fioca.
Sarebbe dovuta rimanere di sopra: la sua assenza probabilmente aveva distrutto l’illusione della mappa. Quello le dispiaceva. Esisteva un modo per imparare a lasciarsi intatte alle spalle le illusioni che aveva creato? Avrebbero avuto bisogno di Folgoluce per continuare a esistere...
In ogni caso, Shallan aveva sentito il bisogno di lasciare la riunione. I segreti che quella città nascondeva erano troppo intriganti per essere ignorati. Si fermò nel corridoio e tirò fuori il blocco da disegno, sfogliando le pagine e guardando le facce degli uomini morti.
Girando distrattamente una pagina, si imbatté in un bozzetto che non ricordava di aver realizzato. Una serie di linee contorte e folli, scribacchiate e scollegate tra loro.
Sentì freddo. «Quando ho disegnato questo?»
Schema risalì il suo vestito e si fermò sotto il collo. Canticchiò, un suono sgradevole. «Io non ricordo.»
Shallan sfogliò la pagina successiva. Lì aveva disegnato un afflusso di linee che vorticavano da un punto centrale, confuse e caotiche, per trasformarsi in teste di cavalli con la carne a brandelli, gli occhi sgranati e le bocche equine che urlavano. Era grottesco, nauseante.
“Oh, Folgopadre...”
Le dita le tremavano quando girò pagina per rivelare la successiva. L’aveva scarabocchiata tutta di nero, usando un movimento circolare che procedeva a spirale verso il punto centrale. Un vuoto profondo, un corridoio senza fine, qual- cosa di terribile e di inconoscibile in fondo.
Chiuse di scatto il blocco. «Cosa mi sta succedendo?»
Schema canticchiò in preda alla confusione. «E se... scappassimo?»
«Dove?»
«Via. Fuori da questo posto. Hmmm.»
«No.»
Tremava: parte di lei era terrorizzata, ma non poteva abbandonare quei segreti. Doveva afferrarli, trattenerli, farli suoi. Si voltò bruscamente nel corridoio, seguendo un percorso che si allontanava dalla sua stanza. Poco tempo dopo, entrò nelle caserme dove Sebarial alloggiava i suoi soldati. C’erano spazi del genere in abbondanza all’interno della torre: vaste reti di stanze con giacigli incassati nella pietra alle pareti. Urithiru era stata una base militare: almeno quello era evidente dalla sua capacità di ospitare in modo efficiente decine di migliaia di soldati nei soli livelli inferiori.
Nella sala comune della caserma, gli uomini oziavano senza la giacca, giocando a carte o coi coltelli. Il suo passaggio causò una certa agitazione: gli uomini rimasero a bocca aperta, poi balzarono in piedi incerti se abbottonarsi le giacche o fare il saluto. Sussurri di “Radiosa” la inseguirono mentre camminava in un corridoio fiancheggiato da stanze dove erano alloggiati i singoli plotoni. Contò porte contrassegnate da numeri alethi arcaici incisi nella pietra, poi entrò in una stanza specifica.
Colse di sorpresa Vathah e la sua squadra, seduti a giocare a carte alla luce di poche sfere. Il povero Gaz sedeva sul vaso in una latrina nell’angolo e lanciò un urlo, poi tirò la tenda sulla porta.
“Immagino che avrei dovuto prevederlo” pensò Shallan, e camuffò il suo rossore risucchiando una vampata di Folgoluce. Incrociò le braccia e fissò gli altri mentre quelli, pigramente, si alzavano in piedi e facevano il saluto. Erano solo dodici uomini ora. Alcuni erano passati ad altri lavori. Qualcun altro era morto nella Battaglia di Narak.
Per certi versi aveva sperato che se ne sarebbero andati tutti, anche solo per non dover tirar fuori un’idea su cosa fare con loro. Adesso si rese conto che Adolin aveva ragione. Il suo era un atteggiamento terribile. Quegli uomini erano una risorsa e, tutto sommato, erano stati straordinariamente leali.
«Io» disse loro Shallan «sono stata una pessima datrice di lavoro.»
«Non saprei, luminosità» intervenne Rosso. Shallan ancora non sapeva come quell’uomo alto e barbuto avesse ottenuto il suo soprannome. «La paga è arrivata in tempo e non avete fatto uccidere troppi di noi.»
«A me m’hanno fatto secco» disse Shob dalla sua branda, dove fece il saluto stando disteso.
«Sta’ zitto, Shob» lo interruppe Vathah. «Tu non sei morto.»
«Io mi sto morendo stavolta, capo. Sicuro sicuro.»
«Allora almeno starai zitto» concluse Vathah «Luminosità, sono d’accordo con Rosso. Secondo noi vi siete comportata bene.»
«Sì, be’, la pacchia è finita» disse Shallan. «Ho del lavoro per voi.»
Vathah scrollò le spalle, ma alcuni degli altri sembrarono delusi. Forse Adolin aveva ragione: in fondo in fondo, uomini come quelli avevano bisogno di qualcosa da fare. Ma non l’avrebbero mai ammesso.
«Temo che possa essere pericoloso» precisò Shallan, poi sorrise. «E probabilmente prevederà che vi ubriachiate un po’.»