Cent’anni fa nasceva Heinrich Böll, coscienza critica della Germania divisa

a cura di Redazione Oscar

È la guerra, la Seconda guerra mondiale combattuta per tutta la sua durata e su diversi fronti, a segnare la vita, la produzione letteraria e linesausta attività pubblica dello scrittore e intellettuale tedesco Heinrich Böll, vera e propria coscienza critica della Germania dalla fine della guerra alla vigilia della caduta del Muro di Berlino. Autore di romanzi, racconti, testi teatrali e radiodrammi, saggi, articoli e discorsi pubblici, interventi radiofonici, fu insignito del premio Nobel nel 1972.

Oltre a criticare nettamente la Germania nazista, i suoi bersagli polemici nella società postbellica sono le autorità della politica, dell'economia e della chiesa, che egli accusa, ora ironicamente ora aspramente, di conformismo, mancanza di coraggio, abuso di potere. Vera e propria voce della Germania divisa, nonostante la censura fu molto letto e amato anche nella Repubblica Democratica Tedesca.

Nellautunno del 1939, ventiduenne, è chiamato a fare il servizio di leva nella Wehrmacht: la «stupida guerra di Hitler», sono parole sue, lo porta ripetutamente sul fronte orientale e su quello occidentale. Una peregrinazione che si conclude nellaprile del 1945, quando Heinrich Böll – fatto prigioniero dai soldati americani – viene internato in un campo di prigionia inglese, dal quale sarà rilasciato il 15 settembre.

Degli anni della guerra, o più precisamente di ciascun giorno dei sei anni trascorsi da Böll in guerra, danno testimonianza i taccuini recentemente pubblicati in Germania dalleditore storico di Böll, Kiepenheur und Witsch. Annotazioni quotidiane su agendine tascabili, scritte per lo più a matita, rivelano la disperazione, langoscia, il tormento, il tedio, la fame, il freddo, il disagio, il terrore, il dolore, la solitudine del soldato Böll, e nello stesso tempo la sua fede, la speranza nel futuro e soprattutto la costante presenza, nei pensieri e nei sogni, di Anne Marie Cech, lamore della sua vita.

Heinrich Boell

6 marzo 1942: Heinrich Böll e Anne Marie Cech davanti al municipio di Colonia il giorno del loro matrimonio 

© Heinrich Böll fotoarchiv/dpa/Hanano

Guarda alcune pagine dei Kriegstagebücher

(Heinrich Böll, Mann möchte manchmal wimmern wie ein Kind. Die Kriegstagebücher 1943 bis 1945, a cura di René Böll, copyright Kiepenheuer und Witsch)

Dal discorso del Nobel (1972)

traduzione di Umberto Colla


Se questo Paese deve avere un cuore, esso è là dove scorre il Reno. Ed è stata lunga la strada per arrivare alla Repubblica federale tedesca.


La via fu lunga per me, che come milioni di altri tornando a casa non possedevo che le mie mani, diverso dagli altri solo per la passione dello scrivere e scrivere ancora. La scrittura mi ha portato qui.


Ripenso a quel giovane, poco più che ragazzo, che dopo un lungo esilio e un lungo vagabondaggio, tornò in una patria anche essa stessa deportata; non solo sfuggito alla morte, ma anche al desiderio di morte; liberato, sopravvissuto; la pace (sono nato nel 1917) era soltanto una parola, né oggetto di ricordi né condizione vissuta; la Repubblica, non propriamente una parola estranea, ma un ricordo interrotto.

Dov’è tuo fratello? (1956)

traduzione di Umberto Colla


Dovè tuo fratello? È stato ucciso ad Auschwitz, è caduto in battaglia, o è stato impiccato come disertore allultimo minuto di guerra?


Qui, forse allalbero che sta davanti alla porta, è stato impiccato mio fratello, qui, da questa banchina di stazione che oggi accoglie gli illustri ospiti stranieri, da questa stessa banchina di stazione dalla quale tanto spesso sono rincasato, è stato trasportato nel lager, dove è stato ucciso per via amministrativa. Luoghi storici, monumenti storici? Ce ne sono abbastanza: lalbero al quale oggi è fissato il cartello «velocità massima 60 km/h» è lo stesso al quale fu ucciso mio fratello, e quanto al più vicino cumulo di macerie: lì forse abitò una famiglia ebrea della quale nessuno ha più domandato nulla, perché non ne è sopravvissuto nessuno.


Questo è accaduto, è storia, e a chi domanda quali siano i luoghi storici dovremmo rispondere senza esitazione: ogni via, ogni casa è un luogo storico, le sale in cui gli uomini del 20 luglio furono impiccati a ganci da macellaio sono luoghi storici, non i monumenti che abbiamo eretto per spostare lattenzione dal singolo al generale.


Ma che cosa è stato di noi, di noi che non siamo né Caino né Abele? Siamo sopravvissuti: noi, noi siamo sfuggiti a mala pena al massacro nei campi di sterminio, siamo scappati appena prima che la trappola si chiudesse, oppure ci siamo salvati la vita di giorno in giorno negli ultimi mesi di guerra attraverso questinferno che non è ancora stato descritto: campi di prigionia smantellati alla cieca, campi di concentramento evacuati, fiumane di fuggiaschi, popolazioni intere costrette ad abbandonare le città, disertori braccati, catturati e fucilati dai plotoni di esecuzione, tutti noi che siamo qui seduti siamo appartenuti e apparteniamo a una di queste categorie: siamo stati sotto il terrore di unorda di ratti, che avevano la legge dalla loro.


Con la testa colma di pensieri e affamati tornammo a casa dalla guerra, ci adattammo nella giungla e aspettammo. Perdemmo la nostra capacità di riflessione, ci buttammo sul nuovo, sullattualità, che era un ottimo alibi per aver perduto la nostra capacità di pensare.  Ci costruimmo un sano, vitale cinismo, e lo chiamammo vitalità. Siamo vissuti e viviamo di questo dubbio vocabolo. Noi che siamo tornati a casa pensierosi e affamati e ci siamo adattati nella giungla, noi avremmo potuto interrompere questa ingiustizia che si ripete dopo ogni guerra, noi avremmo dovuto spezzare il cerchio della stupidità. Eravamo assetati, ma nellaffannosa ricerca di una sorgente abbiamo attinto a un fiume sotterraneo in cui rischiamo di annegare.


Heinrich Boell


Il duomo di Colonia intatto fra le macerie della città tedesca nel 1944

Letteratura delle macerie (1952)

traduzione di Italo Alighiero Chiusano


Scrivemmo sulla guerra, sul ritorno a casa e su ciò che avevamo visto durante la guerra e che trovavamo tornando a casa: ed erano macerie. Ne nacquero tre slogan, che vennero affibbiati alla giovane letteratura: letteratura di guerra, del reduce e delle macerie. Qualifiche in sé accettabili: cera stata la guerra, per sei anni, noi tornavamo a casa da quella guerra, trovavamo delle macerie e ne parlavamo nei nostri scritti. Il curioso, il lato quasi sospetto era solo il tono di rimprovero, quasi di offesa con cui si faceva uso di quella definizione: non che ci si volesse addossare la colpa della guerra, di tutte quelle macerie, però era evidente che ci si rimproverava di averle viste e di continuare a vederle. Ma noi non avevamo gli occhi bendati e le vedevamo: avere occhi buoni è uno dei requisiti professionali di chi scrive. Nostro compito è ricordare che luomo non esiste solo perché lo si amministri, e che le distruzioni nel nostro mondo non sono soltanto quelle esteriori né di natura così trascurabile che si possa presumere di sanarle in pochi anni.


Omero è il capostipite dellepica, della narrativa europea, ma Omero parla della guerra di Troia, della distruzione di Troia e del ritorno di Ulisse: letteratura di guerra, delle macerie e del reduce.

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(tratta dai Meridiani Opere scelte, a cura di Lucia Borghese, 2001).

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