Bloomsday 2018: una festa per Joyce

a cura di Redazione Oscar

Il 16 giugno è il Bloomsday

In tutto il mondo il 16 giugno si festeggia il Bloomsday, la festa in onore di Leopold Bloom, protagonista dell'Ulisse di Joyce  le cui avventure si svolgono durante quella giornata del 1904.

Nel weekend dal 14 al 16 giugno 2018 Trieste ospiterà i festeggiamenti italiani del Bloomsday (qui il programma) e le celebrazioni partiranno dal settimo episodio di quella lunga giornata: Eolo, il vento effimero della fama. Leopold Bloom alle 12.15 del 16 giugno 1904 si recò alla sede del «Freeman’s Journal» di Dublino per piazzare un annuncio pubblicitario per un cliente e presenziò, da un lato, alla frenetica attività delle rotative e, dall'altro, alla flemmatica routine delle chiacchiere di redazione.

A Genova, come tutti gli anni, le vie del centro storico ospiteranno la lettura integrale e itinerante dell'Ulisse, un appuntamento ormai consolidato a cura di Massimo Bacigalupo e Genova Voci.

A Dublino, città nella quale si svolge l'Ulisse, il 15 e il 16 giugno si festeggerà un Italian Bloomsday alla National Library of Ireland. Organizzato dall'Istituto di Cultura Italiano, vedrà la partecipazione di Enrico Terrinoni e Fabio Pedone, i traduttori del Finnegans Wake, altra opera monumentale di Joyce che Mondadori sta traducendo da diversi anni.

In occasione della festa, abbiamo chiesto proprio a Terrinoni e Pedone di raccontarci come sta andando la sfida di una traduzione così imponente.

Tradurre nella selva oscura

Riflessioni di Enrico Terrinoni e Fabio Pedone nel mezzo del loro cammino di traduzione: a un anno dall'uscita di Finnegans Wake - Libro terzo, capitoli 1 e 2 (gennaio 2017) e un anno prima della pubblicazione dell'ultimo volume (Finnegans Wake - Libro terzo, capitoli 3 e 4 e Libro quarto, capitolo 1) che uscirà il 4 maggio 2019. 

di Fabio Pedone e Enrico Terrinoni 


Bloomsday


«First we feel. Then we fall»

La considerazione, se così possiamo chiamarla, giunge quasi a sigillare la narrazione, se così possiamo chiamarla, del Finnegans Wake alla fine del quarto e ultimo libro; e noi la tradurremo all’incirca nel mese di dicembre del 2018. Un mese perfetto per le sensazioni, e anche per le cadute.
Ma fall è, in senso biblico, e pure nel lessico wakeano, un riferimento al peccato originale, un peccato di sensazioni se altri mai. Perché sentire vuol dire vivere, e vivere significa cadere, morire. Lo spiega persino Francesco Guccini nella sua Canzone della bambina portoghese:

E poi, e poi, che quel vizio che ci ucciderà
Non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro,
Cioè vivere.

A ben vedere, se Joyce avesse conosciuto il poeta-cantautore di Pavana pistoiese avrebbe trovato più di un’affinità con lui. Non tanto il fumare o il bere, ma la consapevolezza che siamo soltanto parole, il che non è dir poco; e anche la coscienza che sono le parole, nel loro rincorrersi vocaliconsonantico, nelle loro carambole di suono, negli attriti e nelle circonvoluzioni verbali, nel laico e sacrale ripetersi, duplicarsi, triplicarsi, non più retorico ma sensoriale, delle lettere, a renderci quel che siamo, a darci un nome. Un nome in cui c’è qualcosa di più di un richiamo, lo sapeva bene Shakespeare. E l’avrebbe saputo anche Shapesphere, se solo fosse esistito al di fuori della pagina wakeana.

La sfida

Quando abbiamo accettato la sfida di tradurre il Finnegans, e quindi nel momento esatto in cui ci siamo sobbarcati l’onere e l’onore di stra-dirlo, sapevamo bene che, esattamente come noi avremmo cambiato lui, lui avrebbe cambiato noi. Ci avrebbe di riflesso reso altri proprio come noi, con un salto in altro (Bergonzoni docet), stavamo rendendo lui qualcosa di ancora ignoto.

Nell’Ulisse, negli schemi delle sue corrispondenze simboliche, la parola ignoto – scritta da Joyce in italiano a indicare uno dei sensi segreti dell’episodio del cimitero – è stata mistradotta per tanti decenni in inglese the unknown man, dando adito a interpretazioni fantasiose, ma affascinanti, che vedono nell’uomo sconosciuto di quell’episodio, noto come M’Intosh, qualcosa di più di un nome. Qualcosa di più che un involucro o un cappotto. Qualcosa che copre e che nasconde; ma cosa? Un corpo? O non è il nostro corpo che nasconde sempre l’ignoto? L’inconscio, la landa mitica dei morti, secondo Jung: una terra da cui nessun viaggiatore è mai ritornato, come ammonisce il noto figlio di un fantasma shakespeariano che aveva lo stesso nome del padre.

Leggere, e tradurre, il Finnegans Wake significa fare anche un salto nell’ignoto, per emergervi cambiati. In questi anni di dure fatiche e di risate, di tour in giro per l’Italia per presentare a più gente possibile quest’opera caleidoscopica, fondamentale quanto oscura e dimenticata, nei tanti articoli, nelle interviste e nei molti incontri con amici che ci hanno sostenuto tra gioie (joys?) e coraggio, abbiamo appreso ad apprendere un po’ di più. Ci siamo regalati uno sguardo nel buio, ma sempre con un occhio alla luce: abbiamo forse compreso, e cercato di far sospettare ad altri, che le parole non sono solo quello che vediamo, proprio perché non le vediamo affatto. Le percepiamo, e sentendole, cadiamo, falliamo. Ma come spiegava Beckett, sono tutti fallimenti in meglio, che conducono ad accedere a realtà inattese da cui ripartire con occhi, e orecchi (orocchi?), nuovi.

Finnegans Wake – Libro terzo, 1 e 2

James Joyce

"Libro della notte", prosecuzione del viaggio nell'animo umano iniziato con quel "libro del giorno" che è l'Ulisse, Finnegans Wake è una «suprema sintesi verbale del Creato» costruita attingendo a quaranta lingue. La sua traduzione è dunque una ininterrotta sfida, come testimonia Umberto Eco: «Ogni avvenimento, ogni parola si trovano in una relazione possibile con tutti gli altri ed è da...

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Nel mezzo del cammin di questa traduzione

Nel mezzo del cammin di questa traduzione, ci troviamo in una selva che chiamare oscura è poco. I capitoli che ci sono stati idealmente consegnati come testimone dal compianto Luigi Schenoni, autore della traduzione dei primi due libri del Wake (che corrispondono ai primi quattro Oscar), sono una foresta nera, ubicata nel sogno più profondo mai sognato.

Ci svegliamo nell’oscurità, tra i meandri del pensato e del pensabile: in una storia familiare di cui qualunque lessico famigliare è andato perduto, e non lo si può rinvenire se non nel senso latino del verbo invenio. Un “trovare” che è un “conoscere”. E noi, cosa abbiamo trovato? Senz’altro pun per i nostri denti.

Spesso Joyce procedeva a tentoni, raccontava agli amici di non sapere cosa fare mentre scriveva e poi di inciampare per strada, imbattendosi in qualcosa che si rivelava infine risolutivo: ovvero, proprio quel che stava cercando senza saperlo. Forse, per un rimbalzo bizzarro, per un effetto-Finnegans contagioso (o contajoyce) anche per noi l’errore si è fatto erranza, aprendo mondi possibili in uno stato di gioiosità permanente.

Finnegans Wake è il più intricato sogno che sia stato sognato fuori dalla letteratura.

Ma come affrontare la lingua errante di un libro fatto tutto di errori, parole stravolte, lettere scambiate, inciampi di lingua? Intanto rinunciando all’idea che esista una e una sola lettura autorizzata, e non piuttosto una pluralità di percorsi che la lama dell’interpretazione eccentrica apre nell’intrico della selva oscura. E poi sostenendo i nostri passi in questi sentieri incrociati con l’aiuto di continue riletture, fra la proliferante bibliografia joyciana che di anno in anno si accresce, consci che è il libro stesso a insegnare le proprie vie man mano che vi si ritorna sopra. Fra le concrezioni mitiche, fra i luoghi comuni ancora incollati al corpaccione di questo gigante dormiente che lo rendono inavvicinabile, ne abbiamo combattuto uno in particolare: il pregiudizio (duro a morire anche presso i lettori più accorti) della sua “illeggibilità”.

I volumi di "Finnegans Wake" tradotti da Luigi Schenoni

Portare "Finnegans Wake" tra la gente

Uno dei modi per sgusciar fuori dalla trappola del monadismo erudito è stato portare Finnegans Wake tra la gente, obbedendo al suo impulso ad aprire nuove possibilità dell’espressione, e sottrarlo così a una esclusiva delibazione solitaria (in odore di estetismo avant-garde) nel chiuso di uno studio o di una stanzetta. Perché questa festa di parole, che da morte ritornano in vita dietro infantili maschere, questo libro infinito dove è il linguaggio stesso a far di sé spettacolo, porta già inscritta al suo interno una natura teatrale. E non solo perché Shaun, uno dei figli del protagonista H.C. Earwicker, quando compie la sua epifania nel libro III si agghinda in un costume da attore del teatro tradizionale irlandese. Come testimoniano i reading groups joyciani diffusi in ogni angolo del pianeta, leggere insieme Finnegans Wake è un’azione collettiva; un rito condiviso di scoperta.

A un anno e mezzo dalla riemersione del gigante addormentatoin Italia, siamo coscienti del fatto che la felicità del caso ha permesso che ci imbattessimo in incontri importanti, in compagni di strada e amici che hanno impresso anche il loro timbro al caleidoscopio di voci del “libro della notte”.
A partire da Edoardo Camurri con il suo appoggio entusiasta, per continuare con il non meno entusiasta e fiducioso Gabriele Frasca, poi gli attori Tommaso Ragno e David Sebasti, che hanno “tradetto” con le loro voci le pagine italiane del libro.
Fin dall’inizio è stato fondamentale il supporto di Umberto Eco, Rosa Maria Bollettieri Bosinelli, Franca Ruggieri. Alessandro Bergonzoni, da par suo, ha riflesso nello specchio di Joyce le sue imprevedibili e imprendibili effervescenze di pensiero-parola. Sulle pagine culturali di grandi testate sono apparse le reazioni positive e incoraggianti di Renzo Crivelli, Giulio Giorello, Giuseppe Montesano. Massimo Bacigalupo, Andrea Cortellessa, Vittorio Giacopini ci hanno dimostrato il loro interesse. Giordano Meacci ci ha comunicato tutto il calore della sua curiosità inesausta. Dell’interesse di Stefano Bartezzaghi per il nostro lavoro attendiamo di vedere i frutti fra non molto.

Italia e Irlanda

Per averci dato l’opportunità di parlare di Finnegans Wake nei festival di tutta Italia siamo grati a Nicola Lagioia, Marino Sinibaldi, Chiara Valerio, Giorgio Vasta.
John McCourt e Laura Pelaschiar
ci hanno accolti con “zoiosittà” alla Trieste Joyce School che si tiene ogni anno in estate, così come Renata Sperandio ci ha aperto le porte dell’Istituto Italiano di Cultura di Dublino, dove insieme a Luigi Belmonte ed Elisabetta Risari degli Oscar Mondadori abbiamo presentato la traduzione con il grande studioso Declan Kiberd, alla presenza del Presidente d’Irlanda Michael D. Higgins.

Bloomsday

Fabio Pedone e Enrico Terrinoni con il presidente d’Irlanda Michael D. Higgins a Dublino, gennaio 2017



Barry McCrea e Simon Morgan ci hanno aiutato a tradurre in musica, presentando il Finnegans presso l’Ambasciata d’Irlanda a Roma, le dolci reminiscenze di arie e canzoni che attraversano il libro quasi in ogni pagina.


 

Ascolta "Love's Old Sweet Song"

Love's Old Sweet Song è l'inno joyciano per eccellenza.

Premi, laboratori e il "Rocambolario"

E siamo stati onorati di ricevere, nel luglio scorso, il premio Annibal Caro per la traduzione.
Maria Teresa Carbone ci ha invitati a nozze, si può dire, appoggiando la proposta di tenere su un giornale una inedita rubrica di traduzione collettiva: lanciando un paio di frasi del Finnegans ogni due settimane abbiamo ricevuto di rimpallo le traduzioni possibili – a volte di inattesa creatività – dei lettori.
Francesco Laurenti ha aggiunto peso e sostanza a questa idea facendosi con noi promotore presso la IULM di Milano di un laboratorio di “traduzione corale” che ha visto, crediamo, risultati degni di nota, rimettendo in gioco alcune idee che si danno per scontate quando parliamo di traduzione.

Perché se sonnecchiamo, se non teniamo gli occhi aperti, le parole si vendicano di noi dormienti: il sonno della lingua (sleep) diviene un lapsus (slip).

Ascolta la puntata di Pagina 3 del 18 ottobre 2017: dal minuto 13.12 si parla del "Rocambolario"!

Rilanciare Joyce

Cogliere un’eco di un suono che non vuole morire e rimandarla a tutti, moltiplicata: se qualcosa speriamo, è che in questi diciotto mesi si sia cominciato a rilanciare Joyce nel futuro della lingua italiana, lingua “smaterna”, aperta a tutte le altre, per ritrovarlo in altra forma da come lo avevamo visto finora: e cioè in mano ad un’ampia, libera comunità di lettori. Una comunità che si imbarchi nella complessa lettura di Finnegans Wake e nelle sue infinite gioie per imparare a pensare di nuovo, a generare pensieri non ancora pensati, al di là delle frontiere limitanti dell’identità e dell’appartenenza: le reti alle quali, escogitando il proprio esilio, già il giovane Joyce tentava di sfuggire.

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